Antidroga
Ho
fatto il mucchio di cose che dovevo fare. Il che è positivo,
ma sottintende il salto del pasto di mezzogiorno. Non che io sia di
grosso appetito, ma il niente ad un certo punto del pomeriggio si
fa sentire. Arrivo a Porta Nuova con buon anticipo. Mi offro un tè
ed una ghiottoneria: un toast. Pregusto quelle due fette di pane caldo
e dorato, un po' abbrustolito, le fette di prosciutto che lasciano
intravedere i lembi, la fontina che si rapprende lungo i bordi. Indigesto,
lo so, ma buono.
Mi
siedo al caffè. Ordino. Arrivano teiera, tazza ed un involto
caldo che promette bene. Lo apro, dalle due fette di pane così
dorate da sembrare finte, non sporge nulla, e nulla si rapprende sui
bordi geometrici. Osservo meglio: non c'è niente che indichi
un contenuto. Il prosciutto è solo un colore, leggermente rosato,
la fontina anche. Un ripieno virtuale. Non m'aspettavo che gli effetti
informatici fossero entrati nei panini. Ne mangiucchio un po', sbriciolo
il resto ai colombi, con un pensiero nostalgico a certi sontuosi toasts
di altri caffè di Torino-centro. Mi tengo l'appetito, e pago.
Il treno accumula ritardi. Tutto quello che trovo di commestibile
nella mia borsa sono delle pastiglie contro la raucedine. Meglio che
niente.
Arrivo
a Ventimiglia troppo tardi per la coincidenza. Dovrò prendere
l'ultimo treno per la Francia. Più di un'ora di attesa. Potrei
approfittarne per masticare qualcosa.
La tavola calda del buffet ha finito il servizio. Finita anche la
mia speranza di un piatto caldo.
Il treno non ha tenuto conto delle necessità dei passeggeri
a stomaco vuoto.
Attraverso la piazza, vado verso il centro, mi siedo in un bar e ordino
. . . un toast. E' sera, ma il cameriere, mal rasato, sembra non essersi
ancora svegliato. Comunque, arriva col vassoio ed un involto che .
. . riconosco subito.
Ancora un toast virtuale. Due nella stessa mezza giornata. Lo sbriciolo
lungo il marciapiede: i colombi lo troveranno all'alba. Deve esserci
qualche centrale a delinquere ben ramificata, che lo distribuisce
a bar strozzini.
Non provo un panino di tipo diverso, troppe delusioni guastano i succhi
gastrici e fanno girare l'anima.
A casa, qualcosa in frigorifero c'è di sicuro. Basta aspettare.
Torno
in stazione.
C'è una certa aria di controllo anticontrabbando. Nel sottopassaggio
circolano già i finanzieri dell'antidroga con i loro cani.
Uno sembra meno disciplinato degli altri. E' un giovane pastore tedesco
molto bello, irruente, con voglia di "fare". Copia conforme
del Commissario Rex.
Mi rivedo in fila all'aeroporto di Los Angeles in attesa del bagaglio.
Arriva un vispo beagle, trotterella giulivo lungo i passeggeri, si
ferma qua e là. Il mio istinto di cagnolera è subito
in allarme: che si fa a L.A. (Ca) con un cane smarrito? Però
ha un bel collare, forse è di qualcuno dell'aeroporto. Spero,
e non lo perdo di vista.
Il beagle si avvicina ad un viaggiatore elegante con borsa da viaggio
griffata appesa alla spalla. Gli si siede davanti, lo fissa allegro,
scodinzolando. Il passeggero gli sorride: che simpatico cagnetto!
Arriva un agente, mette il guinzaglio al cagnolino e prega il viaggiatore
di seguirlo.
Capito: il beagle non è un cerca-casa, è un agente della
D&FA, la borsa griffata contiene certamente qualche paté
o scatola di Camembert vietata.
E bravi i californiani, hanno avuto una pensata piena di humour. Non
un cane simbolo della severità, come il pastore tedesco, no,
meglio un tipetto giulivo come il beagle, che suscita solo simpatia
e nessun allarme, ma ha un gran naso da cacciatore.
Il treno è sui binari,
mi siedo davanti ad una signora attraente, elegante, il mantello foderato
di pelliccia tipo ocelot, una bella imitazione. C'è ancora
tempo prima della partenza. Anche lei si lamenta dei ritardi. Era
andata a Milano la mattina con il primo treno, una gita rapidissima.
per vedere il nipotino. Ha la foto sul cellulare ultimo grido.
Arrivano due finanzieri con il cane irruente che avevo ammirato nel
sottopassaggio.
Lei li saluta come vecchie conoscenze, poi aggiunge: "Ma questo
non è Bobo!", e mi sembra ci sia della preoccupazione
nella sua voce.
"No," risponde il più giovane, "Bobo oggi è
di riposo. Questo è Rupert. Ha appena finito il corso".
La signora si stringe un po' nel mantello, Rupert le sta dedicando
un'attenzione particolare. Il finanziere la rassicura: "Non si
preoccupi, lo tengo".
In
quello Rupert dà uno strattone, si appoggia alle ginocchia
della signora e comincia ad annusarla con molto interesse. "No,
un'altra volta !" Si alza e segue i due militi. Come una già
pratica di queste cose.
Ammiro il mantello, lungo al malleolo, in meneghino direbbero "che
spatüss", e considero il mio pratico e modesto piumino nero.
Al solito, mi sento scarafaggia vicino ad una farfalla.
Ha un'aria così da persona spigliata ma sincera, piacevole,
invece va a finire che è andata a Milano per un carico di droga,
e non per il nipotino. Chissà quante tasche nasconde quel lungo
mantello.
Vorrei conoscere il finale della storia, ma il treno sta per partire.
Lei arriva, corre agilmente nonostante i tacchi a spillo. Riprende
il suo posto, ha un'espressione tra l'indignato ed il divertito. E'
la seconda volta che un cane dell'antidroga l'obbliga a passare il
controllo della Finanza, lì in stazione.
Se il cane tocca un passeggero, i militi non possono evitare di scortarlo
al loro ufficio.
"Sempre a causa di questo mantello." Ne solleva un lembo
e l'annusa: "Eppure a me sembra che profumi ! La prima volta
che mi è successo, ho anche perso il treno".
E bravo, Rupert, non è pellicia finta, è ocelot vero.
Spatüss all'ennesima potenza.
In
alcuni aeroporti americani te lo requisiscono, e chi s'è visto
s'è visto, perché puoi magari anche rivedere il tuo
pelliccione in una vetrina, ma come "memento". Non lo ricupererai
mai. Sequestrato, stop! Se fa freddo, escitene pure dall'aeroporto
battendo i denti. Se ti hanno requisito la borsa di rettile protetto,
imparerai subito i vantaggi delle borse di tela o similpelle.
Non
sono affatto male, anzi, pesano meno.
Per fortuna da tantissimi anni mi sono convertita, non porto più
pellicce. Forse lo devo alle campagne di BB: ha ragione. Non le considero
neppure più come indumenti. Arrivo a trovarle volgari, ostentative.
In quei mantelli, vedo soltanto le povere bestioline sacrificate.
Niente pellicce, nessuna crudeltà, più praticità
e meno spesa.
Sprofondo quasi con affetto le mani nelle tasche del mio piumino,
pratico e caldo, senza interesse per i cani dell'antidroga.

Il
bullo di La Rochelle
Non
so perché, ma La Rochelle è una città che mi
turba, mi commuove per la durezza della sua storia antica e recente,
per i suoi portici cupi, i doccioni medievali delle case antiche,
la sua atmosfera.
Così, ogni volta che, essendo in Francia, mi trovo non troppo
lontana, faccio una deviazione per passarvi almeno qualche ora.
Quel giorno di Ferragosto, la deviazione la faccio fare a mio marito.
Oltre
ai molti turisti, c'è un numero inaspettato di cani e guai
a chi alza gli occhi da terra: un loro ricordino è subito lì,
pronto a spalmarsi sotto le suole.
E' giorno festivo, ed il servizio
di "motocrottes" non è passato. I francesi, poi,
si guardano bene dal chinarsi a raccattare il fall-out del loro amico.
Troppa fatica, portarsi appresso il sacchetto - anche se il Comune
lo distribuisce gratuitamente aggiungendo una esortazione "abbiate
il giusto riflesso!"- e umiliante chinare il gallico dorso e
raccattare quella roba lì. Meglio lasciare la sozzura. Anche
se la sozzura deturpa le città cariche di storia.
Poi, quando la pestano, ecco perfettamente
a proposito, l'imprecazione di Cambronne.
Speriamo che tutti i Comuni francesi si decidano a comminare multe.
La prima a dare l'esempio deve essere stata Nizza, con una multa di
150€, che dovrebbero persuadere i nizzardi a far diminuire la
montagna di quattordici tonnellate di crottes che gli appositi scooter,
carrozzati allo scopo, raccolgono ogni giorno.
Credo di avere visto quel giorno
tutte le razze di cani che, normalmente, vediamo soltanto nelle esposizioni
canine.
Per non essere da meno, anche noi abbiamo
un cane, ma, prudenti, ci siamo portati una femmina, una setter paciosa
che non attira gelosia e rivalità di maschi.
E per fortuna, perché, quando
siamo al porto, ecco un boxer grintoso, in perfetta forma, con un
bel collare e molto sicuro di sé. Abborda tutti i cani con
piglio da boss ed è evidente che è un "cerca rogne".
Osservo che il mantello è liscio,
non ha segno di cicatrici: quindi, è un grande campione che
vince senza neppure combattere, oppure
fa uso di ritirate strategiche.
Dà un'annusatina anche alla nostra
setter, ma amichevolmente: si tratta di una bella "ragazza".
Incuriositi,
lo seguiamo.
Tutto nell'aspetto, nell'andatura, denota che è il bullo di
La Rochelle, e ne conosce ogni angolo.
Ma lì, al porto, trova
soltanto cani-turisti rammolliti, che fanno subito il gesto di resa,
o si fanno difendere da padroni che si esprimono a gestacci, secondo
l'uso dei bipedi. Lui vuole un avversario degno della sua forza: sarà
meglio cercarselo nella città antica.
Trotterella verso il vecchio centro,
e noi dietro, attraversa la strada dei portici, con noi sempre appresso.
Ci fa scoprire una piccolissima
piazza, così antica e caratteristica, con le sue case basse
e massicce, di bella pietra, strette l'una contro l'altra, dominate
da una quadrata torre civica, da pensare di essere entrati in una
illustrazione del Doré per i Tre Moschettieri.
Sulla sinistra, c'è anche un'osteria, che potrebbe essere quella
di Costanza Bonacieux.
Dall'osteria, che ha tutta l'aria di
essere un posto "bene", esce un rivale come il bullo andava
cercando.
E' impressionante: il più
grosso danese nero che io abbia mai visto. Superbo.
Si piazza davanti all'ingresso del suo locale.
Il bullo ha un attimo di esitazione.
Il danese
lo guarda, non è tipo da discussioni, emette un solo latrato,
tanto potente ed amplificato dalla eco della piccola piazza, che ne
tremano i doccioni dei tetti.
Il messaggio è compreso: quell'avversario
è troppo forte.
Il bel mantello fulvo di boxer ben pasciuto
va preservato dalle cicatrici.
Improvvisamente
lo prende una gran fretta, scatta di corsa non verso il danese, ma
ben diritto davanti a sé.
Il suo mozzicone di coda sparisce
velocissimo in un vicoletto, talmente angusto che non l'avevamo neppure
visto.
So
schön, so traurig
Un'amica
tedesca mi domanda "verresti a cena da noi, per una serata tutta
in tedesco?"
L'invito mi attira, anche se il mio tedesco è un po' arrugginito
per mancanza di uso costante. E poi, l'amica ed il marito sono calorosi
e simpatici. Accetto.
Sarà loro ospite il professor W., incontrato in un viaggio
e che sapevano essere fuggito dalla Germania Est, anche se lui di
quella fuga non parlava mai. Un uomo interessante, mi assicura, e
che parla un perfetto tedesco senza nessuna cadenza dialettale. Conosce
le mie difficoltà.
Il prof. W. è sui 50-55, abbondantemente stempiato, elegante,
un perfetto tipo nordico. Ha l'aspetto di uomo "arrivato".
Ed anche un po' freddo. Severo, incute soggezione.
Mi ingegno a seguire la conversazione piuttosto impegnata, tutta sulle
difficoltà attuali della Germania.
Però, come è consolante constatare che anche altrove
ci sono problemi grandi quanto e forse più dei nostri. Per
dirla con i tedeschi, in questi casi, si vede che sono afflitta da
meschina "Schadenfreude". Difetto che denota poca generosità
d'animo.
Dopo
cena, all'Herr Professor viene l'educata curiosità di domandare
quale sia la mia attività.
E' evidente che non ho l'aria da libero docente, o da membro del parlamento
di uno dei Länder e neppure parlo come una insegnante di tedesco.
Rispondo che sono passata da un lavoro molto serio ed impegnato, nel
quale occorreva fare dell'equilibrismo finanziario per arrivare a
quadrare i bilanci, ad uno gravoso e con un difetto capitale, quello
di portarmi soltanto spese e perdite. Accenno brevemente al mio rifugio
per cani.
"Conosce i Riesenschnauzer?"
Gli racconto in breve della mia Königa, di Schatz, e dei molti
altri che, passando solo per il rifugio, senza veramente vivere in
casa con me, avevano dimostrato le qualità della razza, una
razza tedesca molto antica.
Sarà il calore di quella serata in famiglia, sarà l'argomento
meno impegnativo, si rammorbidisce. E' come se la vernice di uomo
serio e freddo si incrinasse.
Inaspettatamente,
racconta come fosse arrivato in Germania Occidentale.
E' di un piccolo paese dell'est. Dalla sua casa al limitare del bosco,
vedeva il fiume che divideva l'est dall'ovest, la zona sotto il peso
della dittatura da quella libera.
Aveva deciso che non sarebbe rimasto all'est. Frequentava amici e
ragazze, ma non voleva legami. Non parlava della sua decisione, però
si esercitava in lunghe marce ed a tenere la testa sott'acqua trattenendo
il fiato. Era arrivato a superare i tre minuti di apnea, sufficienti
a permettergli di nuotare, se la corrente non l'avesse fatto troppo
deviare, oltre la metà del fiume, oltre la linea di demarcazione.
Osservava a lungo il fiume, cercava di "capirlo", non vi
nuotava mai per evitare sospetti.
Il suo solo vero amico era Kurt, uno schnauzer gigante che gli avevano
regalato cucciolo alla fine delle scuole elementari. Ora, era un magnifico
cane di quasi dieci anni, forte, ubbidiente, perché W. nelle
lunghe passeggiate, gli aveva impartito disciplina ed addestramento.
Sempre insieme, il cane condivideva ogni momento libero della vita
del padrone, ma W. sapeva che un giorno l'avrebbe dovuto lasciare.
Anche questo gli aveva insegnato: fermarsi in "Platz" ed
attendere, immobile, attento, il ritorno di qualcuno che, però,
un giorno, non sarebbe tornato più.
E' estate, il fiume è meno
impetuoso, il temporale infuria sul bosco. L'oscurità è
totale. In una notte così, forse le guardie non usciranno per
le ispezioni. Bisogna raggiungere la radura senza alberi - tagliati
per scoprire e sparare facilmente sui fuggiaschi - e buttarsi in acqua
prima che una pattuglia arrivi.
Scrive: "Mutti, es ist für diese Nacht
Mamma, è
per questa notte. Prega per me. Ti lascio Kurt, abbine cura. Ti voglio
bene. W
"
Nonostante il temporale, calza scarpe leggere tinte di nero, dovrà
tenerle anche per nuotare, maglia e pantaloni neri, copre i capelli
biondi con una berretta aderente, si passa del nerofumo sul viso.
Accarezza Kurt, e gli ordina il "platz". Non deve seguirlo,
deve restare lì, sul suo materasso, senza fiatare. Come tante
altre volte. Chiude con cura la finestra, che a Kurt non venga di
abbaiare e farsi sentire.
Ma, quella notte, lo schnauzer disubbidisce, non si sdraia, ostinato,
insiste a stargli addosso. Quando W. esce, gratta alla porta, rischia
di svegliare tutti.
Strana questa sua disubbidienza. Imprevista.
In fondo, perché lasciarlo? Il suo unico amico, forse è
giusto che condivida il suo destino.
Apre, gli fa segno di seguirlo.
Sono nel bosco.
Il ragazzo cammina badando a non sollevare neppure un fruscio di foglie,
Kurt segue esattamente la sua traccia. Adesso c'è la radura,
con l'insidia dei ceppi tagliati.
Diluvia sempre ed è molto buio.
Improvvisamente, da molto lontano, un comando: "Halt".
I due fuggiaschi corrono veloci.
Arrivano al fiume, un altro "Halt" risuona.
W. capisce che ora si trova a tiro di fucile. Si lancia, e, nel salto,
quasi inconsciamente, grida "Geh und Fass".
Il comando di attacco.
Kurt balza indietro, ventre a terra contro le due guardie. W. nuota
senza riemergere. Sente il grido di un uomo attaccato dal cane, e,
subito, un colpo di fucile.
Quando si aggrappa alle radici degli alberi sull'altra sponda, singhiozza
ed urla non perché è finalmente arrivato alla libertà,
ma perché sa chi quella fucilata ha colpito.
L'università,
mille mestieri per sbarcare il lunario, la tenacia che lo porta ad
una laurea brillante, poi ad una carriera importante.
E' un uomo affermato.
Il muro di Berlino cade, l'est conosce la riunificazione sotto un
governo democratico.
W. ha finalmente notizie della madre. Che non vuole raggiungerlo,
non vuole lasciare la sua casa, il paese cui è abituata, gli
amici che le sono rimasti.
W. parte, ritorna per vederla.
La casa è sempre uguale. Non sale a vedere la propria camera,
lì c'è il ricordo di Kurt, l'amico cui deve la vita.
Lo dice.
Lei gli prende il braccio e si fa accompagnare sotto la vecchia pergola
d'uva.
In fondo c'è un riquadro di erba verde, ben tagliata.
Dei ciottoli da fiume grigi disegnano quattro lettere, "Kurt"
e quattro cifre: 1970.
"Quando ho sentito quella fucilata, ho urlato, sicura che ti
avessero colpito. All'alba ho cercato ed ho trovato lui. Ho capito.
L'ho portato in braccio fino qui, che riposasse nella sua casa".
Ogni
severità è scomparsa dal viso dell' Herr Professor.
Finge di interessarsi al bicchiere d'armagnac.
Quando riprende, aggiunge di aver voluto pensare che Kurt conoscesse
il proprio destino. Mai prima aveva disubbidito. Soprapensiero, lascia
sfuggire: "Mein Kurt ".
Non lo fisso negli occhi: so che vedrei le stesse lacrime di quel
ragazzo di vent'anni che aveva sacrificato l'unico vero amico. Trent'anni
dopo, ed ancora il rimorso di quel comando di attacco, al quale pur
deve la libertà.
Chissà: conosco abbastanza
i Riesenschnauzer per pensare che Kurt non abbia ubbidito ad un comando.
Che sapesse di essere l'unica salvezza, di dover disubbidire per seguire
il padrone, affrontare il pericolo, attaccare, perdere la vita per
salvare quella di chi amava sopra ogni cosa.
Per strappare al tempo quell'attimo che divideva la vita dalla morte.
Vorrei dirglielo, ma l'emozione me lo impedisce.
Anche i nostri ospiti sono commossi, ma loro non hanno mai saputo
che cosa significhi avere per amico vero un
cane !
E,
forse, è meglio non saperlo. Così bello, ma talvolta
tanto triste !

Ronda
solitaria
Adesso
siano tutti o quasi abbonati e collegati con i servizi di sorveglianza,
ma qualche anno fa (non poi tanti, diciamo nel periodo in cui iniziava
per l'Italia il benessere economico, cioè fine anni '70) le
società di sorveglianza non avevano molti clienti e dovevano
fare attenzione alle spese.
Una
delle guardie che per tanti anni ha poi fatto servizio nella mia zona,
mi raccontava di aver cominciato i suoi giri tutto solo, con la sua
bicicletta. Su e giù per la collina, anche a gennaio, con un
freddo da castigo, sempre in bicicletta, sempre in silenzio, senza
neppure fischiettare un po', per non segnalarsi ai ladri!
Si fermava, smontava dalla bici, toccava il cancello, metteva il biglietto
e, se il contratto prevedeva anche il controllo delle porte della
casa, entrava in giardino e provvedeva.
C'era però una casa nella quale non osava entrare: lì,
vedeva due grossi cani lupo fieri delle proprie zanne, che gli mostravano
volentieri.
Non se la sentiva di affrontarli.
Ma
una sera il cliente gli fa delle rimostranze: l'abbonamento prevede
che la guardia entri e verifichi tutte le aperture della casa.
Lui spiega le sue paure.
"Non abbia timore: i cani sono perfettamente addestrati. Quando
li vede arrivare, non deve fare altro che immobilizzarsi. Non l'aggrediranno
e verranno richiamati subito da me".
La
notte seguente, inverno, luna piena, la guardia arriva, appoggia la
bicicletta al cancello, e, titubante, ma rispettoso del contratto,
infila la chiave, entra.
Due ombre si precipitano verso di lui. I due grossi lupi gli piombano
addosso.
Secondo le istruzioni, si immobilizza anche perché è
gelato e non solo dal freddo notturno.
I cani non hanno neppure un attimo di esitazione e lui si ritrova
senza più fondo dei pantaloni..
Accorre il padrone.
Lui, si tocca il danno posteriore
e domanda:"Ingegnere, mi aveva detto di stare fermo perché
fosse più comodo per i cani mordermi il c
?"

Protettore
e schiavo
E'
quasi il tramonto. Passo vicino alla spiaggia più frequentata
di Mentone. L'ombra della città vecchia si proietta già
sulla spiaggia. Il mare è bellissimo, calmo, invitante. Non
c'è più nessuno, sono spariti ombrelloni, bagnanti e
bambini. E' un momento di grande serenità, che invita a sedersi
per un po' sul muretto.
Arriva
una coppia notevole: lei, molto alta, i capelli cortissimi, elegante
in un abito bianco di tessuto spugnoso lungo fino a terra, cammina
appoggiata a due grucce. Lui regale, superbo: un vero re.
Un esemplare di grande taglia di Landseer, il Terranova bianco e nero.
Le cammina accanto, senza guinzaglio, vicinissimo.
Scendono
sulla spiaggia. Lei posa, proprio sul limitare dell'acqua, quella
che sembrava una borsa a tracolla, ed è una panchetta pieghevole
di tela, si siede, lascia cadere le grucce a terra, sbottona l'abito
che scivola sul sedile, si china in avanti, sfila le due protesi che
la reggono sotto il ginocchio, si appoggia al cane e lentamente, faticosamente
striscia nell'acqua bassa fino a poter aprire le braccia ed iniziare
una nuotata forte, sincrona, da atleta, usando la spinta del dorso
come nel nuoto a "delfino". Il cane ritorna alla spiaggia,
allinea le grucce dietro la panchetta, le protesi accanto, e la raggiunge
con un gran balzo.
Io sto lì, sul muretto, istupidita.
Penso: e se adesso arriva il cretino, che non manca mai, a fare lo
scherzo di far sparire qualcosa ?
Non posso fare nulla, farò almeno la guardia.
Nuotano
verso il largo, la testa del cane all'altezza del fianco di lei. Spariscono
dietro la diga di rocce. Non li vedo più, forse nuotano verso
il faro.
Io rimango lì.
La striscia di sole sulla spiaggia si riduce sempre di più.
Dopo
una mezzora, ricompaiono.
Il terranova accelera la nuotata, si porta davanti alla padrona, come
per invitarla: lei gli afferra la coda e si lascia tirare verso la
riva. Ha gli occhi socchiusi, sorride, mentre il nuoto vigoroso del
cane la avvolge in una scia di bolle iridescenti.
So quanto sia bello nuotare con il proprio cane.
Sono
a pochi metri, non serve più fare la guardia.
Non voglio, non posso vedere lo sforzo di un essere umano che, senza
altro appoggio che quello dei gomiti, arranca, striscia con fatica
e volontà disperate!
Voglio ricordare solo il suo sorriso.
Me ne vado, piangendo per l'emozione
di quella prova di coraggio di una donna sfortunata e di dedizione
di una creatura bella e fiera quanto un re, felice di essere, per
amore, schiavo e protettore.

Della
irresponsabilità
Chi
pensa che gli animali sono "esseri" senza sentimento e completamente
al servizio degli umani, è pregato di non leggere queste poche
righe perché non sarebbe d'accordo, né è mia
intenzione dimostrargli che è in errore. Lo è, ci stia
e basta. Del resto, lo stesso errore lo fecero, e purtroppo propagarono,
filosofi illustri.
Voglio soltanto fare un esempio
abbastanza corrente della mancanza di sentimento e di responsabilità.
La mia idea: che quando si promette
qualcosa a qualcuno, bisogna poi mantenere la promessa.
Ora, parlando di animali, così come di esseri umani, se si
promette a qualcuno di occuparsi di lui, di provvedere alla sua vita,
si deve mantenere la promessa perché una promessa rappresenta
un impegno, una responsabilità.
Un esempio in contrario? Eccolo:
Oggi, 13 ettembre 2008 al Rifugio per cani
Ramondetti-Cassardo, se ne arriva una signora per bene,
almeno per aspetto e abbigliamento. Ma per il sentimento? A voi di
giudicare.
Dice che sua madre, anni 82 e
badante al seguito, vive in campagna, e le farebbe comodo avere un
cane. Ce ne sarebbe uno adatto a persona anziana?
Il cane vivrebbe sempre fuori, e, aggiunge: "Vero che, al decesso
della vecchia, si potrà restituirlo al Rifugio?".
Si cerca di tenere un certo a-plomb
e si risponde che sarà meglio non prendere un cane, se lo si
considera oggetto da restituire quando sia invecchiato e più
nessuno lo voglia. Si aggiunge, ma sempre con a-plomb, che
non speri di avere un cane del nostro Rifugio e la si accompagna,
ma sempre con a-plomb, alla porta.
Questione di punti di vista?
No, peggio: questione di mancanza
di sentimento.
Chissà se basta, per fargli
cambiare modo di pensare, dire a queste persone che invece di definire
l'animale una bestia, bisognerebbe definirlo creatura?
Volete che vi dica come la penso:
che non servirebbe a nulla. Certi cervelli non hanno sentimento che
per i comodi propri.
Civiltà
Un
turista scrisse ad un albergo di campagna in Irlanda per chiedere
se il suo cane sarebbe stato accettato. Ricevette la seguente risposta:
"Caro
Signore,
lavoro negli alberghi da più di trent'anni.
Fino ad oggi, non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un
cane ubriaco nel cuore della notte.
Nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto.
Mai un cane ha bruciato la coperta, fumando a letto.
Non ho mai trovato un asciugamano dell'albergo nella valigia di un
cane.
Il Suo cane è benvenuto!
Se lui garantisce, può venire anche Lei."
Racconti
del sito www.rifugiotrofarello.org
Tutti i diritti riservati
Rifugio Ramondetti Cassardo
10028
trofarello - via torino, 177
tel. e fax 011 6497404 / 011 6497409
sito internet: www.rifugiotrofarello.org
Per donazioni o adozioni a distanza:
C.C.
352782/69 - CIN F- ABI 06230 - CAB 31080
IBAN IT29 F062 3031 0800 0003 5278 269
Intestato Ramondetti - Cariparma Trofarello
C.C.
postale 71364541 - CIN D - ABI 07601 - CAB 01000
Intestato A.Ramondetti
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