GLI ANIMALI SONO BESTIE?




 

 


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Pagina 1

Strani cani

 


Antidroga

Ho fatto il mucchio di cose che dovevo fare. Il che è positivo, ma sottintende il salto del pasto di mezzogiorno. Non che io sia di grosso appetito, ma il niente ad un certo punto del pomeriggio si fa sentire. Arrivo a Porta Nuova con buon anticipo. Mi offro un tè ed una ghiottoneria: un toast. Pregusto quelle due fette di pane caldo e dorato, un po' abbrustolito, le fette di prosciutto che lasciano intravedere i lembi, la fontina che si rapprende lungo i bordi. Indigesto, lo so, ma buono.
Mi siedo al caffè. Ordino. Arrivano teiera, tazza ed un involto caldo che promette bene. Lo apro, dalle due fette di pane così dorate da sembrare finte, non sporge nulla, e nulla si rapprende sui bordi geometrici. Osservo meglio: non c'è niente che indichi un contenuto. Il prosciutto è solo un colore, leggermente rosato, la fontina anche. Un ripieno virtuale. Non m'aspettavo che gli effetti informatici fossero entrati nei panini. Ne mangiucchio un po', sbriciolo il resto ai colombi, con un pensiero nostalgico a certi sontuosi toasts di altri caffè di Torino-centro. Mi tengo l'appetito, e pago.
Il treno accumula ritardi. Tutto quello che trovo di commestibile nella mia borsa sono delle pastiglie contro la raucedine. Meglio che niente.
Arrivo a Ventimiglia troppo tardi per la coincidenza. Dovrò prendere l'ultimo treno per la Francia. Più di un'ora di attesa. Potrei approfittarne per masticare qualcosa.
La tavola calda del buffet ha finito il servizio. Finita anche la mia speranza di un piatto caldo.
Il treno non ha tenuto conto delle necessità dei passeggeri a stomaco vuoto.
Attraverso la piazza, vado verso il centro, mi siedo in un bar e ordino . . . un toast. E' sera, ma il cameriere, mal rasato, sembra non essersi ancora svegliato. Comunque, arriva col vassoio ed un involto che . . . riconosco subito.
Ancora un toast virtuale. Due nella stessa mezza giornata. Lo sbriciolo lungo il marciapiede: i colombi lo troveranno all'alba. Deve esserci qualche centrale a delinquere ben ramificata, che lo distribuisce a bar strozzini.
Non provo un panino di tipo diverso, troppe delusioni guastano i succhi gastrici e fanno girare l'anima.
A casa, qualcosa in frigorifero c'è di sicuro. Basta aspettare.
Torno in stazione.
C'è una certa aria di controllo anticontrabbando. Nel sottopassaggio circolano già i finanzieri dell'antidroga con i loro cani. Uno sembra meno disciplinato degli altri. E' un giovane pastore tedesco molto bello, irruente, con voglia di "fare". Copia conforme del Commissario Rex.
Mi rivedo in fila all'aeroporto di Los Angeles in attesa del bagaglio. Arriva un vispo beagle, trotterella giulivo lungo i passeggeri, si ferma qua e là. Il mio istinto di cagnolera è subito in allarme: che si fa a L.A. (Ca) con un cane smarrito? Però ha un bel collare, forse è di qualcuno dell'aeroporto. Spero, e non lo perdo di vista.
Il beagle si avvicina ad un viaggiatore elegante con borsa da viaggio griffata appesa alla spalla. Gli si siede davanti, lo fissa allegro, scodinzolando. Il passeggero gli sorride: che simpatico cagnetto!
Arriva un agente, mette il guinzaglio al cagnolino e prega il viaggiatore di seguirlo.
Capito: il beagle non è un cerca-casa, è un agente della D&FA, la borsa griffata contiene certamente qualche paté o scatola di Camembert vietata.
E bravi i californiani, hanno avuto una pensata piena di humour. Non un cane simbolo della severità, come il pastore tedesco, no, meglio un tipetto giulivo come il beagle, che suscita solo simpatia e nessun allarme, ma ha un gran naso da cacciatore.
Il treno è sui binari, mi siedo davanti ad una signora attraente, elegante, il mantello foderato di pelliccia tipo ocelot, una bella imitazione. C'è ancora tempo prima della partenza. Anche lei si lamenta dei ritardi. Era andata a Milano la mattina con il primo treno, una gita rapidissima. per vedere il nipotino. Ha la foto sul cellulare ultimo grido.
Arrivano due finanzieri con il cane irruente che avevo ammirato nel sottopassaggio.
Lei li saluta come vecchie conoscenze, poi aggiunge: "Ma questo non è Bobo!", e mi sembra ci sia della preoccupazione nella sua voce.
"No," risponde il più giovane, "Bobo oggi è di riposo. Questo è Rupert. Ha appena finito il corso".
La signora si stringe un po' nel mantello, Rupert le sta dedicando un'attenzione particolare. Il finanziere la rassicura: "Non si preoccupi, lo tengo".
In quello Rupert dà uno strattone, si appoggia alle ginocchia della signora e comincia ad annusarla con molto interesse. "No, un'altra volta !" Si alza e segue i due militi. Come una già pratica di queste cose.
Ammiro il mantello, lungo al malleolo, in meneghino direbbero "che spatüss", e considero il mio pratico e modesto piumino nero. Al solito, mi sento scarafaggia vicino ad una farfalla.
Ha un'aria così da persona spigliata ma sincera, piacevole, invece va a finire che è andata a Milano per un carico di droga, e non per il nipotino. Chissà quante tasche nasconde quel lungo mantello.
Vorrei conoscere il finale della storia, ma il treno sta per partire. Lei arriva, corre agilmente nonostante i tacchi a spillo. Riprende il suo posto, ha un'espressione tra l'indignato ed il divertito. E' la seconda volta che un cane dell'antidroga l'obbliga a passare il controllo della Finanza, lì in stazione.
Se il cane tocca un passeggero, i militi non possono evitare di scortarlo al loro ufficio.
"Sempre a causa di questo mantello." Ne solleva un lembo e l'annusa: "Eppure a me sembra che profumi ! La prima volta che mi è successo, ho anche perso il treno".
E bravo, Rupert, non è pellicia finta, è ocelot vero.
Spatüss all'ennesima potenza.
In alcuni aeroporti americani te lo requisiscono, e chi s'è visto s'è visto, perché puoi magari anche rivedere il tuo pelliccione in una vetrina, ma come "memento". Non lo ricupererai mai. Sequestrato, stop! Se fa freddo, escitene pure dall'aeroporto battendo i denti. Se ti hanno requisito la borsa di rettile protetto, imparerai subito i vantaggi delle borse di tela o similpelle.
Non sono affatto male, anzi, pesano meno.
Per fortuna da tantissimi anni mi sono convertita, non porto più pellicce. Forse lo devo alle campagne di BB: ha ragione. Non le considero neppure più come indumenti. Arrivo a trovarle volgari, ostentative. In quei mantelli, vedo soltanto le povere bestioline sacrificate.
Niente pellicce, nessuna crudeltà, più praticità e meno spesa.
Sprofondo quasi con affetto le mani nelle tasche del mio piumino, pratico e caldo, senza interesse per i cani dell'antidroga.

 

 

Il bullo di La Rochelle

Non so perché, ma La Rochelle è una città che mi turba, mi commuove per la durezza della sua storia antica e recente, per i suoi portici cupi, i doccioni medievali delle case antiche, la sua atmosfera.
Così, ogni volta che, essendo in Francia, mi trovo non troppo lontana, faccio una deviazione per passarvi almeno qualche ora.
Quel giorno di Ferragosto, la deviazione la faccio fare a mio marito.
Oltre ai molti turisti, c'è un numero inaspettato di cani e guai a chi alza gli occhi da terra: un loro ricordino è subito lì, pronto a spalmarsi sotto le suole.
E' giorno festivo, ed il servizio di "motocrottes" non è passato. I francesi, poi, si guardano bene dal chinarsi a raccattare il fall-out del loro amico. Troppa fatica, portarsi appresso il sacchetto - anche se il Comune lo distribuisce gratuitamente aggiungendo una esortazione "abbiate il giusto riflesso!"- e umiliante chinare il gallico dorso e raccattare quella roba lì. Meglio lasciare la sozzura. Anche se la sozzura deturpa le città cariche di storia.
Poi, quando la pestano, ecco perfettamente a proposito, l'imprecazione di Cambronne.
Speriamo che tutti i Comuni francesi si decidano a comminare multe. La prima a dare l'esempio deve essere stata Nizza, con una multa di 150€, che dovrebbero persuadere i nizzardi a far diminuire la montagna di quattordici tonnellate di crottes che gli appositi scooter, carrozzati allo scopo, raccolgono ogni giorno.
Credo di avere visto quel giorno tutte le razze di cani che, normalmente, vediamo soltanto nelle esposizioni canine.
Per non essere da meno, anche noi abbiamo un cane, ma, prudenti, ci siamo portati una femmina, una setter paciosa che non attira gelosia e rivalità di maschi.
E per fortuna, perché, quando siamo al porto, ecco un boxer grintoso, in perfetta forma, con un bel collare e molto sicuro di sé. Abborda tutti i cani con piglio da boss ed è evidente che è un "cerca rogne".
Osservo che il mantello è liscio, non ha segno di cicatrici: quindi, è un grande campione che vince senza neppure combattere, oppure … fa uso di ritirate strategiche.
Dà un'annusatina anche alla nostra setter, ma amichevolmente: si tratta di una bella "ragazza".
Incuriositi, lo seguiamo.
Tutto nell'aspetto, nell'andatura, denota che è il bullo di La Rochelle, e ne conosce ogni angolo.
Ma lì, al porto, trova soltanto cani-turisti rammolliti, che fanno subito il gesto di resa, o si fanno difendere da padroni che si esprimono a gestacci, secondo l'uso dei bipedi. Lui vuole un avversario degno della sua forza: sarà meglio cercarselo nella città antica.
Trotterella verso il vecchio centro, e noi dietro, attraversa la strada dei portici, con noi sempre appresso.
Ci fa scoprire una piccolissima piazza, così antica e caratteristica, con le sue case basse e massicce, di bella pietra, strette l'una contro l'altra, dominate da una quadrata torre civica, da pensare di essere entrati in una illustrazione del Doré per i Tre Moschettieri.
Sulla sinistra, c'è anche un'osteria, che potrebbe essere quella di Costanza Bonacieux.
Dall'osteria, che ha tutta l'aria di essere un posto "bene", esce un rivale come il bullo andava cercando.
E' impressionante: il più grosso danese nero che io abbia mai visto. Superbo.
Si piazza davanti all'ingresso del suo locale.
Il bullo ha un attimo di esitazione.
Il danese lo guarda, non è tipo da discussioni, emette un solo latrato, tanto potente ed amplificato dalla eco della piccola piazza, che ne tremano i doccioni dei tetti.
Il messaggio è compreso: quell'avversario è troppo forte.
Il bel mantello fulvo di boxer ben pasciuto va preservato dalle cicatrici.
Improvvisamente lo prende una gran fretta, scatta di corsa non verso il danese, ma ben diritto davanti a sé.
Il suo mozzicone di coda sparisce velocissimo in un vicoletto, talmente angusto che non l'avevamo neppure visto.

 

 

So schön, so traurig

Un'amica tedesca mi domanda "verresti a cena da noi, per una serata tutta in tedesco?"
L'invito mi attira, anche se il mio tedesco è un po' arrugginito per mancanza di uso costante. E poi, l'amica ed il marito sono calorosi e simpatici. Accetto.
Sarà loro ospite il professor W., incontrato in un viaggio e che sapevano essere fuggito dalla Germania Est, anche se lui di quella fuga non parlava mai. Un uomo interessante, mi assicura, e che parla un perfetto tedesco senza nessuna cadenza dialettale. Conosce le mie difficoltà.
Il prof. W. è sui 50-55, abbondantemente stempiato, elegante, un perfetto tipo nordico. Ha l'aspetto di uomo "arrivato". Ed anche un po' freddo. Severo, incute soggezione.
Mi ingegno a seguire la conversazione piuttosto impegnata, tutta sulle difficoltà attuali della Germania.
Però, come è consolante constatare che anche altrove ci sono problemi grandi quanto e forse più dei nostri. Per dirla con i tedeschi, in questi casi, si vede che sono afflitta da meschina "Schadenfreude". Difetto che denota poca generosità d'animo.
Dopo cena, all'Herr Professor viene l'educata curiosità di domandare quale sia la mia attività.
E' evidente che non ho l'aria da libero docente, o da membro del parlamento di uno dei Länder e neppure parlo come una insegnante di tedesco. Rispondo che sono passata da un lavoro molto serio ed impegnato, nel quale occorreva fare dell'equilibrismo finanziario per arrivare a quadrare i bilanci, ad uno gravoso e con un difetto capitale, quello di portarmi soltanto spese e perdite. Accenno brevemente al mio rifugio per cani.
"Conosce i Riesenschnauzer?"
Gli racconto in breve della mia Königa, di Schatz, e dei molti altri che, passando solo per il rifugio, senza veramente vivere in casa con me, avevano dimostrato le qualità della razza, una razza tedesca molto antica.
Sarà il calore di quella serata in famiglia, sarà l'argomento meno impegnativo, si rammorbidisce. E' come se la vernice di uomo serio e freddo si incrinasse.
Inaspettatamente, racconta come fosse arrivato in Germania Occidentale.
E' di un piccolo paese dell'est. Dalla sua casa al limitare del bosco, vedeva il fiume che divideva l'est dall'ovest, la zona sotto il peso della dittatura da quella libera.
Aveva deciso che non sarebbe rimasto all'est. Frequentava amici e ragazze, ma non voleva legami. Non parlava della sua decisione, però si esercitava in lunghe marce ed a tenere la testa sott'acqua trattenendo il fiato. Era arrivato a superare i tre minuti di apnea, sufficienti a permettergli di nuotare, se la corrente non l'avesse fatto troppo deviare, oltre la metà del fiume, oltre la linea di demarcazione. Osservava a lungo il fiume, cercava di "capirlo", non vi nuotava mai per evitare sospetti.
Il suo solo vero amico era Kurt, uno schnauzer gigante che gli avevano regalato cucciolo alla fine delle scuole elementari. Ora, era un magnifico cane di quasi dieci anni, forte, ubbidiente, perché W. nelle lunghe passeggiate, gli aveva impartito disciplina ed addestramento. Sempre insieme, il cane condivideva ogni momento libero della vita del padrone, ma W. sapeva che un giorno l'avrebbe dovuto lasciare. Anche questo gli aveva insegnato: fermarsi in "Platz" ed attendere, immobile, attento, il ritorno di qualcuno che, però, un giorno, non sarebbe tornato più.
E' estate, il fiume è meno impetuoso, il temporale infuria sul bosco. L'oscurità è totale. In una notte così, forse le guardie non usciranno per le ispezioni. Bisogna raggiungere la radura senza alberi - tagliati per scoprire e sparare facilmente sui fuggiaschi - e buttarsi in acqua prima che una pattuglia arrivi.
Scrive: "Mutti, es ist für diese Nacht… Mamma, è per questa notte. Prega per me. Ti lascio Kurt, abbine cura. Ti voglio bene. W…"
Nonostante il temporale, calza scarpe leggere tinte di nero, dovrà tenerle anche per nuotare, maglia e pantaloni neri, copre i capelli biondi con una berretta aderente, si passa del nerofumo sul viso. Accarezza Kurt, e gli ordina il "platz". Non deve seguirlo, deve restare lì, sul suo materasso, senza fiatare. Come tante altre volte. Chiude con cura la finestra, che a Kurt non venga di abbaiare e farsi sentire.
Ma, quella notte, lo schnauzer disubbidisce, non si sdraia, ostinato, insiste a stargli addosso. Quando W. esce, gratta alla porta, rischia di svegliare tutti.
Strana questa sua disubbidienza. Imprevista.
In fondo, perché lasciarlo? Il suo unico amico, forse è giusto che condivida il suo destino.
Apre, gli fa segno di seguirlo.
Sono nel bosco.
Il ragazzo cammina badando a non sollevare neppure un fruscio di foglie, Kurt segue esattamente la sua traccia. Adesso c'è la radura, con l'insidia dei ceppi tagliati.
Diluvia sempre ed è molto buio.
Improvvisamente, da molto lontano, un comando: "Halt".
I due fuggiaschi corrono veloci.
Arrivano al fiume, un altro "Halt" risuona.
W. capisce che ora si trova a tiro di fucile. Si lancia, e, nel salto, quasi inconsciamente, grida "Geh und Fass".
Il comando di attacco.
Kurt balza indietro, ventre a terra contro le due guardie. W. nuota senza riemergere. Sente il grido di un uomo attaccato dal cane, e, subito, un colpo di fucile.
Quando si aggrappa alle radici degli alberi sull'altra sponda, singhiozza ed urla non perché è finalmente arrivato alla libertà, ma perché sa chi quella fucilata ha colpito.
L'università, mille mestieri per sbarcare il lunario, la tenacia che lo porta ad una laurea brillante, poi ad una carriera importante.
E' un uomo affermato.
Il muro di Berlino cade, l'est conosce la riunificazione sotto un governo democratico.
W. ha finalmente notizie della madre. Che non vuole raggiungerlo, non vuole lasciare la sua casa, il paese cui è abituata, gli amici che le sono rimasti.
W. parte, ritorna per vederla.
La casa è sempre uguale. Non sale a vedere la propria camera, lì c'è il ricordo di Kurt, l'amico cui deve la vita.
Lo dice.
Lei gli prende il braccio e si fa accompagnare sotto la vecchia pergola d'uva.
In fondo c'è un riquadro di erba verde, ben tagliata.
Dei ciottoli da fiume grigi disegnano quattro lettere, "Kurt" e quattro cifre: 1970.
"Quando ho sentito quella fucilata, ho urlato, sicura che ti avessero colpito. All'alba ho cercato ed ho trovato lui. Ho capito. L'ho portato in braccio fino qui, che riposasse nella sua casa".
Ogni severità è scomparsa dal viso dell' Herr Professor.
Finge di interessarsi al bicchiere d'armagnac.
Quando riprende, aggiunge di aver voluto pensare che Kurt conoscesse il proprio destino. Mai prima aveva disubbidito. Soprapensiero, lascia sfuggire: "Mein Kurt ".
Non lo fisso negli occhi: so che vedrei le stesse lacrime di quel ragazzo di vent'anni che aveva sacrificato l'unico vero amico. Trent'anni dopo, ed ancora il rimorso di quel comando di attacco, al quale pur deve la libertà.
Chissà: conosco abbastanza i Riesenschnauzer per pensare che Kurt non abbia ubbidito ad un comando.
Che sapesse di essere l'unica salvezza, di dover disubbidire per seguire il padrone, affrontare il pericolo, attaccare, perdere la vita per salvare quella di chi amava sopra ogni cosa.
Per strappare al tempo quell'attimo che divideva la vita dalla morte.
Vorrei dirglielo, ma l'emozione me lo impedisce.
Anche i nostri ospiti sono commossi, ma loro non hanno mai saputo che cosa significhi avere per amico vero un … cane !
E, forse, è meglio non saperlo. Così bello, ma talvolta tanto triste !




Ronda solitaria

Adesso siano tutti o quasi abbonati e collegati con i servizi di sorveglianza, ma qualche anno fa (non poi tanti, diciamo nel periodo in cui iniziava per l'Italia il benessere economico, cioè fine anni '70) le società di sorveglianza non avevano molti clienti e dovevano fare attenzione alle spese.
Una delle guardie che per tanti anni ha poi fatto servizio nella mia zona, mi raccontava di aver cominciato i suoi giri tutto solo, con la sua bicicletta. Su e giù per la collina, anche a gennaio, con un freddo da castigo, sempre in bicicletta, sempre in silenzio, senza neppure fischiettare un po', per non segnalarsi ai ladri!
Si fermava, smontava dalla bici, toccava il cancello, metteva il biglietto e, se il contratto prevedeva anche il controllo delle porte della casa, entrava in giardino e provvedeva.
C'era però una casa nella quale non osava entrare: lì, vedeva due grossi cani lupo fieri delle proprie zanne, che gli mostravano volentieri.
Non se la sentiva di affrontarli.
Ma una sera il cliente gli fa delle rimostranze: l'abbonamento prevede che la guardia entri e verifichi tutte le aperture della casa.
Lui spiega le sue paure.
"Non abbia timore: i cani sono perfettamente addestrati. Quando li vede arrivare, non deve fare altro che immobilizzarsi. Non l'aggrediranno e verranno richiamati subito da me".
La notte seguente, inverno, luna piena, la guardia arriva, appoggia la bicicletta al cancello, e, titubante, ma rispettoso del contratto, infila la chiave, entra.
Due ombre si precipitano verso di lui. I due grossi lupi gli piombano addosso.
Secondo le istruzioni, si immobilizza anche perché è gelato e non solo dal freddo notturno.
I cani non hanno neppure un attimo di esitazione e lui si ritrova … senza più fondo dei pantaloni..
Accorre il padrone.
Lui, si tocca il danno posteriore e domanda:"Ingegnere, mi aveva detto di stare fermo perché fosse più comodo per i cani mordermi il c …?"


Protettore e schiavo

E' quasi il tramonto. Passo vicino alla spiaggia più frequentata di Mentone. L'ombra della città vecchia si proietta già sulla spiaggia. Il mare è bellissimo, calmo, invitante. Non c'è più nessuno, sono spariti ombrelloni, bagnanti e bambini. E' un momento di grande serenità, che invita a sedersi per un po' sul muretto.
Arriva una coppia notevole: lei, molto alta, i capelli cortissimi, elegante in un abito bianco di tessuto spugnoso lungo fino a terra, cammina appoggiata a due grucce. Lui regale, superbo: un vero re.
Un esemplare di grande taglia di Landseer, il Terranova bianco e nero. Le cammina accanto, senza guinzaglio, vicinissimo.
Scendono sulla spiaggia. Lei posa, proprio sul limitare dell'acqua, quella che sembrava una borsa a tracolla, ed è una panchetta pieghevole di tela, si siede, lascia cadere le grucce a terra, sbottona l'abito che scivola sul sedile, si china in avanti, sfila le due protesi che la reggono sotto il ginocchio, si appoggia al cane e lentamente, faticosamente striscia nell'acqua bassa fino a poter aprire le braccia ed iniziare una nuotata forte, sincrona, da atleta, usando la spinta del dorso come nel nuoto a "delfino". Il cane ritorna alla spiaggia, allinea le grucce dietro la panchetta, le protesi accanto, e la raggiunge con un gran balzo.
Io sto lì, sul muretto, istupidita.
Penso: e se adesso arriva il cretino, che non manca mai, a fare lo scherzo di far sparire qualcosa ?
Non posso fare nulla, farò almeno la guardia.
Nuotano verso il largo, la testa del cane all'altezza del fianco di lei. Spariscono dietro la diga di rocce. Non li vedo più, forse nuotano verso il faro.
Io rimango lì.
La striscia di sole sulla spiaggia si riduce sempre di più.
Dopo una mezzora, ricompaiono.
Il terranova accelera la nuotata, si porta davanti alla padrona, come per invitarla: lei gli afferra la coda e si lascia tirare verso la riva. Ha gli occhi socchiusi, sorride, mentre il nuoto vigoroso del cane la avvolge in una scia di bolle iridescenti.
So quanto sia bello nuotare con il proprio cane.
Sono a pochi metri, non serve più fare la guardia.
Non voglio, non posso vedere lo sforzo di un essere umano che, senza altro appoggio che quello dei gomiti, arranca, striscia con fatica e volontà disperate!
Voglio ricordare solo il suo sorriso.
Me ne vado, piangendo per l'emozione di quella prova di coraggio di una donna sfortunata e di dedizione di una creatura bella e fiera quanto un re, felice di essere, per amore, schiavo e protettore.




Della irresponsabilità

Chi pensa che gli animali sono "esseri" senza sentimento e completamente al servizio degli umani, è pregato di non leggere queste poche righe perché non sarebbe d'accordo, né è mia intenzione dimostrargli che è in errore. Lo è, ci stia e basta. Del resto, lo stesso errore lo fecero, e purtroppo propagarono, filosofi illustri.
Voglio soltanto fare un esempio abbastanza corrente della mancanza di sentimento e di responsabilità.
La mia idea: che quando si promette qualcosa a qualcuno, bisogna poi mantenere la promessa.
Ora, parlando di animali, così come di esseri umani, se si promette a qualcuno di occuparsi di lui, di provvedere alla sua vita, si deve mantenere la promessa perché una promessa rappresenta un impegno, una responsabilità.

Un esempio in contrario? Eccolo:
Oggi, 13 ettembre 2008 al Rifugio per cani Ramondetti-Cassardo, se ne arriva una signora per bene, almeno per aspetto e abbigliamento. Ma per il sentimento? A voi di giudicare.
Dice che sua madre, anni 82 e badante al seguito, vive in campagna, e le farebbe comodo avere un cane. Ce ne sarebbe uno adatto a persona anziana?
Il cane vivrebbe sempre fuori, e, aggiunge: "Vero che, al decesso della vecchia, si potrà restituirlo al Rifugio?".
Si cerca di tenere un certo a-plomb e si risponde che sarà meglio non prendere un cane, se lo si considera oggetto da restituire quando sia invecchiato e più nessuno lo voglia. Si aggiunge, ma sempre con a-plomb, che non speri di avere un cane del nostro Rifugio e la si accompagna, ma sempre con a-plomb, alla porta.
Questione di punti di vista?
No, peggio: questione di mancanza di sentimento.
Chissà se basta, per fargli cambiare modo di pensare, dire a queste persone che invece di definire l'animale una bestia, bisognerebbe definirlo creatura?
Volete che vi dica come la penso: che non servirebbe a nulla. Certi cervelli non hanno sentimento che per i comodi propri.

Civiltà

Un turista scrisse ad un albergo di campagna in Irlanda per chiedere se il suo cane sarebbe stato accettato. Ricevette la seguente risposta:

"Caro Signore,
lavoro negli alberghi da più di trent'anni.
Fino ad oggi, non ho mai dovuto chiamare la polizia per cacciare un cane ubriaco nel cuore della notte.
Nessun cane ha mai tentato di rifilarmi un assegno a vuoto.
Mai un cane ha bruciato la coperta, fumando a letto.
Non ho mai trovato un asciugamano dell'albergo nella valigia di un cane.
Il Suo cane è benvenuto!
Se lui garantisce, può venire anche Lei."


Racconti del sito www.rifugiotrofarello.org
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Rifugio Ramondetti Cassardo

10028 trofarello - via torino, 177
tel. e fax 011 6497404 / 011 6497409
sito internet: www.rifugiotrofarello.org


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Intestato Ramondetti - Cariparma Trofarello

C.C. postale 71364541 - CIN D - ABI 07601 - CAB 01000
Intestato A.Ramondetti


 

 

 

 

 

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