GLI ANIMALI SONO BESTIE?




 

 


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Fauna mista

 


Cuculo

Da "Le Kama-sutra des demoiselles", del naturalista e giornalista francese Marc Giraud.

La femmina del cuculo depone l'uovo nel nido degli altri uccelli. Lo sapevate, vero? Attende che i "padroni di casa" abbiano lasciato il nido, e sceglie quel momento di tranquillità per deporre il proprio uovo.
Se vogliamo scherzarci su, possiamo dire che sarebbe come se una donna scegliesse, per il parto, l'intervallo fra due programmi di televisione!
L'uovo deposto imita colore e macchie di quelli degli ospiti. Le femmine si specializzano di generazione in generazione a imitare l'uovo di una o dell'altra specie.
Il cuculo bebé è un esempio perfetto di comportamento innato. Nessuno gli ha insegnato come buttare i pulcini fuori del nido per averlo tutto per sé, e neppure il richiamo così particolare del cuculo, e neppure quale sia la strada della migrazione, eppure lo sa.
Il Cuculo adulto si nutre in modo originale: mangia bruchi dal pelo urticante, le note processionarie, che infestano i pini. Una buona parte di quei peli gli resta infissa nello stomaco. Per liberarsene, muta regolarmente e sputa la mucosa dello stomaco che ha l'aspetto di una pelliccia!

Il Toporagno

Ecco un nome del tutto sbagliato, perché non è un topo e del ragno non ha proprio nulla. Non è neppure un roditore.
E' un mammifero piccolissimo (quello chiamato "etrusco" certamente il più piccolo del mondo, con un peso di 2,5 grammi. I suoi piccoli alla nascita pesano 0,2 gr.). Nome latino: sorex araneus.

Ma come riconoscerlo?, perché può anche capitare di incontrarlo, scavando in giardino. Infatti, utilizza gallerie sotterranee dei topi e ne scava anche di proprie, che hanno sezione ovale. Guardargli i denti per vedere se hanno le punte rosse non è sistema pratico, perché non è tipo da sorridere.
Tuttavia, è facile riconoscerlo: immaginate un topo piccolo, piccolo, di colore brunastro, con il ventre un po' più chiaro, ma con un muso allungatissimo, come se glielo si fosse preso tra due dita e tirato fino a che in pratica rappresenta metà del corpicino. Inoltre, il musetto è caratteristico, perché termina con una tromba mobile (ricorda, in molto piccolo, la forma del muso del delfino) con peli sensoriali. Anche gli orecchi permettono di distinguerlo dal topo: infatti, sono nascosti nel pelo, mentre, nel topo, li si vede sporgere distintamente ai lati del capo.

Rappresenta la sola specie di mammiferi con numero di cromosomi variabile da un indìviduo all'altro e da un sesso all'altro : 21 a 27 per il maschio, 20 a 25 per la femmina. Una durata di vita di un anno e mezzo appena. Del resto, se la durata della vita si rapportasse al numero di respiri, a quanti anni nostri corrisponderebbero i diciotto mesi di vita del toporagno, il cui cuore batte da 15 a 23 volte al secondo?

Il tipo comune pesa pochi grammi. Generalmente sette. Per un animale tanto minuscolo, occorre un metabolismo straordinario. Date le dimensioni minime, la perdita di calore interno è rapidissima. Di conseguenza, il suo sangue trattiene più ossigeno di ogni altro mammifero (24,2 ml. per 100 ml. di sangue). Gli è quindi necessario bruciare una grande quantità di calorie per mantenere la temperatura adatta alla vita. Ecco perché il suo cuore batte alla velocità straordinaria indicata sopra. Ma, anche a causa di questa elevatissima frequenza cardiaca, un forte rumore improvviso, spaventandolo, può causarne la morte.
Per sopravvivere, il toporagno deve trovare ogni giorno una quantità di cibo che rappresenti due volte e mezza il peso del suo corpo. Non è un roditore: infatti la sua dentatura è permanente.
E' un carnivoro mangiatore di insetti e larve. Si nutre di insetti, acari, piccole bisce, lucertole, topi, lumache, lombrichi. Difende strenuamente il proprio territorio anche contro i concorrenti. Se l'antagonista soccombe, potrà rappresentare un pasto extra. Se il cibo è abbondante, qualche toporagno provvede a fare provviste e nasconderle per i momenti di magra.
La vista è scarsa, ma l'odorato notevole lo mette in grado di individuare persino un acaro oppure un lombrico, che scava la terra a dodici centimetri sotto di lui. Sono caratteristici i denti, dalle punte rossastre, a causa di un alto tenore di ferro.

La femmina alleva da sola, in una buca del terreno o di un tronco d'albero, tappezzata di muschio, per circa tre settimane i piccoli, che possono essere da cinque fino a dieci.
Ce n'è una specie con un curioso comportamento: i piccoli si mettono tutti in fila indiana dietro la mamma. In caso di pericolo, ogni piccolo si aggrappa a quello che lo precede e se qualcuno afferra la coda dell'ultimo e lo solleva, la "catenella" non si disfa. Questo sistema di procedere a "catenella" dura dalle due alle tre settimane, cioè il periodo di allevamento

Ne esiste anche una varietà velenosa: Blarina brevicauda, che possiede abbastanza veleno per uccidere duecento topi. Le basse temperature e la scarsità di cibo invernale l'ucciderebbero, se non si rifugiasse nella ibernazione, che non è vero sonno, ma un pesante torpore. Esso ha durata diversa a seconda del clima della zona in cui vive e della possibilità di trovare ad alimentarsi.
Non sono molto diffusi nelle campagne. Una quindicina per ettaro (diecimila metri quadrati). Sembrano essere un po' più abbondanti in zone umide e ricche di vegetazione.

E dopo tutte queste nozioni, che cosa vi consiglio di fare ?
Di cercare, se avete un giardino, di preparare un ricovero per il toporagno, una scatoletta con foglie secche, piazzandolo vicino alla zona in cui ammucchiate il "composto", dove troverà facilmente cibo.
Vi procurerete un utile "spazzino" di insetti infestanti.

La Faina

E' visibile sia di giorno che di notte, ed è una iperattiva. Con un peso che varia dai quaranta grammi delle femmine, ai centotrenta grammi per i maschi, molto più grossi delle femmine, è il più piccolo carnivoro europeo.

Ogni giorno deve mangiare circa un terzo del proprio peso e bastano poche ore senza nutrimento per ucciderla. E' la ragione per cui nelle trappole, la si trova quasi sempre già morta. Anche questo sistema di eliminazione con trappola, rappresenta una aberrazione antiscientifica. Infatti, come la volpe, anche la faina ha un importante ruolo di ratticida biologico, gratuito e non inquinante.
Una famiglia di faine elimina in media duemila roditori all'anno!

Dopo il parto, la madre si occupa da sola dei piccoli per nove-dodici settimane. Gli insegnerà a cacciare ed uccidere le prede. All'inizio, gli porterà dei roditori feriti, poi li porterà con se alla caccia.
Una femmina può infilarsi in un buco del diametro di due centimetri.
Il maschio è un po' più grosso (16-20 cm la femmina, 17-25 cm il maschio) e cattura quindi dei roditori più grossi di quelli catturati dalla femmina, così da evitare la concorrenza tra i due sessi.
La forma allungata del corpo corrisponde a quella della tana dei topi campagnoli nella quale entrano per acchiapparli. Quando i topi campagnoli siano spariti in un raggio dai duecento ai trecento metri attorno alla propria tana, la donnola se ne va. Si moltiplica quando i topi campagnoli pullulano, ma sembra che smetta di riprodursi se non ce ne sono più.

In questo caso smentisce quanto si sente dire spesso, cioè che è il predatore che influisce sul numero delle prede, ma al contrario; la preda che definisce il numero dei suoi predatori.


Martin Pescatore

Il martin pescatore è forse il più bello tra i piccoli uccelli (sui 15 cm.) delle nostre campagne.
Nelle parti superiori è blu-verde metallico, in quelle inferiori e sulle guance, giallo ruggine, ai lati del collo spicca una macchia bianca.

Ha un volo rapidissimo, fende l'aria in linea retta e si mantiene in una direzione parallela a quella del corso d'acqua che ha scelto, segue così anche le tortuosità del fiume senza mai allontanarsi dall'acqua. E' infatti un uccello che si ciba di quello che riesce a pescare: pesci o molluschi di acqua dolce, e piccoli batraci. Se si vede un martin pescatore che tiene nel becco un pesce dalla parte della testa, è perchè sta per ingoiarselo senza esseere infasidito dalle squame. Se invece lo tiene dalla parte della coda è perché lo sta portando alla nidiata o alla compagna occupata dala cova.

Maschio e femmina formano una coppia monogama. Il maschio corteggia ed insegue a lungo la femmina. Per ingraziarla le offre in dono un pesce. Scavano insieme la galleria nella terra un po' più in alto del corso d'acqua che hanno scelto come loro territorio. La galleria sarà scavata dapprima con le zampe e poi con il becco robusto, e sarà leggermente in salita in modo da non essere inondata dalla pioggia. In fondo, ricavano una stanza che servirà da nido e la tappezzano di squame. I piccoli, in genere otto o dieci, una volta schiusi dalle uova, sono molto disciplinati: quando un genitore arriva con il cibo, si presentano all'apertura della stanza uno dopo l'altro in modo da essere ordinatamente tutti nutriti. Stanno con i genitori per un po' meno di un mese, poi vengono "scacciati" e dovranno cercarsi un altro territorio ed un compagno.

Sono uccellini schivi che non vivono in gruppo. E' difficile scorgerli perché il loro volo rapidissimo seminascosto dalle foglie degli alberi a volte colpisce soltanto come uno sprazzo di colore. Se ci si apposta a lungo, si può vederli attendere lungamente su di un ramo, come pazienti pescatori, una preda nell'acqua per poi tuffarsi con precisione assoluta e riemergere con la preda nel becco.
E' una specie protetta di cui è vietata la caccia.


Medusa

Creatura quasi irreale, con il suo ombrello traslucido e lieve, i lunghi eterei filamenti. Affascinante, se vista attraverso il vetro terso di una immensa teca di acquario specializzato.
Indimenticabile, se la si è incontrata subdola, quasi invisibile, portata da un'onda e se ne è provato il perfido "abbraccio" urticante.
Si spostano contraendo il corpo (o ombrello) gelatinoso ed esercitando una propulsione d'acqua, mentre, per frenare e fermarsi, riaprono l'ombrello come fosse un paracadute. Le frange o, meglio, i tentacoli, si allungano nel senso dello spostamento, così come fanno i bracci labiali.
In realtà, la medusa non sembra spostarsi nell'acqua, ma esserne trasportata. Anche se si è visto che la medusa può arrivare a 55 chilometri orari.

Pare che popolasse gli oceani già seicento milioni di anni fa e che, per ora almeno, se ne clessifichino ben quattromila specie diverse, da piccolissime con ombrello e lunghezza dei tentacoli di pochi millimetri, fino a gigantesche, che nei mari artici assumono le dimensioni maggiori, fino anche a due metri e mezzo, con tentacoli di quaranta.
Sono tutte urticanti, anche in modo violento, ma non sono le più grosse ad essere le più pericolose. Una, del tipo "cubomedusa", soprannominata "vespa di mare", sulle coste dell'Australia settentrionale e in genere nei mari tropicali, uccide un uomo in pochi secondi.
Attenzione: quando ci si immerge in acque poco conosciute, prudenza, muta, maschera sono salvavita! O, meglio ancora, restarsene al sicuro su una imbarcazione.

Sono animali che si possono considerare unici nel loro genere e non somigliano neppure a quelli che noi gli apparenteremmo: i polipi dei coralli e gli anemoni di mare. Forse, però, la differenza maggiore sta nel fatto che le meduse appartengono alla varietà "vagante", coralli ed anemoni di mare a quella "fissa". Presentano tutti una simmetria radiale, ossia non hanno né una parte anteriore né una posteriore. Il termine "ombrello" le descrive perfettamente. In mezzo all'ombrello si apre una bocca circondata di "bracci labiali", che serve, come la pelle, ad assorbire ossigeno, dato che la medusa non ha polmoni. Non ha occhi, ma possiede cellule fotosensibili, che le permettono di "vedere".
La parete dell'ombrello, che è il suo corpo, è costituita di due strati di cellule invece di tre come per i coralli e gli anemoni di mare.
Tutti, meduse, polipi ed anemoni, posseggono cellule urticanti.

Le meduse non inseguono la preda. I dardi velenosi dei loro tentacoli, non appena sfiorati, scattano e colpiscono. Sono carnivore, con una velocità di digestione rapidissima, unica. Qualche varietà, considerata a torto vegetariana, si nutre di plancton senza affannarsi a cercarlo, ma semplicemente restando a bocca aperta per ingoiarlo "strada facendo".
Il corpo della medusa è una massa gelatinosa, costituita di collagene e composta per il 98% di acqua. Questo è il motivo della "fusione" delle meduse arenate su una spiaggia. I filamenti che partono dall'ombrello e che in alcune specie presentano bellissimi colori, sono veri tentacoli armati di minuscoli dardi urticanti, adatti a uccidere gamberetti e pesciolini di cui si nutre, ma anche a dare bruciori e sfoghi sgradevolissimi alla pelle umana. O terribili reazioni allergiche. Il liquido urticante ha azione neurotossica o emolliente, costituita da una miscela di tre proteine che agiscono contemporaneamente.

Eccovi i nomi difficili da ricordare: ipnossina, talassina e congestina. La prima ha effetto paralizzante; la seconda un comportamento allergenico che causa una risposta infiammatoria; la terza paralizza l'apparato circolatorio e respiratorio. Fine del pesciolino che ha sfiorato la vaga medusa, e, come scritto sopra, nel caso delle cubomeduse, fine anche dell'essere umano.
Meglio stare alla larga e se qualcuno dalla spiaggia grida "Meduse in vista", non aspettare che ne arrivi un banco, non scrutare neppure se ne arrivi una sola, ma evitare proprio di bagnarsi, se non si è ben coperti di una muta.

Non dimenticherò mai le condizioni del mio collo "abbracciato" dalle lunghe "frange" viola di una medusa dall'ombrello color perla. Era arrivata portata dall'onda. Dopo che l'avevo strappata dal collo, bruciacchiandomi al contatto anche la mano, si allontanò ondulando, bellissima, perfida, sempre cullata dalla stessa onda. Visione di bellezza lieve, segni, sulla pelle, che parevano impressi a fuoco.
Sono ovipare, ma con un sistema particolare: la fecondazione avviene in acqua, dove, incontrandosi, gli spermatozoi maschili con gli ovuli femminili, danno origine ad un uovo. Alcune varietà, però, incubano le proprie uova. In queste, i bracci orali della femmina hanno piccole tasche che servono come incubatrice.

Si pensa che certe meduse riescano a vivere anche un anno. Rappresentano il vitto preferito delle tartarughe marine (ma pare che in Oriente abbiano ottime ricette per farne insalate), mentre anche gli anemoni di mare si vendicano della propria immobilità divorandone quante più possono al loro passaggio sulle grandi distese fiorite di splendidi ma velenosi cugini, appunto gli anemoni.
Preferiscono vivere in acqua poco profonde, ma ne sono state viste anche a profondità di seicento metri.

Nei nostri mari se ne incontrano dei banchi sempre maggiori, e sempre più frequenti. Risultato, spiacevolissimo, del surriscaldamento del pianeta o degli allevamenti ittici in mare, che aumentano la quantità di alimento disponibile?
Insomma: sono animali strani, forse affascinanti ma meglio, molto meglio, starne alla larga. Gli acquari delle grandi città sono i posti migliori per incontrarli in tutta sicurezza, protetti da un vetro spesso alcuni centimetri...

Come al Campidoglio

Ad un amico arriva un regalo forse non esattamente desiderato: un coniglietto nano, per far felice la sua bambina.
Naso palpitante, grandi orecchi penzoloni come stracci, grosse zampe morbide. Se non rosicchiasse tutto quanto gli capita a tiro, sarebbe meglio.
Così, per salvare mobili e porte, meglio tenerlo nella sua bella gabbia. Lo chiamano "Cucciolo".
Ma ci deve essere qualche sbaglio: perché Cucciolo cresce velocissimo. Nano non è per nulla, diventa un coniglione grande e grosso, che farebbe un ottimo salmì. Ma quando mai si può mettere in tegame una bestiola, che, anche se considerata commestibile, ci siamo allevati ? Piuttosto, diventare vegetariani.
Cucciolo si dimostra degno del proprio nome: è affettuoso, gradisce le carezze, dimostra gioia quando i padroni tornano a casa e lo accarezzano. Se lo prendono in braccio, dà bacini e bacetti con il naso.
Intanto la gabbia è diventata troppo piccola.
Si è già visto che, come contenitore, la pentola è esclusa.
Allora, carta penna e progetto.
Si disegna una bella casetta, con grande oblò laterale per una interessante vista sull'esterno, altro grande finestrone centrale per scrutare quello che avviene sul balcone, "pontile" di accesso al soppalco superiore. Si prevede all'interno una zona completamente buia che sembri una tana, si acquista il fieno necessario all'arredamento appunto della tana. Insomma, quanto di meglio un umano possa pensare per un coniglio.
Poi, indagine di mercato per un materiale moderno che ripari dal freddo ma resista ai denti di un coniglio.
Dopo qualche giorno di intenso ed un po' faragginoso lavoro da parte di persone non esperte, ma animate da buona volontà, sul balcone del primo piano della bella casa in un quartiere "bene" di Torino, viene sistemata la palazzina di Cucciolo, che non sfigura affatto con tutto l'insieme.
La ispeziona, sale, scende, si gira di scatto di qua, di là con grandi colpi di zampe posteriori. Sembra che scalci, invece è eccitato dalla novità. Entra nella zona "tana". Approva.
Sporge la testa con la bocca piena di fieno.
Tanto studio sui materiali moderni per poi non ricordare che il fieno è nato erba ed i conigli preferiscono il fieno profumato ai "granulati" o croccantini. Quello che doveva essere un materasso diventerà una leccornia aggiunta ai pasti.
L'altra notte, un ladro si issa dalla strada fino al balcone, si afferra alle balaustrine, ha già una gamba sul parapetto, ma c'è Cucciolo a vegliare sulla sicurezza domestica. Soffia, stride, squittisce, corre in su ed in giù, menando botte contro pareti, pavimento e pontile con i poderosi arti posteriori.
Fa una tale buriana che i padroni si svegliano, ed arrivano in tempo a vedere il malvivente saltare in strada e darsela a gambe.
Cucciolo osserva, seduto sulle zampe dietro. Per l'eccitazione, un lungo orecchio è rimasto sollevato ed ora fa da cappello, l'altro sempre penzolone. Sembra un tipo ben convinto delle proprie azioni.
Il giorno seguente, si va al negozio di primizie per raccontare ed offrire a Cucciolo un appetitoso mazzo di carotine fresche con tutte le foglie.
Il Campidoglio era stato salvato dalle oche, la casa dei miei amici da un coniglio coraggioso e battagliero.
"Quelle" oche passarono alla storia ed alla . . . marmitta. Cucciolo, coniglio guardiano, resterà in famiglia.

Dolly, pappagallo

Ho due amici che amano molto gli animali: vivono in campagna e gli è capitato di prendersi anche un pappagallo ara, da uno che non poteva più tenerlo.
Adesso se ne sentono la responsabilità, perché Dolly, così si chiama benché sia un maschio, non ha neppure vent'anni ed una prospettiva di vita di ottanta. Come si fa? A chi si lascia in eredità un pappagallo? Non sorridete, può diventare un pensiero serio per chi sia coinvolto: i pappagalli sono monogami, si uniscono per tutta la vita. Se non hanno un proprio simile, riversano tutto l'affetto sul padrone. Lasciati in solitudine intristiscono fino a precipitare in forme di depressione e nevrosi penosissime. Mi aveva molto rattristata la visita ad un ospedale-ricovero di Londra specializzato appunto in pappagalli. Alcuni, consegnati dai padroni che non potevano più occuparsene, non erano riusciti a socializzare, si tormentavano, si arrampicavano per le pareti della gabbia come impazziti, strappandosi maniacalmente le piume. Meglio un'eutanasia che quella disperazione. Una grande tristezza.
Prima di assumersi la responsabilità di un animale, qualunque esso sia, bisogna pensarci bene e porsi mille domande.
Per adesso, però, Dolly è un ara bianco perfettamente felice e cosciente dei propri diritti. Se vuole una doccia, lo indica chiaramente: scende dalla voliera, dondola lentamente sulle corte zampe fino al bagno, si infila nel box e fissa il padrone che, prontamente, infila un grembiule impermeabile e provvede con una pioggerella lenta e piacevole, mentre Dolly ad ali aperte, si abbassa tutto per bagnare ogni più piccola piuma con quelle gocce tiepide.
Ci invitano a pranzo.
Normalmente Dolly sta, con la sua grande voliera aperta, sull'estremità della lunga fratina della cucina. Quel giorno, è sistemato su un mobile e la voliera è chiusa.
Lui ci guarda imbufalito (Non passare a tiro del becco o sono guai).
Gli porgo un grissino, mi guarda storto, lo spezza con un colpo del temibile becco e lo lascia cadere in segno di totale disprezzo, volta la testa per non vedermi più. Domando perché lo abbiano tolto dalla tavola: a noi non avrebbe dato fastidio, anzi. E' troppo goloso di maionese, si sarebbe tuffato nella salsiera ed avrebbe fatto indigestione.
Finito il pranzo, intercedo per Dolly. Viene subito reinsediato al suo posto, con la porticina aperta.
Esce, si issa in alto sulla voliera e ci guarda storto. Non c'è dubbio: non ha buone intenzioni.
Il padrone, con cautela, cerca di fare pace. Si avvicina con un bocconcino: grissino e maionese. Dolly risponde con un colpo di becco da spezzare un dito. Poi, si volta, sussiegoso scende dalla voliera e si avvia verso mio marito. Il padrone dice: "attenzione, se becca porta via il pezzo".
Ma Dolly assume un'espressione amorevole. Salta sulla spalla di mio marito, comincia a lisciarsi contro la guancia, dà dei teneri colpetti con il becco ad un orecchio. Io sono in allarme: e se lo assaggia? Ma quel becco ricurvo accarezza con la delicatezza di una piuma.
Fissa il padrone "Mi hai messo in castigo? Bene, io ti dimostro che posso benissimo trovarmene subito un altro per rimpiazzarti".
Non faremmo mai un tal dispetto ad un amico: ce ne andiamo senza Dolly.
Spero abbiano rifatto pace.


Bambini urbani

Deve essere proprio vero che la vita in città, o in club di vacanza, ci allontana dalla natura.
Ho sentito un bimbo, che vedeva per la prima volta galline e polli nel loro ambiente naturale in campagna, dire:
"Mamma, guarda: qui i polli hanno il vestito!".




Una scoperta poco scientifica

In primavera anche i freddi rospi sentono, con il calore del sole, il desiderio di una compagna, una qualsiasi, purché rospa, e, con senso infallibile dell'orientamento, sbucano dalle tane - in effetti da me debbono essercene tante, ma assolutamente non si riesce a vederle - e vanno verso un piccolo punto d'acqua nel giardino. Poi, spariscono. Qualche settimana dopo, la vasca è tutta "decorata" di lunghi fili verdastri che si intersecano e reggono milioni di sferiche piccolissime uova. Avendone il tempo, si potrebbe seguire tutta la metamorfosi dei girini. Provvedono a seguirla e con molta attenzione gli uccelli, pronti ad evitare che da pochi, grazie ai girini, i batraci diventino milioni.
Il passaggio carraio, la sera, specialmente se il tempo è umido, è popolato da rospi che vanno o tornano dalla vasca. Entro con molta cautela, fermo l'auto, e li sposto. Meglio perdere un attimo di tempo che non spiaccicarle, povere creature. In genere metto un guanto, oppure li prendo con un fazzolettino di carta. Sono innocui, ma il contatto con la loro pelle gelida ripugna.
Però sono utili. Liberano il terreno da grandissime quantità di insetti e larve: si calcola che in tre mesi un rospo ingoi diecimila lumachine e larve di insetti vari. Un insetticida efficacissimo e senza residui tossici.
Il loro senso di orientamento è perfetto. Ma una volta ho constatato un'eccezione, trovandone uno, tutto azzurro, che arrancava contro il muro in fondo al garage. Evidentemente un batrace di tipo nuovo: anzitutto è fuori strada, e poi è veramente di un bel colore blu chiaro.
Che sia il principe azzurro? Un bacio sulla bocca e ne ricavo un magnifico giovane atleta? Quella larga bocca a fessura potrebbe, al massimo, affascinare una carta di credito. Io non sento attrazione per i batraci. Niente bacio per verificare la veridicità della fiaba, ma lo trasporto alla vasca perché, anche se di specie rara, vorrà pur trovarsi una compagna.
Però: dovrei segnalare la scoperta alla facoltà di scienze. Ma che ne faranno? Lo metteranno in un boccale di formalina? Povero principe azzurro. Gli occhi globulosi, sporgenti, enormi mi guardano. Mi supplicano. Lo sollevo con delicatezza, e lo porto alla vasca. I naturalisti faranno a meno della mia scoperta.
Nell'acqua, il colore si dissolve: non è un principe azzurro e neppure una varietà sconosciuta di batrace, ma un povero rospo che, entrato in garage, si era strofinato contro lo zoccolo del muro, verniciato d'azzurro, con una vernice che per l'età, comincia a scrostarsi.
Sta un attimo immobile sul fondo. Ricorda la rana scolpita nel marmo bianco di un'antica acquasantiera della cattedrale di Narbonne: immersa da secoli, immobile, per ricordare, come la leggenda vuole, la chiassosa antenata che nel quarto secolo disturbava le messe del santo vescovo Paolo, gracidando in crescendo mentre i fedeli salmodiavano.
Un gesto del bastone vescovile, e - miracolo! - la rana si ritrova ammutolita e . . pietrificata.
Il rospo azzurro prende a nuotare, una nuvoletta azzurra di scaglie di vernice si dissolve dietro di lui.
Ed io che già m' immaginavo citata come … naturalista: "batrax coeruleus cassardi" !


Un delfino

Parecchi anni fa, Radio due trasmetteva dalle 23 fino alla mezzanotte una bellissima rubrica, condotta molto bene, alla quale gli ascoltatori raccontavano, a soggetto, esperienze particolari.
Una sera, negli ultimi minuti, si collega un subacqueo che lavora per la posa di cavi sottomarini. Un pomeriggio, passando in un carrugio di Genova, sente un lamento inconfondibile: il pianto di un delfino. Proviene da una pescheria lì vicina.
Entra infuriato. Due uomini stanno per squartare un giovane delfino, legato con grossi canapi ad un bancale di marmo. Afferra il coltello, lo libera, minaccia i due uomini di una brutta fine, carica il delfino sul carretto della pescheria e lo spinge di corsa verso il mare. Lo fa scivolare dal carretto, lo immerge e si butta in acqua per assisterlo, sperando che la povera creatura ce la faccia ancora a nuotare.
Sul petto del delfino è rimasto un segno sanguinante, come una "X", l'impronta dei canapi. Ritorna a riva quando è sicuro che il delfino potrà continuare a nuotare verso il largo.
Passano mesi. E' in immersione nelle acque dell'Elba. Improvvisamente, sopra di lui l'ombra di un grande pesce. Forse uno squalo.
Si immobilizza.
L'animale si avvicina, comincia a girargli attorno, sempre più vicino, fino a toccarlo. Sul petto ha un grande segno ad "X". E' il "suo" delfino che lo ha riconosciuto.
La voce dell'uomo si spezza per la commozione: la trasmissione è alla fine, non afferro il nome della persona, ma ricordo ancora questo commovente racconto.

Lo avreste immaginato?

Sempre più persone ammirano delfini, orche ed altri grandi mammiferi marini nei bellissimi parchi acquatici. Sono un'attrazione potente, anche per la maestria dei loro istruttori che surfano come fosse facile sul dorso dell'orca o sui delfini accoppiati. Aiutano anche a conoscere meglio questi animali, a rispettarli.
Per esempio: quanto ama un'orca il piccolo che resta con lei tre anni per imparare a cavarsela? Quante volte previene il pericolo? Quante cose gli insegna in questo periodo? A "rubare" il pesce arpionato se gli arriva a tiro, a salvarsi se si è lasciato attirare sulla spiaggia cacciando un leone di mare. Noi non immaginiamo le ansie che le mamme orche debbono affrontare. E se i piccoli sono imprudenti, li sgrideranno? Certamente, come fanno tutte le mamme, ma intonando un "canto" di rimprovero, diverso dalla ninna-nanna.
Vi racconto un episodio che non ho visto, ma è riferito da naturalisti che vi hanno assistito.
Si tratta di osservazione su orche che non cacciano il pesce ma dell'altra "categoria", quella che si nutre di foche e trichechi. Questa diversità di alimentazione è stata notata proprio in un parco acquatico e solo recentemente.
Bene: mamma e figlio sono alla caccia di un tricheco.
L'inseguito cerca salvezza sulla riva, il piccolo, imprudente, lo insegue di slancio. Resta imprigionato dalla sabbia. Si dibatte, geme, ma non c'è scampo: ormai fuori dell'acqua, non ha la forza per ritornarvi.
La madre invece di soccorrerlo si allontana. Anche per lei, restare a secco significa la morte, a meno che l'alta marea non arrivi a tempo a sollevarla e rimetterla in mare.
D'improvviso, un guizzo del corpo gigantesco, la nuotata si inverte, la velocità è inaspettata. Ancora in acqua alta ma vicino alla riva, con una virata rapidissima, solleva una grande onda che riporta il piccolo in mare. Sembrava essersi allontanata, aveva invece pensato come aumentare la forza dell'ondata salvatrice.
Nessun commento: fortunati i naturalisti che hanno potuto filmare un tale spettacolo.

 

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