Le
Api
Victor
Hugo scriveva:
Seigneur, préservez-moi, préservez
ceux que j'aime,
...
De jamais voir, Seigneur, l'été sans fleurs vermeilles,
La cage sans oiseaux, la ruche sans abeilles,
La maison sans enfants!
O vous, dont le travail est joie,
Vous qui n'avez pas d'autre proie
Que les parfums, souffles du ciel;
Vous qui fuyez quand vient décembre,
Vous qui dérobez aux fleurs l'ambre
Pour donner aux hommes le miel
Le
apprezziamo, perché tutto ciò che producono, a cominciare
dal miele squisito, per finire alla propoli, tanto benefica, sembra
essere stato preparato per il nostro bene.
Ammiriamo la loro perfetta organizzazione, ma abbiamo mai pensato
che la vita di questo piccolo insetto striato di giallo e di nero
costituisce un esempio così impressionante di stato totalitario,
nel quale ogni possibilità di tralignamento è prevista
ed eliminata in anticipo, da essere... spaventoso ?
Pensate:
- Regina, una sola. Produttrice senza
interruzione di uova.
Se dalle uova fecondate schiudono larve di regina, esse vengono
spietatamente soppresse. Quindi, nessuna possibilità di crisi
dinastica, né tentativo di colpo di stato, che nella vita
relativamente lunga di una regina (circa trenta volte quella delle
operaie) potrebbe anche verificarsi se, appunto, non venisse impedito
dalla strage delle larve.
- Operaie: nate con gli organi sessuali
atrofizzati. Nessuna prole che non provenga dalla Regina.
- Fuchi, ossia i maschi o corteggiatori.
Non hanno possibilità di nutrirsi da soli. Destinati soltanto
al volo nuziale, per essere poi subito abbandonati a morire.
Speranza di vita: 5 anni per
l'ape regina, sempre nutrita con la pappa reale, 40-45 giorni d'estate
o 60-80 d'inverno, quando non ci si ammazza più di lavoro,
per le api operaie, cui la pappa reale viene somministrata solo
fino al terzo giorno di vita delle larve.
Vizi
o peccati? Nessuno. Non sono previsti geneticamente. Ossia, in questo,
battono anche l'organizzazione delle formiche, tra le quali possono
essercene di quelle così golose da diventare... delle drogate
Il
fatto che questi insetti sono produttori del miele, che il miele
è stato il primo vero dolcificante conosciuto dall'umanità
e che, per di più, la tradizione vuole che gli Dei dell'antico
Olimpo fossero ghiotti di idromele, la bevanda ottenuta dalla sua
fermentazione, li ha resi interessanti fin dall'antichità.
Vista la capacità delle
api di difendere l'alveare dai nemici, a rischio anche di rimetterci
il pungiglione e quindi di morire, c'è da domandarsi come
gli antichi siano riusciti ad impossessarsi di interi favi, addirittura
a costruirgli delle arnie per poterle allevare ed anche trasportare,
seguendo le varie fioriture.
Allo stato naturale, l'ape costruisce
l'alveare in anfratti riparati o tronchi d'albero vuoti, per difendersi
dai predoni (anche le api hanno paura di essere derubate e, del
resto, gli orsi lo fanno volentieri, disposti a mangiarsi anche
le api mentre leccano il miele!). Lo sviluppo delle tecniche di
allevamento, però, l'hanno portata a vivere in arnie appositamente
approntate dagli apicultori che, per fortuna, hanno imparato come
"smielare", ossia prelevare il miele, (lasciando, però,
quanto necessario alla colonia di api per superare l'inverno) senza
uccidere tutte le api dell'arnia, come avveniva fino al 1700 circa.
Le si sfrutta, infatti, fin
dai tempi antichi, visto che già sette secoli prima della
nostra era, il greco Solone fissava i limiti di distanza tra arnie
e case abitate.
Noi utilizziamo tutto quanto
l'ape produce:
- Il miele,
che rappresentò sempre una sostanza di grande importanza
ed alla quale sono attribuite numerose virtù. Pitagora sosteneva
di dovere la propria longevità (morì a novant'anni
e non si stancò mai di usare la sua tavola pitagorica!) all'avere
consumato miele per tutta la vita. E' certo che esso è squisito
e benefico, tranne in caso di controindicazioni. Fu anche usato,
in tempi molto antichi, per la conservazione delle carni.
-
La propoli,
un antibiotico naturale raccolto dalle api su foglie, gemme e scorza
d'albero. E' ricca di flavonoidi che ne assicurano la funzione antimicrobica,
e che l'ape miscela a secrezioni ghiandolari. La usano per disinfettare
le celle, curarsi di piccole magagne, riparare le fessure nell'alveare,
impermabilizzare i favi all'esterno e lisciarli all'interno. E'
un utile isolante per bloccare il fenomeno della putrefazione di
corpi estranei rimasti imprigionati all'interno dell'alveare. Già
gli Egiziani, osservando questi fenomeni, usavano la propoli nella
pratica della mummificazione. Per noi umani è considerato
un utile disinfettante e valido cicatrizzante.
- Il "latte di ape" o pappa reale
è una sostanza secreta da ghiandole ipofaringee delle api
nutrici. Rappresenta il nutrimento costante delle larve destinate
a divenire regine, ma anche di tutte le larve per i primi tre giorni
di vita. Per noi umani, viene ritenuta importante come tonificante.
-
La cera, utilissima in antico, quando serviva anche per
spalmare le tavolette di terracotta sulle quali si scriveva, continua
ad esserlo come lucidante del legno e per la fabbricazione di candele
che, ora, hanno assunto anche una funzione decorativa. E' prodotta
nei mesi estivi da otto ghiandole situate nell'addome delle api.
La produzione è maggiore nelle api giovani e va diminuendo
con l'età. Nei mesi invernali non viene prodotta cera, a
meno che non diventi indispensabile per necessità impreviste
dell'alveare. Per ottenerne un chilogrammo occorre il lavoro di
almeno 150.000 api giovani. Viste le loro piccole dimensioni, il
numero di operaie impiegate per ogni funzione è sempre impressionante.
Ecco: nulla di quello che le
api producono può essere sprecato perché tutto è
prezioso. Quindi, vediamo di conoscerle un po' meglio.
Tutto nella vita dell'ape rappresenta
un capolavoro di organizzazione, a partire dalla forma ad esagono
della celle nel favo, perfetto esempio di utilizzo dello spazio.
Nella famiglie delle api esistono
tre tipi di individui: le femmine feconde (api regine), le femmine
sterili (api operaie) e i maschi (detti anche fuchi).
- I fuchi
nascono senza organi buccali, e dipendono totalmente dalle cure
delle api operaie. Sono destinati a servire soltanto nel volo nuziale,
per essere poi abbandonati a morire, avendo anche perduto l'apparato
riproduttore che resta ancorato alla regina, sempre che in quell'unico
volo gli sia almeno riuscito di accoppiarsi... "al volo".
Una volta che la regina sia fecondata e rientri nell'alveare, essi
non servono più, e, con gli esseri inutili, le api non fanno
complimenti.
- L'ape
regina è molto più grossa delle operaie
(anche 2-3 centimetri). Ha l'addome massiccio e lungo, ma non possiede
armi (non ha il pungiglione), né organi atti alla raccolta
del polline, né ghiandole della cera e nemmeno le ghiandole
che secernono nutrimento per le larve. Viene sempre nutrita di un
cibo ricchissimo: la pappa reale. Le funzioni che svolge la regina
non sono quelle di madre ma di riproduttrice, che trae la propria
fecondità dalle "sacche spermatiche" attivate in
un unico volo, appunto quello nuziale. Depone fino a duemila uova
al giorno, una per ciascuna celletta del favo. Le uova fecondate
potranno generare qualche altra regina, e migliaia di operaie che,
per non creare disordini nella organizzazione perfetta della colonia,
avranno organi riproduttivi già atrofizzati. Le uova non
fecondate genereranno, per partenogenesi, nuovi fuchi destinati
ad essere nutriti e coccolati fino al volo nuziale e sacrificati
subito dopo. Ma se l'alveare ha già la sua regina, non vale
la pena di allevare larve di fuco. Le si elimina subito. Che sia
un esempio di femminismo spinto all'estremo limite nel mondo degli
insetti?
- Le
operaie,
i cui organi di riproduzione sono atrofizzati, hanno però
la possibilità di deporre uova in casi estremi, quando cioè
la Regina divenga sterile. Tuttavia, sarebbero uova sterili, che
darebbero origine soltanto a fuchi. La sterilità di un'ape
regina è quindi la condanna a morte del suo alveare.
Da osservazioni recenti, risulta che se l'ape regina muore, le operaie
rimediano ricorrendo ad una larva di regina, purché essa
non abbia superato il terzo giorno di vita. La cella della larva
"prescelta" viene trasformata in una cella reale, e la
larva nutrita con pappa reale fino al 10° giorno.
Nei primi venti giorni della loro breve vita, le operaie svolgono
tutti i compiti necessari alla famiglia, compreso quello di tenere
al caldo e nutrire le larve, che è il primo compito che gli
viene affidato. Dopo, diventano abili al volo all'esterno per procurare
polline e nettare. Assumono, quindi, un grado gerarchico ben superiore.
Vediamo di riassumere i vari
incarichi e ruoli, che si possono osservare, non soltanto per mezzo
di arnie con pareti trasparenti, ma anche sulla "pista di decollo":
- Guardiane: api operaie che
hanno almeno due settimane di vita. Controllano gli ingressi e respingono
gli intrusi, che possono essere api di altre colonie o vespe, con
l'intenzione di rubare del miele, o altri insetti. Le si può
vedere combattere contro le api-predone direttamente all'ingresso
dell'arnia
- Nutrici:
le più giovani. Si occupano del benessere delle larve.
- Magazziniere:
tengono pulite le celle ed immagazzinano il miele e la cera.
- Portatrici d'acqua: sono incaricate
di rifornire d'acqua la colonia. In caso di pioggia, non hanno bisogno
di volare lontano, le si vede allora uscire sulla "pista di
decollo" e bere acqua per riportarla all'interno.
- Spazzine:
il loro incarico è di mantenere pulita arnia e pista di decollo.
Durante la notte, per non allontanarsi - infatti, le api non volano
nelle ore notturne - si limitano a posare sulla "pista di decollo"
quelle api o larve che fossero morte all'interno, mentre, durante
il giorno, trasportano tutto all'esterno, e ripuliscono la pista.
- Rinfrescatrici:
nelle giornate di calore intenso, delle api operaie di aggrappano
al'esterno dell'arnia, agitando le ali, per mantenere fresca le
tamperatura dell'interno.
- Bottinatrici:
eccoci alle api operaie di maggiore esperienza e di rango gerarchico
più elevato. Armate di pungiglione. Volano anche a diverse
centinaia di metri dall'alveare in cerca di fiori per lambirne il
nettare, che viene ingurgitato in un apposito diverticolo dell'esofago,
e il polline, ammassato su spazzole delle zampe posteriori e trasferito
sui cestelli delle tibie per mezzo del "pettine". Alla
fine del suo lavoro, la bottinatrice ritorna al nido, dove tutto
quello che avrà raccolto verrà immagazzinato. Vanno
ai fiori, si caricano di polline, rientrano, scaricano il polline
e ripartono, senza tregua. Poiché si riconosce al polline
una utilità anche per noi umani, gli allevatori pongono all'ingresso
dell'arnia delle reti in modo che, camminandovi sopra, la bottinatrice
perda qualche "pallina" di polline, che viene raccolto
in contenitori al di sotto della rete. Quindi, non solo quanto produce,
ma anche quanto le serve per produrre e vivere le viene in parte
sottratto. Una bottinatrice ha un lavoro molto intenso. Occorrono
oltre sedicimila voli tra alveare e prato per raccogliere tanto
nettare da produrre un chilogrammo di miele, visitando cinque o
sei milioni di fiori, con un percorso totale di almeno centomila
chilometri, ed un totale di venticinquemila ore di lavoro. Ma questa
è la teoria, perché la breve vita di un'ape operaia
termina molto prima che quel chilo di miele sia prodotto!
Bottinatric principianti: si distinguono dalle esperte, perché,
alle prime uscite dall'arnia, volano . . . in retromarcia, per non
perdere d'occhio l'ingresso della loro casa! Inoltre, per inesperienza
nel volo, causano collisioni, cadute, e atterraggi "alla disperata".
Linguaggio:
insetti con questa capacità di organizzazione non potevano
essere privi della possibilità di comunicare. Era una domanda
che i naturalisti si ponevano: come le bottinatrici riuscissero
ad indicare con precisione alle compagne le zone migliori di raccolta.
Il loro "linguaggio" ha potuto essere finalmente osservato
e "tradotto" soltanto una cinquantina di anni fa, osservando
api ospitate in arnie trasparenti. Si esprimono con una mimica.
Quanto la bottinatrice individua una fonte di cibo particolarmente
ricca, rientra nell'arnia ed inizia quella che a noi sembra una
danza (detta "danza a 8") per comunicare alle compagne
dove dirigersi. Le curve che compie sulla parete dell'arnia indicano
con esattezza la direzione da seguire, mentre una mimica a cerchio
fornisce i dati necessari per determinare la distanza da percorrere
e le difficoltà che possono esservi sul percorso. Questa
"danza" è eseguita facendo sempre rifermento alla
posizione del sole.
Si è provato ad introdurre api "forestiere", provenienti
dall'Austria: evidentemente il loro "linguaggio" era diverso.
Infatti, le api nostrane non comprendevano la loro danza!!!
Recentemente, sono stati provati degli apparecchi elettronici miniaturizzati
riproducenti i movimenti che gli scienziati avevano interpretato
come una mappa del percorso. Le api hanno compreso i segnali. L'uomo
ora può "parlare" con le api.
Sciamatura:
quando l'alveare diventa troppo popolato, la "famiglia"
decide di dividersi. In questo caso, non tutte le larve che potrebbero
divenire regine vengono soppresse. Se ne sceglie alcune che verranno
allevate come api regine. E' facile per le api distinguere le celle
che ospitano un uovo di ape regina da quelle con uova di operaia,
perché l'opercolo ha una forma caratteristica, a pigna. Quando
esse sono prossime alla maturità, la vecchia regina, con
una parte delle api operaie, se ne andrà, sciamando verso
un posto adatto a costruire un alveare nuovo.
Nel vecchio alveare, si sceglierà tra le larve allevate quella
più adatta ad essere ape regina. Le altre verranno uccise.
Tale è la legge nel Reame
del Miele.

La
Volpe
Un
mammifero di grande bellezza, che appartiene alla famiglia dei "canidi".
La consideriamo il simbolo della astuzia, ma dovremmo piuttosto
considerarla un simbolo di timidezza. Questa è evidente anche
negli esemplari che, presi cuccioli, siano stati allevati in ambiente
domestico.
La volpe è più
piccola di quanto ce la raffiguriamo: il peso del maschio arriva
ai sette chilogrammi, quello della femmina ai sei. L'altezza al
garrese: circa 35 centimetri. Snellissima, aggraziata, con una coda
sontuosa lunga circa 40 centimetri. La bella testa si può
definire triangolare, il muso è appuntito, lo sguardo vivido,
attento. Gli orecchi eleganti e portati ben diritti. Rapidissima
nella corsa, che può arrivare a 60 km orari.
Si
può dire che un foro, grande come un CD, è per lei
un passaggio sufficiente.
E' un cacciatore notturno, anche se può capitare, lontano
dalla città, di vederne qualcuna nelle radure dei boschi
anche di giorno. Mangia topi, roditori in genere, uccelli, uova,vipere
ma, in mancanza di prede migliori, si adatta anche a mangiare lombrichi,
carogne e rifiuti.
Concentratissima nella caccia
per captare ogni più piccolo suono, ha una tecnica che le
è particolare: individuata una preda, avanza fino a trovarsi
alla distanza adatta, poi, con un salto agilissimo, formidabile,
si proietta molto in alto per piombare esattamente sulla preda,
senza scampo.
E' vero che le riesce anche
di rubare una gallina ogni tanto, ma ho sempre pensato che questo
non avverrebbe se i pollai fossero veramente ben costruiti. Ammettiamo
pure che a nessuno fa piacere rimetterci una gallina ovaiola, ma
mettiamo sull'altro piatto della bilancia la grande utilità
della volpe nel liberare le campagne - e forse anche le città,
perché pare che ce ne siano di quelle che si sono inurbate
per trovare più facilmente il cibo - di roditori. Si è
calcolato che ne elimini ad uso proprio e dei suoi cuccioli (da
tre a cinque, che restano con i genitori sei mesi circa) da seimila
fino a diecimila all'anno.
Che dire?
Semplicemente che dobbiamo riconoscere
che la Natura ci ha messo a disposizione tutti i mezzi per evitare
le infestazioni di topi e simili, ma noi ci ostiniamo a cacciare
la volpe.
Tanto testardamente, che quando in Francia vi fu, anni addietro,
un inizio di epidemia di rabbia, immediatamente i cacciatori gridarono
"Sterminiamo le volpi" e, soddisfatti di averne ricevuto
il permesso dalle autorità, tra le quali di certo mancava
chi potesse anche lontanamente definirsi "naturalista",
rispolverarono i fucili, di malavoglia riposti alla fine della stagione
della caccia.
Non parliamo dell'assurdo, spaventoso
massacro che ne seguì, tale da fare vergogna a chiunque ma,
piuttosto, di quello che fu il risultato orrendo: la rabbia si estese
molto più rapidamente di quanto prevedibile, propagata velocemente
da volpi in fuga verso altre zone. Per evitarne la ulteriore propagazione
ed estinguerla, si fece allora ricorso all'unico metodo valido:
bocconi contenenti vaccino, disseminati da elicotteri in campagne
e boschi.
Ma, la prossima volta che si
parlasse di rabbia, i cacciatori ricomincerebbero a gridare "Evviva,
a noi i fucili, cacciamo le volpi, estinguiamo le volpi". Dove
è il buon senso?
Vogliamo davvero togliere di
mezzo questo bellissimo animale, dimenticandone l'utilità?
Allora, forza, ma diamoci, almeno,
all'allevamento intensivo di civette ed altri rapaci, capaci di
tenere a bada la proliferazione di topi, ratti, campagnole, vipere,
ecc. ecc. Dichiariamoli specie protetta e diffondiamoli in tutte
le nostre campagne. Ma non lamentiamoci, poi, se le nostre notti
saranno disturbate dai sibili, mormorii e strani suoni di queste
creature. Anzi, togliamo i ripari anti-uccello ai campanili, alle
soffitte, ai sottotetti, lasciamoli entrare, nidificare ed aumentare
di numero.
Le
civette, silenti e bianchi fantasmi della notte, ci daranno forse
un brivido di ancestrale paura ma, ricordando che sono specie protetta,
ficcheremo la testa sotto il guanciale, ci tapperemo gli orecchi
con le palline di cera, e cercheremo di continuare a dormire, anche
se, proprio sotto il nostro tetto, ci sarà un nido di sette-otto
pulcini occupati a sibilare ed agitarsi di continuo, impazienti
di ricevere l'imbeccata dai genitori, che, volando senza posa, portano
al nido, senza interruzione, il frutto della loro instancabile caccia
notturna.
Di giorno, invece, tutto tranquillo!
Forse, a questo punto, capiremo che è meglio lasciare vivere
le volpi, discrete abitanti di profonde tane dei boschi.

La
Cincia
Parliamo
di qualche uccellino, una volta così frequente vicino alle
nostre case.
La cincia blu, piccola aggraziata
e colorata come un uccello tropicale, si dimostra utilissima nel
contenere, direi nel sopprimere, le infestazioni di insetti degli
alberi da frutto.
Ma ci dimostra anche che gli
uccelli hanno delle nozioni di
chimica. Infatti, profuma il
proprio nido.
In Corsica, dei ricercatori attenti hanno notato che la femmina
ne decora tutto il bordo con erbe profumate, come la menta, o la
lavanda e che le rimpiazza quando il loro profumo svanisce. Si pensa
che queste erbe aromatiche proteggano i pulcini per le proprie qualità
insetticide, fungicide e disinfettanti.
Occorre notare, al riguardo,
che l'olfatto degli uccelli è più acuto di quanto
noi pensiamo. Sembra infatti, sempre a proposito delle cince, che
esse utilizzino l'olfatto nella ricerca del nutrimento. E' stato
anche constatato che ci sono altre specie di uccelli, tra cui le
aquile, che "profumano" il proprio nido. E che i maschi
di varie specie offrano alla loro compagna mazzolini di erbe odorose.
A questa osservazione, ne è seguita un'altra piuttosto curiosa:
sembrerebbe che più il bouquet profuma, più la covata
conterrà pulcini maschi. Per questi uccelli, dunque, l'offerta
di fiori avrebbe influenza sulla famiglia futura.
Sull'altra varietà di
cincia, chiamata "carbonaia", cinciallegra, e leggermente
più grossa di quella blu, si è rilevato che la femmina
spia quanto avviene nel nido dei vicini. Una vera comare pettegola!
Ed anche poco seria, perché se compare un bel maschietto,
che non fa per nulla parte della coppia, ma canta bene, lei dimentica
la fedeltà coniugale e si presenta per farsi sedurre. Risultato,
i pulcini non sempre sono di un padre solo, ma lei rimane
allegra ! In latino si citava: "Mater semper certa, pater nunquam".
Ma anche tra gli uccellini ?
Questo è davvero uno
scandalo inaspettato, ma confermato anche da osservazioni sul DNA
dei passeri. Che mondo!
Il
Cardellino
Non
li vediamo questi piccoli uccelli, ma popolano tutti gli alberi.
Si cibano di granaglie ed insetti.
In Italia, al cardellino (che gli inglesi chiamano Finch, per ricordare
il loro cinquettio) stanziale si aggiungono, in inverno, quelli
che emigrano dal Nord Europa. Le migrazioni avvengono in grandi
stormi, formati, quasi sempre, da individui dello stesso sesso.
Il suo habitat naturale è rappresentato da boschi, foreste,
campi con alberi sparsi e frutteti, ma anche da piazze alberate.
Misura circa 14-15 cm di lunghezza.
Il maschio si presenta con un piumaggio bruno-rossastro sul dorso,
la testa è quasi del tutto grigia, il petto e il ventre sono
di un bel colore rosato, le ali scure con due bande bianche. La
femmina è meno colorata, con le ali scure con bande bianche,
il petto scuro e può presentare il capo macchiettato d'azzurro.
La loro voce è quella che si sente più spesso nei
boschi.
Ha un "linguaggio"
di allarme: quando si sente un solo "fenc" è segno
che tutto va bene, ma se ne emette due di seguito, allora sta dando
l'allarme e se poi continua, ci sono grossi guai in vista.
Può esssere il segnale dell'attacco di un rapace.
Se
tutto lo stormo risponde all'allarme e comincia a volare attorno
all'assalitore, continuando ad emettere senza interruzione il suo
"fenc,fenc,fenc", è assai probabile che il rapace,
infastidito, assordato ed ingiuriato, vada a cercarsi una preda
altrove.
C'è
una favola di Leonardo da Vinci,
che riguarda il cardellino:
"Quando ritornò nel nido, con
un piccolo verme in bocca, il cardellino non trovò più
i suoi figlioli. Qualcuno, durante la sua assenza, li aveva rubati.
Il cardellino incominciò a cercarli dappertutto, piangendo
e gridando; tutta la selva risuonava dei suoi disperati richiami,
ma nessuno gli rispondeva.
Un giorno un fringuello gli disse:
- Mi pare di aver visto i tuoi figlioli sulla casa del contadino.
-
Il cardellino partì, pieno di speranza, e in breve tempo
arrivò alla casa del contadino. Si posò sul tetto:
non c'era nessuno. Scese sull'aia: era deserta.
Ma nell'alzare la testa vide una gabbia appesa fuori dalla finestra.
I suoi figlioli erano li dentro, prigionieri.
Quando lo videro, aggrappato alle stecche della gabbia, si misero
a pigolare chiedendogli di portarli via; e lui cercò di rompere
col becco e con le zampe le sbarre della prigione, ma invano.
Allora, con un gran pianto, li lasciò.
Il giorno dopo, il cardellino tornò di nuovo sulla gabbia
dov'erano i suoi figli. Li guardò. Poi, attraverso le sbarre,
li imboccò uno per uno, per l'ultima volta.
Infatti egli aveva portato alle sue creature il tortomalio, un'erba
velenosa, e i piccoli morirono.
- Meglio morti - disse - che perdere la libertà".

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