Cani
e Santi
Pare
proprio che la storia che riguarda San Rocco ed il cane buono non
sia leggenda, ma verità. Anche perché avvenuta in tempi
relativamente vicini, ossia nel quattordicesimo secolo.
San Rocco, originario di Montpellier
(ragione per cui è onorato anche in Francia, dove è
stato preso a simbolo di parecchie confraternite artigiane), seguì
l'esempio di San Francesco e, verso i diciassette anni, regalò
ai poveri tutti i suoi averi, poi lasciò Montpellier diretto
a Roma, percorrendo la Via Romana, quella dei pellegrini, per poterli
curare nel lungo cammino. Erano secoli bui, non solo per la mancanza
di elettricità, ma per la superstizione, la mancanza di igiene,
la legge che dava sempre ragione al più potente. Insomma, un'epoca
in cui vivere e scamparla era complicato più di adesso.
I pellegrini si ammalavano, la peste bubbonica spesso faceva una violenta
apparizione.
Pochi anni prima della nascita
di Rocco, un terzo della popolazione europea, almeno venticinque milioni
di esseri umani, era stata uccisa dalla peste detta nera, portata
dai ratti.
Le discariche erano a cielo aperto. I rifiuti si buttavano dalle finestre,
e guai a trovarsi a passare in quel momento. Le città erano
infestate. Delle fognature restava
il ricordo lasciato da quegli
abilissimi costuttori che erano stati i Romani.
San
Rocco si prodigava, ma un triste giorno, in quel di Piacenza, viene
colpito dalla malattia.
Un orrido bubbone fetido e purulento gli deturpa e tormenta l'inguine.
I malati, invece di averne pietà, lo scacciano dall'ospedale.
Vaga, divorato dal male e dalla
febbre, si rifugia in una caverna in un bosco, sapendo che la morte
è vicina.
Nel delirio, sogna un Angelo che
lo cura, e, quando si sveglia, trova all'ingresso della grotta un
cane che, scodinzolando, gli porge una grossa pagnotta. Pare che le
prelevasse regolarmente dalla mensa di un nobile del luogo, divenuto
poi seguace di San Rocco.
Guarisce, si rimette in marcia,
forse per rientrare a Montpellier. Dal bastone che abbandona, scegliendone
uno più robusto, nasce un albero di mele, che fino a qualche
anno fa le guide turistiche mostravano, ma che ora non c'è
più. Il cane lo segue.
La fine della storia? Non si conosce
con precisione. Pare che, sospettato a torto di essere una spia, non
si difese, e fu gettato in prigione dove morì dopo alcuni anni,
verso il 1379. Erano tempi in cui distinguere tra il torto e la ragione
non era dato, ed il debole si trovava facilmente dalla parte del torto.

Il
Lupo Mannaro
Il
termine "lupo mannaro" deriva dal latino "lupus
homenarius", vale a dire "lupo che si comporta come
un uomo".
Paese che vai, zoopatia che trovi.
Presso gli egizi, numerosi dei avevano la forma di un ibrido, metà
umano metà animale.
Gli africani raffigurano l'uomo leopardo, l'uomo sciacallo, l'uomo
scimmia. In Asia, l'uomo-tigre, in Oceania l'uomo-squalo, noi europei
ci raffiguriamo l'uomo lupo: il lupo mannaro.
Ovidio ne scrive, i medici dell'antica Roma parlavano di "insania
lupina", i giudici del Medioevo si diedero da fare a condannarne
decine di migliaia, che la tortura aveva reso rei confessi. Quanto
alle popolazioni delle campagne, se gliene capitava uno sospettato
di trasformarsi in lupo la notte di plenilunio, non stavano a chiamare
né giudice né prete, lo scuoiavano vivo lì per
lì, convinti di trovare il pelo lupino all'interno. Pare che
molte migliaia di sospetti lupi-mannari abbiano fatto questa fine.
Non è che ci sia sempre da imparare dagli antichi!
Forse,
ed un forse è sempre d'obbligo quando si tratta di credenze
e paure ancestrali, adesso non ci pensiamo più, ma, in nome
della Legge del "NonSiSaMai", io ho voluto comunque documentarmi
e leggere quali sono le caratteristiche che inducono a pensare che
un essere umano - di sesso maschile - possa trasformarsi in lupo ululante
nelle notti di luna piena.
Le elenco qui, perché se qualche vostro amico ne presenta qualcuna,
o le raduna tutte, allora... attenzione ad avere sempre a portata
di mano l'occorrente per sfuggirgli o per eliminarlo, soprattutto
una pistola caricata con proiettili di argento (mi raccomando che
sia non solo d'argento, ma anche benedetto), da sparargli diritto
in cuore:
-
occhi verdi
- occhi straordinariamente brillanti
- sguardo sfuggente
- sopracciglia unite in una linea unica
- orecchi attaccati piuttosto in basso e verso la parte posteriore
del capo
- mani, piedi, dorso molto pelosi
- mani con dito medio ed indice della stessa lunghezza
- lineamenti molto marcati e duri
- statura imponente
- carattere schivo
- occupato in un mestiere che gli permette di lavorare da solo
- con la tendenza ad addormentarsi sotto la luna piena
- tendente alla malinconia
- con pelo della barba molto secco
Se poi è nato la notte di Natale,
proprio allo scoccare dei rintocchi della mezzanotte, allora guai,
sarà un lupo-mannaro D.O.C. A meno che, per evitargli questo
triste destino, non lo si curi subito, incidendogli sul piede sinistro
una volta all'anno e per tre ann di seguito, una croce con un ferro
rovente e non la si tratti con aceto oppure pece bollente. Il neonato
che per caso scampa, di sicuro si guarderà bene dal diventare
lupo-mannaro, dopo un trattamento del genere.
I sistemi preventivi raccomandati:
coltivare avena tutto attorno alla propria casa, recintarla con una
palizzata di legno di frassino, e soprattutto appendere vischio a
tutte le architravi di porte e finestre.
Invece, per gli statunitensi, sotto il tralcio di vischio appeso,
si bacia la propria ragazza. Paese che vai, usanza che trovi.
Per sfuggirlo, se si presenta,
è importante avere vicino una scala per salirci sopra, o un
mantello da buttargli addosso, oppure una potentissima lampada tipo
interrogatorio di terzo grado da accendergli negli occhi. Dimenticavo
di dire che, salendo per la scala, non si deve dimenticare di portare
anche un grosso gatto nero, infuriato, con la gobba alta un metro
e un soffio capace di terrorizzare anche un lupo mannaro!
Se si ha un forcone, si può
provare a colpirlo in fronte e vedere se questo lo risveglia e gli
fa riprendere l'aspetto umano. Ma se non si risveglia o peggio, si
risveglia con l'anima dovutamente "in giostra"?
Ricordare, comunque, di non lasciare
mai a casa la pistola con la pallottola d'argento benedetto già
in canna. Rimane il sistema più sicuro.
Nel cercare notizie sui lupi mannari,
mi sono imbattuta in questa strofa, di un canto funebre rumeno, che
mi è sembrata molto poetica. Non ha nulla a che vedere con
il lupo-mannaro, ma piuttosto con il senso di rispetto e timore che
una creatura forte e tenace come il lupo ha sempre ispirato alle antiche
popolazioni nomadi di cacciatori che, come lui, per sopravvivere,
percorrevano la foresta, braccando la preda:
Il lupo apparirà davanti a te:
prendilo come tuo fratello,
perché il lupo conosce l'ordine delle foreste
egli ti condurrà per via piana verso il Paradiso"

Dromedario
del quarto Re
Ho
un amico un po' "topo di biblioteca", sempre occupato a
cercare cose interessanti in libri ingialliti e polverosi. Me ne mostra
uno in "lingua piemontese", interessante per la grafia -
per esempio, la "f" scritta alla latina, ossia "ph"
e preziosismi vari, ancora in uso ai giorni nostri - con racconti
sui paesi delle vallate alpine, sulle antiche genti della montagna,
sulle loro sagre. Mi è rimasta
in mente la leggenda dei Re Magi e della notte della cometa, interpretata
alla
piemontese.
I tre Re Magi all'inizio del viaggio
erano quattro: Gaspare, con servitori e cammelli carichi di doni,
Baldassarre e Melchiorre, corredati in modo altrettanto sontuoso.
Buon ultimo un Re Mago sparuto e magrolino; veniva da un piccolo paese
di montagna, dove aveva poche richieste di profezie - la gente aveva
altro cui pensare se voleva sbarcare il lunario in mezzo a tutti quei
sassi - viveva con il sussidio dell'assistenza sociale e, per seguire
la cometa, aveva dovuto fare una colletta. Il denaro raccolto non
era stato sufficiente neppure per un cammello con due gobbe un po'
sode, aveva dovuto contrattare e tirare sul prezzo per un dromedario,
perché una sola gobba, anche un po' molliccia, costava meno
e, se lo si nutriva, ingrassava più in fretta di due.
Non era rimasto neppure un soldino
per procurare dei doni.
Su per la montagna, aveva raccolto
tanti rami secchi, che legati in due grosse fascine ballonzolavano
dai fianchi magri del dromedario. Non molto, come dono, ma nella grotta
sarebbero stati utili per riscaldare con un bel fuoco. Forse anche
più utili dell'incenso e della mirra degli altri. Quanto all'oro,
beh, quello Epiph non immaginava neppure che colore avesse! (Già,
dimenticavo di dire che il nome era Epiph (pronunziare Epìf).
E poi, per seguire la cometa, si fa come si può!
Avanti, la stella è là,
indica il cammino e lo porta ad incontrare i tre re magi ricchi. Così,
adesso un po' di compagnia ce l'ha anche lui.
Epiph
(f) è buon ultimo, talvolta avanza a piedi per non stancare
il dromedario, che la gobba non si afflosci del tutto!
Le stelle risplendono, la notte
è fredda, ma nessuno si ferma, si deve arrivare alla grotta.
Davanti a loro si para un grande lago ghiacciato. All'altra riva ci
sono le barche, ma i traghettatori no, hanno finito l'orario. Si fermano.
La cometa però é là, impone di continuare e non
aspetta.
Gaspare fa un cenno: "Fermi!
passerò io per primo e vedrò se il ghiaccio tiene".
(Lo dice naturalmente in piemontese, ma vi faccio grazia della grafia,
che sarebbe "Bôgeve né-n! Fasô mi 'l prim
a v'dde se la giassa a-n tè-n"). Arriva
all'altra sponda senza difficoltà.
Si avanza Baldassarre. Passa,
con tutto il suo carico. Segue Melchiorre, ma arriva un minaccioso
scricchiolio. Epiph (f) esita.
Gaspare li considera; sia Epiph
che il dromedario debbono pesare poco, così esili, senza sontuoso
mantello in damasco, le due fascine sono di leggero legno secco. Il
ghiaccio dovrebbe tenere.
"Vè-n, vè-n, bôgia, forssa, Epiph!".
Epiph avanza, un altro scricchiolio
che non promette nulla di buono.
Tenta di arretrare, ma il dromedario, con quella testa appunto da
dromedario che si ritrova, pensa solo a raggiungere gli altri e si
mette a galoppare. Il ghiaccio tiene ancora, sono quasi all'altra
sponda, quando, scricchiolio finale, Epiph ed il dromedario spariscono
nell'acqua, ricompaiono, il dromedario cerca di nuotare, Epiph disperatamente
attaccato alla coda.
"Epiph- a- nì-ja!"
(Traduzione : Epìf annega), grida Gaspare, e con gli altri
si affretta a porgere le lunghe aste di legno che i traghettatori
usano per staccare le barche dalla riva. Lui ne afferra una, non molla
la coda del dromedario, lo tira e insieme risalgono la sponda. Le
due fascine di legno, il suo unico dono, galleggiano lontano sull'acqua.
Non può arrivare così,
a mani vuote. Sconsolato saluta, abbandona l'impresa.
Del resto, perché opporsi alle profezie? Stava detto e scritto
dalla notte dei tempi che "tre Re Magi guidati dalla stella cometa,
ecc
". Epiph avrebbe fatto quattro.
Gaspare, Baldassarre, Melchiorre
lo guardano allontanarsi lungo la sponda del lago nella notte stellata,
triste ed afflosciato sul dromedario. Due poveri stentati insieme.
Dai fianchi del dromedario ballonzolano ancora due fagottini, ma sono
gli abiti bagnati di Epiph, che, se non altro, ora è rivestito
di panni asciutti degli altri Re.
Lo sparuto re mago di un povero
paese di montagna tiene gli occhi alzati verso la cometa: stella beffarda,
classista, a lui ed al suo magro dromedario è toccato finire
in acqua, non a quegli altri tre, opulenti re con pingui cammelli
carichi di pesanti doni! Ma verrà un tempo di "democrazia"
quando ad ogni uomo saranno dati diritti ed opportunità uguali,
in barba alle stelle comete! (Anche i Re Magi si illudono).
Quei tre entreranno nella leggenda
e lui
no! Nessuno farà la statuina di un re mago povero
e stentato su un dromedario con la gobba quasi vuota!
Però, Mago Epiph (f) per
una volta sbagliava la predizione. Non teneva conto della memoria
dei piemontesi! Infatti
da allora, la notte dal 5 al 6 gennaio,
i montanari delle nostre vallate, raccontandosi attorno al fuoco la
storia del Natale, cominciarono a chiamarla "la neuit ch' Epiph-a-nìja".
L'Epifania.
Romilda
Fu
la prima della sua specie ad incontrare gli umani. Fino allora, infatti,
erano state confinate nella grande foresta, dove il suolo era umido
e ricco di muschio con mille nascondigli freschi.
Poi un giorno, una coppia di umani era arrivata, aveva abbattuto qualche
albero, e costruito una capanna di tronchi nella radura.
Lei era rimasta nascosta nella
foresta ma, curiosa, di tanto in tanto si avvicinava per osservarli.
Avevano voci e stature molto diverse. Quello con la voce grossa era
alto e massiccio e partiva molto presto dalla capanna la mattina.
Restava l'altro umano, quello con la voce acuta, più piccolo
e con i capelli lunghi, che parlava con le galline, e si era costruito
un mazzo di rami lunghi e sottili e si divertiva a strofinarlo per
terra davanti alla capanna. Romilda aveva pensato che fosse femmina
per via della lunghezza dei capelli ed anche perché le pareva
che i maschi non dovessero essere così interessati da una ramazza.
Per ramazzare doveva stare tutta gobba perché aveva messo insieme
dei rami troppo corti e non capiva che doveva sceglierli più
lunghi per non ingobbirsi. Così piegata, vedeva bene le lucertole
ed ogni volta che una le capitava a tiro, pac, una botta dei rami
sulla testa.
La lucertola il più delle volte se la cavava, e serpeggiava
via un po' intronata.
A Romilda questo sembrava stupido:
prima di tutto perché le lucertole sono utili e ripuliscono
di insetti, e poi perché sono belle. Infatti, le somigliavano.
Romilda era una salamandra.
Era schiusa all'inizio dell'estate
ed aveva sempre avuto vita tranquilla perché gli uccelli e
gli altri piccoli carnivori della foresta non la molestavano. Lei
non sapeva perché, ma la natura che l'aveva creata lenta, l'aveva
munita di un deterrente. Le macchie arancio vivo della sua pelle erano
un segnale temuto: veleno ! E per fortuna, o, lenta com'era, qualsiasi
animale ne avrebbe fatto un boccone senza difficoltà.
Però nel carattere, di
velenoso non aveva nulla. Era buona, timida, mite, si accontentava
di nutrirsi di qualche mosca, di qualche zanzara. Le sarebbe piaciuto
per esempio farsi compagnia con le lucertole, ma come fare ? Lei era
lenta e notturna, le erano necessari ombra e umidità, alle
velocissime lucertole invece il sole vivo. Avrebbe anche conversato
volentieri con il geco, simpatico, saggio e rapido nel cacciare gli
insetti e notturno anche lui. Ma il geco soffriva di artrosi alle
dita delle zampe e non sopportava l'umidità che piaceva a Romilda.
E poi, diciamo la verità, nessuno si fidava di un tipo con
macchie arancione su tutto il corpo. Così, si era rassegnata
a stare sola nella sua tana umida e morbida di muschio. Ci aveva passato
tante settimane da essere ormai una salamandra adulta. La pelle si
era fatta bruna e liscia, le macchie arancio grandi e numerose. Era
proprio una gran bella salamandra, un po' più lunga di una
spanna!
Intanto era arrivato l'autunno,
che quell'anno prometteva un gran freddo, almeno a giudicare dalla
profondità delle tane che stavano scavando le chiocciole e
le tartarughe nel terreno della foresta.
Una notte, nel rigirarsi, sente
uno scricchiolio, è un sottile velo di ghiaccio che ha invaso
la sua tana. Lei ha già tanto sonno, tra poco la prenderà
il letargo invernale, deve trovare un riparo meno freddo.
Muove con cautela una zampa dopo l'altra, si tiene lontana dalla luce
che trapela dalla capanna. Non è ancora l'alba, la donna con
la scopa di rami non si è ancora vista. Non vorrebbe prendersi
una botta in testa come le lucertole.
Arriva alla tettoia di corteccia
e tronchi dove trova quello che ci vuole per passare bene l'inverno
e dormire in pace: una grande fascina di sterpi ed una montagna di
grossi rami tagliati tutti uguali. Gli abitanti della capanna hanno
costruito una legnaia. Romilda la esamina, poi lentamente scala il
mucchio di rami, avanza fino a trovarne uno di misura, si sdraia sopra
a cavalcioni, si stiracchia, sbadiglia e si addormenta. C'è
tempo di dormire, fino a primavera, fino a che il sole la sveglierà
e la farà tornare alla buca fresca ed umida.
Ed ecco inaspettato il tepore.
Romilda apre gli occhi, un po' intontita, si sveglia. Che strano,
non le pare di avere dormito molto. C'è odore di fumo, ed il
tepore che l'ha richiamata dal letargo, ora è calore insopportabile.
Si sveglia del tutto, sente il crepitio del fuoco, schizza fuori del
focolare dove la donna ha messo a bruciare proprio il ciocco di Romilda,
insieme con una bracciata di sterpi.
Appena in tempo, mentre la fiamma prende ad ardere vivace.
Davanti a Romilda ora c'è
la donna. Non brandisce la solita ramazza, ma qualcosa di molto peggio,
una spranga di ferro per attizzare il fuoco. Una botta di quella spranga
non dà scampo. Romilda terrorizzata, inarca la coda per ripararla
dal fuoco, alza la testa e fissa la donna.
Stupita, la vede prostrarsi a
terra. Anche il compagno si inginocchia. La guardano con reverenza
e timore. Romilda riprende fiato, il cuore le batte da scoppiare,
ma riesce a mettere una zampa davanti all'altra e trovare scampo fuggendo
sotto la fessura della porta. Via, verso il bosco freddo, ma sicuro!
Perché quei segni di rispetto
da parte dei due umani?
Né Romilda né tutte le salamandre che vennero al mondo
dopo di lei lo hanno mai saputo. La donna aveva pensato di avere visto
una creatura magica: nata dal fuoco!, non una povera bestiola che
stava per andare arrosto.
Così
nacque la leggenda della salamandra figlia del fuoco. E
per questa leggenda, infiniti caminetti furono decorati di sculture
di salamandre e Casate reali la portarono sul proprio stemma.

Quando
i panda erano bianchi
.
. .
C'era una volta, tantissimi anni fa, una meravigliosa foresta di teneri
bambù. Nella foresta, una grande tribù di panda lenti
e felici, tutti bellissimi, tutti bianchissimi.
Già,
perché allora i panda non avevano macchie, erano candidi, come
la neve dell'inverno. Vivevano sereni, perché non c'erano cacciatori,
non era stata inventata la polvere da sparo e poi, in quella loro
foresta così fitta, nessuno si addentrava mai.
Nella grande radura appena fuori, viveva una povera vedova. Stava
lì con le sue pecore e le sue capre. Tutta sola, non aveva
figli. Non aveva più nessuno. I lupi le avevano ucciso il marito
il giorno delle nozze.
Nella tribù dei panda,
il più bello era il figlio di Capo Grande e di Regina Bella.
Quando ancora non era nato, ma Regina lo stava aspettando, il papà
se ne preoccupava già molto e, perché la mamma gli desse
poi un buon latte, le portava grandi mazzi delle gemme più
fresche e più dolci del bambù, quelle delle canne più
alte, le prime a ricevere il sole la mattina. Poi, si sedeva davanti
alla sua sposa e l'ammirava, mentre lei gustava quelle squisitezze
ancora umide di rugiada.
La sua nascita aveva reso felice
tutta la tribù, che aveva fatto una grande festa con manicaretti
di foglie tenere di bambù.
Infatti, quell'estate non era nato nessun cucciolo, ed ora, finalmente,
il più bello che si fosse mai visto era nato proprio alla sposa
del Capo! Bello come lui e come Regina, che lo teneva in grembo con
tenerezza infinita, mentre i panda sfilavano per ammirarlo e sussurravano:
"Sei bello come il sole! Quando sarai grande, nessuna tribù
avrà un capo che ti stia a paragone, il nostro sarà
il più bello, il più grande, il più forte, il
più bianco di tutti !".
Infatti, appena nato, con gli
occhietti ancora chiusi nel musino bianco ed i padiglioni degli orecchi
incollati alla testolina, era già bellissimo. Bianco come la
neve, con un solo puntino lucido e nero: il nasino. Non pesava neppure
cento grammi. Così minuscolo, che avrebbe potuto dormire comodamente
in una nostra mano. Talmente piccolo e delicato, che mamma Regina
aveva chiesto a Capo Grande di non avvicinarsi, per paura che con
quelle sue zampone lo schiacciasse.
Lo avevano chiamato Sole.
Non c'erano cuccioli della sua
età per farlo giocare. Regina lo teneva con sé, gli
insegnava quello che un futuro capo deve sapere: rispettare gli anziani
della tribù, farsi ubbidire dai giovani con l'esempio, non
sciupare i bambù teneri e nuovi, che crescevano al posto di
quelli grandi, che un giorno avrebbero fiorito, per la prima e l'unica
volta, e poi sarebbero seccati. Se fossero mai fioriti tutti insieme,
l'intera foresta sarebbe sparita, e tutta la tribù avrebbe
dovuto trovare cibo altrove.
"Dove ?", domandava Sole, curioso.
"Lontano, rispondeva Regina, presso altre tribù".
Altre tribù! Allora esistevano altri panda, come lui! Questo
incuriosiva Sole: forse lì avrebbe trovato dei cuccioli come
lui, avrebbe potuto giocare a rotolarsi e fare la lotta.
Intanto, imparava a prevedere
il tempo dal colore dei raggi del sole all'aurora, dalla forma e dalla
velocità delle nuvole. Dall'odore dell'aria. Ora sapeva che
se un giorno l'uragano avesse minacciato, avrebbe dovuto portare la
tribù verso la grande roccia, al centro della foresta, e metterla
al riparo nella grotta quando il cielo si fosse fatto basso e nero.
Distingueva le stagioni ed i mesi dai profumi della foresta, delle
sue erbe, dei fiori. Sapeva che l'estate era vicina, quando arrivava
il profumo dolce dei grappoli di fiori delle acacie che, come una
barriera, recingevano tutta la foresta di bambù. Ma lui ed
i panda, non dividevano il tempo, e neppure gli anni. Lasciavano che
la vita scorresse, scandita dai profumi, dal colore delle foglie,
dalla lunghezza dell'ombra dei bambù sotto il sole o sotto
i raggi della luna. Le stagioni fluivano serene.
Sole ora ha quasi due anni, è
grande e forte quanto il papà, comincia a girellare da solo.
Maggio. Il tempo dei fiori delle
acacie. Il profumo è dappertutto.
Un mattino, osa arrivare fino al limitare della foresta, attraversa
la cinta delle robinie fiorite, raccoglie ed assaggia qualche grappolo
di fiori dei cespugli bassi, ma, al di là, non trova un'altra
foresta di bambù con altri panda ed i loro cuccioli. Trova
la radura. Che strani quegli animali con una barba sotto il mento
e sulla testa due piccoli coni che somigliano a gemme scure di bambù!
Va a domandare a mamma Bella:
"Attenzione ragazzo mio, quelle sono capre e sulla testa non
hanno gemme di bambù, hanno corna e ti possono fare male".
Sole, curioso, torna ad affacciarsi sulla radura, ma un poco più
in là. Ci sono bestiole molto più piccole di lui, senza
corna e senza pelliccia sulle gambe. Sono bianche, e il mantello è
ricciuto.
Curioso, si avvicina un po', le guarda meglio, non sono panda piccoli.
Hanno una voce strana. Pare che si lamentino.
Mamma Bella spiega che sono pecore e che danno un latte molto buono.
Il giorno dopo, quando Sole si
affaccia, c'è la donna, che sta costruendo una palizzata per
evitare che pecore e capre fuggano nella foresta. La donna lo vede,
lo chiama con la mano, gli offre delle gemme e dei fiori bianchi di
robinia. Sole si avvicina, accetta il dono, lo mastica con calma e
gusto, accetta le carezze e poi ritorna nella foresta.
Il
mattino seguente, prova a vedere se la donna gli è sempre amica,
e così ancora l'indomani, fino a che prende l'abitudine di
arrivare ogni mattina, e di restare fino a sera con lei, badando anche
un po' al piccolo armento, mentre lei macina il grano, prepara il
pane, fa le molte cose di una vita povera e solitaria.
Passano gli anni. Sole ha imparato
a bere il latte delle pecore, a mangiare il pane fatto da lei. Sta
seduto sul prato della radura, o nella cucina, con lei, o nella stalla
durante la mungitura.
E' un amico con cui la donna parla, e non si sente più così
sola. Gli racconta la sua povera esistenza, i suoi inutili sogni,
le sue paure. Gli dice con quanto coraggio il suo sposo si fosse battuto
contro i lupi, li avesse messi in fuga, l'avesse salvata, ma perdendo
la vita. Lui poco per volta arriva a capire tutto quello che lei dice.
Impara che cosa sia la vita degli umani: tanto difficile, fin da allora.
E' di nuovo maggio, le acacie
sono in fiore, la vita sembra scorrere uguale.
Invece, un giorno, ecco i lupi, famelici. La donna, armata di un lungo
bastone, cerca di difendere il gregge. Sole è un panda, lento
e mite, ha paura, vorrebbe fuggire. Ma la sua amica è in pericolo.
D'improvviso, è come se
una forza nuova lo trasformasse, gli desse un coraggio sconosciuto.
Scopre i denti in un ringhio - mai più un panda ringhierà
- scatta rapido, violento, reagisce con ferocia, azzanna, combatte,
mette in fuga i lupi.
La sua amica e il piccolo armento
sono salvi. Sole è ferito. Gravemente. Ed il suo cuore di mite
panda non regge allo sforzo terribile di reagire e combattere. Muore,
sul prato dove ha imparato ad amare gli esseri umani. La donna è
sola e disperata. Era il suo unico amico, per lui vuole il funerale
dovuto ad un essere umano. Il fuoco, il fumo che innalza lo spirito
verso il cielo.
Dalla foresta, i panda tristi
e sbigottiti la guardano raccogliere legna. Hanno sentito i ringhi,
hanno capito. Sole, il bellissimo figlio del capo, è lì,
sul prato, addormentato per sempre.
Regina si stringe a Capo Grande.
La tribù guarda il suo capo, che dice: "Sole, il panda
più coraggioso che mai sia stato o mai sarà, era figlio
della nostra tribù. Il Grande Spirito lo riceva come il più
grande fra i panda". E, triste, accanto a Regina, esce dalla
foresta. La tribù lo segue, una lunga fila di panda bianchi.
Ognuno porta una fascina di grossi rami.
La pira è pronta. Capo
Grande, il più forte di tutti, si erge, in un gesto autoritario
che sembrerebbe una sfida, ma è, invece, l'ordine di restare
immobili, di non aiutare. Avanza eretto, come mai più nessun
panda saprà fare, verso il corpo di Sole, che sembra dormire
lì, sereno, sulla radura. Lo solleva. Si inerpica sulla catasta
e lo depone in alto, al sommo della pira. La donna copre Sole con
un tappeto di fiori bianchi di acacia, poi, con dei sarmenti secchi,
appicca il fuoco.
E' notte, ormai. Il fuoco divampa
ed illumina la radura e la foresta di bagliori, che i panda vedono
per la prima volta. La donna, disperata, piange. Raccoglie manciate
di cenere e le sparge tutt'attorno.
Regina, Capo Grande, tutti i panda piangono con lei, battono le zampe
sulla cenere, non hanno mani che possano spargerla, si portano le
zampe agli occhi, per asciugarli, si serrano la testa tra le zampe,
la scuotono sconsolati, percuotono spalle e cosce in segno di dolore.
E'
l'alba, il rogo è spento.
Alta, nel cielo, una grande nuvola di fumo, che l'aurora tinge di
rosa, porta lo spirito di Sole lassù, oltre le montagne più
alte, nel regno del Grande Spirito.§I
panda silenziosi e lenti ritornano alla foresta.
Ad uno ad uno, spariscono dietro
la quinta di acacie fiorite. Il dolore per Sole è scritto attorno
ai loro occhi, sugli orecchi e sulle spalle, che la cenere ha per
sempre colorato di nero.

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Intestato A.Ramondetti
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