ANZITUTTO...
Che
cosa mi incanta in tutte le creature viventi, siano vegetali o animali?
Curiosità, interesse, attrazione, o tutto questo insieme? Sta
di fatto che vorrei conoscere molto di più della natura, di
quella che ci circonda, più che di quella esotica.
Finalmente,
il naturalista francese Marc Giraud, con i suoi documentari,
mi ha insegnato a vedere la vita che si cela nelle siepi selvatiche,
negli stagni, nella scorza rugosa dei tronchi, in un vecchio caminetto
spento, come osservare la notte gli animali notturni, spiare il volo
silenzioso della civetta o ammirare la presa di un piccolo geco guardingoo,
che ci considera sospettoso, appeso al nostro soffitto con una sola
zampetta.
Ha, senza conoscermi, risposto a tante mie domande.
Quanto conterrà questa rubrica è in gran parte dovuto
ai documentari di Marc Giraud, oppure liberamente tradotto dai suoi
libri:
- Le Kamasutra des Demoiselles,
- Calme plat chez les soles,
- ed i precedenti (Sous l'oeil des rapaces, Observer et
aider les animaux en hiver, Sur les traces des felins,
Du loup au chien, Insectes et petites bêtes, Observer
les animaux: il de lynx et ruses de Sioux).
I miei ringraziamenti, ad un naturalista che sa avvincere il lettore,
con la sua grande capacità di esprimersi ed il suo humour delicato!
Mandrie su un albero
Vi
è mai capitato di osservare con una certa diffidenza una fila
lunga e fitta di formiche salire e scendere senza interruzione lungo
il tronco di un albero, per esempio un salice piangente, o un cespuglio
di rose e continuare poi su, fino al punto più sottile dei
suoi rami ?
Sono formiche mungitrici, che si occupano
della loro mandria e la difendono dall'assalto degli insettivori con
il proprio acido formico. Non si tratta, ovviamente, di una mandria
di vere mucche, ma di
pidocchi delle piante, o, per meglio
dire, di afidi. Si nutrono di linfa, ed evacuano un liquido zuccherino
gradevole, nutriente e prezioso per le larve delle formiche.
Le formiche, anzi, li picchiettano con le antenne per spingerli a
succhiare meglio e fornire ancora più sostanza zuccherina.
Ce n'è una varietà che,
invece dei rami, succhia le radici. E le formiche, ben contente, scavano
e gli costruiscono vere stalle tra le radici, che possano succhiarle
in tutta comodità. D'inverno, previdenti, ne riparano le uova
nel formicaio per riportare in primavera i nuovi nati ad infestare
altre radici.
Se una coccinella
si permette di volare su un ramo per mangiare un po' delle loro "mucche",
subito le formiche l'attaccano e non è che
ci vadano
piano, povera coccinella.
Con tutto il rispetto per le industriose formiche ed il loro senso
di organizzazione, non è che le loro mandrie di afidi giovino
ai rosai. Se i pidocchi non avessero nemici, in un solo anno, spostandosi
anche a grande altezze con l'aiuto dei venti, ricoprirebbero il pianeta.
Non hanno neppure bisogno di incontrare un principe azzurro: si riproducono
per partenogenesi.
Piuttosto di usare indulgenza verso i pidocchi-mucca - che per altro
con i pidocchi delle nostre teste non hanno alcuna parentela, ma sono
più vicini alle cicale - dovremmo difendere i loro predatori,
come appunto la coccinella.
Le
coccinelle - che ogni giorno se ne ingoiano almeno cento - vanno difese
dalle formiche che attaccano chiunque insidi le loro mandrie. Basterà
piantare alla base dei rosai delle erbe odorose, come la menta oppure
la lavanda. O spennellare una colla adatta alla base del tronco della
pianta. Le formiche non potranno più salire, le coccinelle
si mangeranno i danno pidocchi.
Sugli
alberi, troviamo altri esempi di "golosità".
Alla base del picciolo delle foglie del ciliegio, si vedono a volte
delle escrescenze rosse molto piccole. Sono di nettare. Contengono
un liquido zuccherino che piace alle formiche.
Un altro esempio stupefacente, ma classico dello scambio di "cortesie"
tra vegetale ed insetto. L'albero offre una golosità. L'insetto
offre una protezione contro i parassiti.
Si
parla tanto di questi scambi tra le specie tropicali, ma gli esempi
che ho portato sulle mandrie delle formiche e sulle golosità
offerte dal ciliegio, invece, avvengono qui, proprio dove anche noi
abitiamo. Basta saperle guardare.

Lupi ed emozioni
Si
pensa che gli animali non provino emozioni.
Grave errore che è alla base della crudeltà umana contro
gli animali.
Una osservazione su periodo lungo di un branco di lupi canadesi prova
appunto che emozioni, rimpianto, cordoglio fanno parte dei "sentimenti"
dei lupi.
Un branco, o muta, rappresenta una famiglia
di diverse generazioni. I componenti sono tutti consanguinei e tutti
sottomessi al maschio dominante. Il maschio Alfa.
In un branco, era stata osservata una femmina giovane mal accettata
e sempre obbligata a cibarsi degli ultimi magri avanzi. Era rimasta
magrolina, più piccola delle altre. La Cenerentola della situazione.
Una notte, un puma uccide la femmina disprezzata.
Per sei settimane i lupi rimangono come
inebetiti, senza più giocare, senza più correre, praticamente
sempre nella zona che era il loro abituale rifugio. Un branco di lupi,
ma in lutto.

Insetticidi
che abitano gli alberi
Il
naturalista Marc Giraud cita la frase spiritosa ed assolutamente realistica
di un biologo che sosteneva che è preferibile mordere una mela
con un verme, che mangiare un frutto senza verme, ma contenente tutti
i prodotti che lo avevano eliminato. Una bella mela perfettamente
sferica, liscia, grossa ha subìto, per giungere a questa "perfezione"
commerciale, almeno una quarantina di trattamenti chimici. I coltivatori
di frutta ne hanno fatto l'esperienza. La necessità di costosi
e faticosi trattamenti è andata crescendo in modo esponenziale
negli ultimi cinquanta anni. A questi si aggiungono quelli relativi
alla conservazione del frutto raccolto.
Se abbiamo un pezzetto di terreno, piantiamo
degli alberi da frutta ed impariamo a curarli e potarli. Senza dubbio,
qualche frutto andrà a favore di animali selvatici, come gli
uccelli.
Ma cerchiamo di non considerarli soltanto dannosi. L'equilibrio naturale
non è fatto di regole da laboratorio. Ogni specie vivente partecipa
all'equilibrio dell'insieme. I predatori fanno la parte di regolatori
dei vegetariani. Spieghiamoci.
Gli insetti, appunto i vegetariani, pullulerebbero
senza rimedio se mancassero animali insettivori, ossia, i relativi
predatori.
Un esempio: una
sola rondine ingurgita il proprio peso in insetti ogni giorno,
cioè una ventina di grammi. Non basta una grossa insalatiera
per contenere venti grammi di insetti. Vi rendete conto?
Una coppia di rondoni, nel proprio volo
senza posa, ingoia quotidianamente circa ventimila
moscerini adulti e volanti.
Rilevamenti effettuati in Inghilterra
negli anni settanta, hanno dimostrato che le
cince, piccoli uccelli belli e colorati, inghiottono
più dei 90% di bruchi di un parassita dei meli, la carpocapsa.
Del resto, sempre riguardo alle cince,
è stato calcolato che una sola coppia può proteggere
dai parassiti fino a quaranta alberi da frutta: infatti, ogni
cincia, per nutrire i propri piccoli, elimina più di trecento
bruchi diversi ogni giorno, visto che i genitori debbono appunto
fornire, quotidianamente, ben quaranta imbeccate.
Pulcini minuscoli, ma con un appetito da Gargantua, utilissimo alle
nostre piante.

Lotta alata
Un
pomeriggio di fine agosto, in un prato di mezza montagna, dove ormai
la fioritura era scarsa, ho osservato un'ape contendere il fiore viola
di un cardo selvatico ad una farfalla.
L'ape non usava il pungiglione, ma applicava tutta la propria massa
d'urto in attacchi mirati a staccare la farfalla dal fiore.
Si alzava in brevi voli e piombava sulle ali, ora chiuse, ora aperte,
grandissime, in confronto al corpicino dell'ape, da entrambi i lati
o dall'alto, precisa, poderosa, determinata.
Sette od otto attacchi, la farfalla si stacca e, vinta, cade a terra
con le ali aperte contro il terreno.
L'ape approfitta del polline del fiore
che ha conquistato. Se ne nutrirà in parte, ce ne regalerà
trasformato in miele, e, intanto, posandosi su altri arbusti, incontrerà
un altro cardo selvatico, e depositerà il polline che il fiore
le ha scaricato addosso, dandogli modo di riprodursi ancora, in tutta
la sua bellezza ed utilità.
Mi
chino, le zampette dell'insetto caduto si aggrappano ad un fazzolettino
di carta, lo sollevo e l'aiuto, così, a riprendere il volo.
Ma l'estate sta finendo, forse questo sarà l'ultimo volo della
sua breve vita di bellissimo insetto.
C'è
una interessante serie di documentari francesi, dal titolo "Questo
capita vicino a casa vostra", dedicato a creature, così
diffuse tutt'attorno a noi, da essere diventate banali e, quindi,
ignorate.
Se avessi avuto una telecamera, avrei potuto contribuire filmando
una notevole dimostrazione di difesa del territorio.
Del resto, Konrad Lorenz ha scritto che basta osservare una pozza
d'acqua, per vedere nascere la natura.
Non solo erbe e canne palustri i cui semi sono trasportati dagli uccelli,
ma libellule, cavallette d'acqua, ranocchie, raganelle, rospi, una
infinità di creature che abitano il mondo accanto a noi, ma
che la vita cittadina ci porta ad ignorare. Anche innocue biscette
d'acqua.
Già, ma non è che le creature
che strisciano nell'erba le trovi rassicuranti.
So che ben poche sono velenose, ma come fare a persuaderne una a fissarci
con calma negli occhi per determinare se abbia la pupilla da vipera
o no?
Meglio girare alla larga.
O assicurarsi che sul terreno nel quale si abita, ci siano anche dei
ricci, nemici giurati e vittoriosi di bisce e vipere.

Lucciole
Sono
insetti in via di estinzione? Per quanto riguarda le nostre campagne,
temo di dovere rispondere di sì.
Era comune, solo una manciata di anni
fa, vederne a migliaia, all'inizio dell'estate, illuminare i cespugli
la notte, come una scia incantata di minuscole luci tremolanti ed
ammiccanti, in movimento là dove il verde della campagna tratteneva
un po' di umida frescura. Ora, sembrano scomparse. Due, tre, di tanto
in tanto, là dove, prima, i cespugli sembravano esserne avvolti.
Sono insetti di circa dieci millimetri
di lunghezza. Il maschio vola agilmente grazie a quattro ali (veramente,
due sono elitre, ossia ali coriacee) e si sposta alla ricerca di un
segnale della femmina, che, incapace di volare, si sposta tra i rami
dei cespugli trasmettendo sempre il suo segnale luminoso, che ben
presto farà atterrare un maschio vicino a lei.
L'accoppiamento darà un centinaio di uova, disposte a mucchietto,
e nascoste tra il muschio o le foglie secche.
Le larve, che ne usciranno, avranno varie mutazioni per circa due
anni, emaneranno luce come gli adulti, ma non voleranno. Fatte adulte,
dureranno soltanto poche settimane, illuminando il proprio percorso
notturno della luce fredda ed ammiccante emessa dal loro addome, riparato
da una sottile cuticola trasparente.
Durante la breve vita di insetto adulto, non avranno bisogno di nutrirsi,
perché avranno accumulato energie sufficienti allo stato larvale,
quando sono state freneticamente, ferocemente sempre e solo alla caccia
di cibo, essendo però anche cibo per altri insetti o volatili.
Le larve attaccano soprattutto le lumache di cui sono ghiotte. Ne
rintracciano la scia, pur essendo cieche, le seguono, vi si attaccano,
non mollano la preda, mordono, inoculando un veleno che paralizza,
ed arrivano ad avere ragione di lumache e chiocciole grandi anche
quindici volte più di loro. Sono predatori instancabili, feroci,
con testa retrattile e mandibole. Strumenti tesi soltanto a divenire
adulti, per trovare l'appagamento del volo notturno, dell'accoppiamento,
e, poi, finire, poche notti dopo avere finalmente volato!
In
sostanza, godiamo lo spettacolo di una notte estiva costellata di
tante piccole luci in movimento tra cespugli ed erba, ed i pensieri
poetici che ci dà il loro volo ammiccante e luminoso, e dimentichiamo
che, prima di aggiungere poesia alla notte, sono state a lungo brutte
larve fameliche.

Mucche e marijuana
Svizzera:
vietata la pianta di canapa nel foraggio per le mucche svizzere.
Gli svizzeri si sono accorti di stare bevendo ottimo latte
alla marijuana.
Ed il cioccolato, quello al latte, così irresistibile, sarebbe
diventato un junk, farebbe l'effetto dello spinello? E poi
uno si lamenta se si ritrova drogato!
"Ma che ho fatto di male?! Solo indigestione di cioccolato al
latte
svizzero."
O le foglie di canapa fanno lo stesso effetto su tutte le mucche,
ma altrove non lo si pensa?
Sta a vedere che anche chi tra noi non
ha mai acceso una sigaretta, in realtà, quando si lascia tentare
da una bella tavoletta di cioccolato al latte, si ritrova a "spinellare"!

Ninfee
Sulla
vasca, il ghiaccio è ancora spesso, imprigiona le foglie cadute
in autunno.
Penso con tristezza alle ninfee, che avevo visto fiorire per tanti
anni, e che, certamente, ora, sono morte, soffocate dal quel coperchio
gelido.
Mi inginocchio sul bordo in pietra, spezzo
il ghiaccio, ormai incrinato. Guardo. Sul fondo, tra il terricciato
e le foglie decomposte, vedo delle gemme rosate. Le foglie nuove delle
ninfee.
Ce l'hanno fatta!
Aspetterò, come ogni primavera, che gli steli si allunghino,
le foglie, ancora avvolte su se stesse, emergano come una punta di
freccia, per aprirsi a poco a poco ed allargarsi, perfettamente rotonde,
sul pelo dell'acqua.
Poi, un bocciolo le spingerà,
si farà strada verso la luce del sole, resterà eretto
sulla superficie dell'acqua un'ora o due, si aprirà lentamente
ed adagerà un fiore bianco-rosato, meraviglioso, sul tappeto
di foglie nuove e lucenti. Debbo solo aspettare che arrivi giugno,
e la mia piccola vasca rinnoverà il suo dono stupendo. Per
settimane, quel dono mi incanterà, fino a che l'estate si volgerà
verso l'autunno. Vedrò nascere steli di canne palustri, di
cui non ho messo mai il seme, ma che qualche uccello, o il vento,
avrà portato. Forse, ritornerà un airone alla ricerca
di pesce fresco, ma basterà battere le mani e volerà
lontano. Certamente, le libellule azzurre voleranno rapide sfiorando
l'acqua, o indugeranno sulle foglie delle ninfee.
Verso l'estate, i rospi verranno in lenta goffa teoria a cercare una
compagna, e l'acqua sarà poi tutta percorsa di lunghi filamenti
di perline, le uova di rospo.
Inutile tentare di contare i girini che ne schiuderanno, saettanti
nell'acqua: sono troppi. O, dopo la metamorfosi, le minuscole creature
nere, simili ad un rospo rinsecchito, ma infinitamente più
piccole, che sciameranno sul bordo verso il prato. Migliaia o milioni?
Una quantità impressionante, che gli uccelli si affretteranno
a
considerare ottimo becchime!
Qualche raganella giocherà a nascondino sulle foglie dei rami
bassi, a pelo d'acqua, della magnolia giapponese. I ragnetti d'acqua,
minuscoli idrovolanti, pattineranno da una foglia all'altra alla ricerca
di chissà che. Tutta una vita che riprende, lì, sotto
i miei occhi.
Per
quante volte Konrad Lorenz osservò la vita fiorire in un piccolo
specchio d'acqua? Fu lui per primo a dircene l'importanza.
Quanto è grande il fascino di un fiore acquatico, di una ninfea,
se Claude Monnet continuò a dipingerle per anni e sempre più
da vicino?

Saggezza d'Indiano
Traduco
semplicemente dal mirabile "Le Kama-sutra
des demoiselles" del naturalista francese Marc
Giraud:
-
Nel 1854, un 'uomo selvaggio' come lui stesso si definiva, pronunziò
parole illuminate di saggezza, chiaroveggenza e nobiltà. Questo
selvaggio era il capo indiano Seattle, della Tribù Duwanish.
Egli fece al Presidente degli Stati Uniti d'America un discorso politico
e illuminato, del quale ecco alcuni passi. Queste parole sembrano
giungere dal fondo dei tempi, come la voce stessa della Natura:
"Che
sarebbe l'uomo senza le bestie? Se tutti gli animali scomparissero,
l'uomo morrebbe di solitudine dello spirito. Perché ciò
che arriva alle bestie arriverà ben presto all'uomo.
Tutte le cose sono legate tra loro
Noi sappiamo almeno questo:
la Terra non appartiene all'uomo. L'uomo appartiene alla Terra.
Non è l'uomo che ha tessuto la trama della vita: egli non ne
è che un filo, e tutto ciò che fa alla trama, lo fa
a se stesso.
Continuate ad insudiciare il letto nel quale dormite, ed una notte
soffocherete nelle vostre proprie sozzure."
-

Suricate
Questi
graziosi piccoli mammiferi, osservati soprattutto nel deserto del
Kalahari, hanno una vita di gruppo, o, piuttosto, di famiglia, che
prevede anche affetto e assistenza reciproca.
Si nutrono di quanto riescono a trovare sul terreno, scavandolo con
movimenti frenetici. Scorpioni, vermi, grossi ragni, insetti, millepiedi,
serpentelli e loro uova. Proteine, insomma, e mai a sufficienza. Le
loro condizioni di vita sono così dure che applicano la limitazione
delle nascite, per cui soltanto la femmina dominante ha il diritto
di essere fecondata.
Hanno una grande tana "di famiglia"
ma, dovunque si trovino alla ricerca di cibo, ne scavano subito altre,
più piccole, per avere sempre un rifugio vicino, nel loro vagabondare
in cerca di cibo, in una delle regioni più inospitali dell'Africa.
Sono piccoli, aggraziati. Il musetto è allungato ed attento.
Il pelo chiaro, corto ma folto.
Appartengono alla grande famiglia delle manguste, ma hanno abitudini
proprie.
Ad ogni uscita, alcuni sono incaricati di fungere da sentinella. Si
nutrono per primi, poi, si appostano su qualunque rialzo del terreno,
perfettamente eretti, quasi "stilizzati" nella loro magrezza.
Usano la lunga coda come terzo appoggio. Scrutano tutto attorno, ma
soprattutto il cielo, dal quale può arrivare qualche temibile
rapace. Sono tesi, pronti a dare l'allarme.
Di tanto in tanto, lanciano un grido acuto, un richiamo cui debbono
rispondere tutti i componenti la famiglia. Se uno dovesse non rispondere,
una sentinella partirebbe a cercarlo e soccorrerlo.
Un giorno, un gruppo nota che una femmina
di sciacallo, con i piccoli, ha occupato una loro tana. Una giovanissima
suricate, coraggiosa ed inesperta, si piazza davanti all'intrusa,
la sfida. Nello scontro inevitabile, la giovane suricate ha la peggio.
Il gruppo, pur affamato, non l'abbandona. La madre cerca di confortarla.
All'alba, tutta la famiglia deve muoversi alla ricerca di cibo. La
piccola non riesce a seguirli rapidamente.
Allora, tutti rallentano l'andatura perché la suricate ferita
possa seguirli.
Quando lei, sfinita, si ferma, non si allontanano, le restano accanto
fino all'ultimo respiro.
Due sentinelle scrutano l'orizzonte per lei, che stia al sicuro, fino
alla fine.

Svizzera
Concesso
lo "status di persona giuridica" agli animali da compagnia.
Potranno ereditare !
Avranno tanti diritti in più, compreso quello di non potere
essere "eutanasiati" su richiesta del padrone.
E, qui in Italia, quando ? Vogliamo,
si o no, essere altrettanto civili ?

Vampiri altruisti.
Ce
ne sono, ma non vivono in tetri castelli del Caucaso.
No, si tratta dei pipistrelli del Sud
America e Messico, che si nutrono succhiando, con un morso indolore,
sangue, principalmente dalle zampe di animali come, per esempio, le
galline.
Questi vampiri non possono sopportare
un digiuno di due giorni. Ne muoiono.
Quindi, se dopo una nottata di volo e di ricerca di cibo, uno rientra
affamato alla caverna che serve da casa, comunica ai compagni, con
una mimica particolare, di essere sfinito e di avere bisogno di cibo.
I compagni, magari vampiri, ma solidali ed altruisti, rigurgitano
un poco di cibo e gli danno la possibilità di nutrirsi.
Lo avreste mai immaginato ?
Piccola precisazione: li ho nominati
"vampiri" per distinguerli dai pipistrelli nostrani tutti
insettivori e per nulla assetati di sangue che non sia di
zanzara,
meglio se ingoiata intera!
I "vampiri", succhiatori di sangue di belle vittime umane,
qui da noi, esistono soltanto nella fantasia dei romanzieri.

Aragosta
E'
considerata cibo di grande raffinatezza, è protagonista di
mille ricette, ma null'altro, visto che a nessuno importa saperne
qualcosa. Eppure, anche se ci pare strana, è una creatura!
L'unica informazione che abbondi su questi
crostacei è quella che vanno cotti vivi!
Non ci capita di pensare che sono esseri che la Natura tenta di difendere,
dotandoli di robusta corazza, che cambiano più volte nel corso
della vita. Quando si diventa grandi, anche la corazza diventa stretta,
un po' come il busto, che dava il vitino di vespa.
Hanno arti per muoversi, chele per afferrare il cibo, escono dai nascondigli
molto cautamente nelle ore notturne, e, quindi, il loro cervello conosce
la paura, si cibano di pesci ed altri abitanti del mare, morti. Sono,
dunque, utili spazzini.
Il maschio ha il compito, abbastanza
diffuso, come spesso capita, anche se non sempre (in certi tipi di
abitanti del mare, feconda soltanto le uova già deposte) di
fecondare la femmina, e, come quasi sempre avviene anche nell'oceano
o meglio sulle sue scogliere, la femmina depone tantissime uova. Detto
questo, più un accenno sui colori che sono vivaci, rosso, viola,
non credo si sappia null'altro. Sono, comunque, anche una notevole
dimostrazione della crudeltà umana.
Qui, sto uscendo dal seminato, ossia
non mi limito a notizie naturalistiche ma critico i miei simili. Infatti,
perché la carne dell'aragosta non diventi stopposa bisogna
cuocerla
viva. Ma non basta. Se vi va di avere un brivido gelido
per la schiena, leggete questa notizia:
- Tokio, serata di chiusura di una mostra
internazionale d'arte d'avanguardia, molto d'avanguardia. Fotografi,
pittori, scultori, grafici, già noti nei propri Paesi, sono
invitati dagli organizzatori giapponesi per la cena di commiato. Il
ristorante è perfetto, la tavola lunga e stretta preparata
con grande raffinatezza. Tutto è perfetto.
Gli ospiti giapponesi prendono posto tra gli invitati, in maggioranza
occidentali. Breve attesa per apprezzare l'atmosfera serena, elegante
del locale.
All'estremità corta della tavola
si presentano due camerieri. Cerimoniosi, sorridono e si inchinano.
Uno posa davanti ad ogni commensale un piccolissimo piatto di porcellana,
una salsa in una tazzina che è un gioiello di proporzioni,
due lunghe bacchette. Sembrano persino più lunghe di quelle
dei cinesi. L'altro, pone sulla tavola un grande vassoio.
Ne fuggono delle creature strane, mostruose.
Possibile che vagiscano? Avanzano lungo quella strada che è
la tavola: sì, gemono straziate.
I giapponesi allungano le bacchette, strappano golosamente un brandello
di polpa viva, la immergono nella salsa, la gustano soddisfatti. Polpa
più fresca di così?!
Gli occidentali, raggelati, hanno le
dita contratte sulle bacchette fino ad averne le nocche bianche. Le
orride creature, aragoste vive ma scuoiate del guscio, la carne incisa
a dadi, facili da staccare, passano gemendo di tormento. Nessuno assaggia.
Qualcuno riesce a pensare "almeno da noi sarebbe vietato"
e si fa forza per trattenere il vomito.
Le creature raggiungono l'altra estremità
della tavola. Il cameriere, imperturbabile, l'immutabile sorriso stampato
in viso, le afferra, le deposita sul grande vassoio. In cucina una
pentola di acqua bollente le libererà dalla orrenda sofferenza.
Quello strano vagito, il lamento di creature torturate, avrà
fine. Nessuno tra i convitati dimenticherà mai quella zuppa
di aragoste che dovrà pur fingere di gradire. Una freschezza
così garantita da causare un brivido di raccapriccio ed orrore.
In merito a certe usanze alimentari,
non riuscirò mai a ripetere la descrizione che mi aveva fatto
un giornalista, non poi tanto tempo fa, di una scena vista in un ristorante
cinese, quando ancora in Cina c'era - ma sarà poi proprio scomparsa?
- la credenza che il cibarsi del cervello di scimmia viva potenziasse
le forze... per ogni "attività", ma specialmente
erotica!
Qualche ristorante organizzava di queste cene per clienti ricchi abbastanza
e crudeli a sufficienza da permettersele.
Non vi ripeterò il racconto che mi è stato fatto. Non
posso. Immaginate il peggio, forse non sarà ancora sufficiente.
Perché noi umani abbiamo in noi il gene orrendo della crudeltà?
Per avidità, grettezza, superstizione, golosità, vanità,
per senso di estetica, per divertimento.
Perché riusciamo ad essere così orribili?
Pensiamo a questo parere dell'insigne giurista René
Guyon e cerchiamo di essere almeno compassionevoli:
"... risalendo
all'origine dell'essere, si trova una sola eguaglianza fra tutte le
sensibilità.
Il dolore ha per tutti la stessa origine: esso produce, in tutti gli
esseri, gli stessi strazii con la stessa intensità.
Dal dolore, l'uomo può anche difendersi, ha le leggi fatte
da lui, ha tutte le risorse della terra.
Ma l'animale non ha nulla: null'altro che la sua povertà, la
sua umiltà, il suo bisogno di tenerezza, la sua preghiera inascoltata
che non lo si faccia soffrire.
L'animale è alla mercé di tutte le viltà. E'
debole, disarmato, perseguitato".

Cani da salvataggio
delusi
Osservazione
dei pompieri di Oklahoma City.
L'attentato del 19 aprile 1995 contro
un edificio federale di Oklahoma City, esploso con tale violenza che
il rumore si sentì a sessanta chilometri di distanza, fece
168 morti ed 800 feriti.
I
cani
da salvataggio lavorarono per giorni e giorni nelle rovine, individuarono
tanti corpi, ma tutti soltanto di persone uccise.
I loro conducenti notarono la depressione nei loro cani, che neppure
le carezze riuscivano a rallegrare. Avevano gli occhi tristi, lo sguardo
a terra, neppure i bocconcini non li attiravano come prima.
Evidentemente soffrivano di non avere avuto la gioia di salvarne almeno
uno. Un po' di speranza, una traccia e poi, nulla, soltanto morte!
Divenne
evidente che era necessario ridargli fiducia, farli riprendere. I
conduttori, rattristati della situazione, per amore dei loro cani,
trovarono come incoraggiarli: si misero ad organizzare finti salvataggi
a lieto fine, tra colleghi.

Pipistrellino
Debbo
far cambiare una grossa trave di una tettoia. La mattina, scendo molto
presto per vedere che cosa i muratori stiano combinando.
Mi dicono di guardare in una scatola
di cartone, lì, per terra. La apro: da una fessura del pilastro
è caduto un piccolo pipistrello scuro. I muratori, considerato
che non è commestibile e che "madami-n" ha un debole
per gli animali, si sono astenuti dall'accopparlo.
Sta, appunto, nella scatola, al buio.
Infilo i guanti e lo tiro fuori. E' una
creatura molto piccola, quasi senza peso, il pelo è scuro e
liscio. Non fa certo paura, così spaventata, immobile. Osservo
le ali, non sembrano danneggiate.
Ammiro quella sottilissima seta dalle eleganti nervature che è
l'ampia membrana che la natura ha sapientemente disteso su lunghissime,
esili dita dalle delicate articolazioni, e che non soltanto li regge
in volo, ma si ripiega a culla per ospitare i piccoli durante l'allattamento
o il riposo.
L'organizzazione delle "famiglie"
prevede che i neonati siano presi in cura da anziane pipistrelline
"baby-sitter", quando le madri debbono uscire per procurare
il cibo. Anche le baby-sitter ripiegano le ali, come le mamme, e talvolta
reggono due piccoli alla volta o, con un miracolo della natura, benché
anziane, si "fanno venire" una montata lattea per alimentare
i piccoli affamati, se mamma ritarda!
Lo volto con il muso verso l'alto, e
comprendo di avere commesso una crudeltà: la bocca si atteggia
a "trombetta", è evidente che urla di terrore, ma
per me, umana, priva di percezione degli ultrasuoni, è un penoso
grido silenzioso. Lo terrorizza la luce del sole che l'ha colpito.
Lo ripongo in fretta nella scatola, ed ho cura che gli uncini, con
cui terminano le nervature delle ali, lo sostengano nella sua posizione
naturale, con la testa in basso.
A sera, quando finalmente riesco a risalire
dall'ufficio, apro la porta del bagno, senza accendere la luce. Il
pipistrellino ha "sentito" il richiamo della notte, è
uscito dalla scatola e si trascina sul fondo della vasca. Rimetto
i guanti e lo sollevo. Vado sul balcone.
Mio marito si piazza al di sotto per allontanare i gatti, per il caso
in cui il pipistrello cada a terra, ma, come protendo la mano verso
il chiarore di un lampione, si libra in volo, leggero e silenzioso.
Ha ritrovato la libertà.
Sarà uno dei tanti perseguitati
pipistrelli che ogni anno, nei cieli della sola Europa, ci liberano
di decine di tonnellate di insetti.
Si calcola che una colonia di cinquecento individui, in una sola estate,
ne consumi una tonnellata, liberandoci da miliardi di fastidiose zanzare.
Efficacissimi insetticidi naturali ed ecologici. Uno di questi giorni
peserò una zanzara per darvi un calcolo più preciso.
Perché avergli dato una trista nomea?
Solo perché sono silenziosi, furtivi, notturni? Sono gli unici
mammiferi terrestri capaci di volare (gli altri siamo noi, ma con
quali marchingegni).
Questi, che vivono da noi, credo si chiamino "orecchioni",
perché, appunto, hanno orecchi piuttosto grossi. Sono del tutto
innocui, anzi, molto utili. Ce ne sono molte varietà, in parte
ancora sconosciute. I naturalisti cercano di riconoscerle anche per
mezzo degli apparecchi che permettono di ascoltare e differenziare
gli ultrasuoni che emettono durante il volo.
Sono esclusivamente insettivori. Ali nella notte.
Se per caso se ne annidassero sotto il
vostro tetto, siatene lieti. Forse, troverete qualche piccolissima
fianta secca sul marciapiede, da togliere con un leggero colpo di
scopa, ma saprete che la vostra zona ha ricevuto dai pipistrelli il
riconoscimento di "zona ecologicamente valida". Infatti,
è stato osservato che si tengono lontani dalle zone in cui
si usano prodotti chimici nell'agricoltura, e preferiscono quelle
dedicate alla agricoltura biologica.
Non avrebbero altri nemici che i felini
ed i rapaci notturni. Ma ci siamo noi umani che provvediamo alla loro
distruzione, con tutta la chimica che intossica il pianeta.Sarà
facile, se si continua così, arrivare a renderli "specie
estinta".
Infatti, non si riproducono affatto con la velocità e abbondanza
dei topi. Uno, due piccoli soltanto per femmina all'anno. Molto poco,
veramente, per resistere alla pressione della distruzione, dovuta
a pesticidi ed ignoranza.
Sempre meno pipistrelli, sempre più
insetti notturni. Sempre più insetti notturni ? Sempre più
spray, tossici per le zanzare, ma anche per il nostro mondo.
Bisognerebbe insegnare queste cose ai bimbi, altrimenti, avremo intere
generazioni che continueranno a dire stupidamente "che s-giaj!",
nei vari dialetti della penisola e uccideranno, per paura, animali
preziosi per la loro utilità.

Fiori sexy
A
cosa non si ricorre per riprodursi.
Credevo che certe ingegnosità
fossero riservate alle piante esotiche, ma ho scoperto recentemente
che anche qui, da noi, le piccole orchidee selvatiche, poco appariscenti,
ma nella loro piccolezza, belle quanto le più acclamate specie
tropicali, hanno imparato a camuffarsi da
api, per attirare
i giovani maschi senza esperienza.
La pianticella, nella stagione della
impollinazione, presenta dei fiori identici ad un'ape, nella forma,
nei colori, persino nella consistenza un po' pelosa o nel profumo,
che noi non percepiamo, ma gli insetti sì.
I maschi, che volano nervosamente, non avendo in testa altro che un
bell'accoppiamento, si precipitrano sulla bella immobile, che sembra
attendere un amplesso, si agitano sull'ingannevole creatura vegetale,
si riempiono di polline. Delusi, se ne vanno a ripetere lo stesso
errore, ed ottengono quello che la pianta aveva tramato: ingannare
per riprodursi, sempre più lontano.
C'è una quantità notevole
di questi "inganni". Anche il grosso rumoroso bombo ha occasioni
di farsi delle gaffes alla sua misura!
Foglie morte e giardini
Ho
l'abitudine di lasciare sul prato e tutto attorno agli alberi, che
se ne sono spogliati, le loro foglie. Sono belle.
Lentamente, sbiadiscono i colori caldi
dell'autunno, il rosso del rampicante e degli aceri, il giallo brillante
delle foglie di ginkgo. Resta un colore tabacco chiaro. Di foglia
secca, appunto.
Si sbricioleranno. Le briciole resteranno trattenute dalla trama delle
nervature fini e tenaci.
Sempre più sottili, continueranno a proteggere l'erba dal gelo
e, tanto meglio, se un bello strato di neve le coprirà. A
marzo, con una scopa a fili metallici, raccolgo quanto ne rimane.
So benissimo che potrei prendere una di quelle macchine inventate
apposta per aspirarle, ma per favore, lasciatemi lavorare senza rumori,
lasciatemi sentire il canto di quei pochi uccelli che ci sono rimasti.
Talvolta penso che avesse ragione il
capo indiano Seattle, scrivendo nel 1855 al Presidente degli Stati
Uniti d'America:
" ...mi chiedo: che
genere di vita vive l'uomo bianco da non essere capace di ascoltare
il grido solitario della gazza o il dialogo notturno delle rane nello
stagno? Il mio popolo può ascoltare il soave sussurrio del
vento sulla superficie del lago, e l'odore dell'aria limpida dell'alba
e profumata a mezzogiorno per l'aroma dei pini".
E, tornando alle foglie, neppure non
le brucio. Messe in un mucchio, subito richiamano quegli insetti che
in un giardino debbono esserci, per avere un ciclo naturale, o servono
come nascondiglio ai ricci.
Se le bruciassi, arrostirei migliaia
di insetti utili, o di larve destinate a darmi splendide farfalle,
riempirei l'aria di fumo, non avrei più dove ospitare i ricci.
E' anche vero che nessuno ci piangerebbe su, ma io sentirei d'avere
offeso, stupidamente, la Natura.
Piuttosto, nascondo il mucchio sotto una siepe o dietro un grosso
cespuglio, fermandolo con dei rami caduti dagli alberi, per evitare
che il vento sparga le foglie morte per il giardino.
Quando il mucchio è grosso, vi butto di tanto in tanto un po'
di terriccio.
Un attimo dopo, miliardi di acari invisibili ed operosi si affrettano
a trasformare quel mucchio di foglie in un buon composto, fine a morbido,
da spargere sul prato.
Non è moderna ecologia, è
pratica vecchia quanto l'umanità.

Lombrichi
Premessa:
prima di pensare "che schifo", aspettate di avere letto
che senza i lombrichi non ci sarebbero gli umani. Anzi, non ci sarebbe
nulla. Il globo terrestre sarebbe "calvo" e liscio. Una
palla da bigliardo con qualche rugosità: le montagne, e tanto
oceano.
Forse, in quell'oceano immenso ci saremmo anche noi, ma non ci chiameremmo
"umani", al massimo "sireni"!
Che ne direste, dunque, di parlarne un
po' di questi vermetti, che chiamiamo lombrichi?
Tanto per cominciare, se andiamo a peso, vediamo che sono più
importanti di noi. Ossia, si prenda tutti gli esseri viventi che popolano
la terra, noi, con le balene, gli struzzi, gli orsi bruni e bianchi,
le formiche e gli insetti, ecc., ossia tutte le creature e si mettano
sul piatto di una bilancia. Sto parlando di bilancia teorica, perché
non vorrei che mi chiedeste di mostrarvela.
Sull'altro piatto, si mette tutti i lombrichi
(lavoretto un po' lungo, perché sono tutti da estrarre dalla
terra, ma, per una dimostrazione scientifica, questo ed altro).
Che si trova ? Che il piatto dei lombrichi pesa più del nostro.
Quindi, mettiamo già questo, come
segno di importanza. Ma, ancora: perché il suolo diventa terra
fertile ?
Perché i lombrichi (pensate che su un
ettaro di normale terra coltivabile, ne vivono almeno quattro
milioni. per un peso che va dalle due alle quattro tonnellate)
passano il tempo a nutrirsi, con calma e costanza, di terra, scavandola
nel sottosuolo. E riportandola in superficie.
Mangiano, infilano in quel tubo che è il loro corpo, anatomicamente
semplificato al massimo, ma tuttavia capace di reazioni come la paura,
perché fa resistenza accanita al tentativo degli uccelli di
estrarlo dal terreno. Senza occhi, senza polmoni, senza problemi di
riproduzione e ricerca di compagno perché ermafroditi.
Quando hanno ingoiato abbastanza terra,
salgono in superficie, la depositano, ossia la defecano. Così,
ce la restituiscono sotto forma di terra digerita: ha subito la preziosa,
indispensabile trasformazione chimica che la rende coltivabile. Si
è arricchita di azoto, potassio, magnesio, ecc.
Si calcola che le loro deiezioni rappresentino, a seconda del tipo
di terreno del quale si sono nutriti, dai cinquecento ai duemilacinquecento
chilogrammi per ettaro, ogni anno.
Già Charles Darwin dimostrava
che tutto il suolo di una nazione come la sua, la potente Inghilterra
del XIX secolo, passava tutto per il tubo digestivo dei lombrichi,
ogni 365 giorni.
Qui, in Europa, sono piccoli, qualche centimetro, tranne un tipo che
striscia nei Vosgi (Francia) ed arriva ai sessanta, ed un altro dei
Paesi Baschi, che arriva al metro. Sono i colossi tra i lombrichi
europei.
Adesso che so tutto questo, sono contenta
di avere sempre fatto quella che poteva sembrare una scempiaggine:
sollevare con cura con una bacchetta i lombrichi fuggiti dalle loro
gallerie allagate dalla pioggia, che mi ritrovavo sul marciapiede.
Evitargli di essiccare o diventare becchime per gli uccelli. Li poso
tutti nell'erba del prato perché riprendano a scavare e tornino
alle loro utili gallerie.
Gli uccelli ne sono ghiotti, i cinghiali ne mangiano a crepapelle,
fino a duecento in una notte.
Sapete chi è specializzato nella
conservazione dei lombrichi ? la talpa.
Ma, di questo, un'altra volta.

Riccio
Un
mammifero piccolo (poco meno o poco più di un chilogrammo),
simpatico.
Come fu che si meritò il nome di riccio, che fa pensare a qualcosa
che non si può tenere in mano da tanto punge?
Lo immagino, nella preistoria, un paio
di milioni di anni fa, aggirarsi guardingo e preoccupato di non avere
difese contro i predatori più grossi di lui. Sì, d'accordo,
resisteva benissimo ai veleni, poteva affrontare e mangiare vipere,
ragni, scorpioni, ma ogni volta che, povero lui, sentiva un battito
di ali di rapaci, la paura gli faceva drizzare il lungo pelo e lo
spediva correndo, per quanto le sue corte gambette scure permettevano,
a nascondersi sotto qualche cespuglio ad arrotolarsi ben bene su se
stesso, per non vedere e non sentire. Neppure buttarsi in acqua serviva,
anche se poteva nuotare, contro i predatori preistorici che o piombavano
giù dal cielo, o sorgevano dalle acque.
Che mondo da paura.
Ma, dato che era simpatico, quella che
chiamiamo Evoluzione lo aiutò, dapprima facendo in modo che
i peli del dorso e della nuca restassero diritti e lui sembrasse molto
più grosso, poi, indurendoli fino a farne vere lance puntate
verso i nemici, poi, ancora, dotandole di muscoli che permettono a
Messer Riccio di appiattirle sul dorso.
Intanto, Evoluzione procedeva a raffinare
gli insetti e non soltanto i mammiferi o gli uccelli o i pesci. Così,
capitò che certe pulci si selezionarono in modo tanto raffinato
da torcere il nasino ogni volta che pungevano un dinosauro o un cercopiteco.
Cercavano qualcosa di sapore diverso, con pelle più tenera.
Che farne?
Il riccio, beato, lui non aveva parassiti, quindi Evoluzione gli regalò
quelle pulci, dimenticando, però, che gli aculei avrebbero
impedito il sollievo di una bella grattatina al dorso. Come grattarsi
una schiena irta di circa sessantamila piccole lance acuminate?
Visto che non c'è rimedio, lui se le tiene e così bene
che quelle sue pulci se, per caso, ci saltano addosso, in fretta risaltano
sul riccio. A loro piace solo lui: basta stargli sulla schiena e si
vive indisturbate. Povero riccio!
E'
un validissimo insettivoro.
E' notturno, e dotato di udito finissimo capace di percepire gli ultrasuoni.
Quindi, procede sicuro alla ricerca di insetti, piccole bisce e loro
uova, facendo strage dei loro nidi.
Ci rende un servizio di prima qualità.
E' un abile cacciatore di vipere. E' quasi impossibile un incontro
tra un riccio, notturno, ed una vipera, diurna, ma il riccio è
perfettamente in grado, se ne trova un nido, di entrare, senza timore
dei morsi avvelenati e fare fuori adulti e uova.
E', in fondo, la mangusta dei nostri climi! Non fosse che per questo
motivo, bisognerebbe offrire ospitalità ai ricci in tutti i
giardini.
E' goloso di lumache, così dannose alle foglie ed alle insalate.
Ma bisogna ricordare di non usare la lumachina contro le lumache,
o si ucciderà anche i nostri amici ricci.
Gli piace molto la frutta dolce e matura. Mi è capitato di
vederne uno, forse una mamma con piccoli da nutrire, rotolarsi su
degli acini d'uva caduti da un pergolato, e portarseli via infilzati
sugli aculei dorsali.
Sono simpatici da vedere, un po' meno da toccare, così armati
di migliaia di lunghe spine difensive.
Sono
addomesticabili, anche se non consiglio mai di addomesticare animali
nati per essere indipendenti.
Mi è però capitato di curarne uno, che si era preso
una gran badilata, che quasi gli staccava la testa. Presa un po' di
confidenza, si apriva, restava seduto sulla mia mano guantata, e rivelava
un pancino coperto di morbida pelliccia.
E, qui, arriva un inconveniente.Quando
un "lui" adocchia e corteggia una "lei", come
si fa con tutti quegli aculei ? Bisogna che lui la persuada ad accettarlo.
"Lei", se è d'accordo, si allunga a terra ed appiattisce
gli aculei del dorso. Altrimenti, sono guai per il morbido pancino
di "lui".
Passano l'inverno in letargo. Ed io spero
sempre che il mucchio di foglie secche che lascio in un angolo del
giardino serva da riparo ai loro sonni.
I piccoli nascono con gli aculei ricoperti e non in grado di pungere,
per non ferire la mamma.
Sono animali simpatici, utili, silenziosi, piccolini. Vale la pena
di proteggerli e lasciarli al loro mestiere di distruttori notturni
di insetti.
Alberi, fiori, orti ne trarranno beneficio. Che si può chiedere
di più?
Calabroni
Ho
un amico molto alto con il quale, in estate, spesso passiamo la serata.
Se un calabrone riesce a superare lo sbarramento delle apposite lampade,
lui si alza e, con tutta calma, prende un picchiotto, oppure si toglie
una scarpa, mira, assesta un colpo e lo fa secco contro il muro del
portico. Invidio la sua statura che gli dà queste possibilità,
mentre io rimango inchiodata alla mia poltroncina, abbranco i braccioli,
mi impongo di stare ferma.
L'istinto mi farebbe schizzar via, lontano il più possibile.
Però, si tratta di insetti veramente pericolosi, e non soltanto
per noi, ma anche per i nostri animali.
Dicono che tre calabroni bastino ad uccidere un cavallo! Pare anche
che sia vero, benché sia stato dimostrato che un topo resiste
senza danno anche a diverse punture. Ma sappiamo che i topi hanno
le loro "resistenze" speciali, o, con la caccia che gli
diamo dai tempi della preistoria, sarebbero estinti.
E che poi quelli che "circolano" dalle nostre parti sono
solo calabroni... europei.
Per carità, se ci arrivassero mai gli spaventosi giapponesi
con un dardo da sei millimetri ed una ferocia da samurai + kamikaze.
Tanto per cominciare, non salveremmo più neppure un alveare!
Tre di questi insetti sono sufficienti per fare a pezzi, in sole tre
ore, tremila api europee, saccheggiarne l'alveare e usare tutte le
provviste e larve per nutrire le proprie.
Speriamo che non capitino mai qui con qualche container, come è
già avvenuto con tanti parassiti ed insetti nocivi, arrivati
come . . . clandestini.
Comunque,
mi è anche capitato di dovermi arrangiare a staccare da sola
dei nidi di calabroni nostrani, e di ammirare la maestria con cui
sono costruiti, perfettamente coibentati e tenuti puliti. Una struttura
ammirevole, raffinata, con pareti spesse, realizzate con un impasto
che somiglia a cartone soffice.
Uno, particolarmente grosso (immaginate un cilindro di circa quaranta
centimetri di altezza, per un diametro di almeno venti) lo avevo scoperto
per caso, alzando gli occhi verso un cornicione dietro un filare di
cipressi. Doveva essere stato costruito in due anni. Infatti, la metà
superiore era più scura della inferiore, che aveva, però,
esattamente la stessa altezza. Strano che non l'avessi scorto prima.
Lo osservo, e, anche se è molto in alto, mi dà ugualmente
i brividi per il pericolo che rappresentano i suoi abitanti.
Escono tutti verso ovest da una "rampa di lancio" situata
in basso.
Entrano da nord, quindi a novanta gradi, per una rampa di attracco
sullo stesso livello.
Un foro diametralmente opposto alla uscita, ma leggermente più
in basso, serve per evacuare le deiezioni. Il muro distante solo pochi
centimetri, ne porta evidenti segni!
Il nido, o "bugno", come lo si dovrebbe chiamare, è
saldamente fissato al cornicione.
Quante creature pericolose può ospitare quel cilindro?
Sembra disdegnino la zona sottostante, ma come esserne sicura?
Telefono
al Consorzio Agrario chiedendo dell'esperto di "veleni".
Annoto tre nomi di insetticidi che debbo miscelare con cautela, caricare
in un irroratore che giunga a otto metri e spruzzare prima dell'alba,
per sorprendere i calabroni nel sonno.
Attenzione a non respirare la mistura e a non spruzzarmela addosso.
Proteggersi con maschera, cappello, occhialoni ed indumenti impermeabili
adatti. Strage definitiva di calabroni sorpresi proditoriamente nel
sonno.
Due
giorni dopo, salgo con una scala di sicurezza a staccare il bugno.
Lo ripulisco, scuotendolo, di tutti i suoi occupanti.
Quanti! Se tre bastano per uccidere un cavallo, lì, ce ne sono
a sufficienza per distruggere tutti quelli della pampa. Parte i calabroni
normai morti no0n contiene altro: è una strutta pulita! Ne
faccio omaggio ad una maestra delle elementari, che me lo aveva richiesto,
per una utile lezione ai bambini. Confesso di non sentire rimorso
della strage.
Secondo
gli esperti, sarebbe bastato aspettare l'inverno, perché i
calabroni non sopravvivono alla stagione fredda. Ma... rimangono pur
vive, anche se ibernanti, alcune femmine fecondate, come dimostrato
dal fatto che il nido era stato costruito in due annate diverse. Meglio
essere prudenti e togliersi il pericolo in fretta.
Consiglio:
se si ha un giardino, controllare anche i tronchi degli alberi. Un
buco in un tronco è un ottimo riparo per i calabroni. In questo
caso, non si vedrà il bugno, ma si rischierà di incontrare
uno dei suoi abitanti che sta tornando a casa e detesta gli intrusi:
voi.
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