Le Tortorelle turche
In
Grecia è anche chiamata "decaoctura" ossia
diciottesima. La leggenda vuole che un centurione, impietosito dalla
sofferenza di Gesù che saliva al Calvario carico della pesante
croce, volesse offrirgli una tazza del latte che una donna vendeva
a diciotto soldi. Il centurione offrì tutti i diciassette che
aveva, ma la donna rifiutò di venderglielo. Quando Gesù
fu crocefisso, la donna avara e spietata fu trasformata in tortora
e condannata a vagare per sempre ripetendo "decaocto decaocto",
ma se le riuscisse di dire decaepta (diciassette) riprenderebbe sembianze
umane, mentre se mai pronunziasse decaennea (diciannove) il mondo
avrebbe fine (da Birds, Beasts and Relatives di Gerald Durrell).
Le chiamiamo "turche" anche
se sono originarie di terre più orientali della Turchia. Nei
nostri Paesi, hanno cominciato a diffondersi una cinquantina di anni
fa.
A Monaco Principato raccontano che fu
il loro principe esploratore, Alberto I, ad importarle. Le curava
personalmente in una grande voliera nei giardini del Palazzo. Quando
si ammalò, pensò di ridare la libertà alle sue
tortore, ormai ben acclimatate, che vivessero felici e libere, e le
porte della voliera furono aperte.
Di colore beige tendente al rosato, le
penne lisce, una fascia nera sulla parte posteriore del collo, simile
a un collare. Corpicino slanciato, con una lunghezza totale, compresa
la bella coda, di circa 27 centimetri. Minute, il peso è inferiore
ai 150 grammi. La testolina è piccola ed elegante.
Si nutrono di semi e di granaglie, cercandole
in prossimità del nido. Bevono, come tutti i colombidi, in
modo diverso dagli altri uccelli, che debbono continuamente sollevare
la testa per inghiottire. Le tortore chinano graziosamente il collo,
e bevono sorbendo il liquido senza interruzioni.
Monogame: la coppia rimane unita per
tutta la vita. Sono moltissimi gli animali monogami: vorrei che i
cacciatori pensassero a questo, prima di prendere la mira. Mi sembrerebbe
umano!
Entrambi i genitori si occupano sia della
cova che dell'alimentazione dei piccoli. Fanno i "turni".
Alla femmina tocca quello più lungo, dalla sera fino a tardi
nella mattinata. I piccoli sono sempre soltanto due. Si hanno generalmente
quattro nidiate all'anno, anche se si è notata una tendenza
ad un numero maggiore di nidiate nei climi più favorevoli.
Preferiscono nidificare nelle zone abitate, quindi, le si può
considerare uccelli urbani.
Se abitate in alto, ed avete qualche
pianta sospesa, come ad esempio un geranio edera, potrete anche trovarvene
una coppia sistemata nel vaso. A me è capitato, e non una sola
volta. E' stato bello osservare i turni dei genitori, scoprire piccole
astuzie, come quella del maschio che, una volta, si era portato nel
nido, ossia nel vaso, una grossa briciola di pandoro, per beccarsela
mentre teneva le uova al caldo!
E' stato interessante sorvegliare i corteggiamenti
perché, dopo ogni covata, il maschio riprende a corteggiare
la compagna con passione, come fosse la prima volta, con inchini e
richiami gutturali: chgu-uuuu--gh.
E' stato emozionante vedere i piccoli
cominciare ad agitare le ali, muovere qualche passo delle zampette
inabili fuori del nido, e, finalmente (erano schiusi da soli 18 giorni),
lanciarsi in un primo volo incerto verso i genitori, in attesa, su
un altro balcone. Poi, per tre-quattro giorni, stare sempre accodati
ai genitori chiedendo ancora l'imbeccata, con moine tenere: chinandosi,
aprendo il becco, facendo vibrare le alucce. Con l'accortezza di mettere
un giornale piegato a terra, sotto il nido, ho evitato qualsiasi traccia
di sporco.
Sporco ? Sì, certo, le fiante
non possono essere considerate igieniche, ma pare che, in antico,
i panettieri, per ottenere pagnottelle particolarmente morbide e saporite,
usassero mescolare al lievito una piccola quantità di fianta
di colombo. Per fortuna, adesso, questi virtuosismi non li fanno più.
Scrivevo, all'inizio, che le chiamiamo
tortorelle turche dal collare. Ma dunque, dalla Turchia, prima che
si parlasse di Unione Europea, non abbiamo avuto soltanto battaglie
ed assedi sanguinosi, scimitarre ricurve e terrorizzanti tenute tra
i denti da guerrieri con turbante, incursioni che hanno tramandato
il grido "Mamma, li Turchi!" e spedito i rivieraschi a costruire
in alto sui colli. Riesaminiamo l'argomento dal punto di vista del
commercio con l'estero, visto che si discute se ammettere la Turchia
nella nostra Unione o considerarla per sempre "asiatica"
e non europea:
- faunistico: abbiamo ricevuto le tortorelle
dal collare, appunto dette "turche", ed in estro tutto l'anno,
o perché molto focose, o perché, con il cambiamento
di clima, non si raccapezzano più tanto,
- botanico: ci è arrivata l'incantevole
albizzia, o mimosa "turca", soprannominata "albero
di seta" per i suoi fiori serici, sensitiva e profumata, e ci
sono arrivati anche i tulipani, splendidi, e causa, nel '600, di una
crisi borsistica simile a quella che causò la recessione del
'29. Scusate se è poco, come effetto di un fiore!
- sanitario: pare ci abbiano fatto conoscere
i "cessi", detti appunto alla turca, di antica e non gradevole
memoria.
- Abbiamo a suo tempo - non noi, ma qualche
generazione fa, inizio anni venti - ricevuto dalla Turchia un esempio
sconvolgente di modernità: il passaggio al nostro alfabeto.
Un'apertura straordinaria verso l'Occidente.
Viene da sorridere, se non fosse tragico,
ricordando che delle inglesi anziane si suicidarono per lo sgomento
della trasformazione della sterlina in moneta decimale (per
misure e pesi, quando? Alla settimana del poi, il giorno del mai,
come si dice).
Noi soffriamo perché ci hanno tolto la nostra liretta con tutti
i suoi zeri: la calcolatrice cerebrale ascolta "euro", traduce:
farebbe lire...
I
francesi - ebbene, loro sì, con le tradizioni ci sanno veramente
fare: sei esimi Accademici (iniziale
maiuscola d'obbligo e denominati "Immortali")
di Francia - più stuolo di segretari zelanti, con stipendio,
come è d'uso, pagato dal contribuente, ignaro o incurante -
ponzano per trovare espressioni prettamente francofone che esprimano
il linguaggio informatico. Usare i vocaboli che arrivano, trasportati
dal web e dall'uso comune, così come sono? Jamais! Cose
da volgo: francofonizziamo, prego!
E-mail ? Vietato: in Francia si dice
e si scrive courriel.
Persino Voltaire, persino Carlo Magno - anzi, soprattutto lui, che
più di mill'anni fa modernizzò la scrittura - si rivolterebbero
ad una tale dimostrazione di vecchiume.
Diciamolo pure: che coraggio quei Turchi
degli anni venti!
Comunque, che la Turchia entri a fare
parte delle Nazioni europee o no, le tortorelle arrivate di là
non abbandoneranno il nostro cielo, l'incantevole albizzia continuerà
a schiudere i suoi meravigliosi ciuffi di fili di seta rosa e gialla,
ed i tulipani a riempire di colore i campi olandesi, i nostri giardini
e le nostre case, senza più causare crisi di Borsa.

Il Tartufo
Può
piacere o no, ma rimane, a mio parere, una "creatura" che
affascina anche perché sotterranea e misteriosa.
I francesi, che sembrano conoscere tutto
sul tartufo, riescono a riprodurre quello nero in campi appositamente
preparati. Hanno scritto trattati sulle qualità che deve avere
il terreno per dare un buon raccolto di questi strani esseri vegetali
il cui micelio vive in associazione con le radici di un albero adatto
e... compiacente, contento di mescolare le proprie radici ai suoi
filamenti (quercia, salice, noccioli, faggi).
Alcuni Comuni francesi stanno considerando
di trasformare dei terreni calcarei ed incolti di proprietà
comunale in redditizie colture di tartufi, per migliorare le entrate
della comunità.
E noi, piemontesi, felici ed unici possessori
del profumato tartufo bianco d'Alba? Pare che questo particolare tartufo,
sogno di tutti i trifaroli, non sia coltivabile.
Infatti, i francesi, pur conoscendolo fin dal '500, grazie ai cuochi
italiani giunti alla corte di Enrico II con la sposa Caterina de'
Medici (secondo qualche storico della cucina, in Francia si cominciò
ad avere piatti "mangiabili", ossia curati e godibili, solo
da quel momento e grazie a quei cuochi fiorentini), non sono ancora
riusciti a coltivarlo.
Se riuscissero a questa impresa, senza
dubbio lo esporterebbero in tutto il mondo con una bella appellazione
DOC e magari anche il nome di un Chateau, come per i vini.
Già sanno quanto possa rendere,
visto che un loro governo (quello molto breve di Villèle
sotto Luigi XVIII) nel 1827, salvò il proprio bilancio grazie
alle ricche entrate procurate dal raccolto dei tartufi, con il risultato
di passare alla cronaca come "ministero... truffato".
Il
tartufo è noto fin dall'antichità.
Le popolazioni contadine delle zone naturalmente
ricche di tartufo nero (esempio
il Perigord) lo
consumavano tranquillamente in insalate, il cui costo, ai prezzi odierni,
farebbe tremare persino un milionario!
Nel Medioevo, fu considerato frutto del
diavolo, perché, appunto, prosperava sottoterra, protetto dalle
radici degli alberi, senza rivelare né con foglie né
con fiori la propria presenza.
Poi, però, con il Rinascimento si diventò più
disinvolti e buongustai.
Gli si attribuirono subito anche virtù
afrodisiache e le antiche cronache raccontano che alla corte di Francesco
I queste sue virtù fossero particolarmente apprezzate e messe
a profitto.
Del resto, se si deve credere al "sentito dire", forse falso,
ma certamente duro a morire, parrebbe che Napoleone I dovesse la nascita
del suo erede all'avere consumato una notevole quantità di
tartufi, donati generosamente (una giberna piena!) da un suo granatiere.
Sta
di fatto che la piemontesissima Alba ha saputo affermare il suo straordinario
tartufo bianco (Tuber
magnatum Pico, tanto per volere essere pedanti)
operando con grande abilità ed apportando un magnifico contributo
al benessere della regione.
Il fare dono, per esempio, del più
bello della raccolta annuale ad un personaggio famoso (Presidenti
degli Stati Uniti, o attrici come Sofia Loren)
ha contribuito molto alla celebrità del tartufo, che tanti
chiamano del tutto erroneamente "tubero".
No, non è un tubero, è,
come scrivevo sopra, una creatura vegetale e misteriosa.
Nel'albese sono nate scuole di degustazione, seminari raffinati, studi,
nuovi mestieri e professioni. La Fiera del Tartufo d'Alba è
una celebrità internazionale.
Quindi,
non dirò mai a nessun albese che un mio amico inglese, dopo
averli annusati un attimo, e rifiutato poi per sempre di assaggiarli,
ne definì il profumo come "Old socks and dirty feet".
Sono piemontese anche io, e, per amor di patria, rifiuto di tradurre.
Punti di... naso, ma "de gustibus..."

Arcobaleno
Che
si vuole dire di questa meraviglia?
Definirla un fenomeno naturale, riproducibile
anche semplicemente spruzzando davanti a noi, e con il sole alle spalle,
un getto d'acqua in modo da scomporre i colori della luce ? Spiegarlo
con un effetto di rifrazione della luce da parte della superficie
della goccia di pioggia sospesa nell'aria, poi di riflessione parziale
quando la luce colpisce l'interno della goccia che agisce come un
minuscolo specchio concavo, per poi passare per una nuova rifrazione?
Ossia, tutte le gocce di pioggia rifrangono e riflettono la luce del
sole nello stesso modo, ma soltanto la luce di una piccola parte delle
gocce arriva ai nostri occhi.
E' l'immagine formata dalla luce di queste gocce che noi percepiamo
come arcobaleno. Infatti, è la deviazione subita dai colori
che formano la luce che permette ai nostri occhi di percepirli come
sei-sette colori diversi.
Vogliamo ricordarci che l'effetto globale
è che la luce entrante è riflessa all'indietro con un
angolo di 40-42 gradi ?
Oppure ricordare che Aristotele ne aveva
osservati di notturni, pallidi perché dovuti alla luce della
luna ?
E che Plinio il Vecchio (rinfreschiamoci
la memoria ricordando che questo grande studioso fu tra le vittime
dell'eruzione del Vesuvio che distrusse Pompei) lo aveva sfatato di
ogni leggenda spiegando che era dovuto alla rifrazione e riflessione
della luce, ma aveva poi aggiunto un tocco di poesia dicendo che i
suoi colori sono dovuti alla mescolanza delle gocce, dell'aria e del
fuoco ?
Oppure, dimenticare tutto quanto appena
scritto, e, quando ne vediamo uno veramente grande e bello - e capita
molto raramente nelle nostre latitudini - soltanto ammirarne l'effetto
stupendo?
Io preferisco, quando ho la gioia di
vederne uno, lasciare che mi incanti, rinunziare a pensare che è
un fenomeno naturale, ma immaginare piuttosto che sia formato di miliardi
di ali colorate di piccole farfalle e che, laggiù, dove l'arco
splendente, come un ponte ardito, incontra la terra, ci sia un vecchio
gnomo intento a scavare per nascondere il suo pentolone pieno di monete
d'oro, che nessuno mai più troverà.
Oppure, ricordarmi che nel Medioevo si
pensava che il vedere un arcobaleno significava che per quarant'anni
almeno non vi sarebbe stata la 'Fine del Mondo', tanto paventata già
prima che scoccasse l'Anno Mille.
Quaranta anni, quindi, senza più
paure: che grande promessa del bellissimo arcobaleno.

Funghi
Rappresentano
spesso una vera leccornia. Sono animali ? no! Sono piante? no! Almeno
non nel senso vero della parola, visto che non producono clorofilla.
Strani esseri venuti da chissà dove.
In alcune lingue africane sono chiamati
con nomi che li imparentano con la carne piuttosto che con le verdure.
E' una intuizione ancestrale che sembra accordarsi con le scoperte
della scienza occidentale i funghi non sono né animali né
piante. Che abbiano qualcosa di extraterrestre? Alcuni sono dotati
di proprietà allucinogene, altri di veleno nervino. Qualcuno
emette luce, come il fungo tipico degli uliveti, per mezzo di lamelle
bioluminiscenti.
Non contengono clorofilla, ma un collagene che è una proteina
utile agli animali per accrescere la coesione muscolare. Nei funghi,
la parete cellulare è costituita dalla chitina, presente anche
nella "corazza" di insetti, ragni, crostacei. La chitina,
rispetto alla cellulosa è molto più resistente alla
degradazione da parte dei microbi, al caldo, al freddo e alla siccità.
Quindi, nonostante l'apparenza vegetale, sono più vicini all'animale,
sono diversi ma intermediari.
La prova? Ci sono funghi capaci ci acchiappare dei vermi al "lasso".
Non immaginate delle grosse corde lanciate in aria, ma di tentacoli
che reagiscono al passaggio dei nematodi, vermi minuscoli che vivono
nella terra.
Le piante verdi si procurano il nutrimento
da sole. E' la fotosintesi che gli permette di utilizzare l'energia
della luce solare per elaborare gli zuccheri, combinando acqua e gas
carbonico dell'aria. I funghi, incapaci di fotosintesi, debbono invece
appoggiarsi ad altri esseri per procurarsi il nutrimento. Talvolta
sono veri parassiti, che crescono su materia in decomposizione, o
su piante ed animali in attività. Ce ne sono che si sviluppano
sulle mosche vive, quelli della Psoriasi e della Pitiriasi sulla nostra
pelle. Sono in grado di degradare qualsiasi materia organica.
Un tipo di fungo è capace di metabolizzare il cherosene!
Però, molti funghi si rendono
anche utili, e addirittura necessari, con delle "buone azioni"
per esempio le micorize. Le micorize sono associazioni fondamentali
tra il micelio dei funghi e le radici dell'ottanta per cento dei vegetali,
che senza micorize non potrebbero esistere. La pianta verde cede al
fungo lo zucchero in eccesso, un po' come i pidocchi delle piante
cedono il proprio melato. In cambio il fungo fornisce fosforo, calcio,
potassio al vegetale. Ma tutto avviene nel segreto della terra, a
livello delle radici delle piante.
Per trovare un fungo bisognerebbe cercare
l'albero cui esso è associato. Così, i tartufi neri,
per esempio, dipendono dalle querce, il fungo giallo dei pini dal
larice, per citare soltanto alcuni di quelli visibili. I semi minuscoli
delle orchidee, troppo piccoli per contenere una riserva di nutrimento,
possono schiudersi soltanto in presenza di un fungo o miceto.
Degli scienziati britannici, nel 2004, hanno pubblicato una loro scoperta
sul ruolo supplementare dei funghi associati alle radici. Nel caso
delle margherite, rispondono alla reazione chimica delle foglie attaccate
da larve di mosche, che ne rodono le foglie e chiamano in soccorso
la vespa che si nutre di tali mosche Sapevamo già che il cavolo,
come del resto altre piante, se attaccato da un parassita lancia dei
segnali chimici. Ma in questo caso, abbiamo un fungo con la funzione
di sentinella e di allarme a favore di una pianta. Possiamo concludere
che si dovrebbe favorire la crescita di questi funghi nelle serre
di coltura di fiori.
Si moltiplicano per riproduzione sessuata,
disseminando spore, oppure asessuata, con divisione della cellula
madre, oppure gemmazione o frammentazione.
Dobbiamo ricordare che funghi non sono solamente quelli che troviamo
nei boschi, o che coltiviamo come champignons, ma una miriade di forme
microscopiche, quelle appunto che comprendiamo nel nome di miceti
(e temiamo come generatori di... micosi)
Qualche
curiosità:
-
"Cerchi delle streghe"
Schiacciate col piede una vesia di lupo secca (è un fungo diffusissimo,
sferico e di colore chiaro. Ce n'è un tipo che arriva anche
a quaranta centimetri di diametro con il peso di parecchi chilogrammi).
Se ne sprigionerà un fumo ben visibile rappresentato da milioni
di spore, che dissemineranno il fungo. Quando una trova un punto favorevole,
germoglia e ne esce un sottile filamento di cellule (ife) il micelio,
che si sviluppa in tutte le direzioni. Quando cominciano ad emergere
i cappelli del fungo, si nota che si trovano tutti praticamente alla
stessa distanza da un punto centrale, e come se fossero dei cechi
sull'acqua, ogni anno formeranno un cerchio un po' più ampio.
In antico si pensava fossero cerchi magici delle streghe.
Nelle grandi pianure americane si sono trovati di questi cerchi con
un raggio anche di cinquecento metri, ossia un diametro di un chilometro.
Alcuni di questi "monumenti naturali" debbono avere da sei
a otto secoli.
Ci sono, però, anche degli animali che lasciano delle tracce
chiamata "cerchi delle streghe". Con scale diverse,
dovute alla diversità di statura, ne disegnano il riccio ed
il capriolo.
Infatti, il riccio maschio, innamorato, si mette a girare tutto in
tondo attorno alla femmina come un giocattolo a carica meccanica,
e traccia un solco sul terreno. E capita anche che dei caprioli innamorati
si inseguano attorno ad un cespuglio o uno sperone roccioso, fino
a lasciare un ampio segno della loro passione!
Sigmund
Freud aveva con i funghi, almeno con quelli mangerecci, un rapporto
strano. Li considerava "prede", gli dava la "caccia".
Quando nei boschi, si allontanava dalla famiglia e lanciava il cappello
sui porcini con grida di vittoria quando ne catturava uno.
La figlia di Charles Darwin, Henrietta, era molto imbarazzata da una
creatura quale il fallo impudico, o satiro fetido. Tipica rappresentante
dell'epoca vittoriana, mise in atto un programma per sopprimere dalle
campagne inglesi quel fungo troppo suggestivo!
Nell'antichità
- Nella Cina antica, ad esempio, il fungo
"ku" o "chih" era considerato simbolo di lunga
vita, magico, divino e legato in qualche maniera all'immortalità.
- Gli Aztechi ed i Maya consideravano
i funghi allucinogeni "carne divina", per le loro proprietà
allucinogene.
- Anche nell'antica Grecia, come in Cina,
il fungo era considerato simbolo di vita e pertanto divino. Chissà
se i ricordiamo un po' di storia greca? Eccone un pezzetto: Narra
una leggenda che l'eroe Perseo, stanco ed assetato dopo un lungo viaggio,
si ristorò con dell'acqua raccolta all'interno del cappello
di un fungo. Per questo motivo decise di fondare in quel posto una
nuova città che chiamò Micene (dal greco mykés
= fungo), dando vita alla civiltà micenea.
- Nella Roma antica il fungo, apprezzatissimo
per le sue qualità culinarie (ad esempio l'Amanita caesarea),
diventò anche simbolo di morte, ed infatti il termine fungus
indicherebbe "portatore di morte" (dal latino funus = morte
e ago = porto, portare). Infatti, fu protagonista di non pochi avvelenamenti
avvenuti i quelle fucine di delitti che furono alcune famiglie imperiali.
Si narra ad esempio che l'imperatore Claudio era così ghiotto
di funghi che morì proprio a causa di questi: la moglie Agrippina,
conoscendo questa sua debolezza culinaria e desiderando mettere sul
trono, al suo posto, il figlio di primo letto Nerone, lo avrebbe fatto
avvelenare con dei funghi velenosi.
- La mitologia nordica, invece, narra
che una volta Odino, dio della guerra, della magia, della sapienza
e della poesia, era inseguito dai diavoli. Il suo mitico cavallo a
sei zampe, Sleipnir, galoppava con tutta la sua foga, e le gocce di
bava rossa che cadevano dalla sua bocca, si trasformarono magicamente
in funghi rossi.
- In Siberia, come racconta James Arthur,
un etnobiologo di fama internazionale, gli sciamani usavano e usano
il fungo Amanita muscaria come un sacramento religioso. Essi entrano
attraverso un'apertura del tetto e portano questi funghi (allucinogeni)
in grandi sacchi. Sono vestiti di rosso e bianco, i colori di Babbo
Natale, ma anche dell'Amanita, che in Siberia cresce nei boschi di
conifere.

Grandine
La
grandine è temibile, distrugge le colture, causa disastri,
e, tuttavia, anche in un chicco di grandine c'è della bellezza.
E' trasparente o quasi, e, se lo si spezza, mostra al suo interno
una forma che ricorda una rosa.
La grandine è una precipitazione
di particelle di ghiaccio, in genere trasparenti ma talvolta anche
totalmente opache, quasi sempre sferiche. Il diametro può variare
da cinque millinentri fino a cinque centimetri ma si ricordano misure
impressionanti che indicherò al fondo. Un chicco si forma per
la sovrapposizione di strati durante il suo percorso nella nuvola
che lo genera.
Il nome di queste nuvole portatrici di
grandine è cumulonembo. Sono grandi, pesanti, scure, minacciose.
Si formano ad una altitudine dove la temperatura di molto inferiore
allo zero congela le gocce di pioggia. I piccoli grani di ghiaccio
iniziano a cadere, ma una corrente ascensionale all'interno delle
turbolenze del temporale le sospinge di nuovo verso l'alto, dove si
rivestono di un nuovo strato di ghiaccio, per poi ricominciare a cadere
ed essere nuovamente sospinte in alto, fino a che il loro peso sia
sufficiente a farle precipitare violentemente verso la terra.
Le grandinate sono tipiche dei climi
temperati ed avvengono in momenti di forte temporale.
Da sempre, l'uomo ha tentato di evitare i danni della grandine, ma
il modo non è stato ancora trovato, anche se per anni si sono
usati i cannoni antigrandine di molto dubbia validità.
Notizie su chicchi eccezionali:
- Il più grosso misurato negli
Stati Uniti aveva una circonferenza di 44,5 cm. ed un peso di 750
grammi.
- L'11 Luglio1984, in Borgogna, a nord-est
di Digione, cadono dei chicchi di sette cm. di diametro. La tempesta
prosegue verso est, portando il suo carico di grandine eccezionale
a Monaco.
- Strasburgo ricorda una grandinata devastante
l'11 agosto 1958, con un record di chicchi del peso di 972 gr.
- In Kazakhstan, nel 1959, una spaventosa
grandinata scaraventa a terra chicchi enormi. Uno pesava 1,9 chilogrammi.
- A Cordova in Spagna si parla ancora
di un chicco di due chilogrammi caduto nel 1829.
- Il 14 aprile 1986, in Bangladesh una
tempesta uccide 92 persone. Si parla di chicchi di grandine di due
chilogrammi, però non omologati dall'OMM.
- In Iowa (Stati Uniti) si racconta che
nel 1882 cadde un chicco che conteneva due rane congelate. Nel 1984
ne cadde uno grosso come un mattone, che conteneva una tartaruga.

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