ARCHIVIO

 

Fatti & Misfatti

 

 

"The impossible mission" del cavalier Marini


Trafficando un po' tra le vanità e le ambizioni personali dei politici e i giochi della politica, primo sostenitore il gran veleggiatore della politica italiana Massimo Dalema, il cavalier Marini potrebbe anche farcela, ma che cos'avrebbe veramente a che fare con l'Italia un eventuale tal governo Marini: con le urgenze e prospettive del paese?
Il risultato, quand'anche Marini riuscisse nell'impossibile impresa di dare risposta alle due più immediate urgenze del paese:
la questione salariale
una legge elettorale decente,
alla fine della fiera 'Marini', diciamo tra settembre c.a. e la primavera del 2009, si imporrebbero nuove elezioni in una situazione politica internazionale ben peggiore. Ovvero nel pieno di quella crisi recessiva che prima ancora che i giudizi degli esperti, i ben più attendibili indicatori economici danno per certa. Molto più saggio è dare vita, attraverso elezioni ad aprile, a un nuovo governo, che deve innanzitutto risolvere la questione salariale, attraverso una ben precisa operazione: la defiscalizzazione di una parte della busta paga; operazione estremamente dolorosa per la classe politica, che deriva ormai, dopo la delegittimazione nel paese, tutto il suo potere dal controllo sui flussi finanziari generati dai vari prelievi fiscali, dove quello sui salari e stipendi è la maggiore risorgiva. Ergo, la questione salariale operaia: la sua soluzione entro l'attuale quadro economico porta seco, inevitabilmente, una vera ristrutturazione della spesa pubblica, perché se così non fosse, il Debito Pubblico avrebbe un vertiginoso balzo in su, fino a portarci fuori dalla Comunità Europea, ovvero uscita dall'area euro, con gli immaginabili disastri.

La ristrutturazione della spesa pubblica nella direzione del contenimento e del liberismo è impresa di tale portata che evidentemente nessun governo del 'Presidente', ovvero governo non espresso dal popolo, può riuscire non già portare a termine, ma solo progettare, per cui un eventuale governo Marini è ab imis destinato, se mai si insediasse, a peggiorare la situazione della società italiana, anche attraverso una legge elettorale che dovrà di necessità concedere molto ai cosiddetti cespugli, che quanto disastrosi per il paese, la misura ci è data dal pletorico carrozzone di ministri e sottosegretari dell'ultimo ministero Prodi.
Per quale ragione un navigato protagonista di mezzo secolo e ben oltre di politica italiana quale il Presidente Napolitano, e il Vaticano e la Confindustria e pure D'Alema trafficano per la nascita proprio di un governo Marini?
Qui è il punto.

Un eventuale governo Marini che abbozzasse due pesedosoluzioni alla questione salariale e della legge elettorale, come risultato finale porterebbe alla nascita di quella 'cosa' o 'rosa' bianca che dir si voglia, ovvero alla rinascita della vecchia DC, detto in volgar demotico.
Soltanto se si assume come traguardo e orizzonte la cosiddetta 'rosa-cosa bianca' infatti si capisce il senso del pesante intervento della CEI nella direzione della creazione di un governo ponte che, guarda caso, tra tutti i possibili primi attori papabili all'incarico, il presidente della repubblica ha affidato a Franco Marini, ovvero al solo leader del PD che potrebbe, a mandato concluso ed elezioni indette, assumere la leadership della nuova DC, sostenuto da tutta quell'area vaticanoconfindustriale che, per ragioni spesso opposte e sui tempi lunghi conflittuali, auspica oggi il governo Marini.

C'è poi, su un eventuale governo Marini una grave tabe, in quanto esso nasce segnato da un non piccolo vizio sostanziale: il defunto ministero Prodi era stato solo formalmente investito dall'allor presidente della repubblica Ciampi. Romano Prodi aveva assunto la guida dell'Unione attraverso una pubblica investitura nelle caserecce primarie de noiautri de sinnistra. Queste nostrane primarie di fatto hanno limitato e limitanoi la capacità di scelta e di manovra del capo dello stato, che hanno leso in una funzione fondamentale sancita dalla costituzione: la sua libera scelta dela designazione del Primo Ministro, sentite le parti politiche, per cui delle due: aut ogni forma di primarie, in quanto lede la sovranità presidenziale, la vincola in un suo momento cardine, sono da dichiarare illegittime e vanno vietate, aut, permesse le primarie, permesso all'elettorato di parte di designare il competitore per la carica di primo ministro, bisogna immediatamente introdurre una modifica costituzionale, che vincoli la presidenza della repubblica sul punto, perché risulta quanto meno paradossale che la massima espressione, il simbolo della volontà popolare, il Presidente della Repubblica decidendo, come nel caso dell'incarico a Marini, designi un possibile primo ministro contro l'indicazione popolare.

Insomma, intorno all'incarico Marini giungono ai rebbi del pettine sociopolitico non pochi nodi di potere la cui mancata soluzione è all'origine dell'imperante malcostume politico, e un cui macroscopico esempio è proprio la caduta del secondo ministero Prodi, decisa formalmente appunto da una questione di malcostume clientelistico, almeno nella forma, e che ripete nella logica e dinamica dei fatti la caduta del primo ministero Prodi, appunto decisa da una manovra di potere congiunta Bertinotti Dalema, calcolata nella direzione di un rafforzamento del proprio potere dei due leader; cui allora il presidente Cossiga offerse a Prodi di rispondere con una simmetrica contromanovra. Fu allora, e resta nella storia, gran merito di Romano Prodi aver preferito affondare, proprio come con il suo secondo ministero, attraverso un voto parlamentare. Anche allora ci furono lazzi e beffe, anche se non con l'indecenza sfrontata dei vari mangiatori di mortadella e stappatori di bottiglie di questa seconda caduta.
Nella sconfitta, Prodi almeno ha lasciato una lezione di pulizia e di intelligenza politica, perché in ogni caso ha tentato di rinnovare il centrosinistra, e attraverso il centrosinistra rinnovato il paese, con una serie di azioni creative, tra il viaggio in pullman con il quale avviò la propria ascesa, l'invenzione del PD e le primarie, azioni che restano rara avis nel paesaggio noioso e ripetitivo della politica italiana. Prodi è stato il solo altro innovatore e antagonista degno del cavalier Berlusconi, ma rispetto al quale aveva un indubbio vantaggio: conosceva, in ragione della sua precedente carriera, gli apparati dello stato nei suoi viscere, per cui era in ogni caso in grado di comprendere e almeno contenere le continue devastanti manovre di potere che agitano la macchina burocratica dello stato, mossa da un solo vero appetito: confiscare il più possibile quote del monte fiscale a proprio vantaggio. E agitata nei suoi viscere da una sola dinamica: le lotte di potere per la scalata burocratica. Entrambi gli appetiti sono poi fonte di continue collusioni, quando non di connivenze corruttive, e con il ceto politico e con le industrie che vivono nella vasta area degli appalti pubblici e delle imprese del parastato, da dove Prodi era venuto; con una conoscenza quindi dal vissuto del centro propulsivo di tutti i processi degenerativi della democrazia italiana. In Prodi c'era qualcosa di un gogololiano nuovo e antico Cicicov, ma che era salito e aveva acquistato una visione e una volontà da Ispettore Generale, e del quale purtroppo ha percorso l'agra parabola, ma alla quale d'ora in poi bisognerà guardare con attenzione, e rispetto per la persona, per quanti vogliano davvero capire e soprattutto cercare di modificare questo paese.

Prodi era il miglior leader del centrosinistra, e nulla lo dice quanto l'odio, perfin triviale di tanti titoli delle gazzette del centrodestra; un Prodi sostenuto e illuminato nella sua azione riformista da una dei pochi centri intellettuali autentici del paese: il gruppo del "Mulino", dal quale egli è uscito e attraverso il quale ha mantenuto un intelligente contatto con i problemi reali. L'Italia ha deciso di rinunciare a uno dei suoi politici più capaci, o meglio, lo hanno deciso gli uomini della sua parte, la sua compagnia dantesca 'malvagia e scempia' cui si era condannato inevitabilmente intraprendendo la sua carriera verso la leaderschip. Come un dannato dantesco, condannato a non vedere i fatti recenti, Prodi ha ripetuto due volte la stessa parabola, sconfitto dalle forze reazionarie delle quali sono etichetta gli uomini delle sue sconfitte, che restano in campo e brigano, come il tetragono Dalema, per tenere in campo il ministero Marini. Un Dalema perfettamente conscio che un ministero Marino punterebbe alla nascita della seconda DC come prospettiva strategica; un terzo polo potendo meglio reggere e manovrare entro la logica di potere articolatamente connessa di alti burocrati e centri di potere economico.
D'Alema non rinuncia di certo al PD, ma egli valuta che una nuova DC alla destra del PD e un'area radicale alla sua sinistra possano farne il centro di una lunga egemonia, con la benedizione di confindustria e Vaticano, egli il centro del centro di questa egemonia.

Da questo trasparente disegno parta Berlusconi e dalla coscienza che anche su lui incombe non lieve la minaccia del destino del suo più onesto, lucido e immaginifico antagonista: Romano Prodi. La manovra in corso attraverso il governo Marini è di spingerlo di quel tanto verso destra da farne l'antagonista di Fini e non più l'alleato; di spingerlo di quel tanto a destra da spingere il pavido Casini a osare contro lui il calcio del mulo.
Perdere dopo Prodi anche Berlusconi, un Berlusconi ridotto ai margini della lotta per il potere malgrado e anche se fosse al capo del maggior partito: usurarlo e delimitarlo, sarebbe per il paese il precipitare nella crisi finale. Quella crisi che un suo alleato segretamente auspica: la crisi verso la jugloslavizzazione dell'Italia. E non è detto che, governata attarverso la Comunità Europea, la jugoslavizzazione dell'Italia non piaccia soprattutto al Vaticano almeno quanto alla Lega. Sarebbe la fine del Risorgimento, la cancellazione dell'intermezzo laico azionista, il ritorno a una vera e totale controriforma gestita dall'oltre Tevere.

Questa la reale prospettiva del paese, oggi Berlusconi, proprio in ragione della pervicace tenacia degli oligarchi italiani di difendere il loro potere, è di fatto diventato l'ultimo garante dell'unità del nazionale. Sappia ricordare i limiti e gli errori del suo secondo ministero: un quinquennio con più ombre che luci, in ragione anche delle pressioni dei suoi alleati: della sua 'compagnia malvagia e scempia', dalla quale in questo veniente suo terzo ministero sapia prendere le distanze, puntando alla risoluzione della questione salariale attraverso una ristrutturazione e un contenimento della spesa pubblica; mentre punti politicamente a un bipolarismo accentuato, come si realizza nel modello francese: doppio turno e collegi uninominali. Chiaro che si troverà tutti contro, ma un 'tutti' che sottenderà solo e soltanto tutti i gruppi che parassitano il paese, mentre se andrà allo scontro contro quelli avrà dietro, e per la prima volta, tutto il paese che produce.

Dice il filosofo americano G. de Santillana: "Chi non conosce la propria storia è destinato a riviverla.", questo ricordi Berlusconi quando raccoglierà il potere, caduto il ridicolo esperimento Marini, che è appunto l'espressione tenace di chi vuol far rivivere eternamente quella cattiva pagina della storia d'Italia che è stata la restaurazione cattocomunista, nella quale si è dissolta la Prima Repubblica, dopo aver liquidato la componente nazionale risorgimentale azionista, per consegnare il paese alle due entità politiche vassalle l'una dello stalinismo e l'altra dell'oltre Tevere. E la manovra in corso Napolitano-Marini-D'Alema è puro cattocomunismo rivisitato, ovvero senza altra prospettiva che la sopravvivenza fisica di chi politicamente è morto e contamina il paese.
Solo se ricorderà la parabola Prodi-Berlusconi potrà, - come il secondo Giolitti che imparò dagli errori del suo primo ministero -, nel suo terzo ministero svolgere una giolittiana funzione salvifica per il paese.
Buon vento e soprattutto buona memoria, Cavaliere!

Piero Flecchia


 

 
 

Torino: avanti Piano, onde siccome Fuksas
una ricostruzione supert partes, si tenta, della guerra civile cul-tura(r)e grattaucciellesca

In questo trascorrente novembre 2007, tra ipotesi di nuove leggi elettorali, riduzione, ma per i prossimi governi, del numero dei ministri e della spesa pubblica, il contributo di Torino alla malmostosità nazionale ha una sua originalità forte, il cui racconto vorrebbe però, a darne adeguata esposizione, un genio quale il Tassoni della 'Secchia rapita': ci proverà il modesto cronista.

Nella fu capitale del defunto regno sardo il political-pettegolaio verte sulla capitale domanda: è legittimo che si tirino su due grattacieli: l'uno per gli uffici della regione, di Fuksas il progetto, e l'altro per iniziativa del gruppo bancario San Paolo Intesa, progetto di Renzo Piano, e quest'ultimo, pare, sfrontatamente più alto della Mole.

Dicono il più fermo no: non meno decisi nel loro no di Gesù al diavolo, di Mastella al referendum elettorale, ecologisti, sinistristi altri vari e gente di raffinato amore per la tradizione vernacola, cui si giunta, contro il progetto Fuksas niente meno che l'altissima voce della sovrintendenza, in ragione del fatto che questo grattacielo andrebbe a fare ombra al complesso del Lingotto, ombra fisica però possibile solo con un crepuscolare sole nordico, perché la costruzione dovrebbe sorgere alle spalle e a circa un chilometro dalla fabbrica progettata da Matté Trucco agli inizi del XX secolo.

Mentre il corposo no complessivo ai due progetti di grattacielo tumultua per articoli di giornali, conferenze stampa, interventi televisivi, intanto si scopre che i progetti di grattacielo non sono due ma tre; il terzo in collina, altri duecento metri di torre, questi a raccogliere le varie antenne televisive radiofoniche e telefoniche pubbliche e private, a concentrare l'inquinamento elettrostatico in una sola area. Lo schieramento dei no anche alla terza torre, che non ha ancora avuto il tempo di mettersi assieme, è però già vasto quanto le ragioni degli altri due perentori no, motivati essenzialmente dalla decisiva ragione estetica che le due torri altererebbero il profilo sotto il cielo della città. Una tal obiezione non vale neanche le teste da niente che l'hanno pensata: una città è viva fin quando muta il suo profilo, o a dirla in gergo modaiolo "skyline"; poi decade, diventa spazio archeologico, come appunto archeologia del comico involontario è la tesi che a Torino le costruzioni non debbano superare in altezza la Mole Antonelliana.
La questione del contendere deve quindi, è giocoforza, essere altra, ma travisata dall'informazione.

Partiamo kantianamente dalla cosa in sé del contendere: il grattacielo. Che cos'è se non il monumento uno e trino all'avidità (speculazione edilizia) alla povertà di possibilità ideative in ragione del vincolo della forma prismica, che al più può essere stranizzata, ma non innovata, e all'imbecillità di massa ben orchestrata dai soliti pochi felici F.d.P. che i grattacieli progettano, edificano, vendono a proprio vantaggio ma ben guardandosi dall'usarli in proprio, preferendo per lavorare e/o viverci appartati edifici, di bassa skyline, Renzo Piano docet. Che poi un Donald Trump racconti di abitarci, fa parte dell'angelologia pubblicitaria alla Sgarbi, praticata non già a proprio vantaggio sulle spalle dei gonzi, ma per produrre quel necessario materiale grezzo che poi i grandi geni - gli Aristofane, i Giovenale, i Boccaccio, i Gogol e Imbriani - alchimizzeranno alla Tassoni in grandi pagine letterarie. Questo in metafisica, scendendo al pratico il punto è: vogliamo noi torinesi risultare da meno: meno speculatrivi dei milanesi, dei romani, dei padovani, dei bolognesi, che di grattacieli ne promettono allo stivale almeno venti? E noi non fare ventidue?

E poi abbiamo anche una ragione di rispetto umano verso i progettisti per sostenerne la realizzazione. Tanto Fuksas che Piano a Torino non hanno trovato né il loro architettare, né il giusto riconoscimento; Fuksas con il suo baraccotto posto ad abbellire il più grande mercato all'aperto d'Italia danneggiato dal burocratismo, Piano invece per meno chiare ragioni di filologia progettuale, ma entrambi hanno diritto a una riprova, e soprattutto Renzo Piano, il cui locale manufatto architettonico insigne, la pinacoteca Marella e Gianni Agnelli a forma di cupola, è una cosa che, almeno in rapporto al luogo su cui svetta, non ci sta.

Il Lingotto è un capolavoro di architettura industriale, forse anche perché l'allora cavalier Agnelli ragionò solo in termini di funzionalità, puntando su un ingegnere impegnato a una totale subalternità dei materiali alla funzione. Le ragioni della statica dei materiali (cemento armato) e dei carichi da sopportare, definitori nel calcolo strutturale, determinano lo stile del Lingotto, la cui volumetria è scandita da forme geometriche lineari, il corpo principale due prismi inseriti l'uno nell'altro a creare una grande T, nella percezione visiva del cui sviluppo volumetrico prevalente è il dispiegarsi frontale, insieme definito da linee rette; e che cos'ha pensato Renzo Piano? Di porvi sopra una cupola: sul tettopiano della copertura, dov'era la pista di collaudo delle auto, la cui costruzione procedeva in progresso, piano dopo piano, risalendo nei viscere della fabbrica, per sbucare, ultimate, sulla pista di prova.

Fortunatamente, a una visione dal basso, la linea della costruzione resta intatta, ma da tutte le mansarde che affacciano, e attici, sulla prospettiva larga della città verso ponente, quella cupola sovrapposta è ostrogota rispetto al piano di appoggio. Fin dalla prima volta che l'ho vista - dalla terrazza di un amico, che me la vantava arricchimento clamoroso del paesaggio cittadino -, osservando la cosa in tanto clamore elogiativo, non mi sono sentito di dire che a me la coppolotta, a dirla in geroglifico ieratico, sembrava tanto, nella prospettiva della costruzione dov'era appoggiata, entro la cosiddetta "skyline" cittadina, una di quelle tortificazioni che impellenti necessità canine, ma a volte non solo, depositano sull'asfalto urbano. E che non solo a me sia venuto quell'accostamento l'ho carpito l'altra sera in una conversazione in tram tra due giovanotte architettanti la loro serata. L'una diceva all'altra, in brutale demotico nostrano, di essere andata quel pomeriggio a vedere una mostra d'arte africana dentro "lo stronzo". E di mostre d'arte africana in città c'era solo quella allestita dentro la coppolotta di Renzo Piano, la cui simbolizzazione, o metaforizzazione linguistica, tira verso quella non dignitosa immagine. Appunto per questo mi sembra che l'illustre architetto, come il collega Fuksas, abbia diritto alla riprova, e così vedremo se partoriranno di meglio, anche se i loro parti sotto il cielo fossero sventuratamente più alti della mole Antonelliana, e non così memorabili come l'opera dell'Antonelli.
E anche per altre due sode ragioni mi sembra vada riconcessa la licenza poetica, pardon architettonica, ai due magni ingegni.

La prima è che se anche fossero due altri dei tanti anonimi grattacieli che sorgono qui e là, a Torino non disturberebbero particolarmente: e per una ragione ben precisa. Anzi, due.
Torino ha un esemplare impianto urbanistico tardo ottocentesco, che le ha permesso un flessibile sviluppo nel novecento industriale, in qualche modo riscattato anche nelle sue brutture dalle scansioni dei rettifili alberati; che aprono su due scenari opposti e dissonanti come soltanto possono essere una linea gobbuta di colline e il chiudersi avvolgente della volumetria cubista della chiostra alpina. Gli urbanisti dell'ottocento hanno sapientemente usato l'architettare locale della natura, come scenario alle grandi linee alberate dei corsi, ancora oggi capaci, se non di salvare dalla, di certo almeno attenuare nella città i disastri dell'automobilificazione. Si aggiunga che nella prima metà del '900 un buon liberty e una certa attenzione al dettaglio di bravi architetti modernisti - si pensi al perfetto palazzo degli uffici di Riccardo Gualino, centro direzionale del suo impero economico confiscato dal fascio, ma edificio che negli interni il comune ha deturpato e oggi pensa di vendere per sostenere piccole cialtronate pseudoculturali - hanno tirato su accondominiamenti a volte perfin accettabili, ed episodicamente riusciti, solo obbrobrio, ma che in qualche modo riportava nel centro storico l'impianto urbanistico ottocentesco, la retorica della piacentiniana via Roma, dove si coniugano, a ribadire: nulla di nuovo sotto il sole, l'epica dell'ignavia politica, allora marca stupidità fascista e l'avidità immutabile della speculazione edilizia, capintesta d'allora il senatore Agnelli. E ancora negli anni '950 la città realizzò, con 'le Vallette' uno dei pochi quartieri di edilizia popolare italiana accettabili, va da sé senza altro luogo di socializzazione che la chiesa, ma quella era un'Italia tutta benedettina: ora et labora, perfin far la spesa perdere tempo, e così alle Vallette non solo niente cinema, palestre, ma neanche niente negozi. Ed ecco che da una carenza di aggregazione sociale, gli insediati trassero il tempo necessario per creare degli orti, vuoi affittando, vuoi acquistando, piccoli lotti di terreno agricolo, quando non occupando proletariamente pezzi di suolo demaniale, avviando proprio dalle Vallette un grandioso fenomeno di orticoltura periurbana spontanea, che regola corsi di torrenti, avvolge la tangenziale e abita gli argini dei tre fiumi minori, il fenomeno originale della periferia torinese, anche se poco studiato e spesso avversato dalle varie amministrazioni politiche d'ogni colore.

Dagli anni '960, con la vittoria della linea rosso PCI, urbanisticamente tutto cambia. Non che si edifichino luoghi per spazi sociali alle Vallette; non esageriamo con il dirigismo bolscevico, bastino a socializzare gli orti creati dai singoli, ma c'è in compenso, ad opera dell'amministrazione rossa, con un sistematico e ragionato recupero del centro storico, l'invenzione delle lillipuziane ed episodiche ciclovie dove due bici affiancate non ci stanno, e l'epica delle sedicenti metropolitane di superficie, che frammentano lo spazio urbano, nonché il buonsenso cittadino con una pura logica propagandistica orweliana. È vero che, proprio come ai due grattacieli oggi, c'era allora e c'è ancora chi in città guarda soprattutto al meritevole recupero del centro storico, il solo tratto concreto che sopravviva di quel vero tsunami propagandistico che fu l'urbanistica piccista, da una "skyline" cultura sbagliata. Vede berlusconianamente in quel recupero la più riuscita operazione di speculazione edilizia in un grande centro storico, portata avanti dalle varie giunte Novelli, appartamento per appartamento, occupando tutti gli spazi lasciati liberi dall'immigrazione meridionale, che dal fatiscente centro storico nel decennio 1970 migrava - investendoci risparmi e foraggiando via mutui le banche - in più vivibili condomini di periferia, tirati su dall'imprenditoria privata, visto che di edilizia popolare non se ne faceva più, se non nella forma di cooperative per gerarchi e gerarchetti della politica e papaveri e papere della burocrazia.
La skyline rossa decide poi, dagli anni 'Novanta del secolo scorso, dopo aver cooperato ad affossare l'industria cittadina, di lasciare un segno nelle intanto dismesse aree industriali. Anche qui un progetto di riqualificazione speculativa, teso a distorcere l'impianto urbanistico ottocentesco della città, con una devastazione degli edifici della produzione d'officina: solo per affarismo il Lingotto è sopravvissuto.

A discendere dai non meno memorabili capannoni dell'officina Grandi Motori, che sono per diventare memoria tramandata dalla fotografia, a Torino la lista degli scempi architettonici, e soprattutto urbanistici è particolarmente lunga e squallida. Un solo esempio: la memorabile cosiddetta spina Uno, con la sua serie di vere vergogne di arredo urbano, dove svettano le gradi H tubolari di Cagnardi, che riescono a esaltare a manufatti architettonici felici perfin le ville pollaio progettate in Italia dai tanti geometri cadastrari per i fratelli ragioniercommercialisti o cognati farmacisti. Tutto l'orrevole della cosiddetta filosofia architettonica dell'arredo urbano trova la sua celebrazione sull'epica spina Uno, segnata dal peggio delle opere di grandi artisti quali un Merz e contornanti ciurmagliatori dell'arte di regime. La spina Uno è il nulla architettonico che si coniuga con il nulla urbanistico a realizzare prezzi esorbitanti per le abitazioni, fatto salvo il principio che per tutto il suo sviluppo non ombra di edilizia popolare a offenderne l'imbecillità decorata. Il grattacielo Piano dovrebbe inserirsi lì, a circa cinque chilometri dalla Mole; dunque danno non ne potrà fare, al più ammeliorare.

A favore dell'edificazione del grattacielo Piano c'è poi un'ancor più forte ragione aggiuntiva: costerà un sacco di soldi alla committenza, ovvero al San Paolo; che almeno tre volte, tra inflazione e sballo dei titoli fondiari, ha saccheggiato il risparmio della città nella seconda metà del secolo scorso, e in questo con i tangobond e le obbligazioni Parmalat. Dunque, viva il grattacielo di Renzo Piano, purché sia alto alto, a costare alla banca caro: molto caro. Ma attenzione: quando la committenza della Mole, la comunità ebraica, si accorse che le spese salivano troppo, andò dal re, pianse, perorò, e i costi furono rovesciati sulla città. Non vorremmo che andasse un'altra volta così con la torre del Sanpaolo, mentre così già sta andando con il grattacielo della regione, circa il quale da cittadino piemontese, ergo cointeressato concretamente all'edificio, mi sia concessa una sommessa considerazione a partire dalle proprie esperienze ottiche newyorkesi, dove, presi a uno a uno, perfin i più bei grattacieli restano ognuno segna di dismisura. Soltanto il loro concertato li riscatta attraverso il reciproco rispecchiarsi e il paesaggio che creano a percorre le strade lungo le quali sorgono. Nulla è segnale più certo di dismisura di un grattacielo da solo, ma che diventa una dismisura inquietante quando il grattacielo appartiene a e connota un'istituzione pubblica, perché un edificio ha sempre una funzione anche simbolica, e che diventa preminente in un edificio pubblico.

Un edificio pubblico ha prima ancora che un ruolo funzionale sempre un ruolo simbolico, in quanto la sua forma esprime l'idea di potere dell'istituzione che lo ha realizzato. La regione Piemonte dovrebbe essere una istituzione garante di una piena democrazia realizzata, ergo di un potere diffuso sul territorio, del quale i politici non sono né i garanti né i depositari, ma solo gli esecutori, entro un disegno comunitario condiviso. Ebbene, si può progettare un edificio più chiuso in sé, che segnali una più netta separazione e gerarchizzazione della realtà di un grattacielo, e quindi nella sua dimensione simbolica qualcosa di più lontano dalla realtà democratica? Nel pensare le sue strutture, o contenitori funzionali, una classe politica democratica avrebbe potuto volgersi alla forma grattacielo soltanto in una situazione di povertà di suolo edificabile, ma lo spazio dove sorgerà il grattacielo della regione Piemonte è un'ampia spianata di terreni degradati dalla post industrializzazione, già officine della FIAT Avio, nella più parte, e dove si staglierà, attraverso l'occhio, nella coscienza dell'osservatore come dismisura. Soltanto una volontà egotica puerile fondata su una autosupponenza adolescenziale che immagina il potere politico oltre e sopra i cittadini, poteva condurre la dirigenza della Regione, capintesta Mercedes Bresso, a pensarsi formigonescamente al sommo di un grattacielo, dal quale dominare anche fisicamente tutto il territorio.
E infine la forma grattacielo come soluzione architettonica è anche un pensate limite all'invenzione del progettista. Un Fuksas, lasciato libero di creare, stante la disponibilità di suolo, avrebbe potuto svolgere tutto il suo genio ideando in uno i luoghi della politica accadente e quelli della sua memoria storica, tra biblioteche e musei e spazi verdi, in una contiguità simbolicamente significativa, e che la soluzione grattacielo esclude. Peggio, tradisce una volontà di chiusura castale del sedicente ceto dirigente. Ecco perché speriamo che la sovrintendenza non receda, rifiuti l'oggetto grattacielo dove parla l'idea simbolica di una politica-obelisco faraonica, che si impone, e oppone al costituirsi di una identità collettiva dal basso. E poiché ormai la pagina è andata verso l'utopia, concludiamo in chiave di accentuazione utopica, proponendo al SanPaolo-Intesa questa non irragionevole intesa con la città, a slanciarne la "skyline": che il bel manufatto grattacielesco di Renzo Piano sia completato con la sua coppolotta oggi al Lingotto: un prefabbricato, ergo facilmente smontabile e ricostruibile, e così, piano dopo piano, il grattacielo risulterebbe di Renzo Piano fin in quel culmine cupolare. La cupola, se messa ad apice al grattacielo, non saprebbe più suggestionare la volgare metafora fecale nell'occhio che osserva, ma felicemente goduriosa allegoria fallica, vuoi per le architettanti serate di festa, vuoi per quanti ascenderanno in simmetriche altitudini e fisiche e spirituali ai capolavori e alle mostre della pinacoteca Marella e Giovanni Agnelli.

Piero Flecchia



 

 
 

Il Fauno di Berlino

Berlino si è trasformata.

Un italiano direbbe, con il principe di Salina, che lo ha fatto per poter restare com'era. Già, ma com'era, se incessantemente si trasforma? Berlino non è l'orso nero del suo stemma - lo stemma è l'idea di come vorrebbe sembrare in quel suo eterno specchiarsi nel mastodontico enigma russo - come Carl Schmitt in Ex captivitate salus ricorda, facendo tesoro dell'intuizione di Kleist. Non sarà, invece, l'anziano fauno, sempre in procinto di scivolare in balìa delle ninfe dell'acqua, che tuttavia non disdegna - come appare dall'immagine in pietra posta all'ingresso della Hochschule der Kuenste, l'Accademia di Belle Arti - ma non può neppure far torto alle Naiadi delle foreste, che lo attirano dalla parte della terra. Berlino si ripartisce equamente: un terzo a se stessa, all'umano, un terzo ai boschi e un terzo alle acque. Ecco perché si trasforma: perché, in fondo, non esiste come città, essendo un insieme di villaggi o cittadine, ciascuna con un suo centro e un suo municipio, tenute insieme da non altro che da una 'rete' di sotto e di soprastrade, che ne agevolano l'osmosi preservandone l'identità.

Queste identità possiedono l'incantevole pregio di non esporsi: non amano farlo, né, tanto meno, proclamarsi rischiando, come pare il destino di ogni luogo di rendersi facile bersaglio d'ironia. Iniziate da secoli al gesto ironico, sanno come nascondersi e amano farlo. Ora, ad esempio, stanno egregiamente dando prova di quest'arte nascondendosi dietro l'idea di un centro - Potsdamer Platz - a cui tutte dovranno ricorrere per riconoscersi. Ma questo centro non è che una trappola di specchi dove i volti di Berlino passano senza lasciare tracce: non ne hanno bisogno, sono quelli delle ninfe delle onde e delle foglie. E' da loro che la piazza ha tratto recondita ispirazione, con i suoi cristalli, con i suoi cementi legnosi, con gli specchi d'acqua che annullano la spinta verso l'alto per la compensazione della riflessione. Eppure, le forze esogene della natura dovrebbero essere finalmente imbrigliate, per dare a quella che vuol farsi chiamare città un centro dove saranno solo le ancelle di un re illuminato.
Da qui si godrà dell'immagine della globalizzazione: l'estetica la riscatterà arrogandosene il senso, come il racconto filosofico di Sloterdyik legge nell'alveo materno e nello sfero parmenideo il codice genetico dell'era globale. Prigionieri di una forma biologica che dall'ordine dell'essere all'ordine del nascere plasma ogni cosa, in un senso incontrovertibile, perché anzitutto presente, e poi vario e multiforme, ci stupiremmo di non ricorrere ad un centro, ora che ci muoviamo da un punto all'altro, incessantemente.

Prima, quando il feto se ne stava tranquillo e invisibile, ancora in incognito nella sua placida privacy, le cupole si costruivano in mattone e cemento, ora, che l'occhio è riuscito ad insinuarsi nel grembo del possibile - per controllarne i movimenti e guidarlo con le briglie della necessità - si costruiscono col vetro: la semisfera trasparente incastonata nel Reichstag. Non ci saranno sorprese, tranquilli: il potere si svilupperà secondo ragione e necessità storica e non nutrirà in grembi oscuri di sorta mostruosità nefande, ma il potere è globale: non ne avrebbe, a ben guardare, bisogno. Gli specchi delle ninfe dell'acqua, le ombre delle ninfe delle foglie passano attraverso le forme dello sfero facendone sparire a tratti la compattezza, facendosi gioco, a tratti, della sua perfezione. Chissà perché avviene questo, sotto gli occhi divertiti del vecchio fauno. Forse perché loro, naiadi e ninfe, non furono propriamente concepite nella sostanza tipicamente umana, anche se umana, preferibilmente, è la loro forma: nulla hanno a che fare con lo sfero globale, che le contiene e le trattiene ma senza riuscire davvero a sottometterne la misteriosa, non umana energia.
D'altra parte, anche il vecchio fauno, com'era detto all'inizio, ama nascondersi e soltanto la gaia potenza del suo entourage glielo concede.

Monica Ferrando
Ottobre 2007






 


Buon vento solo per Prodi?
Una nota sulle primarie dell'Unione


Dalle primarie dell'Unione buone notizie per Prodi, ma ancor di più per la democrazia italiana, ed è su questo secondo aspetto del voto che intendiamo riflettere.

La piena comprensione della natura e del senso della forma politica democrazia, l'individuazione della sua complessa originalità, la si è raggiunta soltanto dopo che Gaetano Mosca, tra fine Ottocento e primi Novecento, dimostrò la naturale tendenza di ogni classe dirigente a separarsi e gestire il potere politico, articolandosi come oligarchia, attraverso gli apparati dello Stato, dopo averli occupati, a riprodursi e riprodurre attraverso questi apparati il proprio potere.

Fino a prima della scoperta di Gaetano Mosca la classificazione delle tre forme di organizzazione statale: monarchia, aristocrazia e democrazia, come le loro degenerazioni in tirannide, oligarchia, demagogia, avevano nella scienza politica carattere sostanziale, come la teoria della natura mista dei vari Stati, sempre combinazione delle tre forme, dove prevale ora l'una ora l'altra vuoi virtuosa vuoi degenerata.

Dopo la scoperta di Gaetano Mosca, che va per il mondo nella formalizzazione garbata della dottrina delle élit di Pareto, le forme di statualità aristoteliche diventano strumenti utili alla comprensione dei processi storici, ma non più della logica politica, che dopo Mosca risulta governata da due tensioni opposte di segno: la tendenza del ceto politico a chiudersi castalmente, e quella dei gruppi di popolazione subalterni a resistervi nei modi più diversi, tra la rivolta, lo sciopero fiscale, e la costruzione di poteri alternativi; dove sempre si formalizza una nuova concezione dei rapporti tra classe politica dirigente e cittadini, attraverso una forma di stato nuova, come ben esemplifica nel XX secolo la lotta, da una prospettiva socialista, dei ceti operai per la costruzione di un nuovo Stato; e nel XIX la resistenza borghese parlamentare, fondata sulle dottrine liberali, culminate nella teoria della separazione dei tre poteri dello Stato. Una separazione il cui senso pieno si chiarirà soltanto nella lezione di Gaetano Mosca, che ci insegna come la democrazia rappresentativa, senza l'antidoto della separazione dei poteri separati e indipendenti degenera rapidamente in oligarchia chiusa. E la dottrina di Mosca spiega anche quanto giusta l'intuizione anarchica circa lo Stato, ma anche imperfetta, perché la deriva autoritaria non è, contrariamente alle convinzioni anarchiche, nell'istituzione Stato, che è soltanto uno strumento, ma nella degenerazione castale dei gruppi dirigenti, che istituiscono un sistema di garanzie repressive fondato su leggi create ad hoc, impedire le quali è la ragion d'essere della democrazia.

La forza della classe politica si misura dalla sua capacità di emanare leggi, attraverso le quali, come ben vide Rousseau, trasforma il proprio potere in diritto e legittima gli abusi, che non sono mai tali per la classe politica, ma soltanto per i ceti subalterni.

Un illuminante esempio nel nostro oggi sono le scalate parallele BPI - Antonveneta e Unipol-BNL, parse perfettamente legittime entro la classe dirigente italiana. Per coglierne la natura aberrante criminogena bisogna passare dalla parte del sistema delle regole e dei contrappesi a regolamentare l'ingegneria finanziaria, impedirle di diventare quella cosa che ha portato all'arricchimento stratosferico dei concertitisti delle due scalate, che con il loro truffaldino concerto finanziario non hanno arricchito soltanto sé stessi, ma hanno potuto arricchirsi solo arricchendo ampi settori della classe dirigente in tutto il suo arco, come ebbe a dichiarare Arturo Parisi, poi per questa sua dichiarazione coperto di contumelie da parte di chi non voleva si avesse chiara la percezione che, nel generale impoverimento del paese, i gruppi politici stavano concentrando nelle loro mani enormi ricchezze attraverso un uso strumentale corruttivo del loro potere.

Parallelamente al saccheggio finanziario, la classe politica procedeva a un riassetto dei suoi strumenti politici, attraverso una legge elettorale che ha suscitato in Parlamento, all'apparenza, una reazione forte dell'opposizione, ma per pure ragioni tattiche. E infatti, Piero Fassino, dopo che la legge elettorale della maggioranza era passata alla Camera, avanzava la proposta di riaprire trattative per migliorarla, a suo dire, in Senato, ma ricevendo un netto rifiuto da una maggioranza ben decisa a non dare spazi di propaganda all'opposizione. Un ragionamento ineccepibile negli universi kafkiani del kastello della politika italiana, dove la nuova proposta di legge elettorale della maggioranza dal punto di vista degli oligarchi politici attuali è quanto di meglio, perché permette un controllo ferreo sulla costruzione del nuovo Parlamento, riducendo le consultazioni elettorali a un plebiscito, legge amputata dei due elementi che legittimano democratica una legge elettorale proporzionalista: il gioco delle preferenze entro i collegi elettorali e il primato del parlamento in quanto luogo che riflette la geografia politica del Paese, legge che soprattutto realizza una relazione incestuosa tra legislativo ed esecutivo, violando il primo postulato della democrazia liberale: la separazione dei poteri.
Un futuro parlamento costruito con l'attuale proposta di legge elettorale approvata dalla Camera rappresenterà soltanto la geografia del potere oligarchico, rispetto al quale il voto dei cittadini sarà del tutto disarmato, in quanto i suoi rappresentanti saranno soltanto per finzione eletti dal popolo, ma di fatto trascelti dagli oligarchi dei partiti.
Legge costruita ignorando un referendum e molte altre indicazioni popolari nella direzione, a dirla in politichese, maggioritario, ma che di fatto perseguivano tutte una e una ben precisa tendenza da parte del corpo elettorale: tenere sotto controllo e ridurre il potere delle oligarchie politiche, romperne la castalizzazione.

Questo il quadro politico italiano, votare alle primarie dell'Unione era in primis un voto contro la nuova legge elettorale in fabbricazione, che le rendeva superflue, ergo esprimere una opposizione all'oligarchia politica dominante; ribadita anche attraverso la scelta di un leader che le vicende contingenti - mancanza di un partito alle spalle, scontro perdente, nella trascorsa estate, con Rutelli, dopo averne perduto già uno con gli oligarchi DS nel crepuscolo del secolo scorso - vedevano Romano Prodi, fino alle primarie, sostanziale isolamento nella casta politica. Votare alle primarie per Prodi è stato soprattutto, per il più del suo elettorato, mandare un segnale alla propria oligarchia politica. E lo confermano, a voto espresso, alcune indicazioni di demografia elettorale.

Il primo e il più evidente è che i militanti complessivi dei partiti dell'area delle primarie non superano il milioneduecentomila, contro gli oltre quattro milioni di votanti.
Il secondo e ancor più significativo è quello (fonte "La Stampa") stando al quale soltanto un 30% del militanti diessini ha votato, per cui la forza delle primarie deriva da una mobilitazione popolare nella direzione democratica, ovvero di adesione a una pratica di controllo attraverso il voto della classe politica, La natura pragmatica, non ideologica, del voto nelle primarie si deduce anche dalla sostanziale sconfitta di Bertinotti, che puntava apertamente a una grande Puglia, proprio la paura della quale ha mobilitato non pochi cittadini a votare Prodi.
Un terzo effetto ha spinto l'elettorato di centrosinistra a mobilitarsi per Prodi: ed è lo stesso del quale ha goduto a suo tempo Berlusconi nell'elettorato di centrodestra: rappresentare una volontà politica in sintonia con le attese di rinnovamento del paese, - e aver in gran parte disatteso le quali per aver mancato di dare peso alla spinta liberale, è l'attuale ragione della debolezza politica del Primo Ministro. Nelle prossime consultazioni il settore dell'elettorato di centrodestra portatore della visione liberale voterà in stato di frustrazione, tentato dall'astensione, mentre il settore dell'elettorato laburista, che alle ultime consultazioni politiche in parte si rifiutò di seguire Rutelli, sarà galvanizzato e da queste primarie e dalla convinzione di seguire un leader espresso dalla società, dando forza al quale si darà forza a quella che è da sempre la vera istanza della democrazia: impedire la deriva della classe politica del Paese verso una chiusura oligarchica.

Questa è la ragione del successo delle primarie dell'Unione, il cui risultato speriamo non sia del tutto disatteso dalla sua classe politica dirigente, come il voto politico del 1996. Se anche questa volta Prodi dovesse vincere e fosse estromesso, come nel 1998: vincesse l'oligarchia politica, come la legge elettorale in approvazione persegue, in crisi entrerebbe quasi inevitabilmente il rapporto della Nazione con la sostanza della propria istituzionalizzazione politica: la democrazia, perché, parafrasando il Principe di Salina, neanche il più alto ideale può indefinitamente sopravvivere a gestioni politiche inette, o meglio, legittime dal punto di vista degli oligarchi, del loro diritto; oligarchi che dai tempi di Atene e Roma usano le strutture della democrazia come le contrade di Siena al palio i cavalli: per vincere la corsa, qui al dominio politico.

Piero Flecchia

 

 

 

Torna all'Archivio Generale