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Nota
della Redazione per i signori lettori
Cari amici de "Il Giornalaccio",
qualora alcuni di voi scorgessero, qui sotto, un articolo dal
titolo "Il meglio dell'Italietta letteraria", sappiano
d'essere preda di una forma allucinatoria.
L'artico in questione, infatti, è stato cancellato dalla
pagina a seguito dell'esplicita richiesta, giunta in tal senso
alla firmataria dell'articolo, da parte della nuova presidenza
del PEN Club Italiano.
Questa Redazione - assieme all'Antolisei e com'è nella
natura di entrambe - cede terrorizzata alle pressioni e, com'è
suo costume, si lascia condizionare dall'intimidatorio tentativo
di censura.
Sia chiaro, dunque, che non siamo noi dei temerari, ma che è
malato il lettore capace di scorgere ugualmente l'articolo.
La Redazione tutta
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Il meglio dell'Italietta letteraria
Il
"P.E.N. Club Italiano", uno
dei 144 centri affiliati dell'International
P.E.N., brilla come l'associazione
letteraria e (unica sullo Stivale) umanitaria più prestigiosa,
snob e sussiegosa del nostro paese. Eppure, tranne che per lo stretto
giro degli addetti ai lavori, non la conosce nessuno e non conta nulla,
a fronte dell'enorme influenza di altri Centri non escluso, ovviamente,
l'ascendente ed il potere che la casa madre londinese sa esercitare
sulla pubblica opinione e sui governi del mondo. Perché, allora,
in Italia i più scambiano gli autori associati al P.E.N. per
collezionisti di penne stilografiche?
Semplice: perché da noi una miope
e provinciale politica che dura da decenni ha puntato tutto o quasi
sull'attività letteraria, relegando ai margini la funzione
umanitaria; cioè il solo elemento distintivo tra il P.E.N.
Club Italiano e la miriade di associazioni, a tasso di rilievo zero,
che pullula in casa nostra. Così, mentre gli altri Centri si
prodigano nell'adottare e supportare scrittori perseguitati, incarcerati,
esiliati dai regimi dittatoriali dei loro paesi; mentre Londra paga
le spese legali agli intellettuali detenuti per reati d'opinione,
supporta le loro famiglie spesso rimaste senza sostentamento; mentre
da ogni affiliata dell'International P.E.N. si lanciano appelli ai
governi totalitari per la liberazione degli scrittori incarcerati
e perseguitati; mentre uomini e donne di cultura dai nomi ridondanti
firmano indignate note di protesta per i giornalisti uccisi o 'desaparecidos'
Il P.E.N. Italiano cosa fa?
Presto detto: organizza superflui convegni
sulle problematiche della scrittura locale, presenta libri di poeti
e poetesse dal talento nei secoli incompreso, romanzi di profondi
narratori dalle tirature a tre zeri scarsi, tomi di eruditissimi saggisti
che si fissano sulle schegge più irrilevanti della nostra storia.
Questo fa: come tutti gli altri, e nel nome di uno spirito di clan
che, chez nous, va per la maggiore. Questo fa, e anche male. Al risparmio,
incapace di ottenere sponsorizzazioni da Enti pubblici o privati che,
di questi ripetitivi e irrilevanti eventini, importa meno di niente.
Va detto, comunque, che un fiore all'occhiello
il Centro Italiano ce l'ha. E' il Premio P.E.N.,
il solo in cui sono gli scrittori a valutare il lavoro di altri scrittori.
Nel 2006 il premio ha passato la sua XVI° edizione in un tripudio
di candidature eccellenti, di pubblico eccellente, di coreografie
eccellenti. La stampa nazionale, anche se non tutta, gli ha persino
dedicato un paio di righette nella pagine culturali: chissà
perché due sole righette.
Perché il Premio P.E.N., che non
si abbassa a emettere nemmeno una imitazione di bando, da sedici anni
a questa parte non fa che celebrare se stesso, ermeticamente chiuso
attorno ai nomi mediatici di sempre che già sono pluri-premiati
in manifestazioni ben più importanti. Perché mai gli
autori che premiano altri autori, dall'alto delle loro pubblicazioni
stampate e distribuite dai grandi gruppi editoriali, si sono degnati
di considerare un nome giovane e nuovo, mai hanno concesso spazio
ad un piccolo editore, mai hanno messo in luce o soltanto incoraggiato
uno scrittore alternativo, o comunque al di fuori del 'sistema' culturale
organizzato. Mai.
Ma il premo P.E.N., caspita!, segue una
modalità di voto che rende impossibile qualsiasi manipolazione
da parte di chicchessia, editori in testa. Attraverso il voto anonimo
e in busta chiusa dei soci pare offrire invalicabili garanzie di equità
e di segretezza, ma pare soltanto. Infatti, il cosiddetto "listone"
di partenza, quello dei 50 titoli da cui verrà tratta la cinquina
finale così segretamente votata, chi la compone? Spetterebbe
ai dieci membri del Consiglio Direttivo del P.E.N. Club deciderla,
ma di fatto i libri dei candidati convergono (in una o due copie al
massimo) nell'abitazione privata del presidente del Premio, il dr.
Lucio Lami, e lì restano, letti o non letti. In genere neppure
letti dai restanti membri del Direttivo, a meno che non abbiano provveduto
a procurarseli tutti da sé, ma voi ci credete? Ecco no, e fate
bene. Quindi, a decidere quali saranno i 50 titoli che concorreranno
al Premio P.E.N. è l'inventore, l'organizzatore e l'ospite
a Compiano del Premio stesso, il dr. Lucio Lami.
Uomo dabbene ed ex-giornalista dal passatissimo
passato autorevole, d'accordo, ma pur sempre 'un' uomo che, vice-presidente
prima e poi presidente del P.E.N. Club Italiano per un totale di qualche
decennio, fa e disfa liste e listoni a piacer suo, organizza il Premio
a piacer suo coadiuvato da una moglie efficientissima che, guarda
caso, è la sua. Il tutto, all'ombra del castello di Compiano
che non è proprio casa sua, ma quasi: è il museo della
Massoneria italiana, nel catalogo del quale trionfa a mo' di sponsor,
guarda caso, il logo del P.E.N. Club.
Ma il dr. Lami è uomo generoso e intraprendente, tanto che
non fa pesare sulla cassa del Club neppure un Euro delle spese necessarie
per l'organizzazione del Premio. Le sponsorizzazioni in entrata se
le procura da sé - a nome del P.E.N. ma da sé - dunque
perché mai rendere conto delle spese in uscita nei bilanci
pubblici dell'Associazione? Da sedici anni a questa parte, insomma,
l'Assemblea Generale dei soci che approva i bilanci, mai ha avuto
il privilegio di leggere una sola cifra, un solo cenno relativo al
Premio P.E.N. che rimane così un'iniziativa contabilmente fantasma,
dove le incontrollabili operazioni sono tanto in nero da far inorridire
la Guardia di Finanza, se solo il P.E.N. non fosse una "società
no-profit". Ma a che pro domandare un'ovvia regolarità
contabile se non la vuole neppure la maggioranza del Consiglio Direttivo,
ben selezionato negli anni tra chi non disturba mai la politica assolutista
del dr. Lami?
Ma qualche parola in più sulla
composizione del Direttivo, allora, va spesa. Lo elegge o lo rinnova,
il Consiglio, l'Assemblea Generale dei soci che si tiene a Milano
una volta l'anno: assemblea cui partecipano in genere quattro gatti,
per lo più meneghini, che sembrano non essersi mai accorti
di come, lo Statuto del club, lo abbia concepito nell'87 un notaio
ubriaco. E' un regolamento dove manca ogni specifica davvero utile,
prima tra tutte quella che pone un limite al numero delle deleghe
di cui ciascun partecipante all'assemblea annuale può usufruire.
Ecco, allora, che i consiglieri uscenti vengono ad avere la facoltà,
a botte di dodici, otto, sedici, addirittura venti deleghe ciascuno,
di eleggersi e rieleggersi da sé. E di estromettere in un amen
chiunque, nel Consiglio, abbia ostato discutere qualsivoglia decisione
presa dalla monolitica maggioranza 'lamiana'. Destino, questo, di
cui sono stati vittima consiglieri e personaggi di tutto rispetto
che, se non brutalmente e illegalmente defenestrati, hanno buttato
sul tavolo le loro dimissioni oramai esasperati dai boicottaggi dell'immarcescibile
squadra al potere (sorry, poterino).
E' stata cosa saggia e utile, per l'interesse
del Club, defenestrare gli innovatori e i legalitaristi? No, ma pare
sia stata cosa furba: noi italiani dalle poltrone inchiodate al posteriore,
non siamo sempre i più furbi?
Certo che sì: siamo talmente furbi che, invece di pagare l'intera
percentuale annua dovuta alla casa madre londinese per avere il diritto
di chiamarci "Italian P.E.N. Centre", noi bariamo persino
sul numero dei soci. Esempio? Nel 2006 abbiamo versato alla sede di
Londra 200 ridicoli euro, pari a 13 monetine per ogni socio iscritto.
Già, ma 200 diviso 13 non dà un totale di 15,38 associati?
E come mai i nostri soci paganti sono, invece, più di 250?
Va beh, voi direte: gli scrittori italiani sono entità evanescenti,
imprecisate, anche un po' saltuarie. Vero, ma i 62 euro che sganciano
ogni anno come quota associativa sono assai meno evanescenti.
Si tratta di moneta sonante (domandare
alle famiglie italiane per credere), ma in fondo la sola appartenenza
al più prestigioso e antico club letterario (e umanitario?)
italiano, non vale forse sessantadue miserabili euro? D'accordo, in
cambio non viene dato pressoché nulla (a parte l'impeccabile
garanzia di correttezza d'un Premio che, se i soci sono scrittorini
appena normali, non vinceranno mai), ma vogliamo mettere l'onore d'essere
in lista con scrittoroni come la Maraini, la Sanvitale, la Bossi Fedrigotti,
Corrado Augias, Folco Portinari, Vivian Lamarque, Maria Luisa Spaziani,
Lorenzo Mondo, Barberi Squarotti, Luciano Erba & Co.?
Non resta, insomma, che un'ultima domanda:
lo sanno, gli associati scrittorini, che a pagare la quota sono loro
soltanto perché la maggior parte dei sopraccitati 'pezzi da
90' sono soci molto, moltissimo 'onorari' e dunque esentati da qualsivoglia
esborso?
Solo un esempio, dicevamo, d'Italietta
letteraria. Intellighenzia nostrana che corre sul filo del codice
penale come quella dei furbetti del quartierino. Furbetti da vergognarsi,
ovvio, ma tanto non la fanno sempre franca? E non è questa
l'unica considerazione che, alla fin fine, fa vivere loro così
bene con se stessi e noi così male con loro?
Anna
Antolisei
Giugno 2007
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