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Verrà 14 aprile 2008, il lunedì sera.
Ma il '68 sarà davvero finito?

Forse Giulio Tremonti come libellista non passerà al crebbio metafisico di Emanuele Severino, ma di certo solo per uno zag della vita è diventato prima principe dei commercialisti meneghini, indi superministro dell'economia berlusconiana, e non il più efficace autore di slogan pubblicitari: da azzerare i signori 'dieci piani di morbidezza' e/o 'Il signore sì che se ne intende'.
Infatti credo che la sintesi mentale-linguistica più illuminante a descrivere il devastato paesaggio sociopolitico italiano, indicandone nel lampo linguistico una via d'uscita, breve frase perfetta che vorremmo davvero il programma del prossimo governo Berlusconi: "Il sessantotto è finito'. Ma davvero questo slogan diventerà dalla sera del prossimo 15 aprile la bussola del nuovo governo, ovvero il terzo Berlusconi, o l'icastico messaggio tremontiano non piuttosto resterà uno dei tanti progetti politici tramontati prima ancora di sorgere?
Qui sta il punto: convincere non gli inconvincibili capanneschi bertinottisti, ma proprio le sue avanguardie politiche del centrodestra che l'economia del '68, ovvero l'economia morofanfanica, è davvero finita.

Quanto non sarà facile l'ho intravisto in una di quelle grandi cene elettorali pagate dal candidato, qui addirittura una trinità, che aveva messo a mensa forse più millecinquecento che mille commensali; i tre candidati proprio perché al di sotto della soglia di certa eleggibilità costretti a spendere per segnalarsi nel dopo come non marginali facitori della vittoria. Una certa vittoria dalla quale come almeno la metà dei commensali si aspettavano dei benefici: prebende nelle forme più varie, e tutte attingibili alla stessa mammella: la spesa pubblica, tetta che la filosofia del '68 ha insegnato a mungere secondo una vera logica di sfrenata liberalizzazione, ovvero cancellando ogni traccia di comune senso del pudore circa l'attingere alla spesa pubblica illegittimamente.

Da questa longeva predazione, vero emblema araldico del fu cattocomunismo, sono nati: la crescita dell'imposizione fiscale e il simmetrico declino della capacità produttiva del paese, nonché il vergognoso crescere dell'economia criminale al declinare dell'economia di mercato: minata non meno che dalla corruzione da una ipertrofia legislativa devastante.
E nulla misura questa perdurante devastazione quanto l'aumento di ben 100 miliardi del gettito delle entrate tra il 2005 e il 2007, prelievo che ha significato deviazione dei flussi finanziari verso lo sperpero improduttivo, quei 100 miliardi solo nel pensiero bertinottesco capaci di porre rimedio al crescere delle famiglie inghiottite dalla povertà: che oggi hanno raggiunto l'angosciante dimensione numerica di 4,5 milioni, a individuare che un italiano su cinque sta sotto la soglia della povertà.

A essere cauti, almeno la metà di questi poveri sono poveri perché qualcun altro, come appunto i miei convitati al festino elettorale, per la mediazione dello Stato, estorcono ai poveri quei pasti che tanto meno avrebbero dai Bertinotti; che da sempre nelle democrazie esistono, campano del loro trimalcionico banchetto elettorale nel modo moralmente più indegno: senza neanche essere sfiorati dal dubbio che ogni loro pasto, ottenuto in nome del pasto di chi non mangia, è un pasto che significa meno cibo almeno per dieci persone ai livelli inferiori della struttura sociale. E il processo oggi in Italia si sta aggravando perché, stando a ricerche attendibili sul debito delle famiglie, nel trascorso 2007 è aumentato di ben il 57% rispetto al 2006 il numero dei nuclei familiari costretti a ricorrere ai risparmi e/o al credito per pareggiare il bilancio familiare, ovvero facendo passi verso quell'area dell'indigenza che è in continua crescita, e spesso per la dolorosa strada dei prestiti usurari, che significano la commistione, quando non la contaminazione tra l'economia criminale e le persone oneste.

Come potrà il governo Berlusconi andare a sostegno di quest'area del paese, questo crescente buco nero che potrebbe a breve ingoiare le stesse istituzioni democratiche?
Chiudere con l'economia del '68 è certamente una buona linea, ma in questo momento, mentre il cosiddetto tesoretto si è semplicemente dissolto, mentre il nostro PIL sta sforando il parametro di Maastricht non del previsto 2,4, ma del 3%, aumentando e rendendo più fragile il nostro debito pubblico. Dove, questo il quadro, trovare, con la connessa stasi della crescita del monte fiscale in ragione della crescita al limite del negativo dello stesso PIL, i soldi per una politica di intervento a sostegno della famiglie, che a un tempo sostenga anche il sistema delle imprese, ovvero il solo vero volano che può contrarre lo spazio dell'area della povertà?

Il luogo lo ha visto perfin Veltroni: sono gli 80 miliardi annui di sprechi della macchina burocratica pubblica, così stimati: il 18% derivano dalla sanità, il 15% dalla scuola, il 32% da false pensioni soprattutto di invalidità, e ben il 35% dall'area della giustizia civile. Porre fine al '68 significa oggi agire su quelle percentuali facendole scendere, ma impresa possibile solo andando a colpire aree ben precise della politica organizzata in forme corporative, nella sostanza criminogene. Queste aree cercheranno di reagire e resistere, anche sostenute da tutta quella galassia di mercato della politica un cui tristo paesaggio mi è stato tratteggiato dalla cena elettorale: le attese e progetti che vi circolavano, tutti sostanzialmente parassitari: tesi a conquistare illegittimamente quote di monte fiscale a vantaggi consortile proprio.

Il prossimo ministero Berlusconi si troverà a dover non solo imbrigliare quelle attese di una parte dei suoi, e la più forte perché sostenuta dalle simmetriche trame dei nuclei corporativi organizzati dell'opposizione, con la sua galassia di cooperative sociali e fondazioni varie, dalle culturali alle bancarie. Qui la politica del prossimo governo dovrà intervenite per recuperare, sottrarre reddito in misura rilevante, ovvero sottrarre rilevanti flussi monetari a potenti consortili che se ne sono impadroniti, e spesso attraverso una legislazione legittimante: il caso Alitalia-Malpensa ne è una evidenza; ovvero trasformando le leggi da strumento di uguaglianza in strumento di oppressione, percorso lungo il quale le democrazie deperiscono e muoiono, tra drammatiche convulsioni sociali, come appunto se ne preparano in Italia.

Dal quadro fin qui tracciato, nel suo prossimo ministero Berlusconi dovrà affrontare una fatica degna dell'Ercole chiamato a pulire le stalle di Augia, Berlusconi le stalle della politica italiana. E sul suo ministero incombe la profezia, non così campata in aria, di Beppe Grillo: 'tra due anni il paese affonderà nel caos'. E vi affonderà certamente, se il prelievo fiscale non sarà rapidamente riconsegnato alla sua vera funzione redistributiva egualitaria, tra scuola, pensione e sanità. Ma scuola, pensione e sanità sono anche le aree sociali dove oggi si genera, e spesso sotto la protezione della legge, e con il sostegno, l'intervento della criminalità organizzata, il grosso degli 80 miliardi annui di spreco; ricchezza per una perversa minoranza parassitaria: ridurre la quale a livelli fisiologici di paese industriale è l'immane, erculeo compito del prossimo ministero Berlusconi.

Il prossimo governo dovrà, detto in tremontico, porre fine all'economia del '68, detto invece in metafisico alla Severino: lottare e sottrarre al crimine nelle sua varie forme l'Italia, la cui democrazia oggi nel paese ben prossimo ad esserne sopraffatto, se una ferma azione politica non erode l'area dell'economia politica corporativocriminale di almeno un 10% all'anno fino a dimezzarla nel prossimo mandato politico. Questo è il processo politico virtuoso primario da avviare, e tutto il resto verrà da sé.

Buon lavoro, Cavaliere; e prima dall'Italia che dallo scrivente, un'Italia che soprattutto farebbe volentieri a meno del realizzarsi della profezia di Beppe Grillo, ma che è in cammino: diverrà accadimento sventurato, se non si procede contro lo sperpero criminale pubblico.

Piero Flecchia

 

 

 


Nota in margine al ritrovamento dei corpicini di Ciccio e Tore

Il crimine scaturisce da sempre dal confronto tra il mondo sognato dalle singole coscienze e il reale accadere degli eventi. Ma la forma del sogno di ogni coscienza è determinata: prende forma dal contatto con il racconto fantastico eticoreligioso, detto altrimenti: dai miti formativi che ogni società trasferisce nelle singole coscienze nel corso del loro processo di formazione.

Un processo che un tempo era individuato da un vocabolo con forti connotazioni semantiche nell'area del sacro: 'iniziazione', caratterizzata da un percorso di illuminazione attraverso la sofferenza. Un percorso che oggi viene accuratamente evitato nella dimensione di sofferenza, dolore: sistematicamente tenuti in ombra e allontanati, fino al rifiuto isterico di contrassegnare l'ultima forma di processo iniziatici di massa oggi agente: l'educazione scolastica, con ogni forma di verifica attraverso gli esami, in nome di un universale diritto alla felicità.

Da questo rifiuto della macchina sociale occidentale di preparare le coscienze dei suoi giovani alla vera natura del mondo: luogo della morte a pagare il prezzo della vita: che dura, si realizza attraverso un grande pasto antropofagico, deriva la sorpresa, - e perfin la fame in quanto svelamento di verità - delle singole coscienze davanti ai fatti della cronaca nera, ultima residua forma del principio di realtà, spazio residuo di apparizione di barbagli di coscienza, nel sistematico processo di falsificazione del reale. Una falsificazione la cui necessità appare così ineludibile da indurre un esperto di relazioni sociali quale il Cavaliere e tingersi d'un nero lucido da scarpe la trapiantata chioma, e un cicalone quale il Veltroni Walter a promettere cento nuovi campus universitari, ovvero luoghi di un eden felice, perché nulla è più estraneo alle nostre università della disciplina dello studio, nella tensione di conquistare una propria identità intellettuale.
Entro questa logica di capelli tinti e campus felici si sono per mesi cercati nei vari campus della felicità errabonda i due poveri morticini di Gravina, tra Romania e Germania. Il caso ha fatto emergere i loro cadaveri mentre il loro padre di trova in galera, accusato del loro omicidio.

Chi scrive spera che proprio dall'esame dei poveri resti di Ciccio e Tore emerga la tragica accidentalità della loro morte, e il genitore naturale ne sia scagionato, ma se egli fosse colpevole, davanti a tanto crimine andrebbe ricordato che esisteva un antecedente diritto criminale che consegnava in mano al pater familias il diritto di vita e di morte sui figli, sulla moglie e nuore; e per quale ragione non è così arduo da determinare.

La pulsione omicida poteva spingere ieri, come spinge oggi, il maschio alfa a reazioni omicide se il mondo non gli corrisponde. Là dove lo Stato non è ancora abbastanza forte da reprimere queste pulsioni attraverso un processo educativo prima che repressivo, la miglior scelta è quella di derubricare certe forme di omicidio, come ancora ieri da noi il delitto d'onore. Soltanto quando lo Stato si regge ed alimenta un processo educativo morale così forte da sviluppare forme di comprensione della debolezza della natura umana e della necessità di darle forma nella visione del destino di dolore che la attende - come realizzato nelle grandi scuole filosofiche o nelle due grandi religioni compassionevoli: il buddismo e il cristianesimo evangelico - ha senso, diventa possibile la condanna di alcune forme di crimine omicida scaturite da forme di relazione sociale sentite come oltraggiose per il prestigio individuale. Solo davanti a una crescita morale le reazioni violente criminali a queste offese possono essere esplicitamente condannate e perseguitate. Ma la nostra società riesce ancora a dare forma morale elevata in modo diffuso alle coscienze dei cittadini, o non piuttosto le costringe a vivere in una perenne situazione di cattivo incontro con la forma dolorosa e drammatica del reale; coscienze del tutto impreparate, ergo portate a continue tensioni parossistiche conflittuali che minacciano di sfociare in reazioni criminali?

Come appunto deve aver vissuto dentro la sua comunità il padre di Ciccio e Tore, in conflitto radicale con la ex moglie, che aveva picchiato, e accusato di avergli rubato i figli, quando questi erano spariti, e che autenticamente terrorizzava la attuale convivente, madre di un'altra sua figlia. Nella morte di Ciccio e Tore, come nelle sofferenze di tanti altri figli, vive soltanto il fallimento universale tra i padri del processo educativo della nostra società al tempo della loro formazione. Un processo educativo che non arriva mai a farsi positivamente formativo, nel percorso scolastico come nei luoghi di lavoro, dove prevalgono il nepotismo e la corruzione. Mancando un vero insegnamento formativo, quando il mondo si mostra nella sua nuda forma scatta la reazione di rifiuto, di negazione violenta, spinta a volte fino alla sua forma più radicale: l'omicidio, mentre poi l'assassino rifiuta di riconoscere la propria colpa, di ricordare il suo crimine, e quando ricorda è per ergersi, come certi mafiosi nei loro processi, a campione della giustizia.

Così procede, passo a passo, il cammino in discesa e spesso perfin felice, per la grazia di leggi come la depenalizzazione dei falsi in bilancio, di una comunità verso la barbarie, il cui esplodere poi imporrà le leggi adeguate alla barbarie, ovvero i codici che consegnano le donne e i figli in mano dei maschi e i maschi subalterni ai maschi dominanti.
A chi vuol vedere questo insegna: questo emerge dal pozzo oscuro di Gravina; dai due poveri corpi mummificati di Ciccio e Tore.

Piero Flecchia

 

 

 

 
 

A Envie c'è una donna
lettera aperta all'on.le Presidente Raffaele Costa


Caro Presidente,

Envie è un comune della provincia di Cuneo, la Provincia che, con il voto diretto degli elettori, è stato designato a dirigere, per aver riportato, nella scorsa tornata amministrativa contrassegnata dal successo del centrosinistra, il solo risultato forte in controtendenza, a riprova di quanto la Sua Figura Pubblica significhi nella 'Granda'; che Ella conosce paese per paese, dopo i tanti anni di impegno politico al servizio della Nazione e della Sua Terra, un cui lembo è appunto Envie: per me poco più che un toponimo, ma per Lei un insieme concreto di case e prima ancora di persone, alcune impegnate nella politica locale. E una di quelle Le avrà quanto meno comunicato che ad Envie viveva Antonio Schiavone, uno dei quattro morti nell'esplosione su una linea di laminatura delle acciaierie ThyssenKrupp di Torino, mentre altri combattono con la morte, il corpo piagato di ustioni.

Da Envie a Torino sono settanta chilometri, e da tredici anni, trecentodieci-trecentoventi giorni all'anno, Antonio Schiavone percorreva quei centoquaranta chilometri. Una fatica aggiunta inspiegabile, perché la Sua Provincia, caro Presidente, ha il privilegio della piena occupazione, ergo un lavoro meno faticoso e forse perfin più vantaggioso economicamente, calcolate le spese di trasporto, Antonio avrebbe potuto trovarlo, se non sull'uscio di casa, certo a tanti e tanti chilometro quotidiani in meno.

Per quale ragione Antonio Schiavone percorresse tutti quei quotidiani chilometri per fare il lavoro non solo a più alto rischio, ma nel gergo tecnico definito: "il più usurante della produzione industriale, e tra i più faticosi", l'ho appreso a un'ora inoltrata della notte dalla voce, fatta roca da un dolore senza fine, di una Donna che raccontava su toni bassi, antiretorici, quanto Suo Marito amava quel lavoro, che lei invece la faceva ogni giorno morire. Sempre la Donna ha spiegato per quale ragione il marito affrontasse quei quotidiani tanti centoquarantachilometri: era per le alte qualità professionali che il lavoro gli chiedeva, e infatti confermate alte anche dalla direzione dell'acciaieria, che aveva monetizzato un suo miglioramento tecnico con un premio mensile extra di settantotto euro. E almeno quanto il lavoro, Antonio Schiavone amava il clima di gruppo, la stretta collaborazione nel quale si realizzava. Invece lei: la Donna di Envie, ogni giorno aspettava quello squillo di telefono a dirle che il marito era arrivato in fonderia. Uno squillo e basta, perché le parole per telefono costano, e sono tanto più da misurare per chi ha tre masnà da crescere.

Uso, caro Presidente, il termine nostro pedemontano "masnà" perché la lingua italiana non ha l'equivalente per indicare quell'età creaturale nella quale, a distinguere per genere, servono i colori rosa e azzurro; l'età che invece il dialetto napoletano denota con il termine: "criature". E le due masnà Schiavone più grandi, la più piccola ha due mesi: sessanta giorni, il primo dicembre avevano reclamato il loro presepe: "E io oggi non sapevo come dirglielo che il loro papà era morto.", diceva la voce misurata della Donna di Envie, resa più tragica dal presepe di sfondo, e dalla misura nel rispondere alle domande del dottor Mentana, che visibilmente viveva la coscienza della maledizione che pesa sull'informazione, quando deve misurarsi con il dolore del mondo: la retorica.

Caro Presidente, è questa donna che mi costringe a scriverLe, il suo dolore misurato e per questo più tragico, reso più alto e straziante dallo sfondo del presepe. Un dolore che nella mia coscienza ha trovato un solo archetipo mitico adeguato a rappresentarlo: il pianto eterno della Grande Madre che lacrima senza fine il destino mortale dei figli che ha generato, e al cui cuore ogni morte ogni volta ripropone la tragica domanda: a che la vita. E con quale tragico furore deve straziare quella domanda il seno della Donna di Envie, davanti alle sue tre masnà, e un dolore tragico le tornerà ogni volta senza fine, nella misura del suo tempo umano, quando quelle tre masnà le porranno la domanda che è di ogni creatura senza un genitore: perché.
Caro Presidente, Lei può trasformare questa domanda in un'orgogliosa risposta per quelle tre masnà, facendone i figli non di una vittima, ma di un eroico martire del lavoro, attraverso l'attribuzione della medaglia d'oro al valor civile al Suo Concittadino Antonio Schiavone.
Caro Presidente la legittimità di questa medaglia l'ho intravista ascoltando il racconto di Antonio Boccuzzi, collega di lavoro da tredici anni di Antonio Schiavone, e stato a un nulla dall'essere anche lui incenerito, come mi descrivevano, nell'immagine televisiva, le terribili ustioni sul suo volto. Antonio Boccuzzi si è salvato per aver cercato, dopo aver constatato scarico l'estintore impugnato, di spegnere il fuoco andando a collegare un idrante al manicotto.

Ecco il racconto: Boccuzzi e Schiavone avevano terminato il turno di lavoro del sabato 9 dicembre alle dieci di sera, e si erano già cambiati, ma a completare l'organico del turno mancavano due tecnici, o gli operai avrebbero dovuto tornare a casa perdendo la giornata. Ecco perché Schiavone disse al collega: "Facciamogli guadagnare la paga anche a loro, che ne hanno bisogno." E avevano entrambi reindossato la tuta, ormai non più per lealtà verso l'azienda, perché sapevano che l'acciaieria avrebbe spento per sempre gli alti forni entro il prossimo luglio, come da accordo sindacale. Qui è la vera radice della catastrofe: sfruttare al massimo gli impianti, ormai da rottamare, i morti e i grandi ustionati della tragedia vittime del processo di deindustrializzazione del paese, accettato passivamente dalla classe politica e sindacale, perfin felice di dimenticare quei novecentomila metalmeccanici senza contratto di lavoro da due anni, mentre attenta a mediare e imporre la stipula del nuovo contratto di lavoro ai trecentotrentamila bancari.
Qui: con l'avidità arrogante neocolonialista della ThyssenKrup è la radice putrida della morte di Antonio Schiamone, mentre gli altri che sono morti perché Antonio Schiavone non poteva permettere che fossero venuti fin in fonderia per poi tornare a casa senza guadagnare la paga di giornata.

Un altruismo semplice, diretto, immediato, come semplice, diretta, immediata, è stata la discesa volontaria nell'inferno con un estintore, a spegnere quel principio di incendio. Noi non sapremo mai se, come quello di Boccuzzi anche l'estintore di Schiavone non abbia funzionato, o là sotto la linea di laminazione si fossero raccolti troppi liquami di olii esplosivi per mancanza di manutenzione agli scarichi, rendendo inutile il pronto intervenire di Antonio Schiavone. Certo è che dalla sua decisione di lavorare per salvare la paga ai compagni, fino al suo accorrere per primo, perché aveva più chiara la coscienza del rischio, in quell'appuntamento con la morte di Antonio Schiavone: "Andato a lavorare e non alla guerra.", nelle icastiche parole della Donna di Envie, caro Presidente, si delinea: nei tratti della cronaca di quella tragica notte, una limpida, suggestiva semplicità altruista degna di assurgere ad esemplarità emblematica.

Caro Presidente, la medaglia al valor civile prima che alla Donna Tragica di Envie e ai suoi tre figli serve a dare a tutti noi una misura di civile dignità nella convivenza, che Ella è certamente capace di scorgere molto meglio di me, proprio per quell'impegno istituzionale che Lo ha portato a sottolineare, partecipare a tante manifestazioni della società civile, in una delle quali l'ho appunto conosciuta. Fu in Bonn, una città della Germania renana, quando nel chiostro di Beethoven il pittore cuneese Carlo Sismoda esponeva quei suoi tragici paesaggi e nature morte di silenziosa profonda bellezza. La stessa che deve ardere nel cuore della tragica Donna di Envie, quando ricorda, con la vampa che giel'ha arso, la vampa degli abbracci del Suo Antonio.

Caro Presidente, spero che non troppo tardi: non nei tempi della burocrazia ma del dolore e della speranza umani, possiamo ritrovarci, come a Bonn, ma ad Envie, Lei a consegnare per noi tutti che lo vogliamo, segno di civiltà, la medaglia al valor civile per il sacrificio di Antonio Schiavone alla tragica Donna di Envie, ma dalla quale sono certo Lei è forse è già andato, o comunque andrà molto presto, a dire quello che tutti noi sentiamo e vogliamo dirLe: per la nostra dignità non possiamo e non vogliamo mai lasciare sola la vedova di Antonio Schiavone e le sue tre masnà.

Suo
Piero Flecchia

 


 

 


Il Calcio da sport a Spettacolo nel crepuscolo televisivo del gioco

Ogni sport è una forma ritualizzata di aggressività, formalizzata attraverso un codice di regole; che raggiunge forme sofisticate e complesse negli sport di squadra, dove lo scontro è tra due gruppi, razionalmente manovranti nel coinvolgimento agonale. Qui è il segreto del calcio, il cui grande successo in Italia ha la sua ragione prima nella possibilità di ogni squadra di diventare il punto di riferimento del proprio campanile; e l'Italia è la terra dei campanili, ma nulla allarga l'ombra del proprio campanile quando la vittoria.

La Juventus ha vinto ventinove scudetti, salvo revoche dell'ultimora, ecco perché metà Italia è Juventina. Lo scrivente invece è tifoso del 'Toro', ergo uno che tifa per una squadra calcistica che dalla Juventus ne ha patite di tutti i colori, ma l'idea che ogni male del gioco del calcio derivi da Moggi la trova perfin comica. Chi 'isso fusse' Moggi lo aveva provato prima di entrare in Juventus, affermandosi, uomo che si è fatto da sé, attraverso una carriera da osservatore nei campi di provincia fino a dirigente nel Torino, nel Napoli, nella Roma, dove sempre aveva dovuto misurarsi con il potere juventista. Buon soldato di ventura del mondo della pedata, quando la Juve lo chiamò, infine comprese che non avrebbe più dovuto dissipare tanta astuzia al sevizio di padroni subalterni: era infine arrivato ai vertici dell'area del potere pedatorio, che ha guidato e perfezionato secondo propria natura, ma continuando uno stato di fatto di egemonia juventista che, che affermatasi in evo fascista, aveva conosciuto due soli momenti di crisi: davanti al grande Torino negli anni quaranta, e vent'anni dopo sotto l'urto della politica calcistica di Moratti padre, munifico più di Creso con arbitri, giornalisti e presidenti di società minori, fin quando si spaventò, alle pretese crescenti: pretese finanziarie del mondo intorno, e mollò la partita calcio in bellezza: regalando uno scudetto già suo alla Juventus, all'ultima giornata di quel campionato del suo addio, mediatrici le mani del portiere Sarti.

Con Moratti padre, se non scomparve, entrò però in crisi la figura del mecenate egemone, in quanto nessuno, neanche un Agnelli, era più in grado da solo di appagare le pretese delle pletore di parassiti intanto accorse alla festa calcistica morattiana.

Il meccanismo che, nell'evo pre televisivo, portava ai vertici del campionato una società di calcio era la sua capacità di spendere in acquisti sul mercato interno, provocando quella irrigazione finanziaria a pioggia che nutriva le società minori. E la Juventus è stata a lungo la più potente perché con le sue campagne acquisti distribuiva denaro alle piccole società. Spendere sul mercato era la premessa di ogni ascesa calcistica, anche se non sempre, i grandi investimenti per acquistare calciatori hanno portato i risultati sperati, esemplarmente Moratti figlio nel presente, che ha dissipato per due coppe Italia una finanziaria dello Stato italiano, o almeno una finanziaria bis. E senza costruirsi nessuna posizione di forza, anche in ragione di una politica di acquisti all'estero, che non gli creavano benemerenze sul mercato italiano, ovvero un autonomo zoccolo di potere, di uomini e società satelliti cointeressate a una vittoria interista. Qui incomincia, e non dai torti arbitrali, il cammino nella sconfitta del secondo morattismo.

Ma tra l'epoca di Moratti padre e figlio qualcosa di decisivo è intanto accaduto, che ha liquidato definitivamente dal calcio ogni traccia residua di sport, per aggregarlo di fatto all'universo del mondo dello spettacolo. Questa metamorfosi si consuma per l'irruzione del marchingegno televisivo, in forma di vera strega popperiana, prima di esaminare i cui effetti distorsivi: per comprenderli, occorre avere chiaro il tratto del tutto post-sportivo del gioco del calcio oggi.

La degenerazione del gioco del calcio, il suo passaggio da sport a spettacolo, si individua con la fine del calcio provinciale, la sua professionalizzazione in evo fascista, dove inizia una deriva che trasforma il calcio sempre più in gioco-spettacolo, le cui potenzialità propagandistiche Mussolini intuisce per primo e che l'evo della guerra fredda riconferma. Un professionismo che è creazione juventina, con l'ingaggio del mitico terzino della Pro Vercelli Caligaris e che crea la figura del presidente mecenate, destinata a trionfare negli anni Novecentocinquanta-ottanta del secolo scorso, dove i ricchi trovano negli investimenti calcistici il rapido modo per acquistare uno status sociale tra le classi subalterne della loro città.

Mentre il calcio trapassa, con la professionalizzazione dei giocatori dei campionati principali da sport a spettacolo, accade intanto la motorizzazione della gioventù. E infatti, se non nascono più i Coppi, ma anche il calcio come sport vede decimati i suoi praticanti, scompare dalle strade delle città, e scompare soprattutto dagli e con oratori perché la speculazione edilizia, in concomitanza con la motorizzazione, espropria ed edifica tutti gli spazi di possibile pratica dello sport calcistico, mentre una urbanistica cialtrona, avida di facili profitti, non riesce a immaginare spazi attrezzati per lo svago degli adolescenti, intanto scuterizzati.

Il gioco del calcio come sport praticato defunge negli anni novecentosettanta del secolo scorso. Quello che sopravvive è soltanto uno spettacolo in stato preagonico e destinato a ridimensionarsi, eroso dalle pletore di predoni intanto cresciuto intorno al gioco, e che legittimano le loro pretese e le fondano sul più antisportivo dei fatti e il più inscindibile dall'idea di gioco: la vittoria.
Non più sport, nel calcio la vittoria diventa tutto, e inevitabilmente il modo della vittoria passa di gran lunga in seconda fila, rispetto al risultato, perché si gioca per vincere: in ogni gioco. Ma intanto al gioco del calcio la sorte aveva portato un dono esterno decisivo per la sua sopravvivenza come mondo a parte: la televisione.

Moggi ha dichiarato che il 90% degli introiti delle società calcistiche principali derivano, direttamente o indirettamente, dalla televisione, gli stessi sponsor effetto della diffusione televisiva dello spettacolo calcistico. Ma tutto si bilancia: anche l'intervento massiccio della magistratura, le sue inchieste presenti, sono da imputare alla mediaticizzazione. Non solo: il meccanismo delle intercettazioni giudiziarie è possibile soltanto per lo sviluppo delle tecnologie elettroniche, delle quali la TV non è che un aspetto, ma rilevante prova documentale del dolo negli errori arbitrali, quando spiegati dalle registrazioni delle intercettazioni. Senza le tecniche elettroniche nuove sarebbe stato impossibile raccogliere ogni possibile prova di comportamenti scorretti, e i giornalisti quaraqquaqqua avrebbero continuato a raccontare al loro pubblico televisivamente rimbecillito di sudditanze psicologiche. Tipacci come gli arbitri italiani sudditi psicologicamente? Più legittimo pensare Biancaneve pornostar. Gli arbitri da sempre lavorano per sé, la propria vanità, che può anche diventare vanità di correttezza etica, ma sotto altri climi morali. Ovvero quelli di una volta, stando soprattutto ai tifosi della 'Madama', tra i quali vive il mito di un calcio pulito dei tempi che solo la 'Famiglia' reggevail squadra.

Il calcio pulito di quell'evo discende dalla mancanza di possibilità di documentare la natura dolosa di errori arbitrali clamorosi, a discendere dal più noto: il gol annullato al romanista Turone, in uno scontro diretto Juventus Roma, decisivo per l'assegnazione dello scudetto. Non meno decisivo fu un altro cosiddetto errore arbitrale, all'ultima giornata di campionato in un SampDoria Torino. L'attuale commissario della nazionale Lippi tolse da dentro la rete del proprio portiere un pallone che avrebbe significato spareggio per lo scudetto tra Torino e Juventus, mentre l'arbitro allegramente non vedeva. E perfin Umberto Agnelli pare esclamasse a un decisivo Juventus Inter, quando l'arbitro negò il più evidente dei rigori su Ronaldo: "Questa volta ha davvero esagerato.", mentre Ronaldo capì che per vincere doveva cambiare paese, ed emigrò in Spagna. A Torino invece quel giorno, a differenza di Moggi, Umberto Agnelli non andò a chiudere l'arbitro nello spogliatoio. Altro il personaggio, eppure fu Umberto Agnelli, stufo di veder la Juventus tribolare scudetti, ad affidare la squadra a quella che poi sarebbe diventata prima la trimurti e poi la triade; che non è per nulla un bell'epiteto, triadi il nome occidentale delle famiglie mafiose cinesi. Perché triade e non triumvirato?

A volte la vita svela in significativi lapsus linguistici quello che i parlanti si sforzano di celare, e che sarebbe rimasto celato e sepolto per sempre con il declino del gioco del calcio, senza l'errore di mercato della televisione commerciale. La TV commerciale ha investito cifre davvero dissennate in uno spettacolo che non ha più nulla di sportivo, già in declino, trasformandolo in un importante canale di meccanismi redistributivi finanziari al servizio di centri di potere, ergo da preservare. E la prova del nove di questo ruolo spettacolare e finanziario del gioco del calcio oggi l'abbiamo nella nomina del commissario incaricato di risistemare il meccanismo: non un esperto di calcio, un Rivera, a spendere il nome più sensato, ma un uomo di alta finanza, il già presidente ConSob Guido Rossi, ma quanto oggi valga il calcio come spazio dell'immaginario collettivo nulla lo descrive quanto la degradazione degli spettatori a tifosi. Solo dei tifosi possono entusiasmarsi a certe partite dove anche come spettacolo il calcio giocato diventa sempre più povero e vuoto, per effetto dei troppi interessi che vi gravano sopra.

Se lo spazio mitologico calcistico sopravvive nella gente è ormai solo per le ore di trasmissioni televisive e le pagine e pagine di giornali che lo sostengono, ma anche per la sua corruttiva capacità, prima con il totocalcio e poi con i vari calcioscommesse, di mobilitare il gusto del rischio dei giocatori d'azzardo. Sono ormai quasi solo gli scommettitori a ragionare, seguire gli inghippi calcistici, tra il fantacalcio e il toto nero. Essi sono i grandi razionalizzatori delle cronache calcistiche, le cui menti più acute da tempo hanno individuato proprio gli arbitri sotto indagine della magistratura come fattori da valutare. E uno di questi accaniti scommettitori ieri mi spiegava che il sequestro nello spogliatoio di un arbitro: quel capo di imputazione contro Moggi, avrebbe la sua vera causa in una scommessa truffaldina dell'arbitro dell'incontro, che senza questa segreta pecca avrebbe preso lui a ceffoni o almeno denunciato la prepotenza dell'ex direttore sportivo della Juventus. E un altro mitologema torinese intanto assicura che il crollo di Moggi sia stato deciso dalla 'Famiglia' dopo che questi aveva deciso di passare al servizio di Berlusconi o di Moratti.

Il calcio diventato spettacolo e tifo ergo pseudofede, come ogni spazio simbolico fantastico ha le sue teologie, che più sono strampalate più vanno alla grande. E certamente una strampalatura bellissima che circola a Torino è quella che imputa il rischio di morte per overdose di Lapo Elkan a una congiura ordita tra Moggi e dai vertici del San Paolo IMI, dopo che il giovane Lapo aveva chiesto una verifica contabile e della gestione della Juventus e della FIAT. Da dove poi la vendetta della Famiglia.

E proprio questi mitologemi dicono quanto nulla di sportivo sia rimasto nel gioco del calcio, quanto questo bellissimo gioco si sia trasformato, nel suo senile declino, in un tartaro di vuoti fantasmi metateologici, interessanti per quanto riflettono, e glossano, il declino del paese.
Moggi è un sintomo, e non una causa, e la sua caduta un puro gioco in commedia, perché il calcio come sport non esiste più, e come spettacolo c'è di molto meglio, anche televisivamente, anche se resta come sport di squadra forse il più bello, ma a giocarlo.

Piero Flecchia
Febbraio 2007

 

 


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