AMICI
DI VERSI

 

FOGLIO 2

Dedicato a
Angelo Jacomuzzi



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Angelo Jacomuzzi (1929-95), in ragione d'un vigile senso della misura, che lo portò a essere una presenza appartata nel paesaggio culturale italiano della seconda metà del 900', fu raffinato critico letterario, e profondo poeta di pesati carmi, in cuore una misura dell'Eterno. Tutta la sua riflessione, e in uno tutta la sua vita, hanno trovato splendida sintesi in un eletto mannello di componimenti poetici: tra i più straordinari del XX secolo, perché in essi una altissima tensione morale si fonde con una pesatissima consapevolezza estetica.
D'un cattolicesimo rigorosamente ubbidiente nei dogmi, ma dolorosamente calato in una delle poche coscienze lucide del nostro tempo, nella quotidianità di Angelo Jacomuzzi, con gli studi ebbe tanta parte, esercizio di civile impegno, l'attività docente: prima nelle scuole medie superiori (dove chi scrive lo conobbe) e poi all'università di Torino, dove tenne per quasi un ventennio cattedra di storia della critica letteraria.
Della sua attività critica resteranno fondamentali gli studi su Montale (La poesia di Montale, Torino 1978): che giudicò l'esegesi di Angelo Jacomuzzi la prima veramente illuminante la propria poesia. Anche fondamentale il saggio 'Una poetica strumentale' (Torino 1974) sul D'Annunzio, serrata meditazione dei rapporti tra politica e scrittura, a misurarsi e dare una misura nella dimensione letteraria della tragedia della nostra nazione nella prima metà di questo secolo.
Angelo Jacomuzzi fu un attento investigatore della funzione letteraria proprio perché ne ebbe una concezione ancora risorgimentale foscoliano. E quindi la sua lettura del testo, se fu sorretta dai contributi del formalismo e dello strutturalismo, ma concettualmente fu lettura politica. Nel testo individuò sempre, con il tratto stilistico, l'effetto etico, ergo nel codice letterario vide il luogo, quasi l'anima, dove un paese contempla la propria storia.
Contro certe cupe conseguenze del passato nazionale, lotta ed emblema fu in Angelo Jacomuzzi la riflessione sull'opera di Dante, investigata dalla dimensione di una fede religiosa cattolica assoluta: che lo portava a respingere l'interpretazione esoterica, a vantaggio di quella stilistica. Di questa ricerca restano i due fondamentali volumi Il palinsesto della retorica (Firenze 1972) e L'imago al cerchio (2a ed. Milano 1995). E intorno a Dante, con san Tommaso e l'universo degli stilnovisti, meditò sui provenzali, nello specchio della loro irriducibile dissidenza catara. Sopra tutti i provenzali amò, e infatti tradusse, Arnaud Daniel, al quale per molto aspetti la sua personalità e la sua poesia possono essere ricondotte.
Già redattore di Sigma e di Storia della letteratura religiosa, non si può che auspicare che i suoi saggio, su queste e su altre riviste letterarie apparsi, siano presto raccolti in volume, come le sue poesie e il suo diario, importante testimonianza sulle tendenze letterarie del secondo 900', e del quale il Giornalaccio darà stralci.
Ma per chi scrive questa nota Angelo Jacomuzzi è stato il fratello maggiore, che lo accattò adolescente settario, guidandolo al grande sguardo di libertà del Bardo; al cui dramma grandioso amava ricondurre la foresta della storia; là svelato anche ai più renitenti come attimo ed eternità compenetrati a incenerire il tempo nell'alchemico segno del miracolo poetico; sguardo di Mercuzio sulla tragedia banale e grandiosa del mondo. A resisterle la luminosa intelligenza di Angelo Jacomuzzi lottò anche nella sua stessa carne, come emblematizzato nel crudo, dolente distico in 'via Valoria', l'ultima sua poesia: di pochi giorni prima d'essere investito ad Aosta da un'auto: ma la stanza dove tra i libri stentò una vita/ poi travolta da un torrente di pena? Morrà a Torino in ospedale il mattino del 3 novembre 1995.
P. F.

 

 

Nell'antitempio è il traffico del dio

Mi chiedo: il più feroce
passo e l'anagramma
astutissimo non è scrivere è
oltre il nartece d'ombra, dentro il tempio vivente?

Poi viene il senso viene la foresta
di simboli, tra le cime degli alberi un barbaglio,
viene per ogni oscura creatura
l'immagine, la fulgida impostura.

 

Dicono...

Dicono: questo è il luogo disertata
dagli dèi, è la tasca sfondata, il binario scartato
dove sostava un tempo una merce divina, dirottata
per sempre; così dicono con un tocco di liuto;
ma se fosse pieno di dèi dal tramonto all'aurora
dall'aurora al tramonto fosse pieno di dèi
già per urlare avrian le bocche aperte.

Io ne ho incontrato uno nascosto in provincia.
Leggeva in una vecchia biblioteca
le cinque prove della sua esistenza;
ma ascoltando il ronzare d'una mosca
e, più remoto, il respiro del mare
(la balena che a due passi da Giobbe danza muta
qualche mano smagrita che innamora)
scorgendo sulle carte un certo taglio di luce
mormorava pensoso: " Con la vita
forse non bisognava esagerare."

Midwinter spring
a Sandro

"Midwinter spring è una stagione a parte"
risento la tua assorta citazione
in questo vento tiepido di fine gennaio
guardando questo azzurro che trafiggono torri
in questa luce che accarezza i sepolcri
nelle cripte e fa strana anche la morte.

Un giorno un mio poeta scrisse: "Vince il male"
ma per questa inaudita primavera
noi forse percepiamo qui un breve sussurro
dell'eterno, qualche frangia del suo operare;
ora che Gennaio si è inciampato
e risplende stordito in un giorno di marzo
sembra redento il tempo. Un'allegra profezia
vince il male.

Vedi, Sandro, per quelli come noi
di lunghi inverni qualche volta una mano benigna
mostra un lume, un ammicco, e in quell'istante capisci
perché ci sono discorsi, come stagioni, a parte.



Leggendo Celant

Certo conviene oscurare perché Lui
volle abitare nella caligine
perché le cime estreme sono avvolte da nubi

certo meglio oscurarsi che scavare
parole come un abisso

certo se venisse oggi al mondo un uomo
con la barba di luce dei patriarchi
dovrebbe balbettare e solo balbettare

ma l'abbagliante
oscurità delle parabole?

 

In una chiesa gotica, di maggio

Forse sarà per queste stupende navate
per l'incenso, che pure fu abominio,
per il canto di cui permangono folate
forse per taglio di luce sul leggio
per queste nozze tra sapienza ed archi
per un'ascesi che renda legale
questa gioia d'un pomeriggio di maggio,
forse per questo siamo sostenuti?

O è veramente scoria dell'Altissimo?


Due mastini nerissimi

Due mastini nerissimi ai cancelli
su un tramonto infinito l'estesa fabbrica
recente controluce nell'ombra
due mastini nerissimi custodi
del tempio sulla pianura ai bordi della città
- sentore di whiskey nella villa del padrone
Paul Getty che si fa leggere Omero accanto al caminetto
ultimi segni o primi?
(la discesa a Parigi
a una fermata che chiamano Babylone)
ma questi due mastini hanno una dignità
non li ammansisce Orfeo Medusa
non li impietra un più esigente dio
li ha fatti eppure non immemore
delle antiche meraviglie.

 

In supremæ nocte cœnæ

Non nell'ultima cena, dice, ma suprema
di fra Tommaso il discreto latino
eppure tutto qui è semplice misura:
la lavanda dei piedi, il pane spezzato, quello che devi fare
fallo sùbito; tranquille ( ardenti ) parole;
qui folgora la bellezza tra limite ed eccesso;
observata lege plene - ma c'è altro ancòra
cibis in legalibus - ecco adesso lo vedi.
Il sublime non sempre è dismisura.



In cinque, a Fossanova

a Gerardo

Che cosa siamo venuti a vedere, Gerardo, amico
battezzatore d'olmi e di fichi selvatici e di faggi,
poeta di venti notturni e pilota fra solitudini selvagge?
Che cosa siamo venuti a vedere? Uno stanzone squallido
che ha sgombrato un mano minuziosa e anche un po' volgare
un altare slabbrato dove forse posava la sua testa;
non qualcuno o qualcosa, ma piuttosto il luogo
d'una partenza, di una assenza ancòra colma di luce
imbarocchita qui, dove si commenta morendo
il Cantico dei Cantici. Hic occidit Thomas.
Era alto e grosso e i contadini alzavano il capo a guardarlo
e fu difficile scenderlo giù per la ripida scaletta
e anche per questo penso che se ne sia andato
tra mezzanotte e l'una, al mutar della marea
mormorando in latino parole d'amore magis
unitivus quam cognitio, come quel suo fratello
che declamava in inglese verdi prati e un portale di Chiesa.
Utrum delectamentum sit norma morale
risponderebbe l'altro yes, così concordi e distanti
che a prendere le misure non basta quella mano minuziosa e
un po' volgare.

E noi cinque, chiamandoci per nome, Gerardo
Natale, Giorgio, ed Elio e Angelo chiniamo la testa
un po' confusi e un poco anche impauriti
d'essere giunti in ritardo, perché qui occidit Thomas.

 

Via Valoria

Soria frìa, Soria pura
A. Machado, Campos de Soria

Via Valoria a Saluzzo è una strada in salita
di cani stanchi e di gatti fuggitivi
una ruga di antico acciottolato
culla di un'ineffabile mistura
di araldici mattini di meriggi assolati
di stagioni macerate non segnate da una storia
da affidare agli annali. É il cuore della mia Soria
tra le cose scartate, non tocche da Usura.

Muri di cinta dove s'affaccia il glicine
vecchie dimore portali blasonati -
la casa del distinto donnaiolo
dove rampogna un po' l'antica età la nova
qualche spiraglio su un alchemico giardino
passeggiato da un erudito eresiarca

tutto qui sembra custodito in disparte
anche il vanitas vanitatum era letto
da un canonico favoloso grecista

ma la stanza dove tra i libri stentò una vita
poi travolta da un torrente di pena?

In questa strada forse è trascritto un prefazio;
ma chi decifrerà la traccia d'un uomo
nel breve viaggio dell'adolescenza?

E quale lingua, non vergine e non morta
quale rima
per questa prospettiva ripida e storta?

 

IL VIAGGIO NON HA META

Per Luigi Barale,
dal tempo dell'infanzia amico

Il viaggio non ha meta,
ritorna il mio tempo caduco ed immortale.

Il fumo del treno è ombra ai sentieri fraterna
e ai pioppi fratelli alle chiare rotaie.
E fatte di luce le strade ormai fluiscono candide
dallo stesso mio cuore.
Nel solido ritmo del treno si orchestra indelibata
inesausta e recente la campagna
ricuperato bene, luce di cornucopia.

Tornano i miei saluti cocenti e silenziosi
ai cenci alle pannocchie
splendidi sui liminari dei caselli
ai sentieri che portano nei prati
alle galline vivaci
al luminoso indugio dei giumenti.

Tornano i miei saluti di ansia
cocenti e silenziosi
(il viso mi traspare nel vetro
com'aurora di luna)
alle fugaci care apparizioni.
Soffro la gioia di ogni finestra e abituro
dove non sono stato;
e la gente che li abita ignora
che il tempo è squallore e ambrosia.
Adesso ecco risplendere questi ultimi fiori:
sono infiniti i fiori dell'autunno,
vana messe pei loro cimiteri
sono tutti preziosi come il cielo
nella tempra del giorno che declina.

Tutto è gloria:
le solide rotaie
fluiscono incontro alle strade.
Vi sono carri che corrono con i cavalli bianchi
ed è tempo d'autunno
per la celeste ansia degli uccelli
per la gelida febbre dei canali
adesso che risplendono i più superbi fiori
e le acque trascorrono più pure
tra l'immensa elegia del fogliame.

Tornano i miei saluti,
nel folle ritmo della ferrovia
è forse come le altre volte, quando
al termine del viaggio la madre mi attendeva
con il suo bacio di sole.

 

 




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