AMICI
DI VERSI

 

QUESTE PAGINE
SONO
IN PERENNE AGGIORNAMENTO

 

Ed intanto attendiamo
che venga
l'eta in cui potremo
dire
a dire a noi stessi...



"Non aspettar mio dir più né mio cenno:
libero, diritto e sano è lo tuo arbitrio,
e fallo fora non fare a suo senno:
per ch'io te sovra te corono e mitrio."


Dante Alighieri
Purgatorio, XXVII° - 139/142

 


FOGLIO 1

Dedicato a Piero Rovanenga

( vai al fogli 2 - 3 - 4 )

 




PIERO RAVASENGA

Piero Ravasenga (1907 - 78) è una tra le maggiori intelligenze letterarie italiane del XX secolo, come ci testimonia il vivo interesse per la sua opera dei suoi contemporanei Soldati e Pampaloni.
Formatosi nel clima del decadentismo europeo post positivista, tra nazionalismo, misticismo esoterico, e mito del progresso vissuto come ascesi individuale, ebbe per modello di vita e scrittura l'assoluta libertà d'orizzonti di Ceccardo Roccatagliata Cecardi e per suoi patriarchi intellettuali Dante e Niezsche: che per tutta la vita lesse e meditò. La prosa di Piero Ravasenga è una progettata semplificazione emblematizzante, capace di risultati di grande intensità. Della sua tribolata avventura umana ci ha dato la prima completa ricostruzione T. Malpassuto, Portrait d'un Pauvre homme ed. del comune di Casale Monferrato (2001).
Opere principali: Morte della sensitiva (racconti), ed. f.lli Buratti, Torino 1930; Io non valgo quest'ombra di foglia (poesie) ed. Capella, Cirié (To) 1961; Magnolie per Siglinda (romanzo), ed. del Milione, Milano 1963; Le nevi di una volta (romanzo), ed. Vallecchi, Firenze 1964; Roma divina (romanzo), ed. Stampa alternativa, Viterbo 2002: la sola opera oggi in libreria di Piero Ravasenga (euro 6,71).
Sarebbe auspicabile, da parte della regione Piemonte, un investimento culturale a sostegno dell'edizione dei suoi racconti, in gran parte dispersi su riviste e nel quotidiano la Gazetta del Popolo, cui collaborò tra gli anni 30 e 60.

DICHIARAZIONE

Io non valgo quest'ombra di foglia
che muove
in distesa di luce
e campi arati

 

 

 



OGGI GLI DEI

Oggi gli Dei si sono decretati ghirlande
pei loro corpi umani;
le nude forme
s'avvidero del sole settembrino,
le mani si colmarono d'elléboro.
L'incalzare dell'ora senza peso
li persuase alle molli corone
e fu sancito l'oblio
sopra il dolore.




LONTANANZE

Cugina fanciulla, fantasmi di colline
scintillano di roselline fulgenti di raccolti,
olocausti tremuli di volti
alla messa solenne del Nulla.




PRIGIONI

Nei pomeriggi di Settembre i giardini
hanno preso una dolce fissità
che poco dura
e sembra eterna come di assorti laghi.
Sempre dopo le piante immobili tranquille
oltre le siepi di mirto e i tassi
appare una prigione
dalle finestre chiuse
donde si affaccia mai un volto umano
e ricordo tre giorni lunghi brevi
che io fui carcerato.
Sbarre lucide, Aprile, biancospini
fiori ai limiti delle grate,
tintinnare di ferri,
il letto a catafalco
e l'ottimo caffè della mattina.
I miei vicini erano compagni stanchi
e tuttavia cortesi. All'aria c'era
un prigioniero che faceva vasi
premendo sulla creta colle vene
forse il tempo e i giorni senza fine.
"Dicon che la prigione è una galera
e mi pare una villeggiatura" …
cantavano gli anziani;
"Dicon che le manette son di ferro
e a me sembran di diamanti e d'oro".
Come voli di uccelli nel risucchio
sbandati tra le rocce
eravamo emigranti clandestini.



GIOVE E I CORIBANTI

I Corabanti esultano spupazzando il Dio bambino
sul monte Ida. Tramonta. Si consegnano Giove
dall'uno all'altro fra le braccia terrose
e saltano agitando pampini rossi.
Cresce la cantilena e l'alto sentiero conduce
alla vetta e dilaga la sera
che agli orizzonti ha già tolto la vista infinita del mare.

Ora il bambino si addorme tra urla di giubilo e canti.
Han collocato Giove in una grotta
i Coribanti e tacciono. Adesso cantano i grilli
e vi è una stella per ogni grillo,
per ogni tana e grappolo opimo.

Domani che di nuovo splenda il mare
alla luce del cielo
colle ondulate ritmate carezze
delle candide ali dei gabbiani;
domani che sarà un altro giorno
nella gioia del mondo,
i Coribanti di buon mattino
colle bracci ancora fresche per la notte
coll'ùgule ardenti di vino
tripudieranno insieme fino a sera.

 

DANTE

O Angelo sottile,
veloce, ansioso, come gli uccelli
che amavi;
Angelo della luce
dalle albe dolci dei pellegrini
al solleone rovente
alla mistica ora dei tramonti
alla comparsa del cielo stellato;
io guardo la campagna e vedo Te.
L'epifanìa delle tue parole
incarna la vita del mondo,
risale alle Galassie,
chiama gli astri oltre i secoli per nome.
Sognando hai posto un trono
regale presso Dio;
chiudendo gli occhi hai riveduto tutta
questa immutevole umanità:
la polvere i sudori
il sangue le passioni
le maledizioni e l'amore
la gioia delle canzoni
guerrieri e meretrici amanti e ladri
frodolenti e ruffiani
e i nobili Sapienti alti su loro
stuoli di processioni
folle di Giubiléi
agonie di assassini
le imprecazioni degli assassinati.
Hai ascoltato brividi di aurore
e hai veduto migrare gli stormi
a schiera larga e piena
hai conosciuto gli animali ed i fiori.
Hai osservato il muoversi del fuoco
verso l'alto e la pece
bollir negli arsenali
lo spuntare delle lucciole
i lumi delle navi che si partono
il tremar delle stelle nella gioia del cielo.
Esùbero con Te, sono acceso di Sole!



NASCERE

I voli dei corvi li vedo li sento truculentissimi alzarsi
dalle nuove distesese di neve;
passeri con il colore delle zolle di estate
indagano placidi il suolo;
i colombi impassibili immobili sui muri
sotto lividi cieli,
un pallido fantasma la campagna
e le gazze sollevano i colori
verso le piante nere.

Ma i treni che mi svegliano il mattino
mi destano, carezzano
un desiderio di partire, partire,
ovunque non importa.
Chiamano con i loro fischi
un'ansia eterna di ubiquità,
una presunta obbedienza a conoscere
strade, cascine, porti, città,
come dovessi non vivere: nascere.


 

 

 

 

 

 

 

 

 




FATTA LA SERA

Fatta la sera non rimane angoscia
lungo la strada.
Ti scordi che hai finito di correrla
nella rapida ebrezza.
L'assenza degli aromi e degli odori
dà questo incredibile oblio.



A MIA MADRE

Tutto ciò che agognai di darti invano
nelle tue dolci mani ti mise alta la morte.




 




Sandro Penna

Felice chi è diverso
essendo egli diverso.
Ma guai a chi è diverso
essendo egli comune.



( vai al fogli 2 - 3 - 4 )

 


 

Torna alla
homepage