Rubrica di

CONTRO RECENSIONE

ovvero...



I
libri vincenti che non sono convincenti


 

 


PAGINA DUE

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UNO

 

 

 

30 maggio 2009

"Coccodrillo" è il termine usato per indicare l'ultimo saluto che viene attribuito su un giornale ad un noto personaggio pubblico. Famoso per una specie di lacrimazione durante la digestione di ciò che ha divorato, l'animale sembra pentirsi della sua pregressa azione.

Lungi dal pentimento di quel che è stato scritto nella critica a "Islabonita" di Nico Orengo, riteniamo che il ritiro della contro-recensione sia atto dovuto come segno di riguardo verso l'uomo, non necessariamente verso lo scrittore, che affronta il mistero della morte e, come tale, ha diritto al rispetto che il passaggio implica.

Excalibur
La Redazione

"Islabonita"

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"La strega di Portobello"
di Paulo Coelho

L'abbiamo scritto altre volte: non si spara sulla Croce Rossa, ma quando questa ci appare sotto forma di "uno degli autori più importanti della letteratura mondiale" è più che lecito alzare il tiro e chiederci perché le case editrici insistano col crederci "minus habens" dall'encefalogramma piatto, pronti a credere a qualsiasi vergognosa menzogna. E non soltanto loro, perché il "Crystal Award 1999", il titolo di "Chevalier de l'Ordre National de la Legion d'Honneur" conferito dal governo francese e la "Medalle de Oro de Galicia" indicano quanto l'impudicizia abbia raggiunto i vertici massimi della cultura: impudicizia, perché mi rifiuto di credere che dopo la lettura di una qualsiasi opera di Paulo Coelho, chiunque abbia sfogliato un libro oltre a quelli della Delly o di altri autori Harmony, possa attribuir loro il benché minimo riconoscimento… Ma, forse, prossimamente il Grinzane Cavour, noto per le sue doti di avanguardia, potrà incoronare il novello F. M. Dostoevskij.

L'ultima ciliegina, l'illuminante opera sul culto della Dea e il resoconto accurato di rituali neopagani deve aver provocato in Valentino Bompiani, rimpianto editore di tanti romanzi cult, un ultimo sobbalzo nella tomba!

Iniziando dalla copertina in cui il dito mignolo di una mano infantile
(o sarà l'indice di un primate?) tocca il capezzolo di una donna (o sarà quello di un trans non troppo convinto?)
- immagine altamente erotica che attira subito lo sguardo sui banconi di ogni libreria dove il volume è imposto sia dalla casa editrice sia dal martellio pubblicitario - il livello della demenzialità è un crescendo senza fine.

La storia è molto profonda e si svolge sulla struttura copiata di sana pianta
(come molte altre) da "La voce del Maestro" di K. Gibran da cui l'autore trae citazioni ovviamente a sproposito.
Una povera orfanella, adottata da genitori libanesi cresce tra una visione e l'altra, leggermente schizzata: sapere di avere radici rumene e di appartenere al popolo degli zingari darà una spiegazione alla sua predisposizione verso una danza ipnotica che suscita negli uomini… ehm… diciamo un certo interesse.
La poveretta a 20 anni ha già un figlio, scopo primario della sua vita, ma non sapendo cosa farsene del marito-fuco
(da vera mantide, neppure troppo religiosa) divorzia, per cui viene rifiutata anche dalla chiesa cattolica.
Lo sconforto dura solo poche righe, poi, dopo le lezioni di meditazione stile sufi, porta tra i colleghi della banca in cui lavora tale tecnica e tutti diventano più laboriosi.
Ma la sensazione di non appartenenza, di estraneità a questo mondo continua, nonostante successi professionali e ovviamente economici.
"Tormento ed estasi" fanno parte del suo quotidiano dove il figlio, sballottato qua e là, viene descritto come entusiasta di avere una madre così centrata su se stessa e su laceranti problematiche.

La nostra eroina decide finalmente di cercare le proprie radici e parte per la Transilvania dove in effetti il miti di Dracula e della sua insaziabile sete di linfa vitale altrui ben si sposa con il comportamento della protagonista, tale Sharina
(che già nelle prime pagine si è cambiata il nome in Athena… dea della saggezza!), mimetizzata da donna dall'apparente distacco da tutto e da tutti.
Nella manciata di persone che lì incontra c'è un giornalista che è ovvio si innamori di lei all'istante; la madre biologica che ricama per mantenersi e non le risponde ciò di cui una figlia così arrogante e meschina nella sua aridità avrebbe bisogno; una scozzese che apprendiamo dopo essere grande sacerdotessa della Dea. Compaiono anche figure minori, dedite tutte all'adorazione incondizionata della straniera.

Di qui le idiozie sul neopaganesimo e le tradizioni legate al culto della Dea si moltiplicano: l'apoteosi avviene quando Sharine/Athena tenta una prima volta di fondare un gruppo dalle profonde radici spirituali dopo aver letto un manuale nei giorni precedenti e su indicazione della propria maestra scozzese, certa di quanto le è stato vaticinato "Imparerai insegnando, perché la Dea parlerà attraverso di te".
Peccato che tale tentativo avvenga sul palcoscenico di un teatro, luogo oggi particolarmente idoneo ai rituali religiosi… Ma la nostra eroina prosegue l'opera, pur essendosi coperta di ridicolo, non prima però di essere tornata dalla maestra e aver esternato il proprio disappunto in modo molto poco spirituale.

Inspiegabile a lei stessa la riuscita
(al 2° tentativo) di dar vita al rituale durante il quale va in trance con l'aiuto del figlio di 7 anni che "vede" quando la madre viene posseduta da Hagia Sophia, entità femminile presumibilmente "la Dea".
A questo punto la Dea può effondere perle di saggezza, diagnosticando cancri, omosessualità, blocchi, ecc...

Il cerchio si allarga e la nostra diventa il centro di un movimento spirituale che in Portobello Road provoca le ire di un sacerdote
(ovviamente brutto e cattivo) e dei suoi parrocchiani.

Per togliersi dai riflettori oramai troppo puntati su di lei e sulle sue imbecillità che rischiano di farle perdere l'affidamento del figlio, insieme al fidanzato
(ispettore di Scotland Yard) prende in prestito il cadavere di una poco di buono e riesce a fare annunciare la morte de "La strega di Portobello".

Sublime, eh? Sublime anche se in questo riassunto vengono tralasciati punti focali come l'apprendimento dell'arte della scrittura nel deserto o la vendita di terreni in posti incredibili…

A questo punto bisognerebbe spiegare a Paulo Coelho
(o a chi dietro questo nome produce simili pirlate)
- 1) che il culto della Dea risale a decine di migliaia di anni fa ed è una religione: come tale esige lo stesso rispetto attribuito al cristianesimo, al buddismo, all'induismo, all'ebraismo e a tutte le altre credenze che uniscono l'umanità alla divinità;
- 2) che la Dea non è il motore di un juke-box dal quale, dopo aver appreso qualche informazione, attaccata la spina e inserito il gettone, si ottengono risposte;
- 3) che sempre la Dea - quando si manifesta - non si limita a spargere zuccherini colorati e ricette omeopatiche: brucia, divora, incenerisce e soprattutto è totalmente aliena dal presenziare in trip egotici di una sedicente medium (tale è descritta la nostra eroina);
- 4) che è poco credibile sulle labbra della Madonna la frase "ho sofferto tanti anni perché mio figlio non ascoltava nulla di quello che suggerivo": chiunque abbia letto i Vangeli con un briciolo di attenzione sa perfettamente che tipo di rapporto c'era tra Madre e Figlio, per cui suona davvero grottesca se non blasfema una simile interpretazione;
- 5) che "spesso la maniera migliore per sapere chi siamo è quello di cercare di scoprire come ci vedono gli altri" va bene in casi come quello dell'autore: siamo convinti infatti che Paolo Coelho non conosca il proprio livello di ignoranza e rozzezza in fatto di magia e religione, per cui ci auguriamo che queste poche righe possano essergli d'aiuto. Per gli altri, quelli che percorrono ben altro sentiero, è più significativo ciò che stava scritto sul frontone del tempio dei Delfi "Conosci te stesso", cioè "Guardati dentro" e non "Cerca il riconoscimento degli altri".

Il noioso susseguirsi di luoghi comuni di chi non ha la più pallida idea dell'argomento trattato e ha però l'impudenza di diffondere una visione distorta dell'inconscio collettivo a cui ha la presunzione di rifarsi, non meriterebbe nemmeno la lettura, tanto meno il commento da parte nostra se nel finale del capolavoro non emergesse un concetto che fa montare l'ira al di sopra dell'impugnatura della spada
(di Excalibur, of corse!) a causa di una disgustosa e subdola illazione.

Nell'intervista finale rilasciata dall'eroina al nostro povero giornalista
(che nel frattempo è stato abbandonato dalla fidanzata diventata a sua volta adepta della Dea) Sharina/ Altena/Hagia Sophia o chiunque in quel momento parli attraverso la sua bocca, asserirebbe che "per portare avanti la missione, cioè preparare il cammino della Madre, continuare la tradizione …" l'unica persona adatta è l'attrice di teatro alla quale lei stessa ha spiegato verità di vita eterna qualche mese prima mentre sorseggiavano il te, sedute sul divano nude. Avendo più carisma e soprattutto "sapendo gestire i gruppi" meglio, data la sua professione, questa "per dimostrare di essere più capace" di lei potrebbe mantenere in vita felicemente il cerchio di ricerca spirituale.
No comment!

Ebbene, come tempo fa qualcuno ebbe a spiegare al buon Bevilacqua che, nonostante la "t" iniziale, tortellini e trascendenza differivano assai, vorremmo consigliare a Coelho un nuovo filone, quello umoristico, verso il quale denota una vera e propria attitudine, specie quando condivide la profonda filosofia sull'amore
(l'amore è, naturalmente con la "a" minuscola) o, ancor meglio, dà informazioni nutrizionistiche.

Saremmo comunque grati alla casa editrice Bompiani se invece dell'invito promosso da Greenpeace "Scrittori per le foreste" raccogliesse il nostro, quello cioè di tutelare alberi e lettori non pubblicando più simili demenzialità.

Excalibur

Nota della Redazione:
Si avvertono i signori hackers, o chi per essi, che per quante volte facciano sparire questo pezzo, verrà sempre ripostato e riproposto. Chiaro?

 




 

... E due!

"La verità del dubbio"
di Mariella Cerutti Marocco

"In un prato una rana notò il bue e, presa da invidia per una mole così grande, gonfiò la pelle rugosa, poi chiese ai suoi piccoli se fosse più grossa del bue.
Quelli dissero di no.
Di nuovo tese la cute con sforzo anche maggiore e in modo analogo chiese chi fosse più grande.
Quelli dissero il bove.
Alla fine, inviperita, volle gonfiarsi con più gagliardia: ebbene, rimase a terra con il corpo scoppiato."
Fedro, I, 24

Dopo l'illuminante raccolta di "Nuvole di nulla" e "La verità del dubbio" così inquietante, restiamo in attesa del terzo exploit della Poetessa Mariella Cerutti Marocco.

Excalibur

 

 

 

Quando un Autore si chiama "pluri-recidivo"

"L' invidia"
di Alain Elkann
(Ed. Bompiani - Euro 13)

Sono curiosa, confesso, curiosissima di vedere chi sarà il critico che avrà il coraggio di recensire quella "cosa" chiamata romanzo edita da Bompiani, in cui l'autore dà il meglio di sé per complessità di trama, caratterizzazione dei personaggi, forma lessicale e profondità di contenuti.

È l'unico pensiero che viene spontaneo dopo le due ore trascorse nella lettura (piano-piano) delle non più di 100.000 battute - spazi compresi - in caratteri classici, corpo 14, il cui titolo "L'invidia" è l'apoteosi della banalità.

Non più di 100.000 battute naturalmente contando i ringraziamenti a Elisabetta Sgarbi e altri più o meno familiari tra cui però non figura l'unica alla quale l'autore sarebbe opportuno accendesse un cero tutte le mattine.
Non più di 100.000 battute per la modica cifra di Euro 13.
Non più di 100.000 battute nelle quali si narra la storia di un piccolo (in quanto meschino) borghese che per avvicinarsi a un personaggio famoso - di cui invidia soprattutto la capacità di farsi pagare le opere - nell'intenzione di intervistarlo (che caso!) usa tutte le persone che incontra ossessivamente (che caso!), ma pur avendone l'occasione, forse conscio della pochezza delle domande che avrebbe posto (che caso!), si ritrae e preferisce ripiegare su un romanzo (che caso!).

Non si sa se anche l'eroico protagonista de "L'Invidia" riuscirà a trovare un editore altrettanto compiacente, ma è sicuro che questo simpatico peccato capitale, anche se goffamente descritto, è un tema ben conosciuto e assai caro all'autore.

Di Alain Elkann non si capisce quella disarmante insistenza di presenzialismo, anche tra i narratori, quando il suo prestigioso incarico al Museo Egizio di Torino potrebbe essere motivo di grande orgoglio, di altrettanto lustro e di incondizionata approvazione nell'ambiente circostante: alle mummie, immobilizzate e imbavagliate da secoli, non è concessa alcuna forma di dissenso!

Excalibur

Note della Redazione:

- Siamo lieti di poter soddisfare seduta stante la curiosità di Excalibur. Il critico è Lorenzo Mondo che, su "La Stampa", recensisce la novella opera (operetta?) di Elkann compiendo (lui sì) un vero capolavoro di destrezza per non dire di "L'invidia" ciò che andrebbe detto se la Proprietà del quotidiano gli permettesse di farlo impunemente. Perché un giornalista con il nome di Mondo, poi, si assoggetti all'obbligo di compiacere chi gli fa pagare tanto caro il suo lavoro, non ci è dato saperlo. Possiamo però supporlo: laddove non è più questione di guadagnarsi la pagnotta, subentra quel deteriore senso d'incondizionata appartenenza al gruppo-clan-consorteria-lobby-monopolio culturale (o giù di lì) che rappresenta il vero limite della libertà di espressone nel nostro Paese. Quello, per intenderci, che secondo le statistiche dell'insospettabile "Freedom House" ci fa scivolare ad un vergognoso 74° posto nel mondo (che caso!) per attendibilità e completezza d'informazione.

- Sempre agganciandoci al pezzo di Excalibur, poi, specifichiamo che l'insieme di 100.000 battute - spazi compresi - dalle quali è composta l'operetta di Elkann, vengono chiamate dal dottor Mondo "racconto lungo". Definizione corretta. Se di un racconto si tratta, è davvero troppo, inutilmente lungo: e tale resterebbe anche se al numero delle battute - spazi compresi - fossero tolti tre zeri.

- Circa l'alto prezzo di copertina (€. 13,00), precisiamo che non è certo dovuto alla cura della stampa (modesta), alla qualità della carta (pessima) o ad altre raffinatezze nell'arte della tipografia, bensì dalla necessità dell'editore Bompiani (Gruppo RCS, che caso!) di recuperare una minima porzione dei costi di pubblicazione di fronte all'invenduto che viene a stipare regolarmente i magazzini della casa editrice per ogni nuova uscita di Elkann: cioè del papà di Jacky, Lapo & C. Nonché dell'ex marito di colei che - ci rammenta Excalibur- è "l'unica [donna della sua vita] alla quale l'autore sarebbe opportuno accendesse un cero tutte le mattine".
Il perché del cero? Boh, non lo sappiamo. Né vogliamo dare credito alla voci malevole (e piene d'invidia, che caso!), pronte a sottolineare i privilegi, anche a lungo termine, di matrimoni e divorzi eccellenti.

- Soffermandoci ancora un istante sui ringraziamenti, non fa specie che l'Autore adotti l'uso americano di gratificare d'un cenno stampato chiunque abbia avuto una pur minima parte nella nascita del volume (editors esperti, mogli-mariti-figli pazienti, cani canarini e criceti di casa intronati dal perenne ticchettio della macchina da scrivere...). Non stupisce perché, nella fattispecie, i personaggi citati sono ben più che collaboratori devoti: sono rei di complicità nella squallida burla, perpetrata con arrogante dileggio ai danni del lettore italiano che, per atavica pigrizia o connaturata ingenuità, nelle sue scelte d'acquisto si appoggia sulla propaganda televisiva, sugli autori dal volto televisivo, sui nomi di risonanza televisiva.

- Dice bene, Excalibur, quando rimarca il mancato, fatale dissenso cui sono costrette le mummie. Quelle, però, restano confinate in un prestigioso spazio museale: fuori da lì esiste un mondo di vivi semoventi, sepensanti e separlanti la cui opinione è assai difficile, oggi, da tacitare. Meno che mai da bloccarne la diffusione. Resterà soggettiva, s'intende, ma farà sempre più da contraltare alla voce di un "sistema" culturale e letterario oramai obsoleto che - ne prendano atto i soliti usufruttuari - ha i giorni contati: malgrado le resistenze davvero strenue che, non facciamo per dire, si notano alquanto.

La Redazione de "Il Giornalaccio"

 


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