Rubrica di
CONTRO RECENSIONE
ovvero...
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I
libri vincenti che non
sono convincenti
"Nessuno si salva da solo" di Margaret Mazzantini
Mondadori 2011 - pag. 189, € 19,00Siamo alla solite. Tra un copioso resto di qualità così così, Mondadori propone nella prima metà del 2011 anche, soprattutto, un romanzo indecente. Non certo e non solo per il lessico triviale adottato dall'autrice Margaret Mazzantini, ma perché "Nessuno si salva da solo" è un racconto senza trama e, se una parvenza d'intreccio c'è, racconta l'ennesima storia di una coppia scoppiata, dove il tutto si riassume in una ridicola cenetta riparatrice tra coniugi divorziati che finiscono poi per rinfacciarsi - quale sorpresa! - gli errori e le miserie della passata convivenza.
La narrazione avviene attraverso il pensiero dei due protagonisti mentre, davanti ad un menu ad altissimo tasso d'acidità, intrattengono un dialogo squallido e banale. E' tanto imperante quanto ricorrente, poi, il vezzo della Mazzantini d'inventare i personaggi più antipatici della letteratura (se vogliamo prodigalmente chiamarla così) italiana di oggi.
In "Nessuno si salva da solo" abbiamo infatti una "lei" presuntuosa e pretenziosa, evoluta quanto basta per piangersi come intellettuale mancata, ma non colta a sufficienza per potersi realizzare nel milieu dei veri sapienti. Delia è inappagata, spesso isterica, piena di risentimento, pronta a scaricare addosso al mondo ogni sua sconfitta, compresa quella d'essersi innamorata di un "lui" che finirà per rivelarsi - che sorpresa! - assai al di sotto delle aspettative. Gae, infatti, è un soggetto modesto modesto vuoi come individuo, vuoi come marito e padre: l'autrice gli cuce addosso tutti gli stereotipi del maschio italiano deteriore, e non gli concede di affrancarsi dal triste ruolo in nessuna delle sue dimensioni; irrealizzato nel lavoro, sfuggente e codardo nei sentimenti, compagno traditore, padre distratto e, dulcis in fundo, portatore di una marcata beceraggine che gli dà il colpo di grazia.
Ma ci sono due bambini - che sorpresa! - a fare le spese di tanta pochezza genitoriale; e sono gli unici due personaggi che, forse in quanto appena sfiorati, conquistano la commiserazione del lettore. Gli tirano fuori un sentimento, insomma; un palpito: per il resto, sul fronte emozionale, il romanzo non è in grado di suscitare il benché minimo coinvolgimento, né della mente, né del cuore. Sopra al finale, forzato al limite della comicità, non si capisce se ingenuo o semplicemente scemo, è bene stendere un pietoso velo.
Di fronte a questa complessiva pochezza, però, qualcosa è d'obbligo rimarcarlo. Avete presente Margaret Mazzantini? Parlo del suo aspetto fisico, che ci è giunto spesso attraverso TV, foto, presenze filmate a grandi eventi letterari, ecc Beh, converrete che è una bella signora sui 50 anni assai ben portati, longilinea, quasi eterea, italiana ma con un tocco "very british" proveniente, invece, da madre irlandese DOC. Ben quattro figli nati dal matrimonio con l'attore Sergio Castellitto, Margaret viene da una famiglia di artisti, ed artista si rivela subito in qualità di attrice per poi virare, con più fortuna, verso la scrittura.
Questa specifica concentrata per lo più sull'aspetto fisico della Mazzantini, contrariamente alla logica ha molto a che vedere con la recensione del suo ultimo libro; così come c'entrano pure le sue radici italo-artistico-irlandesi. Non ci si capacita, infatti di come codesta signora, dotata di una grazia quasi severa, madre e moglie mai pubblicamente chiacchierata, possa scrivere un romanzo impugnando la stessa penna di uno scaricatore di porto, forse di un coscritto in libera uscita, oppure di una quindicenne intenta a superare il linguaggio porno-adolescenziale di Melissa P.
Per carità, chi si stupisce più del turpiloquio!, ma quando un romanzo ne fa sfoggio in misura così eccessiva e superflua, allora possiamo pure rimanerne sorpresi, soprattutto se chi lo usa ricorda fisicamente una Mary Poppins ammodernata, intellettualizzata, elegantemente sensualizzata.
"Nessuno si salva da solo" è, in sostanza, un narrato nel quale figurano per 71 volte la parola "cazzo" e, tanto per inframmezzare con la stessa squisitezza, 99 volte scurrili espressioni quali "baci sul culo - scopate senza eiaculazione - mutande cacate ovunque - mondo che t'incula - Paese di merda (nella fattispecie è riferito all'Italia) - caricare gli sci sul culo del diesel - pozza gialla di piscio nel ghiaccio - camicia sputtanata dal caffè (?) - aveva scorreggiato come un mulo - come una bevanda sgassata senza un vero rutto - una scorreggia dietro al culo - gli ha succhiato l'uccello - merda lastricata a strati - raccogliere tra la cosce - paraculo da due soldi - quello si caca in mano": senza contare l'esubero di masturbazioni, fiche, stronzi e puttane fottute sparsi qua e là negli edificanti dialoghi.
Sempre che si arrivi alla fine del tomo senza aver dovuto ingoiare un farmaco anti-nausea, viene da porsi una domanda: perché la Mazzantini, volutamente, opta per uno stile di scrittura così sgradevole, oramai obsoleto, figlio di un '68 dimenticato e sepolto da più di quarant'anni? Chissà, forse la strategia editoriale è meno studiata a tavolino di quanto ci potremmo aspettare dalla vincitrice di un premio Campiello. L'altra ipotesi è che, mancando del tutto la storia, l'autrice voglia mettere del pepe sopra il fumo di un arrosto inesistente. E' possibile ancora che, questa volta più che nei romanzi precedenti, la Mazzantini scelga di scrivere proprio come pensa e come parla nella sua quotidianità: ma ci si esprime ancora così negli ambienti romani pseudo-acculturati e/o pseudo-à la page?
Strategia mirata o naturale inclinazione, sta di fatto che si rivela vincente, perché il romanzo figura al sesto posto nella classifica dei dieci libri più venduti in Italia nel mese di giugno. Come capacitarsi poi di una simile aberrazione, è tutt'altra cosa: determinante non è più l'opera in sé, ma il masochismo dei troppi lettori nostrani che comprano a scatola chiusa i nomi e i titoli che sono più promossi, pubblicizzati, spinti su di un mercato letterario che oramai funziona come quello dei dentifrici, dei cellulari, delle merendine per scolaretti obesi.
Un prezzo di copertina di 19 Euro per tanto ritrito, dozzinale, inutile e triviale nulla, però, è davvero eccessivo. E va soprattutto al di là di qualsiasi tollerabile misura la presa per i fondelli nuovamente perpetrata a danno di chi nutre ancora un minimo di rispetto verso l'arte del narrare, verso la nobile tradizione del romanzo; italiano, straniero, globalizzato che sia.
A/6
giugno 2011
"Gatta Donata e i suoi fratelli" di Angela Donna
(Torino: Genesi, 2010)Il libro, che parla in un prosimetro degno della dantesca 'Vita Nuova' dei gatti dell'autrice, è dedicato ai gatti dell'autrice: è questa autoreferenzialità che preoccupa, in un mondo dove ormai ci si ritiene in dovere e in potere di scrivere su qualunque minima cosa, pensando che sia sufficiente un sussulto emotivo più o meno flebile a giustificare un'edizione.
I gatti sono animali affascinanti, e qui non si discute il diritto di scrivere su di loro e renderli a pieno titolo oggetto di poesia: è il tipo di poesia che si discute. Chiamare poesia l'elenco degli ingredienti della pappa del gatto o il gesto di pulirgli il pelo intriso di escrementi è qualcosa che nemmeno i futuristi più agguerriti e i nemici più accesi del lirismo sentimentale oserebbero mai fare. Non tanto per l'argomento in sé, perché credo che ogni poeta abbia il diritto di usare qualsiasi immagine per esprimere un concetto o se stesso, ma per l'assoluta vacuità del testo: finito di parlare della cacca del gatto, al lettore, che pure voglia impegnarsi in un'esegesi costruttiva, non resta che la cacca del gatto e l'odore orrendo che emana, su cui l'autrice si sofferma con competenza (qui sì, decisamente).
Tutto sommato è un po' poco, e nemmeno divertente. Nasini, pelini, codine: un armamentario di parole che non copre nemmeno il lessico del ciclo elementare ci restituisce un balbettio infantile, che non è né un bell'effetto ricercato per qualche ragione comprensibile, né ha un senso ritmico. Semplicemente è povero. Basta l'"angelo di pelo" che descrive un povero gatto morto cadendo da un balcone: se non bastasse leggere la goffa immagine nei versi l'autrice ce la ripropone in prosa, a sottolinearne l'importanza. E le note a pie' di pagina completano l'esegesi, informandoci che ora "una reticella protettiva scherma tutti i balconi" della poetessa. Ne siamo felici, ma non è davvero facile comprendere la ragione di pubblicare queste pagine.
Si potrebbe ridere molto, immaginando una controrecensione al vetriolo, acida e graffiante (un po' più delle tanto amate unghie di gatto) e non si farebbe davvero molta fatica a mettere in risalto tutte le assurdità di cui è spalmato il libro: una breve antologia di versi ridicoli basterebbe a riscaldare per parecchie sere una combriccola di amici. Il problema è che non si riesce nemmeno a ridere. Leggo: "che palle / i tuoi graffi e graffini e graffietti / e morsi e denti non ancora perfetti", oppure "in campo bianco / due stelle azzurre / due mandorle dolci / due mezzelune snelle / che sorridono / sopra i baffi" (per fortuna che il sopra è scritto in corsivo, se no potevamo pensare a un gatto che ha gli occhi sotto i baffi e questo nemmeno la creatività sfrenata di Lewis Carroll avrebe potuto tollerarlo) e al di là della risata da barzelletta vedo la smorfia della vergogna. Perché questo libro è stato pubblicato, recensito, prefato, postfato, premiato nel 2007 da un concorso letterario nazionale. Non ci sono possibilità di difenderlo, da nessun punto di vista, perché non è possibile accettare e definire come poesia la lista degli ingredienti della pappa del gatto e gli inutili elenchi di avverbi o sostantivi che definiscono il gatto ("gatta miciolina / gatta bambina / gatta gatta / gatta un po' matta": sono gli ultimi di una silloge 47 versi!): non hanno struttura, ragione, ritmo. E senza questi elementi la poesia non esiste.
L'assenza di un progetto e di un'idea è evidente perfino nella bibliografia, volutemente "sragionata": ma chi desidera consultare un elenco che a malapena riproduce i sussulti dell'autrice? Non è troppo far passare gli appunti e i capricci appoggiati a una scrivania direttamente dall'editore a un premio letterario?
Quello che turba è la facilità con cui tutto si pubblica e si elogia. Leggere la prefazione e la postfazione solleva alcune preoccupazioni: un esperto biblista tira in ballo perfino la Genesi per argomentare (spero che non ci creda) che gli animali durante la creazione hanno quasi dato più soddisfazione a Dio che l'uomo. Tutto si può dimostrare, volendo, ma bisogna che le carte messe sul tavolo non siano fasulle.Ora, io non ho alcun titolo per correggere la prefazione di Paolo De Benedetti, teologo, docente di Giudaismo e Antico Testamento, membro della commissione per l'ecumenismo e il dialogo interreligioso dell'arcidiocesi di Milano, ma mi irrita un po' vedere le teorie trascinate per i capelli nella direzione assurda del libro sui gatti, per giustificare una silloge poetica. Anche perché, stando alla parola scritta, non si può usare come argomento il fatto che durante i giorni della creazione Dio disse che "era cosa buona" dopo aver creato gli animali e non disse niente dopo aver creato l'uomo, perché non è vero. Intanto la frase "vide che era cosa buona" scandisce tutti i giorni della Genesi, esattamente come la frase "e fu sera e fu mattina", quindi non caratterizza la creazione degli animali; poi, alla fine del sesto giorno, si legge: "Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa MOLTO buona". Il "molto" lo sottolineo io, perché, nel mio tiepido cattolicesimo, ritengo ancora che l'uomo abbia una dignità superiore agli animali, fino a quando non lo si dimostrerà con teorie più convincenti di quelle che citano solo quel che vogliono e tralasciano il resto.
Se bisogna scomodare la Genesi per giustificare queste poesie; se bisogna ingoiare un neologismo come "gatticità" contrapposto a umanità, nella postfazione, allora vuol dire che ciò che sta nei versi non ha una sua autonomia e ha necessità di molte, troppe stampelle, per giunta scelte male.
Quindi, per citare l'autrice, "che palle".Artufo (il critico arcistufo)
Dicembre 2010
"SOTTO CIELI NONCURANTI" DI BENEDETTA CIBRARIO
Inutile, un libro inutile, che non ha significato e completamente privo di qualsiasi interesse per chiunque sia andato oltre la lettura degli Harmony: una storia traballante dove i personaggi recitano la loro parte come marionette ubriache e confuse, cristallizzate nei loro ruoli senza il barlume di una consequenzialità nelle loro azioni.
Matilde, una ragazzina clamorosamente border-line che alla fine imbraccia un fucile per uccidere il fastidioso cane.
Augusto Griot, un burbero montagnino che scoprendo l'aspirante omicida decide di non parlarne con il genitore perché "Era uno che non s'immischiava, lui".
Pietro Serra, rampante imprenditore che da sei mesi intrattiene fuori città una relazione adulterina, ma che nonostante sappia di non voler abbandonare la moglie, ha costruito un nido d'amore con la dolcissima e arrendevole casalinga romana.
Claudia, l'amante che si scoprirà non essere poi così remissiva e paziente: sarà lei a telefonare alla rivale e provocare la tragedia familiare.
Irene, la moglie tradita, muta come un pesce di fronte alla tragedia (il figlio di tre anni cade dal balcone mentre lei riceve la telefonata dell'amante del coniuge) tanto da farsi dare delle "stronza" dal tenero e comprensivo maritino.
Violaine Griot, ex-campionessa di sci imprestata alla questura dopo la laurea in psicologia, che con rara sagacia degna di 4 anni di università indaga per conto suo e racconta al collega infido le sue scoperte, facendosi così esautorare dal caso.
Il collega infido che la denuncia all'inquirente dott. Giovanni Corrias (che nel frattempo ha perduto la moglie investita da un Pick-Up).
Il vicequestore, abbandonato dalla moglie dopo 30 anni di convivenza, che decide di bussare alla porta della moglie per un caffè.
Le due sorelle di Matilde (figlie di Corrias) rimaste orfane di madre vivono in un'atmosfera surreale con piccole punte di infelicità.
E molti altri personaggi altrettanto insulsi che noiosamente trascinano la loro vita, costretti a partecipare ad un unico racconto del tutto incredibile.
Le domande che sorgono spontanee quando - faticosamente - si giunge a pagina 254 sono molteplici:
1) perché riempire di banalità tutti quei fogli quando con meno della metà delle parole buttate lì alla vai-così-che-vai-bene si sarebbe potuto realizzare un romanzo un po' meno disorganico?
2) perché arruffare il racconto con varie voci quando ne sarebbe bastata una narrante, ordinata, logica (ma nello stesso tempo partecipe) per portare il lettore in un percorso un po' meno aggrovigliato e sconnesso?
3) perché usare una punteggiatura letteralmente incomprensibile, segno manifesto non di ricercatezza e sperimentazione linguistica bensì di mera ignoranza? Mettere sul mercato un libro senza editing (in poche ore si sarebbe potuto evitare l'impressione che virgole, virgolette, punti e virgole, trattini fossero stati raccolti in uno shaker, mischiati e gettati sul foglio in modo del tutto casuale) è operazione suicida, soprattutto per la casa editrice.
4) Perché pubblicare un libro in cui non c'è la traccia di un solo personaggio degno di un qualsiasi rilievo: la banalità delle numerose personalità senza forza - nonostante ognuno di loro sia aggredito dalla propria tragedia - fa supporre che l'autrice non sappia dare spessore ai suoi protagonisti e che questi, una volta messi sul foglio, scappino a destra e sinistra alla ricerca di una soluzione personale senza preoccuparsi di quello che succede attorno.
5) perché offrire al lettore la monotonia di un paesaggio invernale dove il dilungarsi di descrizioni marginali e di dialoghi insignificanti (nonché prosaici) sembra derivare dalla misera esigenza di riempire le pagine, quindi avallare il prezzo del volume.Il panorama della narrativa italiana non è un granché, lo sappiamo tutti.
La nascita però di questo "fenomeno letterario" fa veramente cascare le braccia: che l'autrice sia stata gratificata del premio Campiello 2008 non stupisce (evidentemente toccava alla casa editrice di Rossovermiglio), ma che si cerchi di fare apparire un testo del genere degno di un qualche rilievo è davvero imbarazzante.
Dove sono i personaggi come Anna Karenina, Madame Bovary, Natasha o anche Rossella O'Hara piene di forza vitale anche quando imboccano la via senza ritorno, sopraffatte dal dolore? Dove si nascondono Gargantua e Pantagruel? E Don Chisciotte? E Nikolaj Stavrogin? E Mattia Pascal?
Possibile che siamo caduti in un buco nero letterario di queste proporzioni da cui solo piccoli personaggiucoli privi di un'identità definita emergano per popolare romanzi imposti dall'industria editoriale come degni di attenzione?
Excalibur
Dicembre 2010
"Islabonita" di Nico Orengo30 maggio 2009
"Coccodrillo" è il termine usato per indicare l'ultimo saluto che viene attribuito su un giornale ad un noto personaggio pubblico. Famoso per una specie di lacrimazione durante la digestione di ciò che ha divorato, l'animale sembra pentirsi della sua pregressa azione.
Lungi dal pentimento di quel che è stato scritto nella critica a "Islabonita" di Nico Orengo, riteniamo che il ritiro della contro-recensione sia atto dovuto come segno di riguardo verso l'uomo, non necessariamente verso lo scrittore, che affronta il mistero della morte e, come tale, ha diritto al rispetto che il passaggio implica.
Excalibur
La Redazione
"La strega di Portobello"
di Paulo CoelhoL'abbiamo scritto altre volte: non si spara sulla Croce Rossa, ma quando questa ci appare sotto forma di "uno degli autori più importanti della letteratura mondiale" è più che lecito alzare il tiro e chiederci perché le case editrici insistano col crederci "minus habens" dall'encefalogramma piatto, pronti a credere a qualsiasi vergognosa menzogna. E non soltanto loro, perché il "Crystal Award 1999", il titolo di "Chevalier de l'Ordre National de la Legion d'Honneur" conferito dal governo francese e la "Medalle de Oro de Galicia" indicano quanto l'impudicizia abbia raggiunto i vertici massimi della cultura: impudicizia, perché mi rifiuto di credere che dopo la lettura di una qualsiasi opera di Paulo Coelho, chiunque abbia sfogliato un libro oltre a quelli della Delly o di altri autori Harmony, possa attribuir loro il benché minimo riconoscimento Ma, forse, prossimamente il Grinzane Cavour, noto per le sue doti di avanguardia, potrà incoronare il novello F. M. Dostoevskij.
L'ultima ciliegina, l'illuminante opera sul culto della Dea e il resoconto accurato di rituali neopagani deve aver provocato in Valentino Bompiani, rimpianto editore di tanti romanzi cult, un ultimo sobbalzo nella tomba!
Iniziando dalla copertina in cui il dito mignolo di una mano infantile (o sarà l'indice di un primate?) tocca il capezzolo di una donna (o sarà quello di un trans non troppo convinto?)
- immagine altamente erotica che attira subito lo sguardo sui banconi di ogni libreria dove il volume è imposto sia dalla casa editrice sia dal martellio pubblicitario - il livello della demenzialità è un crescendo senza fine.
La storia è molto profonda e si svolge sulla struttura copiata di sana pianta (come molte altre) da "La voce del Maestro" di K. Gibran da cui l'autore trae citazioni ovviamente a sproposito.
Una povera orfanella, adottata da genitori libanesi cresce tra una visione e l'altra, leggermente schizzata: sapere di avere radici rumene e di appartenere al popolo degli zingari darà una spiegazione alla sua predisposizione verso una danza ipnotica che suscita negli uomini ehm diciamo un certo interesse.
La poveretta a 20 anni ha già un figlio, scopo primario della sua vita, ma non sapendo cosa farsene del marito-fuco (da vera mantide, neppure troppo religiosa) divorzia, per cui viene rifiutata anche dalla chiesa cattolica.
Lo sconforto dura solo poche righe, poi, dopo le lezioni di meditazione stile sufi, porta tra i colleghi della banca in cui lavora tale tecnica e tutti diventano più laboriosi.
Ma la sensazione di non appartenenza, di estraneità a questo mondo continua, nonostante successi professionali e ovviamente economici.
"Tormento ed estasi" fanno parte del suo quotidiano dove il figlio, sballottato qua e là, viene descritto come entusiasta di avere una madre così centrata su se stessa e su laceranti problematiche.
La nostra eroina decide finalmente di cercare le proprie radici e parte per la Transilvania dove in effetti il miti di Dracula e della sua insaziabile sete di linfa vitale altrui ben si sposa con il comportamento della protagonista, tale Sharina (che già nelle prime pagine si è cambiata il nome in Athena dea della saggezza!), mimetizzata da donna dall'apparente distacco da tutto e da tutti.
Nella manciata di persone che lì incontra c'è un giornalista che è ovvio si innamori di lei all'istante; la madre biologica che ricama per mantenersi e non le risponde ciò di cui una figlia così arrogante e meschina nella sua aridità avrebbe bisogno; una scozzese che apprendiamo dopo essere grande sacerdotessa della Dea. Compaiono anche figure minori, dedite tutte all'adorazione incondizionata della straniera.
Di qui le idiozie sul neopaganesimo e le tradizioni legate al culto della Dea si moltiplicano: l'apoteosi avviene quando Sharine/Athena tenta una prima volta di fondare un gruppo dalle profonde radici spirituali dopo aver letto un manuale nei giorni precedenti e su indicazione della propria maestra scozzese, certa di quanto le è stato vaticinato "Imparerai insegnando, perché la Dea parlerà attraverso di te".
Peccato che tale tentativo avvenga sul palcoscenico di un teatro, luogo oggi particolarmente idoneo ai rituali religiosi Ma la nostra eroina prosegue l'opera, pur essendosi coperta di ridicolo, non prima però di essere tornata dalla maestra e aver esternato il proprio disappunto in modo molto poco spirituale.
Inspiegabile a lei stessa la riuscita (al 2° tentativo) di dar vita al rituale durante il quale va in trance con l'aiuto del figlio di 7 anni che "vede" quando la madre viene posseduta da Hagia Sophia, entità femminile presumibilmente "la Dea".
A questo punto la Dea può effondere perle di saggezza, diagnosticando cancri, omosessualità, blocchi, ecc...
Il cerchio si allarga e la nostra diventa il centro di un movimento spirituale che in Portobello Road provoca le ire di un sacerdote (ovviamente brutto e cattivo) e dei suoi parrocchiani.
Per togliersi dai riflettori oramai troppo puntati su di lei e sulle sue imbecillità che rischiano di farle perdere l'affidamento del figlio, insieme al fidanzato (ispettore di Scotland Yard) prende in prestito il cadavere di una poco di buono e riesce a fare annunciare la morte de "La strega di Portobello".
Sublime, eh? Sublime anche se in questo riassunto vengono tralasciati punti focali come l'apprendimento dell'arte della scrittura nel deserto o la vendita di terreni in posti incredibili
A questo punto bisognerebbe spiegare a Paulo Coelho (o a chi dietro questo nome produce simili pirlate)
- 1) che il culto della Dea risale a decine di migliaia di anni fa ed è una religione: come tale esige lo stesso rispetto attribuito al cristianesimo, al buddismo, all'induismo, all'ebraismo e a tutte le altre credenze che uniscono l'umanità alla divinità;
- 2) che la Dea non è il motore di un juke-box dal quale, dopo aver appreso qualche informazione, attaccata la spina e inserito il gettone, si ottengono risposte;
- 3) che sempre la Dea - quando si manifesta - non si limita a spargere zuccherini colorati e ricette omeopatiche: brucia, divora, incenerisce e soprattutto è totalmente aliena dal presenziare in trip egotici di una sedicente medium (tale è descritta la nostra eroina);
- 4) che è poco credibile sulle labbra della Madonna la frase "ho sofferto tanti anni perché mio figlio non ascoltava nulla di quello che suggerivo": chiunque abbia letto i Vangeli con un briciolo di attenzione sa perfettamente che tipo di rapporto c'era tra Madre e Figlio, per cui suona davvero grottesca se non blasfema una simile interpretazione;
- 5) che "spesso la maniera migliore per sapere chi siamo è quello di cercare di scoprire come ci vedono gli altri" va bene in casi come quello dell'autore: siamo convinti infatti che Paolo Coelho non conosca il proprio livello di ignoranza e rozzezza in fatto di magia e religione, per cui ci auguriamo che queste poche righe possano essergli d'aiuto. Per gli altri, quelli che percorrono ben altro sentiero, è più significativo ciò che stava scritto sul frontone del tempio dei Delfi "Conosci te stesso", cioè "Guardati dentro" e non "Cerca il riconoscimento degli altri".
Il noioso susseguirsi di luoghi comuni di chi non ha la più pallida idea dell'argomento trattato e ha però l'impudenza di diffondere una visione distorta dell'inconscio collettivo a cui ha la presunzione di rifarsi, non meriterebbe nemmeno la lettura, tanto meno il commento da parte nostra se nel finale del capolavoro non emergesse un concetto che fa montare l'ira al di sopra dell'impugnatura della spada (di Excalibur, of corse!) a causa di una disgustosa e subdola illazione.
Nell'intervista finale rilasciata dall'eroina al nostro povero giornalista (che nel frattempo è stato abbandonato dalla fidanzata diventata a sua volta adepta della Dea) Sharina/ Altena/Hagia Sophia o chiunque in quel momento parli attraverso la sua bocca, asserirebbe che "per portare avanti la missione, cioè preparare il cammino della Madre, continuare la tradizione " l'unica persona adatta è l'attrice di teatro alla quale lei stessa ha spiegato verità di vita eterna qualche mese prima mentre sorseggiavano il te, sedute sul divano nude. Avendo più carisma e soprattutto "sapendo gestire i gruppi" meglio, data la sua professione, questa "per dimostrare di essere più capace" di lei potrebbe mantenere in vita felicemente il cerchio di ricerca spirituale.
No comment!
Ebbene, come tempo fa qualcuno ebbe a spiegare al buon Bevilacqua che, nonostante la "t" iniziale, tortellini e trascendenza differivano assai, vorremmo consigliare a Coelho un nuovo filone, quello umoristico, verso il quale denota una vera e propria attitudine, specie quando condivide la profonda filosofia sull'amore (l'amore è, naturalmente con la "a" minuscola) o, ancor meglio, dà informazioni nutrizionistiche.
Saremmo comunque grati alla casa editrice Bompiani se invece dell'invito promosso da Greenpeace "Scrittori per le foreste" raccogliesse il nostro, quello cioè di tutelare alberi e lettori non pubblicando più simili demenzialità.
Excalibur
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... E due!
"La verità del dubbio"
di Mariella Cerutti Marocco
"In un prato una rana notò il bue e, presa da invidia per una mole così grande, gonfiò la pelle rugosa, poi chiese ai suoi piccoli se fosse più grossa del bue.
Quelli dissero di no.
Di nuovo tese la cute con sforzo anche maggiore e in modo analogo chiese chi fosse più grande.
Quelli dissero il bove.
Alla fine, inviperita, volle gonfiarsi con più gagliardia: ebbene, rimase a terra con il corpo scoppiato."
Fedro, I, 24Dopo l'illuminante raccolta di "Nuvole di nulla" e "La verità del dubbio" così inquietante, restiamo in attesa del terzo exploit della Poetessa Mariella Cerutti Marocco.
Excalibur
Quando un Autore si chiama "pluri-recidivo"
"L' invidia"
di Alain Elkann (Ed. Bompiani - Euro 13)
Sono curiosa, confesso, curiosissima di vedere chi sarà il critico che avrà il coraggio di recensire quella "cosa" chiamata romanzo edita da Bompiani, in cui l'autore dà il meglio di sé per complessità di trama, caratterizzazione dei personaggi, forma lessicale e profondità di contenuti.
È l'unico pensiero che viene spontaneo dopo le due ore trascorse nella lettura (piano-piano) delle non più di 100.000 battute - spazi compresi - in caratteri classici, corpo 14, il cui titolo "L'invidia" è l'apoteosi della banalità.
Non più di 100.000 battute naturalmente contando i ringraziamenti a Elisabetta Sgarbi e altri più o meno familiari tra cui però non figura l'unica alla quale l'autore sarebbe opportuno accendesse un cero tutte le mattine.
Non più di 100.000 battute per la modica cifra di Euro 13.
Non più di 100.000 battute nelle quali si narra la storia di un piccolo (in quanto meschino) borghese che per avvicinarsi a un personaggio famoso - di cui invidia soprattutto la capacità di farsi pagare le opere - nell'intenzione di intervistarlo (che caso!) usa tutte le persone che incontra ossessivamente (che caso!), ma pur avendone l'occasione, forse conscio della pochezza delle domande che avrebbe posto (che caso!), si ritrae e preferisce ripiegare su un romanzo (che caso!).
Non si sa se anche l'eroico protagonista de "L'Invidia" riuscirà a trovare un editore altrettanto compiacente, ma è sicuro che questo simpatico peccato capitale, anche se goffamente descritto, è un tema ben conosciuto e assai caro all'autore.
Di Alain Elkann non si capisce quella disarmante insistenza di presenzialismo, anche tra i narratori, quando il suo prestigioso incarico al Museo Egizio di Torino potrebbe essere motivo di grande orgoglio, di altrettanto lustro e di incondizionata approvazione nell'ambiente circostante: alle mummie, immobilizzate e imbavagliate da secoli, non è concessa alcuna forma di dissenso!Excalibur
Note della Redazione:
- Siamo lieti di poter soddisfare seduta stante la curiosità di Excalibur. Il critico è Lorenzo Mondo che, su "La Stampa", recensisce la novella opera (operetta?) di Elkann compiendo (lui sì) un vero capolavoro di destrezza per non dire di "L'invidia" ciò che andrebbe detto se la Proprietà del quotidiano gli permettesse di farlo impunemente. Perché un giornalista con il nome di Mondo, poi, si assoggetti all'obbligo di compiacere chi gli fa pagare tanto caro il suo lavoro, non ci è dato saperlo. Possiamo però supporlo: laddove non è più questione di guadagnarsi la pagnotta, subentra quel deteriore senso d'incondizionata appartenenza al gruppo-clan-consorteria-lobby-monopolio culturale (o giù di lì) che rappresenta il vero limite della libertà di espressone nel nostro Paese. Quello, per intenderci, che secondo le statistiche dell'insospettabile "Freedom House" ci fa scivolare ad un vergognoso 74° posto nel mondo (che caso!) per attendibilità e completezza d'informazione.
- Sempre agganciandoci al pezzo di Excalibur, poi, specifichiamo che l'insieme di 100.000 battute - spazi compresi - dalle quali è composta l'operetta di Elkann, vengono chiamate dal dottor Mondo "racconto lungo". Definizione corretta. Se di un racconto si tratta, è davvero troppo, inutilmente lungo: e tale resterebbe anche se al numero delle battute - spazi compresi - fossero tolti tre zeri.
- Circa l'alto prezzo di copertina (€. 13,00), precisiamo che non è certo dovuto alla cura della stampa (modesta), alla qualità della carta (pessima) o ad altre raffinatezze nell'arte della tipografia, bensì dalla necessità dell'editore Bompiani (Gruppo RCS, che caso!) di recuperare una minima porzione dei costi di pubblicazione di fronte all'invenduto che viene a stipare regolarmente i magazzini della casa editrice per ogni nuova uscita di Elkann: cioè del papà di Jacky, Lapo & C. Nonché dell'ex marito di colei che - ci rammenta Excalibur- è "l'unica [donna della sua vita] alla quale l'autore sarebbe opportuno accendesse un cero tutte le mattine".
Il perché del cero? Boh, non lo sappiamo. Né vogliamo dare credito alla voci malevole (e piene d'invidia, che caso!), pronte a sottolineare i privilegi, anche a lungo termine, di matrimoni e divorzi eccellenti.
- Soffermandoci ancora un istante sui ringraziamenti, non fa specie che l'Autore adotti l'uso americano di gratificare d'un cenno stampato chiunque abbia avuto una pur minima parte nella nascita del volume (editors esperti, mogli-mariti-figli pazienti, cani canarini e criceti di casa intronati dal perenne ticchettio della macchina da scrivere...). Non stupisce perché, nella fattispecie, i personaggi citati sono ben più che collaboratori devoti: sono rei di complicità nella squallida burla, perpetrata con arrogante dileggio ai danni del lettore italiano che, per atavica pigrizia o connaturata ingenuità, nelle sue scelte d'acquisto si appoggia sulla propaganda televisiva, sugli autori dal volto televisivo, sui nomi di risonanza televisiva.
- Dice bene, Excalibur, quando rimarca il mancato, fatale dissenso cui sono costrette le mummie. Quelle, però, restano confinate in un prestigioso spazio museale: fuori da lì esiste un mondo di vivi semoventi, sepensanti e separlanti la cui opinione è assai difficile, oggi, da tacitare. Meno che mai da bloccarne la diffusione. Resterà soggettiva, s'intende, ma farà sempre più da contraltare alla voce di un "sistema" culturale e letterario oramai obsoleto che - ne prendano atto i soliti usufruttuari - ha i giorni contati: malgrado le resistenze davvero strenue che, non facciamo per dire, si notano alquanto.La Redazione de "Il Giornalaccio"
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