Rubrica di

CONTRO RECENSIONE

ovvero...



I
libri vincenti che non sono convincenti


 


PAGINA UNO

*

Vai a pagina

DUE

 

 

 

" Passo dopo passo"
di
Alain Elkann

A casa mia vige da sempre un detto: "Non si spara sulla Croce Rossa", ma ormai non è più possibile restare impassibili di fronte all'ultimo capolavoro di Alain Elkann, miscellanea di sublimità e abisso di profondità.
A parte l'elegante copertina a strisce bianche su cui si sta arrampicando un bimbo dall'equilibrio decisamente instabile che dà l'impronta al volume, pagina dopo pagina tutto è un florilegio di banalità: tripudio di inconsistenza, vacuità e cattivo gusto in un momento in cui ci si aspetterebbe almeno un po' di decenza.
L'esergo "Avrei voluto volare, ma purtroppo non ero un uccello, ero un bambino" richiede immediata una domanda: "Proprio sicuro?"
Ma c'è una seconda massima, anche questa sublimemente autografa "Non si vive mai la vita che si vorrebbe vivere perché non si sa mai fino in fondo quello che si vuole". Nuova domanda: "Proprio sicuro?".
Bisognerebbe spiegare al novello Fitzgerald che alcuni abitanti della terra, un po' meno frastornati dal continuo guardarsi allo specchio e mandarsi baci, nascono, vivono e muoiono secondo un proprio programma - non solo cromosomico - ben definito, sapendo ciò che fanno e facendo ciò che sanno con precise scelte. Certo hanno iniziato presto il loro viaggio interiore, non sono passati da un salotto all'altro (si fa per dire) e soprattutto sono privi di quel difettuccio chiamato invidia che fa vedere sempre più verde l'erba
(!) del vicino.
Questi terrestri sono equilibrati, non pensano a come approfittare di ogni occasione e sono consapevoli che il vero successo è frutto di grandi sforzi, determinazione e molta, molta onestà.
Ma c'è chi è di opinione contraria: Stefano Bucci, per esempio, dal Corriere della Sera tuona "Questo libro raccoglie le nitide riflessioni di uno scrittore che si confronta con se stesso e vuole radiografare l'intima realtà della condizione umana".
Cielo! Sulle parole lucidità, nitidezza, riflessioni nutro molti dubbi soprattutto procedendo Passo dopo passo sempre più allibita dalle confessioni dell'autore che candidamente afferma "… la vita è sempre stata un susseguirsi di equivoci e per questo bisogna avere pazienza". Oppure "penso e ripenso e finché penso nessuno sa a cosa penso". O ancora: "restano dei pensieri molto lenti e nebulosi" e "una volta ho scritto sette volte l'incipit di un romanzo".
Ma non basta!
Il sublime giunge quando l'insigne scrittore (diventato presidente del Museo Egizio per chiara fama) si inoltra nel misterioso campo della fede: "Ho avuto il privilegio di andare in udienza da Giovanni Paolo II quando era già molto provato. Era gentile, sembrava di buon umore, interessato alla cultura, ai libri", fede che però a volte può vacillare: "Giovanni Paolo II ha dato la benedizione in mondovisione, aveva l'aspetto affaticato, ma secondo me stava meglio del solito."
Che dire?
Stabile è oramai il lamento di editori, librai, edicolanti, autori, traduttori e addetti ai lavori: non vedo che cosa ci sia da stupirsi dato che contrariamente a quello che pensa la lobby di pseudo-intellettuali, il lettore non è stupido ed è veramente nauseato da tutto il mercimonio di basso livello. Il fatto che le grandi case editrici possano imporre autori inesistenti, pagare recensioni, comparse in televisione, bloccare vetrine nelle librerie, ma soprattutto tengano in pugno a mo' di piovra la distribuzione non significa che possano dare un prodotto accettabile per il lettore medio, quello che non vuole più di essere trattato da minus habens.
Il lettore medio ha imparato ad entrare in libreria, a sfogliare le pagine dei volumi a lasciarsi coinvolgere dalla lettura, a non gettare il denaro in libri che hanno il solo pregio di presentarsi con copertina cartonata e appartenere a casa editrici che dovrebbero essere una garanzia: investe nella propria cultura acquistando ciò che è sicuro possa avere una certa consistenza, lasciando sul
bancone quello che - ahimè - chiamano "letteratura" ma che oramai è solo una ordalia di tanto pattume. Il lettore medio non si fida più dei soliti percorsi: riconosce il solito recensore che recensisce il solito recensore che lo ha recensito.
Rimane una sola speranza: Elkann, cinguettando "Scrivere può voler dire non essere capiti", ci rassicura del fatto che anche lui sa quanto sia incomprensibile che una casa editrice possa pubblicare i suoi testi e continuando con "non aver successo, essere criticato, essere mandato in esilio o galera" ci fa sperare. Forse un giorno, chissà, capiterà davvero?

Excalibur



 

 

" La follia che viene dalle Ninfe "
di
Roberto Calasso
( Adelphi )

Nonostante la promessa fatta a me stessa da molti anni di non comprare più un certo tipo di autore, è successo: mi sono lasciata tentare da “La follia che viene dalle Ninfe” di Roberto Calasso edito, guarda caso, da Adelphi!
Confesso, l’ho comprato trascinata da quel sottile ironia che mi pervade ogni volta che mi appresto ad ascoltare le perle di saggezza profuse da un uomo sull’argomento “potere della donna”. Non perché non esistano uomini che sappiano che cosa sia in realtà il potere femminino, ma perché solitamente coloro che ne hanno sperimentato qualche accenno hanno la saggezza di tacere.
Ebbene, Roberto Calasso è stata una vera e propria sorpresa: è riuscito a metacomunicare in questa raccolta di articoli apparsi sul “Corriere della Sera”
(2), “la Repubblica” (3), “Panorama” (2) nonché una lezione tenuta a Parigi e una conferenza a Mosca il suo sostrato apollineo di editore illuminato.
Roberto Calasso - chi ci crederebbe - nel giugno 1992, data della sua lezione al Collège de France, aveva già scoperto l’esistenza di un potere detenuto dalla Terra attraverso le fonti custodite dalle Ninfe, un potere che consisteva nella comunicazione con il divino precluso allo stesso Apollo: lui infatti aveva dovuto prima uccidere Pitone, draghessa di Delfi, e assoggettare Telfusa, ninfa della fonte dove voleva porre il suo culto.
Ohibò, che sarà mai stato questo potere? A quali abissi si potrà giungere attraverso questo? Perché dunque ha potuto esistere una facoltà del genere? Che immortalità e acque abbiano qualche corrispondenza? E poi, perché mai Apollo aveva dovuto lasciare putrefare Pitone vicino alla fonte e provocare una frana su Telfusa le cui colpe erano quelle di voler difendere il luogo (corpo) dalla profanazione maschile? Perché Apollo non aveva potuto cercare di convivere con lo spirito del luogo (visto che non era a conoscenza dei misteri lì celati) e unificare in una perfetta (visto che è un dio) sintesi tra maschile e femminile?
Perché Apollo era Apollo ed era in grado di condividere il potere destinato da Giove solo con il suo “altro”, Dioniso.
Così le Ninfe, depositarie di quel sapere strettamente collegato alla “possessione” erano state costrette a ritirarsi e con loro era migrato nell’invisibile sempre di più lo stato di coscienza alterato che produce il sapere, sigillando oltre il mentale ogni miraggio di immortalità attraverso quella connessione con il divino. Apollo verrà poi circondato dalle Muse, entità dalle sfumature assonanti, le quali interpreteranno le Arti e “possederanno” poeti, danzatori, scrittori e musici, ma sarà lui, sole raggiante, il centro di diffusione di quel sapere….
Ahimè Apollo aveva tenuto così fortemente le redini di questo potere che nulla aveva potuto trapelare, tanto meno il sigillo segreto delle Ninfe: queste – apprendiamo - donavano la vita, ma potevano essere mentitrici e soprattutto, io sospetto, non abbiano mai cessato di mantenere criptato il loro segreto. Mai nessuna aveva istruito Apollo fino nei recessi della sua integrità. Apollo avrebbe dovuto essere totale, arrendersi, essere trasparente come l’acqua diventare lui stesso ninfa per essere iniziato…
Viene spontaneo chiedersi: nel progetto di autoinvestitura oracolare, Apollo, aveva considerato che qualche piccolo segreto avrebbe potuto sfuggirgli?
Così nei secoli il luogo dove prima chiunque – pastori compresi – potevano udire e ripetere le parole degli Dei, piano piano diventa luogo di potere legato al mercanteggiare (leggi: denaro/oro elemento essenziale) di postulanti più o meno ricchi.
La disamina dello stato di “possessione”, di “delirio”, di “follie” come alterazioni e di realtà distorte prosegue, ma sono pungolata a mettere in relazione immediata l’ultimo saggio, quello intitolato modestamente “l’editoria come genere letterario” cioè l’arte di pubblicare i libri, perché di arte - anche se con la a minuscola - si tratta.
Tra le molteplici domande che Calasso si pone (e a cui prontamente si risponde) c’è: “In base a quali criteri si può giudicare della grandezza di un editore?”
Ebbene, io credo che scorrendo i titoli degli ultimi settanta volumi pubblicati nella “Piccola Bibblioteca Adelphi” la praticamente inesistente presenza di autrici possa dirla lunga: l’apollineo editore che definisce l’editoria “arte”, ma “pericolosa perché per esercitarla, il denaro è un elemento essenziale” evita di chiedersi se ci siano luoghi nelle quali si nasconda la vera grandezza di un editore, quella legata all’immortalità del suo nome. Lui è convinto che la carta vincente di una casa editrice sia davvero “la capacità di far leggere (o per lo meno comprare) certi libri”.
Bisognerebbe spiegargli che forse qualche segreto nascosto tra le pagine di quegli scritti ispirati dalle Ninfe, affinché il loro sigillo non vada perduto, esiste ancora: gioielli magici in cui si tramanda un sapere destinato a chi ha occhi per vedere, ma non ai ciechi e ai sordi, perché chi non ha oro non può comporre oro.
Mi piace immaginare che esista una specie di bibliografia alla Michail Osorgin - romanziere russo fondatore a Mosca della Libreria degli Scrittori durante la rivoluzione di ottobre - andata perduta o forse mai compilata nella quale autori famosi e altri molto meno (consci o non) abbiano trasmesso un sapere immortale, componendo una virtuale biblioteca che chiunque voglia conoscere se stesso debba necessariamente leggere.
Non capiterebbe quindi così spesso che entrando - sempre virtualmente - nel tempio di Delfi molti intellettuali dopo aver letto il “Conosci te stesso” picchino il capo sul frontone dove sta scritto “Tu conoscerai l’universo e gli Dei”.
Forse se Roberto Calasso invece di partecipare a nobili certamina nei quali cercare di scoprire una piccola falla nell’onniscenza letteraria di Sergio Ferrero - misurando così le proprie divine facoltà intellettuali - si calasse
(appunto), scendesse in una misura più “umana” potrebbe andare incontro a giovani universitarie, armate di dolcezza e di quel sapere nascosto anche a loro stesse, per dare inizio a un tipo di editoria un po’ meno erudita e dalle sfumature un po’ meno misogine, ma sicuramente più interessante per coloro che hanno identificato nel Mito la psicologia della spiritualità.

Excalibur



" IL NATURALE DISORDINE DELLE COSE "
Andrea Canobbio
Einaudi, 2004

Si dice che è un giallo. L'autore vuole farlo credere ai suoi ingenui lettori, ma non li può ingannare tutti. Qualcuno ha scritto (recensioni oneste, quarti di copertina) che è un libro di impianto geometrico e perfetto, pulito e squadrato, un onore all'ingegno narrativo, ma di geometrico a me pare ci sia un'unica enorme, esclusiva metafora. Si provi a leggere il libro con la seguente equazione e cambierà completamente: architetto di giardini protagonista del romanzo = scrittore, autore del libro, e poi via di conseguenza: giardino = romanzo, progetto del giardino = struttura del romanzo. Ed ecco che il giallo svanisce, al geometria si frantuma in uno specchio infinito e ci si trova di fronte a un lungo monologo interiore. Anzi a una lunga confessione sullo scrivere. Il che potrebbe anche a tratti essere interessante, anche perché la metafora, pur non essendo originalissima, si presta a varie e istruttive divagazioni, che per altro l'autore padroneggia con una scrittura che a volte riserva piacevoli sorprese. Il guaio è trascinarla per tutto il libro, il guaio è tentare di costruirci una storia intorno, che palesemente oscilla.

A dirla con la metafora di Canobbio (e gliela rubo senza malizia, perché è lui stesso a forzarla fino a questo punto), il terreno a un certo punto non dà più frutti, perché è invaso dalle radici enormi dell'ego dell'autore, soffocato da uno sguardo sempre e assolutamente rivolto a se stesso. I personaggi non riescono a respirare, sono di carta e basta, creature funzionali a una celebrazione di sé. Da che mondo e mondo la letteratura ha giocato con se stessa, usando messaggi autoreferenziali, ma tutto sta nel trovare un equilibrio plausibile. Tutta la storia (tralasciando una complicata e volutamente difficile da seguire sequenza di eventi) è giocata su un giardino da costruire, un sogno per gli altri, uno spazio ben disegnato nel disordine del mondo (e che altro aggiungere alla definizione canobbiana, ma anche abbastanza universale, di letteratura?). Un po' troppo facile, un po' inutile, perché la metafora, una volta svelata, rende assolutamente vani e vaghi tutti gli artifici costruiti intorno. L'intreccio narrativo, che procede per salti temporali, con un impianto volutamente e ambiziosamente virtuosistico, a volte rischia di collassare, perché la forza centripeta dell'autore attira tutto intorno a sé, in un vortice dal quale, a un certo punto, si vorrebbe uscire.

La forza del libro è la scrittura: sicuramente dietro c'è una mano abile e sicura, che piega le immagini a similitudini a volte davvero interessanti. Ma la stessa mano non ha sempre la stessa leggerezza e rischia di perdere l'equilibrio. La schiena della donna amata che in una notte d'amore si inarca come un ramo carico di fiori è un'intuizione delicata dello sguardo del protagonista giardiniere e di uno scrittore attento alle pieghe dei significati possibili, ma l'azzardo di costruire una descrizione del proprio lavoro di romanziere dentro un giallo è la conseguenza di un'eccessiva fiducia in quell'abilità simbolica. Come non leggere in trasparenza pagine come questa: "Ci sono momenti in cui non mi dispiace lasciarmi sommergere dall'ondata delle idee, altri in cui più le idee sono brillanti e promettenti, più mi insospettiscono" (15), oppure "ogni tanto pensi di aver trovato il terreno della tua vita, non l'avevi mai visto, ma lo riconosci. [...] Quando lo rivedi pieno di aspettative, il giorno dopo o anche solo un'ora dopo, non ti dice più nulla" (22), o "è un mio vezzo presentare il giardino ai proprietari prima di aver concluso le rifiniture. Era nato da un insicurezza iniziale, nei primi lavori mi riservavo di poter ancora cambiare alcuni elementi sostanziali se mi accorgevo che il cliente non era soddisfatto. Adesso la mia fama è tale che di rado i clienti osano proporre e tantomeno criticare" (171). E ancora "Un giardino lo devi pensare come un organismo che ha delle radici e le radici sono piantate altrove, nel corpo di chi l'ha pensato, e tu ne vedrai sempre solo una metà; le radici non puoi vederle, non puoi descriverle" (234). Il giardino è il romanzo e l'autore lo conferma quando costruisce per i suoi committenti un giardino complicatissimo, dai simbolismi talmente difficili che sopporta almeno tre interpretazioni, due gentilmente offerte dall'autore (la vita del committente, la vita del protagonista, che si schermisce "scuoto la testa, non credo di aver voluto raccontare qualcosa di me, almeno non consapevolmente", 254, ma bisogna credergli, dal momento che poco prima scrive: "l'unico argomento che mi appassiona sono io"?) e una gentilmente offerta da me: il giardino che costruisce è lo schema del romanzo.

Sette sezioni, (nel romanzo sono quasi sette, cioè sei, giusto per non farla troppo facile, e ogni capitolo non ha un titolo, ma solo un numero scritto in lettere), con uno snodo importante al numero quattro (quello che l'autore definisce uno "snodo cardanico", 174), che, a leggere bene, si riconoscerebbero senza troppe stiracchiature nell'architettura del libro. Un libro che si autodescrive e che nasce per raccontarsi. Non è troppo, davvero? No, se non ci fosse la presunzione di costruire un giallo intorno, una scusa, un teatrino che non ha altra funzione se non quella di coronare l'egocentrismo di chi scrive e che scrivendo lo confessa senza troppe ambiguità: "L'unico monumento che mi interessa è quello alle mie ossessioni, l'unica celebrazione è quella dei miei chiodi fissi, l'unica apologia è quella delle mie visioni. L'unico argomento che mi appassiona sono le idee che mi sfrecciano nel cervello" (71).

A fronte della presunzione dell'autore mi prendo la libertà di essere un po' presuntuoso anch'io e confesso di essere un cliente che propone e critica e che soprattutto vede senza troppe difficoltà le famose radici di quel giardino, che l'architetto pensava di occultare, ma senza troppo successo. A molti, non solo scrittori, capita di essere al centro dei propri pensieri: basta nasconderlo un po' meglio.

Artufo (il critico arcistufo)

"Nuvole di nulla"
Mariella Cerutti Marocco
- Gli Oscar Mondadori -


Già le nuvole non sono famose per la loro consistenza. Se poi l'elemento di cui sono composte è addirittura il nulla, due soltanto sono le cose che possono accadere: l'evanescenza si fa totale e "Nuvole di nulla" diventa il titolo più azzeccato per un libro privo di qualsiasi rimarchevole sostanza, incorporeo e dunque invisibile.

Così dovrebbe essere secondo le leggi della fisica e della pura logica, ma bisogna pur sempre fare i conti con il miracolo, e di recente ne è avvenuto uno, letterario, degno degli onori della cronaca.

Infatti, una garbata raccolta di "pensierini della sera", che nulla ha da spartire con i versi, è diventata proditoriamente Poesia sulle pagine culturali de "La Stampa" grazie alla recensione del critico letterario Giovanni Tesio che ne annuncia la presentazione e, il giorno successivo, in un pezzo redazionale che chiude il cerchio attraverso il resoconto dell'avvenuto evento. Onori e spazi - questi - che di rado vengono concessi alla poesia in genere: figuriamoci poi a quella che non c'è, vuoi per l'irrilevanza dell'opera, vuoi per l'assoluta anonimia di un'Autrice per di più tardiva nel suo arcano esordio.

Poiché perfino Santa Madre Chiesa è assai prudente nel gridare al miracolo, ecco che l'istinto degli scettici subito si acutizza per andare alla ricerca di una spiegazione razionale a tanto rumore per nulla. Risultato? Ne escono più confusi di prima quando scoprono che, padrini al varo di cotanto nebuloso nulla, a fianco dell'Autrice, sono i pezzi da novanta dell'inamovibile e immarcescibile, vigente sistema letterario; nelle persone di Ernesto Ferrero, presidente della Fiera torinese del Libro e Maurizio Chucchi, poeta tutt'altro che per scherzo: tutti accoccolati sotto l'ala protettrice - e forse assolutoria - di Marcello Sorgi, direttore de "La Stampa".

Gli scettici, si sa, sono anche ostinati e, più il mistero s'infittisce, più diventano tignosi nella ricerca di un perché razionale. Dunque insistono e, a mo' di risposta, si trovano di fronte alla misera scoperta dell'acqua calda: la solita, quella di sempre che chiama in causa le consorterie, i sotterranei giochi di potere e propaganda, i contorti apparati d'alleanze che creano gli esclusi a vita e i presenzialisti a ufo.

Si permettono anche di emettere una sentenza, gli sfiduciati osservatori del tragicomico, solenne encomio alle "Nuvole di nulla". Il verdetto è: una gaffe imperdonabile.

M
a per nulla imperdonabile è l'Autrice che, come molti, cerca - ma lei trova - uno sprazzo di vanitoso appagamento.
- Imperdonabile è invece un editore della stazza di Mondadori che, consapevolmente, inserisce in catalogo un'opera di tale mediocrità.
- Imperdonabile è la critica letteraria, che si presta e avalla i giochi ambigui di potere, screditando così, del tutto, una categoria già vista con sospetto.
- Imperdonabile è la letteratura vera, quella qui rappresentata da un poeta di tutto rispetto che c'illudevamo volesse, o potesse, restare al di sopra delle meschinità compiacenti.
- Imperdonabile è un Direttore di quotidiano a tiratura nazionale che, fin troppo consapevole del suo potere, lo vende sottocosto fabbricando "eventi letterari" che mettono in ridicolo la sacralità della cultura.
- Imperdonabile che "l'evento" sia anche riportato, nel suo aspetto più mondano, sul settimanale "Specchio" (sempre appendice di La Stampa, of course)
, arricchito di un commento che - ineffabile - così suona: "La poesia, insomma si espande, trova nuovi protagonisti e un nuovo pubblico, stanco per la troppa banalità che lo circonda". Imperdonabile perché la Poesia, invece, qui non si espande affatto, ma si contrae sino ai minimi termini non a causa di nuovi protagonisti, ma di vaghe comparse; a beneficio di un pubblico che, mai stanco della banalità che lo circonda, non sa o non vuole distinguere l'incontro culturale dalla farsa.
- Imperdonabili, insomma, sono il servilismo sposato alla protervia quando, insieme, oltrepassano il limite d'una decenza appena elementare.

In quanto al libro che resta da dire? "Nuvole di nulla", appunto, si definisce da sé attraverso il titolo che ha quantomeno il pregio d'essere breve, mentre le riflessioni - e non i versi - dell'Autrice sono tante, troppe: esposte in modo monotono e infantile, ricche di una sconfortante povertà di vocabolario, avulse da qualsiasi musicalità o ritmo. "Minimaliste", le hanno definite gli accondiscendenti presentatori, per celarne la banale vacuità.

Per concludere, prima di lasciare spazio ad una critica autorevole e più specifica: "Nuvole di nulla" è un libro da non leggere che si può comperare solo se gli incassi sono destinati a un'opera di beneficenza. Viene spontaneo domandarsi, comunque, perché gli artefici di queste nobili operazioni non scelgano di staccare un assegno tout court. Stesso risultato con, in più, un magnanimo gesto di rispetto verso chi aborrisce ancora il bluff pacchiano e ama davvero, invece, la buona Poesia.

A/6



SAGGIO BREVE SULLA POESIA DI MARIELLA CERUTTI MAROCCO

Un poeta, quando è davvero tale, lascia nei suoi versi sempre una traccia per decodificarli, una via per il lettore: Mariella Cerutti Marocco è davvero una grande poetessa, perché quei segni sono di una meravigliosa efficacia. La sua poesia si autodefinisce e il lettore, percorrendo i suoi versi si trova alla fine con un messaggio chiaro e perfetto sulla sostanza e il significato del testo.

L'esergo: perché due citazioni da Baudelaire? Due sono le ipotesi critiche: perché erano altamente significative o perché l'autrice aveva letto solo Baudelaire e probabilmente solo quei due versi nella carta di un bacio perugina. Propenderei senza troppe incertezza per la seconda ipotesi, per rispetto nei confronti dellla poetessa, poiché è meglio citare un bacio perugina che un poeta sommo senza sapere ciò di cui sta parlando. E' più onesto. E in effetti l'onestà è la migliore qualità di questa poesia: trasparente, limpida, senza tutti gli artifici che secoli di poesia hanno tramandato e insegnato, senza ambiguità, senza lessico (forse si arriva, contando le virgole, a cinquecento parole), senza sensi nascosti, senza sensi evidenti: senza senso. Lo stile è piano, ma talmente piano che rischia di fermarsi e di far venire una sincope a chi legge.

Ma il metalinguaggio della poesia emerge sempre, è la chiave che apre tutte le porte e permette al lettore di capire il perché: basta aprire la prima pagina per trovare quella "conchiglia piccola, intrappolata nella bocca della madre conchiglia" per leggere un'afasia incapace di guarire, una bocca intrappolata, incapace di dire, e poi subito dopo una confessione "non ho più ritrovato la strada di casa": basta prendere la penna in mano perché la mente si perda e non trovi più la sua casa. E la continua insistita metafora del silenzio, del vuoto, della strada perduta: la confessione palese di un'accertata incapacità immaginativa, di una confusione che non trova un ordine narrativo. E le architetture di questa interiorità in cammino: scale, porte, finestre dietro le quali non c'è mai nulla. Chiarissima metafora metapoetica: dietro le mie parole potete bussare fino a consumarvi le nocche, non troverete niente, nemmeno un palpito.

Onestà per onestà la poetessa confida, forse senza nemmeno accorgersi della potenza della metaletteratura, che il mondo continua a girare benissimo anche senza la sua noiosissima presenza: "Domani / non sarò più qui. La luna / crescerà un poco la prossima notte". Ed è tale la sua capacità di annullarsi, di fabbricare vapori inconsistenti con le sue parole (emblematico il titolo: "Nuvole di nulla") che l'autrice riesce a confortare il lettore confidandogli che ogni tanto "si dimentica di vivere" (e forse, bontà sua, di scrivere).

Ma la vera illuminazione giunge dalla sezione "Azzurro il vento": dal primo verso ("tutti quei bambini in bicicletta / quanto rumore fanno nella mia testa") appaiono i primi inequivocabili sintomi del disturbo mentale, seguiti dal manifesto di poetica: "cantileni sillabe senza senso / io dormo cullata da te". E arriva, liberatoria, come in tutta la grande poesia, la chiusa del libro, il messaggio fondamentale, che da sé vale tutto il libro e lo illumina: "il tuo ricordo non mi tormenta più". Le parole di nulla pesano nulla, valgono nulla e incidono nulla nella nostra anima: per questo non possono tormentarci.

Un libro che vale una riflessione: l'autrice scrive per dirci che non è in grado di scrivere. Un'originalità non da poco. Abbiamo capito e prendiamo atto. Speriamo nella coerenza della poesia: un testo così non può che essere unico e ultimo nella carriera della Marocco.

Artufo (il critico arcistufo)

"Living History" di Hillary Clinton
200mila copie vendute il primo giorno di libreria

Mentre anche l'editoria attraversa il difficile momento di tutta l'economia Americana, con bell'atto di fede, l'editore Simon & Schuster ha pubblicato le 575 pagine dell'autobiografia dell'ex-first lady ed attuale senatore dello stato di NewYork Hillary Rodham Clinton, "Living History" (Vivendo la Storia, $ 28) nell'eccezionale prima tiratura di 1 milione di copie, ed è stato premiato dalla vendita, record per gli USA, di 200.000 esemplari nel solo lunedì scorso, primo giorno di libreria del volume.
Nel solito gruppo di curiosi che caratterizza la vita sociale delle grandi librerie newyorkesi c'è chi lo riscontra con i precedenti impegni letterari della senatrice. Dopo "Ci Vuole un Villaggio", un saggio sull'importanza del fanciullo e la sua marginalizzazione all'interno della società, sfruttato dai repubblicani per accusare l'allora first-lady di 'pro-wealfare' ed 'anti-famiglia'; Hillary Clinton si era difesa con 'Caro Socks, caro Buddy' raccolta di lettere inviate dai bambini americani al gatto e cane presidenziali ed 'Un invito alla Casa Bianca' tributo allo staff domestico. Uno dei temi della conversazione è ovviamente la bazzecola di 8milioni di dollari di diritti d'autore, per i più già parte dei fondi a sostegno della battaglia di Hillary, ma tra due legislature, per conquistare la nomination democratica alle presidenziali.
Chiedo ai sempre loquaci newyorkesi che cosa cerchino nel libro. Ecco alcune risposte: una buona ragione per eleggerla presidente, quando si candiderà; l'ammissione di aver sbagliato a non aver sostenuto la riforma sulla sanità. E poi c'è la grande questione post puritana: quel gioco sotto il tavolo ovale, dopo aver conosciuto i cui dettagli in versione Monica, come non confrontarli con la versione della senatrice.
Passando dalle chiacchiere di libreria alle pagine, nello scritto la senatrice aspirante prima presidentessa USA tende a continuare il sistematico rassicurante appiattimento di sé stessa sugli stereotipi elusivi e standardizzati delle interviste televisive e alle riviste patinate modello Vanity Fair. Balza immediato il contrasto con la prosa elegante, viva, di Eleonor Roosvelt, anche perchè protagonista di un capitolo del libro, e modello ideale della senatrice. La scrittura in Living History è stata sterilizzata. Vi manca ogni palpito di vita autentica, anche se il gioco politico escludeva la possibilità di una schietta autoconfessione, come della Betty Ford che ha raccontato la sua lotta per uscire dalla spirale di psicofarmaci ed alcoolismo, tracciando così di sé un inciso ritratto.
Living History è un lungo, noioso discorso elettorale, e quindi un vero interminabile mantra di luoghi comuni, fin dall'incipit: "Non sono nata una first lady, o senatore. Non sono nata un avvocato, una moglie o madre. Sono nata un'americana". A leggere queste memorie una considerazione d'ordine generale s'impone: l'America del politicamente corretto ha effetti devastanti anche sulle sue personalità eccezionali. Ed Hillary Clinton lo è certamente, se si riflette sulla sua vicenda fuor dagli stereotipi d'un buonismo nauseante: ogni volta che ricorda una tra le infinite cattive trappole con le quali gli antagonisti hanno cercato di mandarla politicamente a gambe levate (e sono molte), poi Hillary subito attenua e giustifica gli avversari, che si tratti di Nixon o Dick Chaney. E Bill? E' il suo vichingo, l'uomo che, al di là di tutto, la sa far ridere e con cui continua 'ad intrecciare una felice conversazione che dura ormai da trent'anni'.
I
l libro è pensato per non porre questioni, ma dove le incrocia, per annegarle in un fiume di parole banali. Trionfo del luogo comune, non si cerchi quindi nelle pagine della senatrice la funzione della macchina partito democratico nell'ascesa al potere dei Clinton; o perché i documenti del Whitewater sono comparsi negli appartamenti presidenziali mesi dopo l'inizio del processo; quali sono i veri dati di fatto del Travelgate.
Il racconto della senatrice interseca anche un momento particolare della storia italiana contemporanea: quei giorni del G8 di Napoli quando la magistratura milanese consegnò il mandato di comparizione al Cav. Non se ne trova traccia nel racconto, che invece divaga sul piacevole soggiorno, la buona cucina, gli ammirevoli paesaggi. La Clinton incontra governanti italiani di centrodestra e centrosinistra, ma senza rilevarne la differenza: per lei sono tutti ottimi servitori della casa USA; non così il Vaticano. Nel racconto, a pg 299, apprendiamo di una alleanza della Santa Sede con i peggiori governi islamici per bloccare l'iniziativa dell'ONU, promossa da Hillary, a difesa dei dirtti delle donne.
I
nsomma, a spigolare, qualcosa s'apprende. E al trar delle somme, una constatazione: con quanta tenacia, mossa da determinata passione per il potere, Hillary Clinton abbia usato il ruolo di First Lady come pietra angolare per intraprendere una autonoma carriera politica. E lo confessa apertamente, unico momento di verità, nelle ultime pagine della sua autobiografia: "...dopo aver trascorso dieci anni con un titolo ma senza portafogli sono ora un senatore eletto dal popolo."
Mentre il New York Times definisce l'interesse dei mass-media per il libro: 'uno sforzo patetico a resuscitare un'epoca che non esiste più': l'evo Clinton; la grande massa dei lettori americani sembra convinta che il meglio del clintonismo debba ancora venire: la presidenza Hillary. E che non sia soltanto una fantasia popolare sembra indicarlo l'impegno con il quale i tabloids e le televisioni in mano alle truppe repubblicane frugano nelle pagine di Hillary alla ricerca di almeno un'altro po' di scandaloso.


Bona Ginevra Flecchia



"Memorie di un conservatore" di Sergio Romano
(Edizioni Longanesi)

Ma conservare cosa? Una nota di
TreAsterischi

L'autobiografia è una sottosezione di un ben preciso genere letterario: la biografia, racconto della vita d'una personalità d'azioni non necessariamente virtuose, ma comunque egrege: uscite dal gregge.
E fin qui siamo nell'ovvio, ma che è bene ribadire ad avere chiaro che chi scrive una autobiografia ha certamente di sé un concetto altisonante: è una persona con un grosso ego; cosa comunque non così rara. Ogni persona tende, per costituzione naturale, a un immaginarsi di grosso ego. Il discorso è poi se questo ego gli è riconosciuto: ovvero il mondo intorno, e una sua particolare sottosezione: i biografi, a farci l'affare in margine a una opinione comune, reputano tale ego egregio. E infatti sul pittore Carlo Carrà sono state scritte molte biografie, a confermare che l'autobiografia scritta, su commissione di Leo Longanesi, nel 1945, e poi rieditata più volte, anche nell'Universale Feltrinelli, era ben degna d'essere scritta.

Carrà fu attivo innovatore in una particolare sottosezione delle attività umane: la pittura, che, per esempio, in un paese islamicco l'avrebbe condotto drittodritto alla lapidazione per adulterio mentale al padreterno, nel gergo locale Allah, ma che nella storia italiana ha particolare rilevanza e come fatto estetico e come produzione di valore economico aggiunto. Ma nell'universo della porcopollilittica una identità geopolitica Italia, negli anni che vanno dalla caduta del fasssismo alla caduta del muro di Berlino, è esistita? Oggi esiste?
Ecco da quale domanda mi sono accinto alla lettura delle memorie del professor Sergio Romano, intelligente e chiaro editorialista prima de La Stampa, e poi del Corriere della Sera, autore di godibili pettegolezzi di storia contemporanea, nonché direttore d'una collana storica, per i tipi della Guanda, che ha il pregio d'aver riproposto due titoli di Gugliemo Ferrero, e soprattutto il fondamentale Giuseppe Marnini, Storia del potere in Italia 1848 - 67.

La verità ultima, ma sottesa e mai esplicata, del racconto dell'Ambasciatore è che l'Italia è già una realtà di assoluta anarchia, con una bizzarra superfetazione, effetto d'un residuo tradizionale: il pagamento delle tasse, intorno al quale campano alcuni milioni di italini; e mica male, stando al racconto romanesco. E però questa truffa, ignota alle moltitudini del polloppolo nostro italico, risulta non meno ignota al Nostro Ambasciatore Romano, almeno stando al racconto della sua vita diplomatica, del cui versante personale si impegna con il lettore a non fare parola.
Ha scelto di riferire ben altra vicenda: quella del porcomondo al tempo del grande duello tra l'impero del Male e gli USA; che però per il Nostro non sono l'impero del Bene senza se e ma. Forse perché, gran verità del condizionamento infantile, resta in lui il residuo del grido fassista, che bambino ha levato: dio stramaledica gli Anglosassoni; da dove poi una certa nostalgia per una vecchia Europa che sa alzare la voce, sa stare tra le due parti in una sua autonomia, come appunto De Gaulle espresse, voce autentica del continente. E però in questo disegno di spazio autonomo dalla spona italiana che cosa poteva il Nostro garbato narratore raccontare?
Per pagine e pagine nulla, ma infine qualcosa, dopo anni e anni di Professione nel niente che è la diplomazia italiana, giunto alla direzione della sezione Beni Culturali del Ministero degli Esteri, gli accade di reale.

Intorno agli anni 80 l'ambasciatore Romano si imbatte nella storia del grande cratere attico del IV secolo firmato da Eusitteo, il ceramista, ed Eufronio il pittore: due tra i massimio artisti dell'arte vascolare greca.
Scavato negli anni 70 in Toscana da nostrani tombaroli, il cratere compare, negli anni 80, nella collezione del Metropolita di N.Y., tra grandi evoé dei dirigenti del museo. Il professor Pallottino, etruscologo accademico italiano, non ha dubbi sulla provenienza del vaso, pagato un milione di dollari dal museo americano, e promuove una dura protesta, ricorrendo al Nostro, che se ne fa carico, attraverso i canali della diplomazia, sottosezione cultura, dov'Egli è il Vertice.

Romano, tempra di moralista, non rinuncia a moralizzare sull'assurdità del prezzo del cratere: una vera cafonata americana, perché fin là i vasi attici si erano al più pagati centomila dollari. Il nostro polito ambasciatore semplicemente non riesce a connettere che se un Van Gog dubbio vale sessanta milioni di dolari, una coppa attica firmata Eusitteo-Eufronio dovrebbe valerne almeno il doppio: a un milione è regalata, ma il versante economico dell'estetica non è il terreno del Nostro. Invece, fine diplomatico, riesce a quasi intrappettare i messeri del Metropolitan: a difendere la legittimità dell'acquisto hanno fatto la classica voltata dell'imbecille, costruendo delle false prove, facilmente smascherabili. Trovandosi ormai sputtanati, gli americani stanno per capitolare intorno a una accomodamento onorevole, ad evitare un milione di dollari buttati nel wc: la coppa resterà italiana, ma sarà data in prestito agli USA a tempo indeterminato, e però prima il cratere dovrà rientare in Italia; il pensiero sottinteso: poi farla uscire si sarebbe visto. Romano non espone la trappola elegante che sta gabellando ai cafoni oltratlantici, ma chi sa capire, sa leggere. E anche gli americani, che mentre trattano con la sezione culturale del Ministero degli Esteri, trattano anche con la sezione esteri del Ministero dei Beni Culturali, dal quale ottengono una completa legittimazione del loro possesso del cratere.
Come?

Romano di nuovo si fa crittico. Racconta che nella trattativa gli americani non provavano alcun imbarazzo morale ad averci derubati, perché ritenevano il vaso attico molto più sicuro in America che in mano a una nazione di pasticcioni, superficiali, corrotti e fasulli. Gli americani avevano del fatto nozione molto più concreta che Di Pietro ai tempi di mani pulite. E soprattutto in campo belleartistico, dove la svergognata vicenda Berenson: non dalla sponda Berenson, ma da quella italiana, attende ancora il suo biografo. Ne verrebbe fuori la scandalosa storia di come, con la connivenza dei burocrati delle Belle Arti e dei politici nostrani, a navi i capolavori dell'arte italiana abbiano migrato oltre Atlantico, a fare del piccolo critico baltico naturalizzato USA anche un piccolo creso.

Libro di un uomo che ha avuto una passione veramente piccola: la Professione, spazio di autentiche anime morte gogoliane, però nell'occaso del racconto e della sua vita, le Memorie di Romano conoscono due tardive accensioni: nel tratteggiare la fine del comunismo, al quale ha assitito in presa diretta, ambasciatore a Mosca, e davanti collasso della Prima Repubblica sotto i colpi di mani pulite.
Romano è stato uno dei tanti paladini della libertà contro l'Impero del Male. Per questi paladini però la caduta del comunismo è stato soltanto un mezzo tripudio, scorgendo una vittoria di nuovo mutilata: l'impero agnloamericano, non così del tutto da approvare, ma neanche apertamente condannabile: si firebbe a bertinottare o a woitileggiare, e non fa fine.

Caduto il comunismo a Mosca, inevitabilmente anche l'Ambasciatore Romano diventa uno dei tanti nostri post anticomunisti senza la ex finta passione dominanate; e se a colmare il vuoto sentimentale una ne immaginano, e serpeggiare di presagi orripilanti d'anti americanismo. Eppure una alternativa per tutti i nostri Romano orbati dell'Impero del Male, e senza il papesco coraggio dell'antiamericanismo, ci sarebbe stata, ma la loro immaginazione si era forse troppo burocratizzata nell'ovvio del tram tram quotidiano della Professione per scorgere anche loro la possibile grande voltata del nostro Silvio nazio(a)nale: se le chiese campano del diavolo, perché io già anticomunista non dovrei campare sulla diabolizzazione eterna del defunto comunismo?
Questa mancanza d'immaginazione condurrà invece, in un pagina che appena delinea, l'ambasciatore Romano a immaginarsi che non Berlusconi, dal conflitto di interessi impedito, ma lui dovrebber guidare una vera destra conservatrice. Ogni autore di autobiografia, come da assunto, è uomo di grosso ego, ma la storia che ci sta davanti ci dice che però le cose non sono andate secondo le speranze dell'Ego dell'Ambasciatore. E però nella cui pagina, sopra la delusione taciuta germoglia un'altra verità alla vaso attico. Il Nostro insegna in conclusione che mani pulite non è stata una trovata del bolscevismo italiano: questa è propaganda belusconista, bensì il frutto di una serie di concause, effetto della situazione sconcata del paese. E però, quando deve individuare la variabile decisiva nel collasso della prima repubblica, dove l'acuto Ambasciatore la scorge? Ma nella vanità: l'ineffabile piacere di Borrelli di essere al centro della scena.

La vanità è per l'ambasciatore Romano il motore del mondo.
Non meno che ogni specie zoologica, ogni specie sociale riconosce la realtà naturale secondo il proprio meccanismo sensoriale: Carrà (specie sociale pittore) lo riconosce nella passione per il lavoro, Romano (specie sociale diplomatico) nella vanità: uniquique suum. Il problema è: perché una persona colta, che non ha girato il mondo in terza classe, di buona intelligenza, possa naufragare in una categoria universale interpretativa che in tutto e per tutto è un plagio dal buon Dio della vecchia Bibbia (vedi mito di Lucifero)?
Lo si scorge nel valore storico-morale che l'ambasciatore Romano sente per lui fondante: il risorgimento moderato laico. Una fantasia sua mentale, dove si immagina cavourriano e giolittiano, e nella quale prende cautelative distanze dall'eredità risorgimentale non condivisibile: quella di quanti, proprio perché eredi del risorgimento, furono antifascisti. Esemplarmente Elena Croce e il suo circolo, stato antifascista e poi esule nell'Italia cattocomunista, eppure unico spazio sociale nel quale l'ambasciatore Romano avrebbe dovuto riconoscersi, perché anche unico spazio di memoria delle forze sociali e politiche attraverso le quali l'Italia, da espressione geografica divenne espressione geopolitica. Ma per Romano gli eredi delle forze che hanno prodotto la struttura che gli ha garantito un posto nella festa del mondo sono suoi contemporanei faziosi e inquieti, residui intellettuali del defunto partito d'Azione, un cui volto appassionato quello da Amalia Rosselli, l'infelice grande poetessa che l'Italia post cattomarxista non potrà continuare a tenere fuori dalla memoria letteraria. Ma fuori dalla memoria letteraria resteranno invece quelle del Nostro Conservatore, al più testimonianza, tra qualche secolo, di come l'Italia politica risorgimentale fosse ormai, nella seonda metà del XX secolo, tra comunisti e cattolici, in irreversibile dissoluzione, per aver capitolato nella prima metà alla dissennata avventura fassista: della quale invano si cercherebbe condanna nelle memorie dell'Ambasciatore Romano, per il quale invece, si scorge in filigrana, il fassimo fu un soprassalto di buonsenso.
Quanto e come e perché lo sia stato lo si capisce invece dall'autobiografia di Carlo Carrà, anarchico socialista, ribelle e poi uomo d'ordine: proprio come Mussolini, ma con una capitale differenza. Carrà non si identificò mai con il proprio ego soltanto. Di più: lo subordinò a una vera passione: la pittura. Purtroppo Romano, come Mussolini, una vera passione alla quale subordinare il proprio ego non l'ha incontrata, anche perché l'entità che avrebbe dovuto subordinare l'ego dell'Ambasciatore, il Servizio, non aveva più altro oggetto al di fuori della vanità personale mussoliniana dei singoli, come rispecchia il mondo porcopollilittico tra prima e seconda repubblica, e insuperabilmente anche qui ci documenta don Giulio Andreotti con le sue pagine di inutile letteratura sul suo tempo e i personaggi che vide da vicino; scrittura stilisticamente e psicologicamente contigua a quella dell'ambasciatore Romano: di sabbia.

TreAsterischi





 

" I monologhi della vagina " di Eve Ensler (Marco Tropea Editore)

E' nata come un'opera teatrale, "I monologhi della vagina"; e tale doveva restare. Parola declamata e parola scritta, infatti, hanno una ben diversa valenza, tanto che la pièce d'avanguardia di Eve Ensler è riuscita a raccogliere negli Stati Uniti un ampio consenso almeno nel  mondo delle post-femministe non ancora paghe dei traguardi raggiunti. Ma questi monologhi, che hanno come unico protagonista narrante l'organo anatomicamente e storicamente più silenzioso della donna, una volta trasferiti sulla carta non solo perdono senso e vigore; sfiorano addirittura il patetismo e poco ci manca se non cadono nel ridicolo.

Peccato, perché l'intenzione di fondo era buona: conoscere il proprio corpo, smettere di ignorarne o discriminarne alcune parti, abbattere i tabù che rendono il loro nome perfino impronunziabile non può che far bene alla crescita armoniosa del Sé, ed era ora che ciò avvenisse anche sul fronte femminile. Da qui a rendere la vagina un oggetto di culto, però, ancora ce ne passa e la signora Ensler travalica il limite, rischiando così di vanificare l'impegno dei milioni di donne che ancora si battono perché il riconoscimento del "centro" del loro Essere si sposti sempre più su: chessò, magari sino ad arrivare dalle parti del cervello. E, da questo punto di vista, dà il colpo di grazia anche l'avvento del "Club della vulva", oggi presieduto da Jane Hirschman, che nel libo indica una certa signora Harriet Lerner (sarà parente del nostro Gad?) come l'antesignana e l'eroina d'un vero e proprio "movimento di liberazione genitale."

Ma torniamo alla pubblicazione in sé. Sarebbe omertoso non dire che questi brevi monologhi danno alla vagina un'immaginifica voce che - ogni portatrice di tale meraviglia sarebbe disposta a giurarlo - se fosse invece reale suonerebbe ben più "nature" e meno retorica, di certo piena d'accenti di rabbia e di revanscismo verso i torti subiti, ma quantomeno con minori pretese di fare poesia. Poesia enfatica, ridondante, eccessiva, a volte un po' volgare, molto più spesso soltanto stupida. E proprio qui sta il paradosso: "I monologhi della vagina" è un libro che, alla fin fine, induce le donne stesse (quelle che pensano con la testa) a dire "Beh, se la vagina è così imbecille, meglio che la mia continui a tacere!"

Ci informa poi, l'autrice del libro, che nei corsi tenuti da Betty Dodson al "Laboratorio della vagina"
si supera ogni problema di frigidità imparando, in sedute prevalentemente di gruppo, a "localizzare la clitoride, masturbare, amare la propria vagina". Sarà: mai mi permetterei di confutare aprioristicamente un metodo nel quale, specchietto alla mano e tutte assieme appassionatamente divaricate, si prende reciproca visione del "grande mistero": i metodi americani - si sa - magari non funzionano, ma entusiasmano sempre. Mi si consenta però di obiettare timidamente, all'europea: le più grandi mazzate mai inferte alla frigidità, almeno dalle nostre parti, le ha sempre date un amante esperto e tenero, tanto paziente quanto poco egoista. Merce di reperibilità rara, si sa, ma non converrebbe almeno provarci con più tenacia, prima di sperimentare un pubblico orgasmo sotto scolastica dettatura e pure a pagamento?

Ma vediamo di non essere troppo disfattiste e diciamo anche che qualche buona informazione, questo libro, la dà. Ci erudisce, ad esempio, sul fatto che la clitoride è l'unico organo del corpo umano esclusivamente preposto al piacere e che, con le sue 8000 fibre nervose, addirittura umilia il pene che ne possiede appena la metà. Perla altresì di un tetro diciannovesimo secolo in cui le ragazze dedite alla masturbazione venivano considerate casi clinici e "curate" con la cucitura delle grandi labbra se non con l'amputazione o con la cauterizzazione della clitoride. Pratiche orrende di cui si sente parlare  ufficialmente in America sino al 1948, quando fu praticata  l'ultima clitoridectomia curativa della masturbazione su una bambina di cinque anni.

Resta un fatto: per sapere che - ad oggi - sono da 80 a 100 milioni le giovani donne che hanno subito una mutilazione dei genitali non occorre di certo il libro della Ensler. Né, peraltro, lo scopo che si prefigge vuole essere informativo. Cosa intendono dunque comunicarci questi "bassi" monologhi? Ecco, appunto: non si sa. Il sospetto è che, almeno nella versione su carta stampata, il trucco che copre un vuoto tanto enfatico quanto desolante, stia tutto in copertina: vale a dire nel titolo pseudo-stuzzichevole che invoglia (è più pietoso non indagare chi) all'acquisto del tomo. In quanto a ciò che sta sotto la copertina, forse la sua misera ragion d'essere possiamo trovarla nel capitolo intitolato "Riabilitare la fica", composto di 11 righe scarse all'interno delle quali non la parola, ma il grido "fica!" compare otto volte.

Costa, "I monologhi della vagina", 8 Euro e 26 cent. E ci vuole davvero poca fantasia per spenderli meglio.

A/6
 


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