L'ARTE DI RICORDARE

il meglio ed i migliori




 

 


RICORDO DI CLAUDIO MANCINI
di
Sandro Montalto

Sabato 12 luglio 2008 ci ha lasciati Claudio Mancini.

Perdo, con un dolore immenso, uno dei miei amici più cari. L'ho conosciuto nel 2000, a Castrocaro Terme, dove ero andato a ritirare il riconoscimento che mi era stato assegnato al premio "Aldo Spallicci" (fondato da Claudio e da Rocco Messina nel 1988). Praticamente sconosciuto, e particolarmente schivo in quegli anni, sono stato travolto dall'entusiasmo che Claudio trasmetteva al resto della giuria, a me e a tutti i premiati. Allora ero convinto che i premi si vincessero praticamente solo dietro raccomandazione, e francamente ero pessimista circa la possibilità di creare autentici rapporti di comunione e reciproco arricchimento nel mondo (iniziavo a capirlo bene) feroce degli scrittori. Invece mi trovai a ricevere complimenti, giudizi circostanziati e calorosi, un commento particolarmente lusinghiero del presidente della giuria Mario Pazzaglia, un saluto complice di Marino Biondi (che poi sfociò in una piacevole collaborazione), e poi a intavolare una discussione davvero appassionata durante il banchetto seguente. Da subito mi sono sentito tra persone che (in buona parte) amavano la letteratura senza egocentrismi.

L'anno dopo sono tornato a Castrocaro, sempre in occasione del premio. Nel frattempo qualche lettera e telefonata aveva stretto i rapporti tra me e Claudio, avevo letto tutte le sue opere e lo avevo imparato ad amare anche come poeta di una leggerezza palazzeschiana (vale a dire onesta, profonda, tesa verso le poche cose davvero importanti). La mia visita di due giorni fu estremamente istruttiva ma anche estremamente spassosa (voglio ricordare una cena nella quale insieme a noi c'era Ugo Stollagli, durante la quale faticai a mangiare per il troppo ridere) e mi confermò le altissime qualità di questa persona.

Medico plurispecializzato, rispettato e amatissimo, di una umanità ed una competenza di altri tempi, autentico punto di riferimento per amici, colleghi, familiari e per noi che condividevamo certe sue passioni (tra le quali stava anche l'astronomia), ha fatto molto per molti e ha ricevuto, probabilmente, troppo poco. Io lo stuzzicavo spesso circa questo aspetto (durante le nostre immense telefonate tra poesia, scienza, alti concetti e ironia, che duravano anche ore e spaziavano per tutto l'universo) ma mi diceva di sapere da molti anni che questo era il bilancio che doveva aspettarsi, e non ne era affatto dispiaciuto: sue massime gioie e appagamento erano la sua bella famiglia, l'idea di essere stato un professionista serio, l'amicizia dei più fidati amici e la consapevolezza, come diceva, di avere fatto qualcosa di buono per qualcuno.

Già, l'astronomia… Claudio mi parlava sempre di stelle, raramente di pianeti: preferiva ciò che illumina. La prima volta che siamo visti ha chiesto a me e alla mia fidanzata Silvia, che mi accompagnava, di che segno siamo, e ci ha raccontato cose splendide circa le relative costellazioni. Ora che non posso più sentire la voce affettuosa di Claudio, mi viene in mente una poesia di Alessandro Parronchi, che fu premiato assieme a me a Castrocaro:

"La poesia, il cielo: sono queste le realtà vere dell'uomo. / Non importa se non capiamo. / Se per capirlo dovremo attraversare / il sonno della morte. // Per accettare questa realtà / della morte che verrà per una vita / che incominci / basta questa luna che si sfalda / nel chiarore dell'alba / nel sorriso di un Apollo giovinetto".

E davvero per noi Claudio era un Apollo: seguace dell'antico dio della medicina e della profezia, nonché patrono della poesia, era per noi il perennemente giovinetto, innamorato del potere dell'immaginazione.

Non dimenticherò nemmeno con quale gusto nella voce pronunciava qualche autentica verità, poi prendeva il posto del suo alter-ego disfattista (come avviene nel suo romanzo "Lettere a Francis") e diceva a se stesso: "patacca!!". Era convinto che una crepa nel buio, dalla quale può filtrare la luce, c'è sempre; era convinto che una logica alternativa si potesse sempre recuperare, per guardare le cose di sbieco e ricavare una risata capace di chiarire tutto. Di quante verità, e di quante risate gli sarò per sempre debitore.

Al di là delle nostre frequenti e lunghissime telefonate, una crudele distanza geografica e i rispettivi impegni mi hanno impedito di frequentarlo come avrei voluto e, forse, dovuto. Sarà per sempre un rimorso. Il giorno del suo funerale mi ha commosso sapere che chi è passato nel suo studio ha visto, tra gli altri numeri in evidenza sulla sua scrivania, il mio. Anche il segretario del premio "Spallicci", Gianfranco Fabbri, lo ha visto e ha pensato di telefonarmi quando stavano per portare via il corpo del nostro amico, così per un attimo sono stato, idealmente, presente vicino a quell'uomo eccezionale per il nostro ultimo saluto.

Quando ci si trova di fronte ai grandi eventi dell'esistenza ci si accorge come le verità possano apparire banali. Eppure è vero: sento molto bene come oggi siamo tutti più poveri.
Durante l'ultimo periodo della sua malattia, prima che comunicare diventasse troppo difficile, ci sentivamo anche più spesso del solito. Stavamo preparando la sua nuova raccolta di poesie e voleva discuterne con me ogni particolare: una citazione, un corsivo, meglio la virgola così, forse il titolo al plurale, no al singolare… ma perché non esiste una via di mezzo?! E così via. Il libro doveva essere l'agrodolce riassunto della sua esperienza, di una leggerezza cogente e fondante, e il titolo previsto era "I teatri della follia". Non ha visto la luce prima che l'ombra del tempo crudelmente ci separasse. Vorrei salutarlo riportando tre di questi testi inediti:

"Stato d'animo"

Un timido pensiero vagabondo
uscito dal bisbiglio d'un segreto,
un pizzico che danza tra una nuvola
e una favola per sorridere.

Così mi sveglio e vivo
quando lo spazio s'apre all'orizzonte
dove una goccia si trasforma in mare
e il mare in mille onde che travolgono.

Me ne sto qui a fatica e scrivo versi.


"Spiraglio"

Una freccia nel centro
distillando dal buio un po' di luce
non certo una perifrasi
per aggirare il tempo con le parole
ma una logica nuova
uno spiraglio aperto nel profondo
per raggiungere il punto inaccessibile
(che sia questo il motivo del principio?).

Molecola pesante, ecco chi sono!
Se l'immagine tiene allora esisto.


"Bidonville"

Intorno alla metropoli sovrana
il confine si sfuma indefinibile
sino all'inferno-lager
dove il degrado è norma
dove si annida la disperazione
e l'anima si uccide rassegnata.

"Cosa farai quest'oggi?"
"Non lo so, vorrei morire..."
"Anch'io, ma non è facile:
a volte mi vien voglia di sorridere".

 


 


Ci mancherà la signora dell'ironia surreale



Maria Brunelli Cantoni

Nella notte del 31 dicembre, a Milano, è mancata Maria Brunelli.
E' stata giornalista, narratrice, esperta di musica. Ha amato Kierkegaard, Mozart e il suo gatto Amedeo con generosa passione, facendo della sua vita stessa un romanzo colto e discreto, intelligente e leale.

Come scrittrice di talento e di successo, ha pubblicato "Il cavallo balla il valzer", la racolta poetica "Quasi silenzio", un saggio sul rapporto donna-uomo dal titolo "Due corpi, un'anima sola" ed i romanzi: "Nemici di famiglia"
(Ed. Marsilio - Premio Comisso 1994); sempre con Marsilio "L'ultimo Concerto" (Premio Selezione Napoli, nel 1998); nel 2004 ha dato alla stampa "Passo d'Addio" (Ed. Aragno) e, nel 2005, "Prima dell'invasione" (Ed. LietoColle).

"Prima dell'invasione" è il racconto più insolito tra le opere della Brunelli per come, in questo volumetto, ha voluto liberare appieno il suo impagabile sarcasmo, un po' surreale e sempre agro-dolce, tanto pungente quanto garbato. Un raffinato 'scherzo letterario', insomma: ed anche un piccolo gioiello destinato a rimanere nella rara schiera dei libri da non perdersi.

Della sua ultima opera, "La pianista di Sambor"
(Ed. Carte scoperte), per una manciata di giorni non vedrà l'uscita, prevista nel gennaio 2008.


Da "Il Giornale" - 2 gennaio 2008
[...] Maria Brunelli aveva tutte le chiavi per aprire quel mondo un po’ appartato e schivo che rappresentava con affettuoso sarcasmo e qualche deliziosa punta di cattiveria. L’ultimo concerto del 1997 (Marsilio) e Passo d’addio del 2004 (Aragno) sono esemplari di questo stile sommesso e raffinato, ormai quasi introvabile sul mercato editoriale. Dove invece aveva lasciato briglia più sciolta alla sua «cattiveria» era stato in Nemici di famiglia (Marsilio), resoconto delle ostilità fra due famiglie-bene milanesi, con il quale nel 1994 aveva vinto il premio Comisso. [...]
Nell’ultimo romanzo "La pianista di Sambor", Maria Brunelli torna alla prediletta musica: la protagonista è una celebre pianista che apprende, durante un concerto a Varsavia, che i suoi veri genitori erano ebrei, morti durante l’occupazione nazista. Al tema musicale si intreccia il doloroso dramma europeo degli anni Quaranta, noto all’autrice anche per le vicende della famiglia del marito, il filosofo Remo Cantoni. [...]




 


Carlo Casalegno
Nota biobibliografica

Nasce a Torino nel 1916 e si forma nel liceo D'Azeglio, d'aura gobettiana, alla scuola di Augusto Monti; suo libro di formazione: che ne orienterà con il pensiero la vita, il testo di Piero Gobetti 'Risorgimento senza eroi'. Nella Torino degli anni del fascismo trionfante si lega ai grandi intellettuali antifascisti laici Filippo Burzio, poi il primo direttore del quotidiano 'La Stampa' del post fascismo, e Luigi Salvatorelli, del quale sposerà la figlia.
Laureato in legge, insegna nelle scuole medie. È tra i fondatori del Partito d'Azione con Leone Ginzburg. E nelle file del Partito d'Azione partecipa alla Resistenza con il ruolo di ispettore generale per il Piemonte di Giustizia e Libertà, legandosi di profonda amicizia con il grande storico Franco Venturi e con l'insigne giurista Alessandro Galante Garrone.
Nel dopo Liberazione è redattore del settimanale 'Gioventù d'Azione' e collaboratore dell'edizione torinese del quotidiano del Partito d'Azione 'GL' diretto da Franco Venturi.
Alla dissoluzione del Partito d'Azione abbandona la politica attiva per la redazione del quotidiano 'La Stampa' dove svolge un ruolo decisivo, negli anni dello scontro frontale tra le sinistre socialcomunista e la DC e suoi satelliti laici, una delle poche figure intellettuali capaci di mantenere spazi di dialogo culturale tra le due fazioni, convinto nel profondo che una cultura laica liberale debba dare voce a tutti e ragionare di tutto. In questa visione si inquadra la sua rubrica di politica interna dal significativo titolo 'Il nostro stato', 'nostro' perché in ogni caso nato dalla Resistenza, fondato, almeno in parte, attraverso la Costituzione, sugli ideali di Giustizia e Libertà. Nel quotidiano svolge un ruolo crescente fino a diventare condirettore, voce di costante critica, ma attivamente fattiva della nostra vita politica di quegli anni, segnati dal passaggio di campo del PSI di Nenni e dalla nascita del centro-sinistra.
Un crescente ruolo guida nell'area della democrazia intransigente assume nel decennio '970: gli anni di piombo dell'estremismo terrorista, reagendo soprattutto contro la tendenza della sinistra e di molti intellettuali a legittimare, quando non a simpatizzare, con l'estremismo rosso. Suo è lo slogan di nuova o seconda Resistenza, ravvisando nell'estremismo rosso solo un'altra forma di fascismo. In questa visione scrive, l'11 novembre 1977 un impetuoso articolo nel quale, contro la richiesta di leggi speciali chiede che lo stato batta il terrorismo usando la legislazione ordinaria, perché: "Le leggi già in vigore offrono tutti i mezzi necessari per combattere l'eversione, purché siano usati in modo imparziale contro tutti i violenti e i loro complici e per tutti i reati." Nella primavera di quell'anno gli era stata data una scorta, alla quale aveva poi volontariamente rinunciato nell'estate perché, aveva ironicamente osservato, nei mesi estivi il terrorismo all'omicidio anteponeva i bagni di mare. L'allora direttore de 'La Stampa' Arrigo Levi, a ottobre gli aveva proposto di ridargli la scorta, ma Carlo Casalegno aveva rifiutato, diventando così un facile bersaglio per i terroristi, che il 16 novembre gli sparano quattro colpi alla testa nell'androne di casa. Morrà il 27 novembre in un paese sostanzialmente atono davanti alla morte di una delle sue grandi coscienze laiche del secolo, ergo libere: e forse proprio questo Carlo Casalegno il paese continua a non capire, o almeno non sentire necessari la sua esperienza e il suo martirio per definire la forma e le genealogie della propria vita spirituale.
Il suo pensiero si trova vivo e disperso nelle centinaia di note ed editoriali pubblicati su "La Stampa", tra gli anni 'novecentocinquanta e la morte, e non meno significative testimonianze sono i suoi libri, a partire da 'Operai e Contadini', edito nei Quaderni di Gioventù d'Azione, con lo pseudonimo di Andrea Caetani, Torino 1945, cui seguono, - 'Il Giornale' ed ERI, Torino 1957 1a ed - 'La Regina Mergherita' Einaudi, Torino 1958, 1° ed - Gli attentatori rivoltelle contro il potere, prefaz. di C. Casalegno, ed. De Agostini, Novara 1973 - Gipo come Torino: le canzoni ballate e altre cose di Gipo Farassino, a cura di C. Casalegno, ed Grafiche Alfa, Torino 1976 - 'Il nostro stato', Bompiani, Milano 1978 - 'Risorgimento familiare ', (a cura di G. Spadolini) ed. La nuova Antologia, Firenze 1978 - Israele Giustizia e Libertà, ed. Crucci, Firenze 1980.

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L'uomo Carlo Casalegno
nei ricordi dell'amico Claudio Gorlier


Proprio la recente rivolta di un consistente nucleo di gioventù autoinquadrantesi nelle curve degli stadi calcistici - stando ai dati del ministero degli Interni tra settanta & ottantamila gli ultrà - rende di particolare attualità la figura e l'opera di Carlo Casalegno, del quale cade il trentennale della morte, assassinato da un estremismo giovanile: il brigatismo rosso, frutto invece della combinazione di cattivi maestri, ma anche di un identico degrado della vita civile nazionale. Carlo Casalegno aveva maturato una ben precisa esperienza culturale, rifiutata e avversata, in un disegno di vera damnatio memoriae, tanto dai cattolici che dai marxisti: l'esperienza complessa e di ampio spettro del Partito d'Azione, espressione estrema del Risorgimento radicale: sua cosciente continuazione, attraverso l'opera delle due grandi figure archetipiche dell'azionismo: Piero Gobetti e Carlo Rosselli.

Un ennesimo, e recente esempio, di quanta avversione continui a suscitare l'esperienza azionista, ci viene dalla pur scintillante intelligenza di Giuliano Ferrara: non meno grande della sua imponente mole. Ferrara, transitato dal rivoluzionarismo bolscevizzante al pensiero conservatore reazionario, ha continuato a mantenere immutata la stessa tenace antipatia d'origine comunista per il pensiero azionista, definendolo ironicamente, ancora di recente: una setta torinese circoscritta da un ben preciso quadrilatero: tra corso re Umberto, corso Vinzaglio, via Cernaja e corso Vittorio. Sapeva benissimo di mentire, perché l'Azionismo fu un fenomeno intellettuale rilevante, che coinvolse, raccolse l'adesione creatrice di intelligenze libere d'ogni parte d'Italia, a partire dal meridionale e meridionalista Guido Dorso, via passando per scrittori straordinari quali il massimo poeta italiano del xx secolo, e uno dei più grandi della nostra tradizione lirica, Eugenio Montale. E azionisti, per citare alla rinfusa, furono Ragghianti, Tino, La Malfa, Lussu, Ginzburg, Fenoglio, Ciampi, Galimberti, e tanti altri giovani, tra i quali appunto Carlo Casalegno: tutti nell'antifascismo azionista trovarono il percorso formativo che li rese spiriti liberi, avversi a ogni forma di totalitarismo, ovvero portatori di un patrimonio di valori sì conflittuali e antagonisti, ma costruttivi, articolati in un messaggio di universale fratellanza, come espresso dallo stesso nome delle loro formazioni combattenti contro il nazifascismo: Giustizia e Libertà.

A cercare da una voce viva il percorso verso quei valori universali, ma espressi in lingua nostra ed entro la tradizione risorgimentale italiana, - che Carlo Casalegno incarnò prima affrontando il rischio della morte lottando contro il nazifascismo e poi contro il fascismo rosso - ho percorso uno dei bordi del ferrariano quadrilatero azionista: corso Vinzaglio in traccia di una delle sopravviventi grandi memorie storiche di quell'esperienza e che quindi conobbe ed ebbe commerci spirituali con Carlo Casalegno, l'umanista poligrafo e filologo, già docente alla Bocconi, Claudio Gorlier.

È un primo pomeriggio luminoso d'autunno inoltrato, splendido lungo l'alberata del corso, dove le foglie dei platani e degli ippocastani indorano in un paesaggio che fu anche negli occhi di Gobetti, di Pavese, di Ginzburg, e prima di Luigi Einaudi, Gaetano Mosca, Guglielmo Ferrero, gli antenati dell'universo azionista. È un paesaggio che rivela dalle aperture laterali delle vie squarci di colline, che nell'aria limpida incombono e chiudono, mentre sul lato opposto del corso la giornata ventosa rivela il rosso incendiarsi di un meriggio alpino Un paesaggio di quelli che paradossalmente non l'azionista e pittore nel secolo Felice Casorati, ma l'irregolarissimo e turbolento Luigi Spazzapan ha magistralmente fissato in alcune sue chine rapide e vibranti. Come in quelle, nell'ora la città vive, realizza in una dimensione mitica della sua bellezza storica: una bellezza sottratta al tempo, eppure anche scenario di tante diverse vicende personali tenute assieme dai più diversi e mutevoli scenari culturali, uno dei quali appunto fu l'Azionismo.

Vorrei chiedere, arrivato a quel quinto e ultimo piano del palazzo di corso Vinzaglio dov'è l'abitazione del professor Gorlier, a iniziare il discorso, come lui c'è entrato nell'esperienza azionista, ma dalla precedente conversazione telefonica già fissato il tema, entra immediatamente in argomento, da un dettaglio recente:

"Pensi che ieri, domenica, mentre mi recavo a Fossano per un premio letterario, con l'amico Luraghi abbiamo nella conversazione ricordato e rievocato proprio Carlo Casalegno."

E sotto l'imperio di quella conversazione dove s'era definita tra i due amici una ben precisa e condivisa figura del 'Nostro' Claudio Gorlier statuisce:

"Il suo ruolo davvero importante fu nel saper dire, anche per vie non proprio dirette quando andava contro e oltre i disegni di quell'uomo per nulla accomodante che, come direttore, era il mitico De Bendetti: dire quello che andava detto. Bene, se il Professore - al giornale lo chiamavano così - riteneva che un problema andasse comunque affrontato, lui lo affrontava sorretto da una determinazione, un rigorismo intransigente che lo spingeva nelle battaglie che lui riteneva andassero combattute. Era un rigorista morale: un moralista, come in Italia possono essere solo gli spiriti laici, quelli che non accettano e non bazzicano il moralismo cattolico con i suoi distinguo e le sue permissioni. Guardi, a capire e sintetizzare l'uomo Casalegno basterebbe leggere un suo memorabile editoriale comparso sul quotidiano GL contro il maresciallo Petain, già emblematico nel titolo: Canizie Vituperosa. Noi azionisti eravamo per una rottura netta, radicale con il passato fascista. Le chiarisco il punto con un esempio: si era decisi a cacciare Valletta dalla FIAT, a dare una grande lezione, stabilire un modello, e invece i comunisti fecero un accordo con la proprietà: Valletta restava, in cambio accettava a capo del personale un comunista: Battista Santhia, un'ottima persona, cui diedero un sontuoso ufficio proprio accanto a quello di Valletta, salvo, pochi mesi dopo, licenziarlo. Il PCI lanciò un appello allo sciopero e fu il primo sciopero fallito. Gli operai ragionarono che non era il caso di perdere salario per salvare la poltrona a un direttore. Noi Azionisti il fatto lo avevamo sottolineato parecchio, e il PCI reagì pesante, deciso a sottrarre tutto lo spazio politico possibile all'Azionismo. Forse l'antefatto remoto della morte del 'Professore', la ragione del perché proprio lui e a quel modo, è in quel duro scontro, poi tenacemente rimosso, tra chi voleva una radicale rifondazione dello stato su basi laiche, come noi e i socialisti, e chi invece, fossero cattolici o comunisti, magari per ragioni opposte, ma egualmente perfide, ragionavamo che un buon quorum di leggi fasciste servisse comunque a manovrare la macchina paese, e soprattutto quel personale che le aveva maneggiate."

Ora il professor Gorlier ristà, gettato l'uomo Casalegno dalla memoria alle parole, e il tempo drammatico del loro incontro tratteggiato intorno all'episodio Valletta-Santhia, dove sta l'incolmabile divergenza tra comunisti e azionisti, mi indica una poltrona, mentre lui va a prendere un sigaro, dopo avermi chiesto se il fumo mi disturba. Ma non devo preoccuparmi dei suoi sigari: lui ha un impianto di aspirazione per evitare agli amici e agli ospiti i danni del fumo passivo, anche se sono tutt'altro che dimostrati. Siede anche lui, opulento nella sua bella forza fisica con la quale ha varcato la soglie degli ottant'anni, lui a differenza del gozzaniano rovere, ben vigorosamente dritto nei venti turbinosi della vita, per ricordare uno dei quali sono venuto da lui, nelle genealogie culturali sommo esperto di letterature inglese e americana, ma anche modello, si vuole, di alcuni personaggi romanzeschi, e grande viaggiatore, scoprirò poi attraverso gli oggetti che adornano le sue stanze, tutti simboli a ricordargli altre terre e altri popoli. I suoi vivi occhi scintillanti mi osservano nella pausa che mi concede ad impadronirmi, collocare il Carlo Casalegno che ha perentoriamente scolpito, mentre una voluta di fumo aromatico fluisce pigramente verso la silenziosa macchina di aspirazione:

"Lei mi chiede se ci siamo conosciuti durante la Resistenza? No. Io ero stato nei GAP e poi dislocato con funzioni varie, entro le bande combattenti gielliste nella zona di Settimo, dove da un posto di blocco accolsi le prime avanguardie dell'esercito Alleato in marcia verso Torino. Conobbi invece il Professore nella redazione del settimanale giovanile del Partito d'Azione. E qui le racconto un dettaglio gustoso. Per via del titolo della testata: Azione Giovani, con assonanza di Azione Cattolica, il giornale conobbe una diffusione ben oltre la nostra area politica. Ma intanto, Casalegno redattore, collaboravo anche alle pagine della cultura del quotidiano di Partito GL, fin quando mancarono i fondi per la caduta delle vendite, tornati sul mercato i tradizionali quotidiani torinesi: 'La gazzetta del Popolo' e 'La Stampa', per cui mi trovai un posto di redattore all'Unità, mentre proseguivo gli studi."

E qui il racconto divaga per personaggi singolari e affascinanti come un Italo Calvino, allora bistrattato da un direttore buzzurro e difeso da quel Luigi Cavallo che anni dopo sarebbe diventato la bestia innominabile settanta volte sette maledetta dal PCI. Era allora un Cavallo brillante giornalista e soprattutto un fine esperto di filosofia e filologia germanica. Riprendendo il filo del discorso, il professor Gorlier racconta:

"Con Carlo Casalegno ci saremmo ritrovati anni dopo, io ormai laureato e avviato, con una borsa di studio, alla carriera universitaria, invitato, attraverso Galante Garrone, a collaborare a La Stampa, lui ormai una delle voci autorevoli della testata. E la mia collaborazione a 'La Stampa' continuò fin quando, passato dall'Università di Venezia alla Bocconi, il Corriere della Sera mi chiese di scrivere sulle sue colonne. Era allettante, ma mi sentivo anche legato da un rapporto di lealtà verso il quotidiano torinese. Ne parlai con Carlo Casalegno, che mi disse: - Caro Gorlier, Lei non ha sposato 'La Stampa', si ritenga libero, segua la via che preferisce, qui, nel nostro giornale, la stima per lei resta immutata. - E Le racconto questo episodio non per il fatto in sé, ma per quanto rivela di apertura verso gli altri del Professore, mai dogmatico, vero spirito liberale, che appunto per questa disponibilità e apertura non poteva non irritare soprattutto quanti aspiravano a chiudersi nei loro universi chiusi, settari. Non era lui nemico dei vari settarismi e clericalismi: quelli lo detestavano, detestavano perché temevano il suo modo aperto, non settario di fare cultura. Che la morte gli sia venuta da questo, dice a un tempo quanto tragico il suo destino e quanto degradata la nostra cultura, soprattutto politica. I suoi assassini dal loro punto di vista mirarono giusto, Lui il vero loro avversario irriducibile, in quanto non accettava di dichiararsi entro una simmetrica chiusura settaria, ma li giudicava secondo un metro di assoluta libertà della ragione. Pensi all'acuta profonda riflessione di Spinoza sulla natura umana: - Spesso gli uomini, nel tentativo di farsi angeli, si fanno bestie. - Questo lui vedeva e sapeva del terrorismo nostrano di quegli anni. Ed è intorno a questo concetto che si compendia la grande lezione azionista, fatta viva e vera, vissuta da tante belle intelligenze, che fecero gruppo, si arricchirono reciprocamente nel chiuso evo dello scontro tra comunisti e anticomunisti, vivendolo da una assoluta autonomia di giudizio sui fatti."

E il racconto del Professor Gorlier divaga intorno ad alcune delle eccezionali figure di quella Torino irriducibilmente laica: Albino Galvano, Bruno Fonzi, Carlo Mollino, i suoi amici e compagni di studi, mentre la luce che viene dalle finestre declina, e il cagnino che mi ha accompagnato nella visita all'illustre anglista e brillante poligrafo dà qualche segno di impazienza, lui dentro un suo viaggio, dove il mondo e la voce che l'hanno raccontati sono soltanto interferenze, disturbi. Anche il Professore guarda l'orologio: è tempo di andare, anche se avrei molte altre domande su quel mondo, quella 'Torino a cielo alto', per dirla con l'espressione che per lei coniò quell'altro singolare azionista che fu Noventa, singolare perché il cattolico della congrega, una Torino la cui memoria si va perdendo, svanendo come le lontane montagne, dove una nuova bufera si va addensando nell'annottare opaco.

E scendendo le scale, incalzato dalla massima spinoziana, intanto rifletto: ero avviato verso un percorso da estremista mosso da una rabbiosa volontà di angelificazione del mondo, imprigionato nella gabbia ideologica del leninismo, quando incontrai Albino Galvano. Parlammo ben poco di politica, ma molto di filosofia, e di arte e quella gabbia si ruppe, avviandomi alla scoperta degli spazi azionisti di libertà. C'è in ogni generazione chi ha la fortuna di incontrare l'uomo o/e il libro giusto: come fu per Carlo Casalegno il gobettiano Risorgimento senza eroi', che lo guida nella sua scelta decisiva, ma quanti di quei teppisti della curva hanno potuto farlo? Quanti avranno la possibilità di scoprire l'uomo eroico Carlo Casalegno, se neanche lo compresero quei giovani di belle frequentazioni culturali che lo assassinarono, trascinati da un demente furore angelico?

È per questo che sarebbe importante che una grande memoria come quella del professor Claudio Gorlier raccontasse la sua storia: e in modo analitico, della singolare setta del quadrilatero di Ferrara, lui che l'ha vissuta in prima persona, e dove Carlo Casalegno ebbe tanto ruolo. Credo che come professore lo dovrebbe a tutti quelli che non potranno mai salire, come me, la scala del suo appartamento all'ultimo piano di uno stabile di corso Vinzaglio, allontanandomi dal quale ascolto l'ammaina bandiera dalla vicina caserma Cernaja, mentre il mio cagnino divaga per altri umori ed odori della sua memoria.

Piero Flecchia

 

 


ARTE & SCRITTURA

Quando l'Arte si sposa con la Scrittura

Sebastiano Ciliberto

Ciliberto è nato ne '47 a Ribera, in Sicilia. Nel '68 completa gli studi presso l'Istituto Statale d'Arte di Sciacca.Nel '72 a Firenze frequenta il corso per incisori su metallo All'INIASA e la scuola libera del nudo presso l'Accademia di Belle Arti. Dal '61 all'84 si interessa di pittura, svolgendo studi sulla percezione visiva e sulla dinamica dello spazio pittorico in relazione al fruitore. Nel 1981 inizia a fare delle considerazioni sul libro, sul rapporto esistente tra la scrittura, la pagina e la materia, nonché la dinamica dello stesso in quanto oggetto fisico. Si interessa di "poesia visuale" e produce in proprio libri-oggetto. Presenta il primo, "Testoni", alla Facoltà di Architettura di Palermo, dove tiene una conferenza sul Libro d'Artista nel 1985.
Nell'86 si trasferisce a Torino, dove insegna Arte Applicata. Tiene corsi di arte visiva e laboratori di scrittura sulle tendenze artistiche della poesia contemporanea per conto dei Comuni di Nichelino e Grugliasco.

Recapito: via Spadolini, 1 - 10042 Nichelino (TO)



"Taci anima stanca di godere"
Dalla mostra "Sbarbaro estroso fanciullo" - Santa Margherita Ligure

 

"Interventi nella materia"


L
'arte libraria, che tradizionalmente si esprime in preziosi volumi ricchi di belle illustrazioni e tavole stampate su carta pregiata, racchiusi in legature preziose, può esplicarsi sorprendentemente nel "libro-oggetto", manufatto non destinato all'uso corrente di veicolo di segni custoditi e da decodificare, ma prodotto estetico, compiuto in sé e perfettamente autonomo. In questo campo l'Italia è maestra: da Arturo Martini in poi, attraverso i Futuristi, De Chirico e Severini negli anni trenta, Burri, Fontana, Manzù, Vedova, Manzoni, Isgrò, Munari negli anni cinquanta e sessanta, si arriva agli artisti contemporanei che, con approfondita sperimentazione, giungono al libro d'arte, col desiderio di utilizzare per far arte un mezzo insolito che pur uscendo dai canoni, permette tuttavia un discorso artistico, un'attività creativa, un allargamento dei linguaggi usuali ed usati.
Sebastiano Ciliberto è uno dei massimi esponenti di questa tendenza artistica che fa del libro un'opera d'arte autonoma, più che quadro, più che scultura, il contenitore medesimo diventa contenuto attraverso l'alterazione o la dissoluzione del contenuto concettuale [...]

Loredana Sanlorenzo
Biblioteca Civica di Grugliasco
Aldo Garbarini
Assessorato alla Cultura della Città di Grugliasco

 

 

II corpo della scrittura, per il puro gioco formale o per volontà alchemica è dalle epoche più remote in strettissimo rapporto simbiotico con la storia del libro.
In questa dimensione, che da secoli aleggia nel libro in quanto oggetto fisico, la Poesia può assumere nuove dimensioni; dimensioni dove lo spazio circostante si materializza, viene occupato da accadimenti dinamici, linee forza che, pur ancorate nella bi-dimensionalità della pagina, insorgono ad invaderlo. Così il libro s'aggroviglia, s'accartoccia, si sfascia. Ma l'aspetto caotico è solo apparente: la ribellione, non più disordine, diviene l'ordine proprio.
L'atto creativo si attua attraverso l'intervento iconico. La funzione della scrittura viene sospesa, la logica del testo obliterata e stravolta. Un atto creativo extralinguistico dunque, dove il concetto metagrammatico si afferma con segni e forme non codificati che vengono a formare un magma che si posa, attraversa e penetra la pagina. La materia viene ridotta a grumo inestricabile di intenzioni indotte, condotte, sedotte e prodotte da un Io creatore e stocastico.
Allo spettatore non rimane che scrutare l'oggetto emerso dal libro come novella fenice, il bibliogramma appunto, purissimo oggetto di sinossi poetica sin nelle sue più intime fibre.

Sebastiano Ciliberto


 


Ma guardate che cosa combina Sebastiano Ciliberto! E dico "combina" proprio nel senso di mettere insieme due cose. I suoi libri sono, appunto, cose. Cose che dalla loro appartenenza originaria e dal loro luogo (la biblioteca) tanto si distanziano che per forza reclamano una mutazione nomenclatoria: sono... opere, quadri, sculture aut similia; e la libreria cede il posto alla parete bianca, dove s'appendono solitamente. Dunque, cambia anche il rito fruitivo: il lettore non cerca un libro, nascosto tra gli altri, ma lo trova. Eccolo lì, sulla parete, con il vestito della festa, chiuso in una teca come una reliquia, non più sfogliabile, ma aperto su una pagina. Qualcuno l'ha scelta per voi: non vi resta che obbedire. E che libro, poi! Quantum mutatus ab illo!
Ciliberto è un chirurgo: taglia, cuce, lascia profonde cicatrici nel corpo martoriato e i filamenti delle suture. Così "operato" il libro è ancora riconoscibile; la plastica facciale non ha sconvolto del tutto i suoi tratti fisiognomici. Si sa che le parti che hanno subito un lifting sono più delicate: il trauma produce sempre un "locus minoris resistentiae", come ci insegnava Ippocrate. Questo "bibliogramma", quindi, non si tocca; lo si guarda, lo si ammira. Le righe intagliate si sollevano e si intrecciano creando un groviglio; le scritture insorgono dalla quieta e piatta postura sul letto della pagina; i filamenti estranei sono ornamenti e censure; pigmenti intrusi da altro decoro rompono il pallido monocromo libresco... Così, l'opera perde la sua trasparenza, diventa "opaca", autoriflessiva, pone ed esige attenzione sulla propria forma piuttosto che sul proprio significato. Questa funzione che Jakobson chiamava "poetica" inverte la gerarchia: al prevalere del testo lineare oppone un riscatto della struttura morfologica del libro-oggetto, che non obbedisce più alle regole consuete di subordinazione alla parola.
Sebastiano Ciliberto recupera al libro una sua arcaica matericità, ma, come tanti altri artisti del nostro secolo, lo volge anche contro se stesso, lo conduce sul limite della sua negazione, a tradire la sua pura funzione, per farsi cosa, oggetto trattato allo stesso modo di altri materiali plasmabili. Ma una "cosa" che reca ancora visibili cospicue tracce di segni, di parole. Ciliberto aggetta la scrittura, dispone e scompone le righe del testo a nastri correnti liberamente sulla pagina, scava con incisioni la superficie, la attraversa con fili, la copre talvolta con dei piccoli collages, la segna con dei colori. Il testo verbale, vivacchia in tutta questa devastazione, sopravvive con la sua prepotenza.
Se la scrittura alfabetica aveva perduto ciò che della cosa riferiva ancora l'ideogramma, per farsi suono, convenzione, Ciliberto non è su quella che porta l'immagine; rende, per così dire, "ideografico" il libro, che ora parla anche di sé. Ciliberto lo de-realizza, ri-oggettivandolo in maniera inconsueta. Si sa che l'artista opera sempre trasgressioni, continui mutamenti di codice portati anche al livello degli oggetti. Ed è qui che si attua la creatività. Quella sorta di amore-odio che ogni poeta nutre per il libro - luogo di grandi a anche infime avvventure del pensiero - fa compiere a Ciliberto e a noi questo prodigio che ha in sé le tracce ed i sintomi di una rigenerazione e di una sublime affezione, ma anche di una profanazione o di un esorcismo.

Eugenio Miccini

 

 


Al II° Festival di Poesia Civile "Città di Vercelli"

i Manifesti Poetici

 





 

 



Fotografie di Marco Frè

 

 

 

 

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