COSTUME
E
MALCOSTUME



A cura di
Piero Flecchia

 


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SE DIO LO VUOLE
Le due letture della guerranota in margine al massacro di Mumbaj


Nell'interpretazione dell'analisi politica la strage di Mumbaj tende a diventare un episodio interno alle lotte di potere in corso nello stato del Pakistan, tra il governo eletto democraticamente, guidato dal marito di quella Benazir Butto come il padre assassinata per impedirne l'ascesa al potere, e l'ampio movimento che preme per fare del Pakistan uno stato islamico, ovvero una forma di metademocrazia religiosa totalitaria fondata sul Corano.
Stando alla stampa occidentale, l'attacco suicida dei 10-12 terroristi sarebbe stato deciso da una sezione deviata dei servizi segreti pakistani per arrestare il processo di distensione tra India e Pakistan, e soprattutto impedire una complessiva concentrazione occidentale, dopo il disimpegno Usa in Iraq, sulla questione talebana.

Entro questa lettura, il massacro di Mumbaj perseguirebbe una strategia preventiva a parare un attacco mirato ai santuari del talebanismo, dislocati tra Pakistan e Afganistan. Quest'analisi non è di certo campata in aria, ma per cogliere il senso complessivo della strage di Mumbaj occorre in primis collocarla entro la dialettica storica politicoreligiosa violenta di lungo periodo che devasta il sub continente indiano da quasi mille anni, effetto del disegno di colonizzazione del sub continente intrapreso dall'islam.
Da mille anni l'islam preme, con una serie ininterrotta di campagne militari fondate sul massacro di massa e sul saccheggio, per piegare i pagani dell'Indostan, costringerli alla Vera Fede.

In parte l'azione è riuscita perché nella l'area nord occidentale dell'Indostan storico e nel golfo del Bengala, alla fine della colonizzazione inglese
(1946) è sorto uno stato islamico, formalmente democratico, ma ben presto franato in dittatura militare, legittimatasi con la difesa della patria pakistana dagli attacchi dei pagani indù, rei di controllare una parte di territori indostani reclamati dalla Vera Fede, sui quali i militari pakistani esercitano da mezzo secolo una violenta azione irredentista, sostenuta da un'attiva guerriglia nei territori rivendicati, e il cui prezzo sono state tre guerre indopakistane, conclusesi per i militaristi irredentisti integralisti islamici con tre sconfitte militari e la scissione dell'area orientale del paese dall'area occidentale, ma le tre sconfitte non hanno minimamente inciso sul disegno missionario complessivo islamico: la conversione alla Vera Fede di tutto l'Indostan. E in questo disegno rientra la realizzazione della bomba atomica pakistana, che ha costretto l'India democratica a darsi a sua volta una tecnologia militare atomica.

L'islam, nella sua espansione missionaria, spesso violenta, ha aggirato a oriente l'India, convertendo l'Indonesia e raggiungendo le Filippine, mentre pativa in Occidente, sul continente europeo un arresto, effetto di due sconfitte militari: prima in Spagna e poi nella penisola danubiana, ma senza abbandonare il disegno del suo fondatore Maometto: che ha promesso la conquista e conversione finale all'islam della 'romania', ovvero di quell'area dell'ex impero romano egemonizzata religiosamente dal cristianesimo.

L'Occidente non vuol prendere atto che il disegno islamico è la creazione di un neotribalismo planetario: la riunificazione del genere umano in un'unica tribù intorno all'Unico Vero Dio, che soltanto può assicurare all'umanità la conquista della vera pace.
Un disegno folle, alla corrente logica politica occidentale, ma soltanto quando si leggano i fatti con la semplificazione della frettolosità cronachistica, ovvero si traducano eventi come la strage di Mumbaj, pensati, maturati e realizzati entro una logica simbolica politica totalmente altra rispetto alla nostra, nella nostra logica simbolica politica.

Per capire il senso della strage di Mumbaj, ma anche delle stragi che dall'11 settembre hanno investito l'Occidente, - del quale l'India è a pieno titolo parte, in quanto la nostra più popolosa democrazia - si deve individuare quale sia la visione islamica della guerra. E sul punto, per noi occidentali, molto più illuminante che il discorso dei teologi alcoranici è il discorso di quel teologo principe nella tradizione cristiana che è stato Agostino vescovo di Ippona e maestro di Ambrogio: il vescovo di Milano che imparzialmente perseguitò pagani ed ebrei, anche sostenendo l'introduzione della norma giuridica che vietava ai non cristiani di possedere proprietà agricole.

Agostino affrontò e stabilì quello che resta per i cristiani il canone interpretativo del conflitto bellico, a rintuzzare le accuse dei pagani, che accusavano della crisi politico militare dell'impero la nuova religione.
Per Agostino le sconfitte militari sono la punizione di Dio per i misfatti del popolo. Questo premesso, poi dedusse che, mentre la pace era il fine della politica, la guerra era uno dei mezzi per realizzare la pace. Un mezzo che poteva essere legittimo come difesa, e diventava colpa quando era guerra di preda e di conquista.
Agostino derivava le sue posizioni sulla guerra dalla bibbia; testo dal quale poi anche Maometto avrebbe derivato non solo la legittimazione ma la pratica della guerra: che diventa sempre lecita, come sostennero poi i vescovi di Carlo Magno, e oggi nei loro parlare i teologi alcoranici, quando guerra di conversione mossa agli infedeli, ovvero Guerra Santa.
Nella Bibbia tutta la conquista ebraica della Palestina, fatta di innumerevoli massacri, si regge sulla logica etnocidaria voluta da Dio, spesso spinta fino al genocidio, sempre per volere dell'Unico, logica che conserva ancora tutta la sua forza suggestiva presso i campioni della Vera Fede, in quanto ne modella l'immaginario con gli effetti che abbiamo visto affiorare in questi giorni sulla stampa, dove riferisce i disegni dei nei due ipotetici terroristi lombardi arrestati, e sui quali torneremo, ma dopo aver chiarito la sostanzialmente diversa visione della guerra elaborata dalla cultura occidentale nel luogo delle sue origini: la Grecia arcaica.

Il poema nazionale ellenico, e paradigmatico dell'Occidente, è un racconto di guerra: l'Iliade, ma ecco per le parole di Zeus a suo figlio Ares, il giudizio sul conflitto bellico:
"Per me sei il più odioso degli dèi che abita l'Olimpo; perché sempre il litigio ti è caro e la guerra e le pugne … se da un altro degli dèi tu fossi nato così nefasto, da un pezzo saresti più giù dei figli di Urano. - Iliade, V 888-98."
Esiodo distingue tra due tipi di conflitto: quello caro a Zeus, che oppone il contadino alla terra, il fabbro al fabbro, il vasaio al vasaio, la nobile gara per migliorare, e quello che offende Zeus: il conflitto bellico. La guerra non è mai un valore positivo, come raccontano le sventure che colpiscono i re greci al ritorno da Troia, la loro colpa la mancanza di misura. Da questa premessa teologica evolve la visione laica che percorre le pagine del più grande storico greco. Tucidide, dopo aver evocato la grande flotta ateniese che salpa per Siracusa nella certezza della vittoria, e aver descritto le innovazioni tecniche: la superiorità di questa flotta rispetto a quella che ha sconfitto i persiani e per tecniche nuove e per numero di navi, poi considera che tutto questo investimento è ricchezza che lascia la città a inseguire un progetto di conquista e saccheggio. L'impresa terminerà nella sconfitta e allora i navarchi ateniesi fuggiaschi rifletteranno sul grave errore commesso: l'aver attaccato un popolo libero, con il quale avrebbero invece potuto, anzi, dovuto avviare proficui commerci, perché il solo modo positivo per accrescere le ricchezze sono gli scambi commerciali e i lavori produttivi.

Da questo radicale rifiuto della guerra sorge il pensiero politico dell'Occidente, al quale è profondamente estranea l'idea della guerra come mezzo di accumulo di ricchezze, anche se non di rado questa suggestione ne ha determinato le trame, fino alla grande esplosione coloniale, ma dove un furore patriottico e miti religiosi cristiani di matrice biblica si sono integrati a produrre la visione kipliana del 'fardello dell'uomo bianco', la cui inevitabile tragica conclusione, a confermare la profonda intuizione greca, sono state le due guerre mondiali nelle quali, come già i greci nella guerra del Peloponneso, l'occidente si è gettato nel baratro di una crisi che potrebbe rivelarsi, come quella greca, irreversibile.

Espressione di questa situazione di crisi è stato il bolscevismo: come già il cristianesimo nel tramonto dell'impero romano, tentativo abortito di porre il mondo civile su nuove basi, e come parte di questa crisi è il terzo tentativo islamico di conquistare l'Occidente.
Soltanto entro questo disegno di neotribalismo si coglie la vera prospettiva dei massacri di Mumbaj, non diversi da quelli delle 'Torri Gemelle' o delle metropolitane di Londra e di Madrid, ma per capire che una logica di espansionismo religioso planetario non episodica regge questo disegno aberrante, occorre leggere nelle trame dell'immaginario religioso islamico, dove appunto, come nelle trame neobibliche dell'immaginario agostiniano, la guerra giusta è il mezzo per restaurare la pace. E la sola vera pace possibile per gli islamici si realizzerà soltanto entro un mondo totalmente islamizzato, ovvero con la costruzione neotribale di una società governata dalla legge islamica.
Che questo progetto sia illusorio lo prova la stessa storia islamica. Conquistata l'unità totalitaria, le religioni monoteiste si scindono in lotte feroci di setta, come descrivono le vicende politiche tanto del cristianesimo europeo che dell'islamismo, scisso in sunniti e sciiti, che si combattono da secoli con tumultuante ferocia.

E che questa sia la prospettiva monoteista intorno al principio agostiniano della guerra giusta come mezzo per la pace nulla lo dice quanto l'ordine, in questi giorni, della classe politica ebraica alle proprie forze aeree di preparare un'azione preventiva contro le centrali nucleari iraniane, a impedire a quel paese di realizzare la bomba atomica.
Comune la base religiosa monoteista, ebrei e sciiti islamici persiani sanno che la difesa della fede passa per la guerra come costruzione della pace giusta, che per gli sciiti persiani è la cancellazione dello stato di Israele, se necessario anche con un bombardamento atomico.
L'Occidente non può decifrare questa logica rabbiosa e delirante in quanto non vive più entro l'immaginario simbolico biblico, al quale non ha mai completamente aderito, in ragione delle tenaci sopravvivenze culturali simboliche pagane per la mediazione dei grandi testi filosofici e letterari a discendere dall'Iliade.

Per comprendere il senso di questa differenza, fatto centro sulla divaricante visione della guerra nella bibbia
(Dio lo vuole) e in Omero (Zeus non ama la guerra), dobbiamo tornare ai due operai mussulmani arrestati con l'accusa di progettare attentati terroristici al duomo di Milano, alla questura, a una caserma, a un supermercato. Tali e tanti progetti di massacri ad opera di due sciamannati dice che quei due che si dicevano: "Voglio morire da martire facendo una strage." Erano in tutto e per tutto preda di forme si esaltazione fantastica, come tra noi se ne coltivano discorrendo di sport o di donne. Entro la prigione mentale islamica si discorre invece di conquista del mondo alla 'Vera Fede', e se porta, con le armi, con gli inevitabili effetti eccitanti fantastici devastanti.
L'immaginario islamico, fondato com'è e sulla conquista ebraica della Palestina sul versante arcaico, e sulle campagne militari del Profeta contro gli infedeli, non può che incubare violenza: e inevitabilmente, se perfin il messaggio cristiano, in ragione del suo fondamento biblico, fece emergere dai suoi viscere il furore crociato, nonché quel colonialismo missionario del quale un prodotto ibrido sono gli USA. Ibrido in quanto lo stato USA è stato fondato sul teismo illuminista, espressione di una rimeditazione del monoteismo biblico entro la tradizione classica, soprattutto stoica: che governò la stesura della Costituzione Americana, intorno al diritto alla felicità e la libertà di pensiero.

Oggi il rischio è che questa visione laica democratica si interponga tra l'Occidente e l'islam, impedendo all'Occidente di vedere la minaccia in atto nel progetto islamico di neotribalizzazione del mondo intorno alla rivelazione coranica, anche per i messaggi disturbanti degli immaginari simbolici ebraico e cristiano, gestiti dai rispettivi cleri; cleri sostanzialmente cointeressati a una rinascita islamica, a legittimare le loro assurde posizioni: e un bell'esempio ne sono, nell'ultima settimana, quelle del vaticano contro l'ONU su omosessuali e diritto dei disabili, dai quali il Vaticano ha dedotto la necessità di impedire la condanna delle discriminazioni degli omosessuali e dell'aborto terapeutico.
Le posizioni di quanti sostengono un'origine eterna trascendente divina delle leggi morali si tengono, e confermano intorno al concetto agostiniano-islamico di 'guerra giusta' che dice, a chi vuol intendere: c'è un'insanabile opposizione tra democrazia lib-laburista e religioni rivelate monoteiste.

Il massacro di Mumbaj non è che un episodio, e perfin minore, entro la tenace lotta dell'immaginario politico religioso monoteista che cerca la pace attraverso la guerra giusta al mondo empio dei miscredenti pagani. È una guerra che dura dall'ingresso del popolo di Dio in Palestina, e che si concluderà aut con la distruzione del genere umano in una grande guerra di religione, aut nella scomparsa, per damnatio memoriae, di ogni credo monoteista.

Piero Flecchia
Dicembre 2008

 

 

 


Una pedagogia per il paese:
il caso Alitalia oltre le mitologie

Nel redazionale del quotidiano 'La Stampa' di venerdì u.s., a titolo 'Nostalgia di Pertini' per il sempre attento e acuto Marcello Sorgi: "La rottura della trattativa per il salvataggio Alitalia, sempre che sia davvero definitiva, segna la prima sconfitta del governo Berlusconi, e la vittoria dei sindacati … ma segna prima di tutto una sconfitta per il paese." E perché il fallimento delle trattative tra la cordata e il personale Alitalia per Berlusconi sia una sconfitta, Sorgi lo spiega così: "Trent'anni fa, in una delle prime volte che gli aerei rimasero a terra e i passeggeri abbandonati negli aeroporti per via di aquila selvaggia, intervenne Pertini … non dovette alzare la voce: si fede obbedire mettendo sul tavolo solo il peso della sua storia personale e il ruolo di primo cittadino d'Italia."

Nel punto di vista di Sorgi sul caso Alitalia: la sua similitudine pertiniana, c'è anche la spiegazione del singolare, paradossale grido liberatorio del personale Alitalia di Fiumicino, alla notizia che la trattativa era fallita, come la sensazione di sconfitta del partito berlusconiano, ma siamo davanti a una lettura dei fatti deformata dal mitologema che ha organizzato il 'disastro Prima Repubblica', orchestrata da una ben precisa forza politica trasversale: il partito del debito pubblico, capace di iniettare nel paese un virus culturale che continua a mantenersi attivo e devastante entro le strutture non solo della burocrazia statale, ma anche e soprattutto nel mondo della cultura, ed è la vera ragione che fa apparire Brunetta un alieno e la maestra unica un pericoloso colpo alla democrazia.

Il sistema della Prima Repubblica si reggeva su un modello familistico cattocomunista di socialdemocrazia, che aveva anche abrogato l'idea svedese dell'uso del capitalismo come animale da tiro, forza di sostegno dello stato assistenziale, che era chiamato a svolgere una mediazione concreta tra l'utopismo operista bolscevico e l'economia di mercato, una mediazione politica nata dal conflitto tra capitalismo e rivoluzione proletaria.
Lo stato socialdemocratico, anche nella versione USA, è stato una creazione vincente della mediazione politica, ma fondato sul basso costo delle materie prime e dell'energia, ovvero, oggi a cose viste e consumate, su una condizione di sottosviluppo endemico di aree continentali e di una situazione di conflitto radicale, anche se non guerreggiato, tra capitalismo e comunismo, che costringeva il capitalismo a costi aggiuntivi per comprarsi il consenso di vaste aree sociali.

In questa situazione, in quanto terra di confine tra i due imperi, l'Italia ha goduto di una rendita aggiuntiva di posizione, incamerando sovraprofitti perfin dal sempre più stremato impero comunista, costretto a sostenere il PCI e la organizzazione economica parallela nel paese, articolata tra COOP e costosa macchina della propaganda.

Il modello socialdemocratico, anche in paesi a bassissimo tasso di corruzione: Scandinavia, Inghilterra, Germania, è entrato in crisi per deriva propria, tra gli anni '970-80, sotto la pressione di crescenti attese dei ceti medi burocratizzati verso lo stato assistenziale, avviando quell'onda politica liberista che in Italia è giunta tardi e male, intorno alla leadership Craxi, del quale i Brunetta, i Tremonti, i Sacconi erano parte, e non a caso troviamo oggi ai vertici dello stato italiano.
La crisi del modello di stato socialdemocratico in Italia si delinea con la vittoria sul modello di Berlinguer della marcia dei 'quarantamila', che avvia il paese a un'economia di mercato, ma che deve fare i conti con il familismo cattolico, con la presenza capillare e massiccia del crimine organizzato: che ha sapientemente usato la crisi di tangentopoli per riorganizzarsi, mentre nella crisi di tangentopoli era intanto andata smarrita anche l'istanza culturale neoliberista, sopraffatta da quella etica giustizialista, che chiedeva anch'essa attive riforme del sistema.

Con e approfittando della perdita di capacità di intervento della politica, per l'effetto tangentopoli, l'articolazione parassitaria corporativa del partito del debito pubblico, fortemente sostenuto dal crimine organizzato, si è anch'esso riorganizzato intorno a un potere bancario pericolosamente autonimizzatosi e postosi come solo referente per il paese. Detto altrimenti, in Italia il partito trasversale del debito pubblico si è massicciamente rafforzato, mentre nelle altre nazioni europee si dissolveva al mutare del quadro economico in ragione e attraverso un sostanziale cambiamento dei modelli concettuali, giocati intorno all'onda lunga neoliberista.
Un'onda lunga comunque poco liberale, in quanto guidata dalla finanza e dalla speculazione: da una volontà di ricchezza facile, realizzata non attraverso la produzione d'impresa, ma attraverso la speculazione finanziaria, articolata intorno ai grandi fondi di investimento, che hanno creato un mercato sovrapposto e avulso di fatto dalla produzione delle imprese; imprese ridotte dalla fenomenologia della finanziarizzazione come fine a puri valori cartacei azionari.

In Italia, il partito del debito pubblico non poteva non balzare su quest'onda, ben cavalcata tra gli altri da Massimo D'Alema e i suoi capitani coraggiosi, fino alla devastazione economica di Telecom, fonte di molte grandi ricchezze private.
A darsi una legittimazione sociale, il partito del debito pubblico doveva intanto difendere la vecchia logica pseudo-socialdemocratica all'italiana appena attenuata, e di questo logica affaristica del partito del debito pubblico Alitalia è il caso paradigmatico.

Venduta dallo Stato, i suoi titoli hanno prodotto profitti e ricchezza per i ceti dirigenti, ma in ragione di una totale disgiunzione tra valore di mercato dei titoli e valore economico reale dell'impresa; ma a suo modo singolarmente solida, in quanto i suoi debiti ripianati, fin dagli anni '980, dallo Stato, ovvero dai contribuenti, chiamati in solido a sostenere un soffocante debito pubblico, dov'è la ragione prima dell'alta imposizione fiscale.

Paese che non ha ristrutturato, se non alle sue periferie produttive, la propria macchina economica, oggi l'Italia si trova a dover affrontare la grande crisi per l'esplosione della grande bolla speculativa planetaria - effetto della globalizzazione -, che ha imposto al più liberista degli stati: gli USA, e retto da una presidenza liberista, di intervenire pesantemente per la mano dello Stato, ovvero a contraddire l'assunto politico con il quale il Presidente era giunto al potere. E il fatto segnala in modo inequivocabile che l'onda lunga liberista, davanti al crollo del suo modello finanziario speculativo, deve arrestarsi, e per una ragione cardine: bisogna salvare la base produttiva reale dal coinvolgimento, o la crisi andrebbe ben oltre le dimensioni socialmente tragiche del '929, dove furono poste le premesse della seconda guerra mondiale, determinata dalla scelta di ogni Stato di puntare su soluzioni autonome concorrenziali, o autarchiche.

Questa visione autarchica, il suo modello culturale simbolico, in Italia non è mai stato sconfitto, in quanto tutte le grandi operazioni infrastrutturali del Paese nel secondo dopo guerra sono state realizzate dallo Stato, che negli anni '970-80 ha di fatto nazionalizzato la penisola: l'economia pubblica nell'Italia era percentualmente superiore che nella Polonia bolscevizzata.
Quest'economia pubblica è finita nei grandi disastri che hanno affossato la chimica italiana, e ridotto il paese a una economia subalterna, dopo essere stata trainante nello sviluppo economico mondiale.
Di quell'economia di Stato l'Alitalia è un relitto fossile che si desta a nuova speranza, anche in ragione delle stesse dichiarazioni del Presidente del Consiglio, quando e dove difende il diritto del Paese ad avere una grande compagnia di bandiera, in ragione del suo primato turistico.

Chi in Italia fa quattro righe di conto, da almeno trent'anni evita di volare Alitalia, perché più cara, e appunto per questo soprattutto i turisti esteri giungono in Italia con voli delle loro compagnie. Per quale ragione Berlusconi ha sostenuto la singolare tesi del nesso Paese- compagnia di bandiera?
Perché anch'egli, in qualche modo, partecipa dello stesso mitologema che fa scrivere a Marcello Sorsi che la fine di Alitalia sarebbe un disastro per il Paese. E un altro richiamo mitico comune e universale lo denota: la difesa dei posti di lavoro, a cui i dipendenti Alitalia hanno risposto a quel modo che si vede nelle foto sui giornali.

Ventimila dipendenti sono esattamente un quinto dei licenziamenti FIAT e un po' meno di un quarto di quelli di Telecom, e neanche un terzo di quelli previsti dalla riforma scolastica Gelmini, tutti certamente meno visibili, ma che dicono come nella questione Alitalia il problema dei licenziamenti sia, come la questione nazionale, pura mitologia accessoria, il vero centro della questione la riforma della macchina sociale complessiva verso forme di economia fondate sulla logica di bilancio, ma che, sostenuta da una struttura simbolica culturale legittimante, il partito del debito pubblico è fermamente deciso a impedire, il caso Alitalia la sua linea Piave.
Un disastro reale è per il paese se Alitalia continua a volare secondo i mitologemi che la reclamano nel cielo entro la portanza parassitaria che ha sostenuto fin qui la sua ala nei cieli: fabbricare privilegio per pochi e debiti per tutti, sottraendo denaro all'economia reale del paese.

Questa situazione disastrosa per il Paese continuano a reclamare i dipendenti Alitalia di Fiumicino; questo parla dal loro liberatorio grido alla notizia del fallimento delle trattative con la possibile nuova proprietà, venuta con un preciso disegno: ricondurre l'industria dei trasporti aerei italiana entro quella logica ardua del profitto che un vasto complex politico- burocratico e imprenditoriale del Paese è ben deciso a rifiutare, ma la cui vittoria significherebbe un'ulteriore crescita della già immane voragine del debito pubblico. Sarebbe la riduzione dell'Italia a una seconda Argentina: il cui debito pubblico corrisponde grosso modo ai capitali esportati e al sicuro in banche svizzere e affini dalla sua classe dirigente; e così andrà anche in Italia, se il partito del debito pubblico vincerà la battaglia Alitalia.

Quanto grande in Italia la forza del partito del debito pubblico, lo individua l'assoluta impopolarità a suo tempo dell'allora ministro Bersani, reo di aver tentato riforme minori e periferiche, che ledevano i piccoli interessi di notai e taxisti e farmacisti.
Il personaggio ancora recentemente è stato sbertucciato dal ministro Gasparri per quegli esiti, pagati cari in termini elettorali dal centrosinistra. Ma il ministro Gasparri è, e non solo idealmente, del partito del debito pubblico, come lo è Veltroni, ma Berlusconi è stato votato maggioritariamente proprio da quella parte del Paese che deve pagare il debito pubblico. Quella parte, fatta di ceto medio basso produttivo che, se si arrivasse alla bancarotta argentina, dovrebbe pagarne il costo, il ceto dirigente ben poco toccato.

Berlusconi lo ricordi: il suo destino politico, come il giudizio della storia sulla sua parabola politica, non saranno determinati né dal caso Napoli né dal caso Alitalia, ma da come e quanto saprà umiliare e tenere ai margini il partiti del debito pubblico: questo si gioca oggi nel Paese, questo è il vero senso anche del caso Alitalia.

Piero Flecchia
Settembre 2008

 

 

 


Tra Ghino di Tacco e Carlà in Sarkò
Una nota sull'economia criminale della
Prima Repubblica, in margine al rapimento Emanuela Orlandi

Per Augusto Del Noce (1910-89), sodo filosofo neotomista, l'origine del fascismo è nell'Attualismo, la sintesi filosofica, esposta nelle sue linee essenziali, da Giovanni Gentile tra la fine dell'800 e gli inizi del '900, senza la quale, per il Del Noce, Mussolini non avrebbe saputo produrre quella sorta di rivoluzione plebea antiborghese che fu lo stato corporativo.

Del Noce era pensatore profondo e attento, ma anche impegnato a sostenere la necessità per l'Italia di un ruolo centrale della tradizione cattolica, disgiungendola dal Fascismo.
Un ruolo che riceve un'inquietante illuminazione da un episodio apparentemente marginale, ma dal quale dovrà partire ogni futuro serio studio storico sulla decomposizione della Prima Repubblica: la sepoltura nella chiesa romana di sant'Apollinare del delinquente per nulla pentito noto come 'Renatino', uno dei grandi capi della banda della Magliana.

La questione è clamorosamente affiorata nel sistema dell'informazione intorno alla nuova spiegazione circa il rapimento di Emanuela Orlandi, l'adolescente figlia di un funzionario del Vaticano, la cui scomparsa era stata finora legata alla Guerra Fredda. Nella nuova versione la 'Guerra Fredda' resta sempre, ma sullo sfondo, come causa remota. Stando al giudice istruttore che ha indagato sulla galassia 'Banda della Magliana' è perfettamente credibile che questi delinquenti rapissero, su commissione della mafia, la povera ragazza, per dare un avviso allo IOR, chiamarlo a coprire le perdite degli investimenti mafiosi nell'Ambrosiano, il cui fallimento sarebbe da imputare agli investimenti vaticani in Polonia nella lotta anticomunista.

In quest'interpretazione, non monsignor Marcinkus sarebbe la persona che diede l'ordine di rapire l'adolescente, ma la vittima del ricatto. Come siano andate le cose forse non lo sapremo mai, ma questa collusione scoperta di capitali criminali e finanza vaticana, riciclatrice di soldi della droga e dei sequestri di persona, non è per nulla così campata in aria e permette di spiegare molti tratti locali altrimenti incomprensibili del crepuscolo della Prima Repubblica, a partire dal singolare pseudonimo 'Ghino di Tacco' preso da Craxi in alcuni suoi interventi a commento della politica italiana dalle colonne proprio dell'Avanti.

Bandito attivo nella maremma, di Ghino abbiamo memoria atttraverso una novella del Boccacio: rapisce un cardinale gottoso e lo guarisce, durante il rapimento, somministradogli un cibo spartano. Mi ero sempre chiesto per quale ragione quello psudonimo craxiano, ma che il quadro emerso oggi intorno al rapimento Orlandi spiega infine con perfetta coerenza.
Craxi aveva certamente notizie di prima mano dei traffici tra finanza vaticana, mafia e industria dei rapimenti, e con quello pseudonimo a quei traffici alludeva tra gli allora 'color che sanno le segrete cose', e soprattutto alla necessità di una immediata cura dimagrante della chiesa, come poi il suo concordato almeno in parte si propose.
Per Craxi bisognava spezzare il ciclo perverso tra finanza nera e criminalità, perché stava distruggendo il Paese, ovvero ne stava devastando il tessunto produttivo, soprattutto nell'area dell'allora centrale triangolo industriale. E quanto profonda questa devastazione nulla lo dice quanto la vicenda familiare che ha fatto di Carla Bruni Tedeschi la signora Sarkozy.

Negli anni del rapimento Orlandi mi accadeva spesso di incontrarmi con un gruppo di amici nel negozio di pianoforti Chiappo, in Torino, nella storica piazza Vittorio. Un negozio di antica tradizione, dove mi accadeva di incontrare, di primo pomeriggio, impegnate selvaggiamente a pestare sui tasti, due magnifiche givanottone, una bella signora e un non meno elegante signore di mezza età. Era la famiglia dei proprietari della CEAT, allora con la Pirelli la più grande fabbrica di pneumatici italiani, e tra i leader mondiali nel settore dei cavi. La sede della CEAT non era lontana, e le tre donne venivano, nell'intervallo del pranzo, a fare musica con il padre e marito, noto in città non meno che per la proprietà della CEAT - dopo la FIAT la maggore industria, con oltre allora 30.000 dipendenti e stabilimenti in tutto il mondo - per essere un appassionato musicologo, compositore, e generoso mecenate: era stato sovrintendente del teatro lirico 'Regio' ovviamente senza spese per l'Ente, e protagonista una vasta attività musicale con echi internazionali.
Il titolare del negozio di pianoforti mi disse che purtroppo stava per perdere quei ricchi e preziosi suoi clienti, a causa della paura dei rapimenti. Bruni Tedeschi stava trattando per cedere la CEAT a un gruppo inglese, e ritirarsi in Francia.
Perché proprio in Francia?

La spiegazione che il dottor Chiappo mi diede fu approfondita ed esauriente: anche in Francia la malavita aveva tentato, e prima che in Italia, la strada dei rapimenti, per i criminali industria di vasti e facili profitti, ma a una condizione: che lo Stato permettesse la mediazione tra la famiglia della vittima e i criminali. In Francia la malavita sapeva che chi andava a ritirare il riscatto era assassinato a freddo dalla polizia: che aveva l'ordine di impedire ogni transazione economica tra la famiglia di un rapito e i rapitori. In Italia ormai le cose erano a un punto tale che, nei grandi rapimenti, anche la fase della consegna del denaro era saltata. Si stipulavano polizze assicurative e le compagnie pagavano estero su estero, in quanto i rapitori godevano di protezioni troppo in alto.

E così i Tedeschi lasciarono l'Italia, che ne pagò il prezzo: la scomparsa della CEAT. Innumeri furono le medie aziende del triangolo industriale che si trasferirono o nell'area francese delle Alpi o nell'area catalana, avviando quel processo di deindustrializzazione che di fatto era la conseguenza di una politica in alto loco, e che non poteva che condurre la Prima Repubblica a quel disastro che Craxi vedeva chiaramente venire, e ritenne di poter scongiurare quando crollò il bolscevismo, per cui cadeva la logica perversa alla base del cattocomunismo: la logica del tanto peggio tanto meglio, che vedeva nella rovina del tessuto economico nazionale, dalla sponda comunista, il passo necessario verso la conquista del potere. Ma la congrega era ancora così forte da costruire una sua linea Piave, un cui caposaldo estremo è il sarcofago del capobanda della Magliana in sant'Apollinare e l'altro nella dottrina delle origini gentiliane del fascismo di Augusto Del Noce.

Ognuno si fabbrica le opportune pezze di nobiltà secondo sua scienza e conoscenza. Al nostro poco di scienza appare chiaro che il fascismo sta a Gentile poco più poco meno che Marx al bolscevismo, mentre una molto più profonda corrispondenza, pur nelle profonde differenze formali, tiene l'esilio di Craxi in Tunisia e quello dei Bruni Tedeschi in Francia. E soprattutto l'origine dell'economia della corruzione, intorno alle imprese di Stato, dov'è la causa prima di 'tangentopoli', in quanta parte non nasce e si articola, intorno all'aggressione criminale mafiosa al sistema economico - quanto meno nell'indifferenza degli alti apparati statali - che nell'industria dei rapimeniti ebbe il suo elemento centrale?

Piero Flecchia
Luglio 2008

 

 

 


Quando gli zingari diventano 'i Rom' e la fuga dall'inferno reato
Una nota sulla dialettica tra diritto e costume


Ogni società definisce la propria forma e tipo di convivenza: di 'civiltà', a dirla con vocabolo paludato, soprattutto attraverso il tipo di comportamenti che individua trasgressivi del buon vivere comune, ergo colloca nella classe delle devianze criminali da reprimere.
Nelle società primitive e protostoriche le trasgressioni sono individuate dagli insegnamenti degli antenati, che hanno fissato la giusta linea di comportamento nelle relazioni tra classi di età, sessi e gruppi professionali; relazioni spiegate dai racconti mitici e scandite da passaggi rituali.

Nelle società storiche statali l'individuazione delle devianze è compito delle leggi, traduzione in normativa di un sistema etico fondato su un insegnamento religioso. Ma quando il progetto etico che fonda la norma giuridica: la licenzia, rimanda a un fondamento religioso, inevitabilmente la norma giuridica è ex ipotesi sottratta all'analitica razionale, con effetti nei disegni e attuativi e interpretativi spesso tragicamente devastanti il tessuto sociale, sia a livello di gruppi che di persone, come descrivono le guerre di religione.
E fu proprio per sottrarre l'area delle relazioni interpersonali di una comunità agli effetti devastanti della sacralizzazione della norma giuridica che nella Roma tardo repubblicana si separò il formalismo legislativo dal sacro, ma a chiarire il complesso nodo meglio varrà un esempio concreto.

Intorno al 1840 Cristina Trivulzio, più nota come principessa di Belgioioso, scrisse e pubblicò una storia del dogma cristiano in lingua francese, molto apprezzato dalle grandi personalità intellettuali parigine dell'epoca: Thiers, la Sand, Cousin, Balzac. Thiers soprattutto elogiò la capacità della Trivulzio di cogliere la storicizzazione del processo, ovvero il mutare della struttura dogmatica in rapporto alle trasformazioni sociali. Il punto invece indignò profondamente Alessandro Manzoni, che accusò la cattolicissima Cristina di laicismo modernista, ma lo scrittore non si limitò a confutare intellettualmente la posizione della Trivulzio, portò lo scontro sul piano personale.

Giulia Becaria, la madre del Manzoni, aveva ottimi rapporti con Cristina, ma quando si ammalò gravemente lo scrittore ordinò alla servitù di vietare alla Belgioioso di visitare la malata, ad evitare che una persona in pericolo di vita patisse la vicinanza infettante di una pericolosa peccatrice: una donna profondamente immorale, l'accusa di don Lisander a Cristina. Un'accusa d'immoralità ben singolare, visto il pulpito: il Manzoni aveva ritenuto legittimo non solo intascare l'eredità del padre giuseppesco, il conte Manzoni, ma anche quella dell'Imbonati, amante della madre, donna di ben più liberi costumi della Belgioioso. Un tal comportamento, rivoltante alla norma evangelica, del nostro maggior romanziere nazionale si spiega soltanto entro la tradizione patriarcale antifemminista, che troviamo al centro delle più diverse civiltà storiche, in combinazione con l'ignobile istituzione della schiavitù, ben radicate anche nella civilissima Atene dei tragici e dei grandi oratori e storici.
Nella civilissima Atene di Pericle e del teatro tragico non era reato il possesso di schiavi o lo stupro di una donna sola sulla pubblica via, come appunto continuano a non essere considerati reati nella civile Arabia saudita, dove invece per le donne è reato punito con l'arresto immediato guidare l'auto.

Nell'antica Roma, al tempo dei Cesari fu introdotto il reato di lesa maestà, forse a imitazione dei regni alessandrini, reato che la Repubblica non conosceva, e che poi si è affermato ed è stato recepito nei seguenti duemila anni da tutti i codici occidentali, e dov'è il nucleo della giurisdizione punitiva repressiva dell'area dei cosiddetti reati d'opinione, poi messi al bando, come l'inquisizione, dalla reazione illuminista tra '700 & '800.

Il reato per eccellenza invenzione della civiltà giudeocristiana, introdotto dall'impero romanocristiano, fu quello di divinazione, pratica immemorabile, ma il cui esercizio comportò, a partire da un editto di Teodosio (IV secolo), la confisca dei beni e la distribuzione tra il/i delatori, lo stato e la chiesa dei beni di chi esercitava la divinazione e dell'interrogante. Da questa invenzione giuridica della confisca dei beni dei praticanti la divinazione evolverà tutta la macchina repressiva inquisitoriale, mentre dal reato di lesa maestà discenderanno tutte le diverse forme di repressione della libertà di pensiero, una cui privata manifestazione la critica del Manzoni alla Belgioioso, colpevole del reato di lesa divinità, per il Nostro causa e luogo dei costumi corrotti e della vita immorale della Belgioioso, ma costumi corrotti e vita immorale della donna veri soltanto nella fantasia del romanziere.

In una legislazione repressiva ben articolata quale quella europea uscita dalla società delle monarchie assolute era però singolarmente assente il reato di immigrazione clandestina, oggi invece ampiamente recepito dalle varie legislazioni europee.

Oggi in Italia l'opinione pubblica non dubita che soltanto in ragione di questo vuoto legislativo - al quale infine oggi anche la patria del diritto, consule Berlusconi, ha posto rimedio - tra i secoli XVI & XVII si affacciarono nei paesi europei, dalle enigmatiche distese danubiane, gruppi di una misteriosa etnia, che avanzarono, dilagarono in tutto il continente, frazionati in piccoli gruppi, diventando in Italia e in Francia gli zingari, in Spagna i gitani, senza i quali come avrebbe fatto Bizet a trovare la musica della sua Carmen?
Erano gruppi portatori di una loro cultura, ma anche nell'Italia dell'800 e primo '900, di una loro funzione nel mondo agricolo: calderai, stagnini, commercianti di cavalli, artefici di minuta bigiotteria, detentori, soprattutto le donne, di loro forme di quel sapere divinatorio che l'inquisizione aveva imparzialmente cancellato e nei paesi cattolici e riformati, o quanto meno trasferito nelle zone d'ombra profonda, trasformando questo sapere religioso immemorabile in trasgressione, ergo reato.

Nel vuoto di strade e di mercati che separava, frazionava l'Italia ottocentesca, i nostrani zingari trovarono un loro ruolo di mediatori. In quel chiuso mondo agricolo i loro mestieri artigiani e i loro saperi magici svolgevano un ruolo, ma che si è dissolto con l'avvento dell'urbanesimo, mentre una furibonda persecuzione si abbatteva su questa etnia, che ha pagato ai lager nazisti un tributo tragico non meno grande di quello degli ebrei.

Negli anni dell'immediato dopo guerra in Italia gli zingari come entità distinta hanno perduto, con la scomparsa del mondo agricolo tradizionale, la loro specifica funzione economico sociale, che li aveva individuati: assegnato loro un ruolo nel tessuto sociale tra '700 & '800. Degli anni '950 del secolo scorso hanno partecipato della generale crescita economica del paese, attivi in alcuni settori particolari: giostrai, commercio ambulante, spesso muovendosi tra legalità e microcriminalità: dove hanno svolto un ruolo attivo centrale, in gran parte deliberatamente ignorato dal sistema repressivo, che considerava questa microcriminalità fisiologica e a un tempo irrilevante, in ragione del vero doppio problema criminale nazionale: la mafia e la corruzione, spesso pericolosamente intrecciate.

Questa lotta all'intreccio nefasto è stata dagli apparati giudiziariorepressivi italiani della prima repubblica hanno clamorosamente perduta. Tra gli anni '960-70, con la Sicilia, transitavano sotto il controllo della grande criminalità la Calabria, la Puglia, la Campania, e interi territori di Piemonte - un esempio la valle di Susa - della Lombardia e del Veneto.
La stessa caduta della Prima Repubblica, oggi imputata alla fine del comunismo, se in quel fatto storico ha la sua causa occasionale, ha invece nella perduta lotta al grande crimine organizzato la vera causa prima. Ergo, molto opportuno è stato il rafforzamento, nel pacchetto 'Sicurezza' del governo Berlusconi, delle misure contro l'area della grande criminalità mafiosa.

Putroppo in questo pacchetto il governo ha incluso anche provvedimenti repressivi mirati contro gli zingari e gli immigranti, inglobati in una unica partita di giro giudiziario, che è sostanzialmente un errore legislativo, in quanto le devianze criminali di soggetti di queste due minoranze vanno colpite attraverso il principio della responsabilità individuale, impensabile giuridicamente colpire come reato di gruppo l'essere zingari o migranti.
Un esempio concreto sul punto.

Tutti ricordano l'omicidio, nel bresciano, della giovane Hinna, uccisa e fatta a pezzi perché aveva rifiutato di sposare uno zio in Pakistan, preferendogli un giovanotto del luogo. Accettando di registrare la differenza etnica come produttrice di norma giuridica repressiva, lo stato italiano oggi dovrebbe applicare agli assassini di Hinna la legislazione islamica, ergo consegnarli al diritto pakistano, che li manderebbe assolti.

Non solo lo stato italiano, ogni stato per esistere deve stabilire, entro i propri confini, una rigorosa eguaglianza di tutti davanti alle proprie leggi, e questo viene meno con il reato di immigrazione clandestina, ovvero la trasformazione di un comportamento dettato dalla disperazione in devianza criminale. Produrre la norma giuridica che stabilisce l'immigrazione cosiddetta clandestina comportamento criminale è introdurre una pericolosa dilatazione arbitraria del crimine, un cui primo effetto sarà di rafforzare il potere, ergo il ruolo nefasto dei cosiddetti caporali nell'organizzazione del lavoro dei migranti clandestini, facendo in potenza di ogni clandestino un manovale della nostra grande criminalità, raforzandola pericolosamente. Questo è il vero pericolo per il vivere civile che il reato di immigrazione clandestina innesca, in termini di civiltà giuridica da collocare nella stessa classe delle leggi contro la lesa maestà o la divinazione, in quanto orineta verso la vasta area del nostro grande crimine gente che sta semplicemente evandendo da inferni ai quali molto spesso l'Occidente ha contribuito.

Il problema non è l'intoppo che il reato di immigrazione clandestina crea nel traffico di badanti e altra mano d'opera. Un tal modo di ragionare è perfin più rivoltante del puro sciovinismo razzista, in quanto realizza questo razzismo aperto in forma implicita devastante; a dirla con una aggettivo molto intellettuale: forma manzoniana. Dun Lisander Manzoni, infatti, oltre che di corrotti costumi, accusava Cristina Trivulzio di alfabetizzare e insegnare delle professioni artigiane ai braccianti del suo feudo di Locate, perché se tutti imparano una professione, chi farà più il domestico?

Il Manzoni separava il servidorame agricolo e lo isolava, collocandolo in una sorta di eternità metastorica, dove nel suo ruolo di conte borghese bigotto si realizzava una sorta di eternità intangibile garantita da una trascendenza. Questo stesso bigottismo saccente e presuntuoso, anche se in altre forme: noi siamo i migliori, ha condotto al disastro l'attuale classe dirigente moralmente povera e intellettualmente comica del centrosinistra, dove perfin un Tonino Di Pietro svetta.

E c'è questa stessa logica in chi pensa un mondo dove i vecchi italiani hanno diritto a badanti rumene, filippine, ispanico-americane, le nostre fabbriche a braccia africane e slave: alla fine di tutto questo nostro mondo italiano, suo vero tocco di stile, ci sono poi i film tratti dai romanzi dei Veltroni, questi sì veri reati di immigrazione clandestina nei reami della cultura, ma questi non perseguiti bensì celebrati dalla repressione dei critici letterari.
La vita è un gioco, ma che val la pena d'essere giocato solo dove e quando, se non le opportunità, almeno le regole sono uguali per tutti, altrimenti diventa lerciamente manzoniana: riduce le anime oneste quali la Trivulzio a puttane; peggio a pubbliche minacce, secondo una logica rovesciata della clandestinità.

Nella gente la paura dei Rom non sorge dal nulla. Essa, a differenza degli apparati repressivi della prima repubblica, aveva già metabolizzato, negli anni '970-80 una massiccia esperienza negativa circa gli zingari nostrani, ai quali, dalla fine del comunismo, si sono aggiunti, dall'area danubiana, nuovi gruppi di questa minoranza etnica, che in Europa si aggirerebbe oggi sui dieci milioni. In Italia sono circa 180mila, mentre in Francia sono 400mila, eppure soltanto in Italia gli zingari-rom sono diventati un problema drammatico, ma per la totale assenza di ogni intervento di politica sociale, coniugata con la sostanziale tolleranza degli apparati repressivi, indifferenti alla microcriminalità.

L'inefficienza del nostro sistema repressivo è parte, dettaglio esplicativo della generale inefficienza del sistema nazione, con al centro l'inefficenza del ceto politico. Questo ha creato in Italia il trauma sociale Rom, ma la nuova ondata di zingari balcanici, i cosiddetti Rom, ha soltanto rafforzato una deriva dei nostri zingari, che in ragione delle congiunte assenza di politiche di integrazione e inefficienza repressiva hanno organizzato e sfruttato spesso i nuovi venuti, facendo un passo in progresso nel mondo criminale. Un dettaglio a chiarire.

In Italia il più clamoroso furto di oggetti d'arte degli ultimi anni è stato il saccheggio di mobili della palazzina sabauda di caccia di Stupinigi: cassettoni, stipi, sedie per qualche miliardo di euro. Questi mobili furono caricati su due camion e portati via mentre i guardiani e l'impianto di videosorveglianza latitavano. Per alcuni anni la polizia le provò tutte, e soprattutto le assicurazioni: che dovevano risarcire una fortuna, ma ecco che le forze di sicurezza trovarono il tesoro di mobili in un prato. Un giudice volle vederci chiaro in un furto che sembrava opera della 'ndrangheta, o almeno in questa direzione i confidenti e la stessa polizia cercarono di indirizzare le indagini del magistrato, che invece accertò che il furto era stato opera di quegli stessi che avevano fatto da informatori della polizia e permesso di recuperare la refurtiva. Loro i ladri, decisi a patteggiare un premio attraverso la polizia con le assicurazioni per consegnare la merce: erano zingari piemontesi.

Nella vicenda dei mobili rubati di Stupinigi emerge tutta la fragilità del sistema repressivo italiano, fino all'uso spregiudicato che una parte della criminalità fa dell'altra: nel caso specifico, la banda di zingari della criminalità calabrese. Ma prima di diventare un problema politico, gli zingari sono stati a lungo, nelle aree metropolitane, e non meno nelle aree turistiche delle seconde case, un problema criminale, del quale la macchina repressiva italiana si è fatta ben poco carico e per questo diventato: asceso a problema politico in ragione della sua incidenza sociale. E nulla lo descrive quanto una macroscopica trasformazione strutturale del sistema di difesa delle nostre abitazioni private.

Ancora alla fine degli anni '970 in tutte le città italiane i portoni dei condomini erano aperti e le porte avevano serrature normali. Poi, e molto prima che dalla Romania arrivassero i 'Rom', in breve tempo, al volgere del decennio degli anni '980 tutti i portoni delle case sono stati chiusi, mentre a Torino due artigiani hanno creato forse le sole due rampanti, tra le declinanti industrie metalmeccaniche della città: due fabbriche di serrature e porte blindate.

Dagli anni '980, da prima dunque che gli zingari diventassero 'Rom', in Italia non si costruiscono o restaurano più appartementi senza porta blindata e serratura di sicurezza con chiavi ad esplusione, per vanificare lo scasso con il trapano. Questa trasformazione urbana: trasformazione effetto di una clamorosa inefficienza del sistema repressivo, ha posto fine a una vera età dell'oro degli zingari nostrani, quando giovani zingari con palanchino e trapano potevano svaligiare anche dieci alloggi in un giorno. Antifurti, alloggi blindati, videocitofoni sono stati la reazione dei cittadini, ovvero l'autodifesa con mezzi leciti, che ha inevitabilmente spinto gli zingari delinquenti a una illegalità violenta, che in un paese civile dovrebbe essere un problema di polizia, ma che in Italia è diventato un problema politico in ragione delle lungaggini processuali, dell'invasiva pressione sulle forze dell'ordine della grande criminalità organizzata, dell'assoluta assenza di un vero governo politico della realtà sociale. Da qui poi, negli anni '990 la rivolta contro i partiti tradizionali, la loro liquidazione elettorale e il forte discredito complessivo della classe politica che ha gestito l'autunno delle Prima Repubblica, tra l'altro caratterizzata dall'industria del rapimento, che quanto nulla descrive la perdita del controllo sul territorio da parte dello stato.

Un esempio: alcuni anni or sono, quando non solo a Torino gli appartamenti, ma fin nelle Langhe e nel Monferrato si blindavano i cascinali, trovandomi in Aspromonte per una gita con una persona del posto, scopersi che tutte le case disabitate erano aperte, ovviamente per dare rifugio a 'ndranghetari di passaggio, ma in queste case nessuno si sarebbe azzardato a rubare, e però non per l'azione repressiva dello stato, ma della grande criminalità organizzata: ecco come finì la prima repubblica, ecco il vero nemico della seconda.
Questo il quadro giudiziario-repressivo della nazione, a oggi ben poco mutato, introdurre il reato di immigrazione clandestina è introdurre nella nostra già troppo manzonisticamente conformista cultura, un elemento di trasformazione negativa della più antica e sacra delle leggi umane; la legge che fonda tutte le civiltà, legge che Ulisse invoca sulla soglia del Ciclope: la legge dell'ospitalità.
Chi emigra sulle carrette del mare, affrontando un cammino che per portarlo in Europa a volte si protrae per tre-quattro anni, è incalzato da quella stessa disperazione che portava i nostri emigranti ad attraversare l'Atlantico, o cinesi e i giapponesi ad attraversare l'oceano Pacifico.

Questi disperati inseguono una speranza come quelli, e la nostra civiltà occidentale, e soprattutto l'Italia sia cristiana cattolica di Cristina Trivulzio di Belgioioso, che quella laica dei Cavour e dei Gobetti, non può trasformare la loro fuga in crimine. Che la si pensi in Cristo o in Darwin, l'unità del vivente è oggi il fondamento della civiltà globale in costruzione, dove la globalità del mercato deve procedere e svolgersi soltanto come valore subalterno, regolato e funzionale. E la regolamentazione dei flussi di migrazione al filtro di una legge criminale: al suo crebbio e del sano egoismo di chi vuole solo il necessario numero di badanti e manovali da fonderia o di panifici, segna d'una deriva degenerativa la nostra società.

Trasformando per azione giuridica politica in devianza criminogena la fuga dei migranti verso l'Occidente si produce un evento legislativo che, come ieri il delitto di divinazione trasformò il mondo della dissoluzione dell'imperom romano nell'uovo del drago inquisitoriale, trasforma oggi l'Occidente nella caverna del Ciclope, e gli europei in un popolo di monocoli, in quanto la criminalizzazione del diverso etnicamente reintroduce un corrosivo principio giuridico capace, come già il delitto di lesa maestà, o il crimine di divinazione, di portarci per gradi verso forme di diritto inquisitoriale, la cui proiezione nell'individuale si realizza in forme mentis come quella del cattolicissimo Alessandro Manzoni.

La descrizione di quanto aberrante questa forma mentis è tutta incisa nella sua rappresentazione fantastica della forma mentis deviante che il Manzoni si dava della non meno cattolica principessa di Belgioioso, dettaglio entro le manzoniste visioni del mondo circa le donne e il contadiname, dov' è in potenza molto più che il presagio della forma mentis che poi diverrà, per la mediazione mussoliniana, la forma metis fascista della nazione italiana. In quali forme menti future di definirà la deriva degenerativa della nostra cultura occidentale sotto la spinta dal reato di immigrazione clandestina lo chiarirà il sistema di relazioni perverse che questa legge inevitabilmente produrrà, ma verso l'esito finale certo di una nuova forma di schiavitù: come appunto quella che il Manzoni riteneva assolutamente necessaria al suo vivere civile, e oggi molti dei figli dell'occidente svelano quando comprano per i loro vecchi badanti dal terzo mondo, e operai. Si può anche volere tutto questo, ma si abbia ben chiaro verso quale deriva sventurata apre.

Piero Flecchia
maggio 2008

 

 

 

 

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