Devi sapere che...
Questa è una
Rubrica di perfido approfondimento letterario di
Marco Morello
2008 - 2009
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Da
Fred Vargas ai giallisti svedesi |
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Irène
Némirovsky |
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Rex
Stout Archie Goodwin, bellimbusto gay? |
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"L'amore
fatale", di McEwan e la sciatteria di Einaudi |
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Giallisti meccanici:
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"Il
Treno" di Simenon inciampa qua e là. |
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I Delitti della Luce: laddove, meccanicamente, Leoni ci ricasca. |
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Abbiamo
notato una certa predilezione di alcuni giallisti insigni per il numero
ventitré, che si deve scrivere
appunto con l'accento acuto e non grave, come lo pronunciamo noi piemontardi,
e nemmeno senza, in quanto, anche se tre e re sono senza
accento, tutti i composti di tre fanno come viceré. 23 aprile 2009
Come volevasi dimostrare: la coppia di giallisti svedesi degli anni '60, rinfrescati da Sellerio a partire dal 2005, sono fissati col numero ventitré: nell'ultimo libro pubblicato della serie, il settimo su dieci, "L'uomo che andò in fumo" (255 pagg. effettive), Sjöwall e Wahlöö fanno addirittura accadere il fattaccio il 23 luglio 1966, avendo perciò agio di citare tale data spesso, anzi: spessissimo! 17 volte in tutto, specie alle pp. 187 e 188 (4 e 3 volte rispettivamente). Ma il numero ventitré, che Sellerio, ripetiamo, stampa correttamente con l'accento acuto, mentre Einaudi sappiamo che lo trascura, appare in varie altre occasioni, per indicare anni, ore, minuti persino, guarda caso, le circoscrizioni in cui è divisa Budapest ! Torniamo dunque a riformulare la nostra ipotesi, che ventitré abbia un bel suono in svedese e che il pallino abbia contagiato anche chi sceglie le copertine in Sellerio: il volume riprende infatti una pubblicità da "Life" del '47, con un bel cappello inequivocabilmente sulle ventitré ! Concludendo, ci corre l'obbligo di citare tre chicche sorprendenti nel testo, da ascrivere agli autori, ma forse anche al traduttore Renato Zatti: - a pag. 118: "Lui le guardò i piedi. Erano sempre corti e larghi, con le dita dritte." - a pag. 140: "( ) sentì un alito caldo e sorpreso sulla guancia ( )" - a pag. 183: "Piuttosto bassa, ben fatta, bei polpacci, lunghe cosce sotto la gonna." Triplo ohibò! 29
maggio 2009 |
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Saremo
fissati, ormai è diventata una deformazione professionale,
ma ci tocca ancora una volta segnalare che anche nel più recente
libro della Némirovsky licenziato
da Adelphi, "I doni della vita",
febbraio 2009, i suoi personaggi, ancorché stressati in tutti
i modi dalle due guerre mondiali e dal ripetuto arrivo dei crucchi
spaccamondo, si comportano 'machinalement', almeno una volta ogni
dieci pagine ! 7
aprile 2009
Inoltre,
il 14 dicembre 2011, Marco Morello ci
aggiorna! MACCHINALMENTE FIN DAL PRIMO LIBRO La Némirovsky fu brava fin da subito, da quando, a 23 anni, pubblicò Le Malentendu, che è riapparso l'anno scorso per la prima volta, sia in Francia che in Italia (Il malinteso, Piccola Biblioteca Adelphi, Milano, pp. 190). Analizzando il testo originale (Denoêl, pp. 169) dobbiamo però ancora una volta notare quanto spesso l'Autrice utilizzi il 'mot fétiche' suo e del coetaneo Simenon 'machinalement': 14 volte in 159 pagine di testo effettivo, senza contare un 'distraitement' e un 'involontairement' (entrambi a pagina 100), un altro 'distraitement' a pag. 107, e un 'instinctivement' a pag. 165! Vediamo tutti gli esempi: pag 14
: d'un geste machinal Fino all'ultima pagina ci accompagna questo avverbio: fin quando, disperata, la protagonista sale, macchinalmente, sulla macchina del tassista! 14 dicembre 2011
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Siamo alle prese con "i romanzi brevi di Rex Stout - Nero Wolfe", usciti mensilmente dal 1983 nella bella veste dei tascabili Mondatori, illeggiadriti da lussureggianti disegni di orchidee in copertina, al prezzo di 3500 £ dell'epoca. Veniamo subito alle puntuali pedisseque ripetizioni presenti nei testi, alcune geniali, altre francamente noiose: 1) i personaggi implicati nel crimine devono sempre confluire, volenti o recalcitranti, nello studio del colossale detective, per subire la sua ricostruzione dei fatti e l'incriminazione di uno di loro, di solito il più insospettato; 2) abbastanza spesso i due primi attori sequestrano-proteggono il principale indiziato nella casa di Wolfe, per sottrarlo a spiacevoli inconvenienti polizieschi e provarne l'innocenza; 3) il povero ispettore Cramer e i suoi scagnozzi risultano sempre ineluttabilmente gabbati; 4) il prestante Archie Goodwin, voce narrante e vero protagonista dei gialli, si autodipinge come smaliziato e ironico 'tombeur de femmes', ma un po' per le situazioni, un po' per la latente o patente omosessualità imperante nella vecchia casa di arenaria della Trentacinquesima Strada Ovest (quattro uomini che vivono soli: un cuoco, un balio d'orchidee, un pachidermico misogino e ipocondriaco, e il suo braccio destro tuttofare), il Nostro finisce per non concludere mai, neppure con le più belle, affascinanti e a volte disponibili donzelle; 5)
il buffo e frequentissimo metodo, adottato da Goodwin e da altri,
di inserire un piede per non lasciar chiudere le porte, o anche, dall'interno,
per non lasciarle spalancare (oltre
all'uso continuo della catena/paletto/catenaccio):
anche qui, lampante simbolo di penetrazioni accennate, ma non fruite. 27
marzo 2009
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C'è
venuto a mano, forse con un po' di ritardo, il tanto celebrato "L'amore
fatale" di Ian McEwan (Einaudi, Torino, 1997, pp.
280) nella traduzione, al solito, della Susanna Basso. 2
febbraio 2009
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Poi avevamo individuato un'epigona del belga nella Sagan, la quale abbonda anche più di lui con personaggi che si muovono da automi. Quindi, nei gialli del nostro ottimo Augias, avevamo riconosciuto l'inconfondibile marchio del 'meccanicamente' e affini. Ma la vera campionessa di questa speciale classifica è stata recentemente accreditata come la Nemirovsky, che oltre ai già citati avverbi è ricca di locuzioni che attribuiscono ai personaggi la solita aura di smemoratezza: 'quasi inconsapevolmente', 'distrattamente', 'soprappensiero', ecc. Un altro italiano degno di comparire nella lista è il Giulio Leoni dell'investigatore fiorentino D(ur)ante Alighieri, segugio poliziesco del 1300-1301, che nei Delitti del mosaico e nel recentissimo La crociate delle tenebre, entrambi Mondadori, compie tutta una serie di evoluzioni 'd'istinto' e in questo davvero si distingue Anche in America negli anni '50 ci fu un giallista di razza, benché probabilmente celato sotto lo pseudonimo di Geoffrey Holiday Hall (v. la ricerca di Sciascia a proposito), che nel suo secondo capolavoro, Qualcuno alla porta (Sellerio, Palermo, 1992, 267 pp.) attribuisce ai suoi burattini nella Vienna spionistica del dopoguerra movenze compiute 'meccanicamente', 'inconsapevolmente', 'istintivamente', ecc. Ora,
ci viene istintivamente dal cuore e dalla mente una domanda: 'si tratta
di una scuola di non-pensiero ? di un vezzo novecentesco ?'. Certamente
vi sono dei casi in cui il personaggio è giusto che compia
gesti inconsulti, meccanici, automatici perché la situazione
lo esige, ma il lettore non ha il diritto di essere tutelato (dall'editor
?) se la frequenza di questi avverbi supera abbondantemente la decenza
di due, tre per libro? 4
gennaio 2008 |
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Nonostante la passione che portiamo al grande belga (come a Magritte, Poirot e Merckx) e l'amicizia che ci lega al traduttore di quest'ennesima opera uscita per i tipi di Adelphi l'anno scorso (Il treno, pubblicato nel 1961, ma ambientato nel 1940, al tempo dell'invasione tedesca di Belgio e Francia, come la Suite francese della Nemirovski), non possiamo nemmeno questa volta esimerci dall'annotare alcune pecche o sviste, sia dell'uno che dell'altro. Peccato veniale di Massimo Romano a pag. 22: un 'se rendre' reso con 'andarsene', molto più forte e definitivo che un semplice 'recarsi'. Più grave, ma forse è una svista, il 'di cui a tutta prima non si capiva cosa fosse' a pag. 53 che bastava tradurre con un 'che'. A pag. 57 il 'foyer' di una locomotiva diventa il 'focolaio', che è sì sinonimo di 'focolare', ma che si usa più spesso per la casa o per un'infezione. All'inizio del quarto capitolo il traduttore opta per un 'impiantito del vagone' per rendere 'plancher' = pavimento, impiantito, tavolato, piancito; ma lo Zingarelli richiederebbe della malta di fissaggio, roba da costruzioni edili, non adatta per vagoni ferroviari ! A
cavallo delle pagine 113 e 114 sia l'Autore che il Traduttore forzano
un po' il Tempo, poiché 'Questo succedeva il secondo o il terzo
giorno. Quello prima (
)' Simenon scrive 'La
veille' = A
pagina 121 si incontrano due amenità belgiche passate bellamente
in italiano: 'Non piovve nemmeno una volta,
potrei giurarlo, per tutto quel periodo, tranne un temporale che,
mi ricordo, aveva formato delle sacche d'acqua (
)': ma
allora non piovve o almeno una volta diluviò ? M. M., il 22 febbraio 2008 Post
Scriptum: |
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Ci risiamo: il Giulio Leoni autore di almeno quattro thriller ambientati nella Firenze del 1300 con Dante Alighieri priore-detective (tutti piuttosto uguali tra loro, tra l'altro), anche in questo testo mondadoriano del 2005, su 282 pagine di testo effettivo, fa agire quaranta volte 'd'istinto' o 'd'impulso' o 'meccanicamente' il suo eroe o qualche altro personaggio, per una media strabiliante di un gesto inconsulto ogni sette pagine! Un altro tic già evidenziato negli altri libri è l'intercalare 'in quella', qui presente in ben otto occasioni. Ma veniamo alla pagina 295, dove Leoni ringrazia sentitamente l'intera redazione della Mondadori per il "paziente lavoro di editing" e chi l'avrebbe fatto? E' nostra opinione che qualunque smaliziato lettore che voglia davvero percorrere cogli occhietti della mente l'intero testo, al terzo 'd'istinto' cominci a sospettare la mancata lettura di un qualunque men-che-avveduto editor: soltanto tra pagina 93 e pagina 136 Leoni si dimentica dell'amato intercalare (per cui la media di frequenza aumenterebbe a uno ogni sei pagine), altrimenti il romanzo ne risulta tempestato! Per
non concludere con la solita filippica contro gli scrittori sprovveduti
di umiltà di auto-rilettura e emendamento ripetizioni asfissianti,
terminiamo con una chicca macabra: a pagina 165 si legge: 30
gennaio 2008 |
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"IL
GIORNALACCIO"