Devi sapere che...
Questa è una
Rubrica di perfido approfondimento letterario di
Marco Morello
2008
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Giallisti meccanici:
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"Il
Treno" di Simenon inciampa qua e là. |
| I Delitti della Luce: laddove, meccanicamente, Leoni ci ricasca. |
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Poi avevamo individuato un'epigona del belga nella Sagan, la quale abbonda anche più di lui con personaggi che si muovono da automi. Quindi, nei gialli del nostro ottimo Augias, avevamo riconosciuto l'inconfondibile marchio del 'meccanicamente' e affini. Ma la vera campionessa di questa speciale classifica è stata recentemente accreditata come la Nemirovsky, che oltre ai già citati avverbi è ricca di locuzioni che attribuiscono ai personaggi la solita aura di smemoratezza: 'quasi inconsapevolmente', 'distrattamente', 'soprappensiero', ecc. Un altro italiano degno di comparire nella lista è il Giulio Leoni dell'investigatore fiorentino D(ur)ante Alighieri, segugio poliziesco del 1300-1301, che nei Delitti del mosaico e nel recentissimo La crociate delle tenebre, entrambi Mondadori, compie tutta una serie di evoluzioni 'd'istinto' e in questo davvero si distingue Anche in America negli anni '50 ci fu un giallista di razza, benché probabilmente celato sotto lo pseudonimo di Geoffrey Holiday Hall (v. la ricerca di Sciascia a proposito), che nel suo secondo capolavoro, Qualcuno alla porta (Sellerio, Palermo, 1992, 267 pp.) attribuisce ai suoi burattini nella Vienna spionistica del dopoguerra movenze compiute 'meccanicamente', 'inconsapevolmente', 'istintivamente', ecc. Ora,
ci viene istintivamente dal cuore e dalla mente una domanda: 'si tratta
di una scuola di non-pensiero ? di un vezzo novecentesco ?'. Certamente
vi sono dei casi in cui il personaggio è giusto che compia
gesti inconsulti, meccanici, automatici perché la situazione
lo esige, ma il lettore non ha il diritto di essere tutelato (dall'editor
?) se la frequenza di questi avverbi supera abbondantemente la decenza
di due, tre per libro? 4
gennaio 2008 |
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Nonostante la passione che portiamo al grande belga (come a Magritte, Poirot e Merckx) e l'amicizia che ci lega al traduttore di quest'ennesima opera uscita per i tipi di Adelphi l'anno scorso (Il treno, pubblicato nel 1961, ma ambientato nel 1940, al tempo dell'invasione tedesca di Belgio e Francia, come la Suite francese della Nemirovski), non possiamo nemmeno questa volta esimerci dall'annotare alcune pecche o sviste, sia dell'uno che dell'altro. Peccato veniale di Massimo Romano a pag. 22: un 'se rendre' reso con 'andarsene', molto più forte e definitivo che un semplice 'recarsi'. Più grave, ma forse è una svista, il 'di cui a tutta prima non si capiva cosa fosse' a pag. 53 che bastava tradurre con un 'che'. A pag. 57 il 'foyer' di una locomotiva diventa il 'focolaio', che è sì sinonimo di 'focolare', ma che si usa più spesso per la casa o per un'infezione. All'inizio del quarto capitolo il traduttore opta per un 'impiantito del vagone' per rendere 'plancher' = pavimento, impiantito, tavolato, piancito; ma lo Zingarelli richiederebbe della malta di fissaggio, roba da costruzioni edili, non adatta per vagoni ferroviari ! A
cavallo delle pagine 113 e 114 sia l'Autore che il Traduttore forzano
un po' il Tempo, poiché 'Questo succedeva il secondo o il terzo
giorno. Quello prima (
)' Simenon scrive 'La
veille' = A
pagina 121 si incontrano due amenità belgiche passate bellamente
in italiano: 'Non piovve nemmeno una volta,
potrei giurarlo, per tutto quel periodo, tranne un temporale che,
mi ricordo, aveva formato delle sacche d'acqua (
)': ma
allora non piovve o almeno una volta diluviò ? M. M., il 22 febbraio 2008 Post
Scriptum: |
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Ci risiamo: il Giulio Leoni autore di almeno quattro thriller ambientati nella Firenze del 1300 con Dante Alighieri priore-detective (tutti piuttosto uguali tra loro, tra l'altro), anche in questo testo mondadoriano del 2005, su 282 pagine di testo effettivo, fa agire quaranta volte 'd'istinto' o 'd'impulso' o 'meccanicamente' il suo eroe o qualche altro personaggio, per una media strabiliante di un gesto inconsulto ogni sette pagine! Un altro tic già evidenziato negli altri libri è l'intercalare 'in quella', qui presente in ben otto occasioni. Ma veniamo alla pagina 295, dove Leoni ringrazia sentitamente l'intera redazione della Mondadori per il "paziente lavoro di editing" e chi l'avrebbe fatto? E' nostra opinione che qualunque smaliziato lettore che voglia davvero percorrere cogli occhietti della mente l'intero testo, al terzo 'd'istinto' cominci a sospettare la mancata lettura di un qualunque men-che-avveduto editor: soltanto tra pagina 93 e pagina 136 Leoni si dimentica dell'amato intercalare (per cui la media di frequenza aumenterebbe a uno ogni sei pagine), altrimenti il romanzo ne risulta tempestato! Per
non concludere con la solita filippica contro gli scrittori sprovveduti
di umiltà di auto-rilettura e emendamento ripetizioni asfissianti,
terminiamo con una chicca macabra: a pagina 165 si legge: 30
gennaio 2008 |
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"IL
GIORNALACCIO"