Devi sapere che...

Questa è una Rubrica di perfido approfondimento letterario di

Marco Morello

2009 - 2010


 

 


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Moravia, "Il conformista" e le...
'strane' scelte stilistiche

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Il Solito Arpino, ovvero:
dell'enunciazione impossibile

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Guccini a metà
Mondadori dimezza l'autobiografia

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Saramago, "Caino" e la parola interrotta (dalla parsimonia di Feltrinelli)

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Carofiglio, "Le perversioni provvisorie"
Non dissi così

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Hemingway tradotto maluccio
"I racconti di Nick Adams"

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G. Greene, Monsignor Chisciotte
e l'incuria di Mondadori

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James Ellroy
Una Studebaker del '46 ???

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Messaggeri dell'oscurità
Che abbondanza di "membri"!

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Il cielo sopra Barcellona
Zafòn: "Il gioco dell'angelo"

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G come Marotta
"Le Milanesi" di Giuseppe Marotta

 

 




IL PINCHERLE CONFORMISTA

Nel suo libro "Il conformista" (Bompiani, Milano, 1951, poi nei Delfini 1973, pp. 393) Moravia indulge a scelte stilistiche per noi inappropriate, a volte risibili, che andiamo ad elencare:

pag. 11 - "(…) questa morte e gli atti da lui compiuti, crudeli e folli, per provocarla, erano irreperibili"; piuttosto irreparabili, o magari irriferibili!

pag. 17 - "con quel movimento di ira"; meglio gesto.

pag. 24 e segg. - "gli iris" sono sempre appunto maschili per il Nostro, invece no: le iris, gli ireos,
i giaggioli…

pag. 45 - "Si era ai primi giorni di novembre, con un'aria tempestosa e mite" Si vede che a Roma il clima vive di ossimori!

pag. 51 - dei sorprendenti 'steccati di sambuco' diventano a pag. 53 delle più probabili 'siepi'.

pag. 164 - "in così fare" invece di un più normale 'nel fare così'.

Poi alle pagg. 23, 27, 42, 73, 114, 277, 325 compaiono frasi del genere:

- "Punto da non sapeva che curiosità,"
- "(…) e il guizzo frequente, sotto la pelle tirata della guancia, di non si capiva che nervo frenetico."
- "(…) un sentimento misto di stizza e di non sapeva che lusingato compiacimento,"
- "la bocca (…) lustra sulla erta e infuocata mucosa di non sapeva che vogliosa acquolina". Pare di sentir riecheggiare il verbo esaltato del parente Rapagnetta, alias D'Annunzio).
- "(…) rivelava insieme l'età giovanile e non si capiva quale illusione e gioia carnale."
- "(…) sentì di arrossire e poi di impallidire per non sapeva che mescolanza di ira e di vergogna."
- "E accendendosi improvvisamente di non sapeva che desiderio di un amore purchessia,". Non proprio convinto di quel che sta descrivendo !

E concludiamo con quattro chicche, una più deliziosa dell'altra:

a pag. 69 al protagonista si attribuisce una 'istintiva civetteria quasi femminile', che viene puntualmente contraddetta a pag. 75: "Ma chi ti ha insegnato a essere così civetta, Marcello?"

a pag. 329 si ravvisa un lampante scambio di generi: "Gli parve che Lina avesse in viso un'espressione stravolta e un pallore intenso, ma attribuì la prima alla stanchezza della serata e la seconda alla luce vivida del neon".

a pag. 26 si comunica con l'alfabeto muto: "Di fronte a lei, il padre mostrava per segni diversi ma non meno parlanti, analoghi sentimenti di malumore".

a pag. 103 si raggiunge l'ineffabile: "(…) improvvisamente la lingua gli parlò quasi suo malgrado".
Ci asteniamo da ogni ulteriore commento.

M. M. 10 luglio 2010

 

 

 

 




IL SOLITO ARPINO
ovvero
DELL'ENUNCIAZIONE IMPOSSIBILE

Ci è tornato per mano, dopo dieci anni dalla prima lettura, "Domingo il favoloso" (Torino, Einaudi, 1975, pp.190) dove l'immaginifico Giovanni Arpino indulge come sempre alla creazione di frasi ancillari al limite della sopportazione umana, per il lettore da recepire e per i personaggi da compiere: si tratta di quelle solitamente brevi e brevissime locuzioni con cui un narratore segnala il turno di parola e possono trovarsi in testa, in mezzo, o in coda alle battute di dialogo.
Ebbene, il Nostro eccelle nella fantasia, proprio per non scrivere sempre disse, rispose, replicò, aggiunse, concluse, ecc. ecco cos'ha escogitato questa volta, tralasciando appunto le più scontate:

- fece in un ringhio / brontolava tra la smorfie / lamentava sporgendo i baffi sospettosi (?!) / obbiettò l'uomo dai denti d'oro / squittì di colpo / stupì / giudicò / commentò / ruminò / ghignava / fece con un ritorno d'allegria / rise / non volle trattenersi [quindi se ne andò?...] / rimpianse / si limitò a emettere, fioco / sillabò duro / fu l'ultimo gemito / disse scegliendo le parole / disse sfiatato / disse con nera voce (?) / doveva pur rimproverargli / cercò di sorriderle / colpì diritta (?!) / arrossì lei / inferocì / sorrise scusandosi / fece una grossa testa sporgendosi dal finestrino (?) / si chinò (?) / rispose la testa in tono disgustato / replicò l'altro in un ringhio catarroso / sciabolava morbidamente la voce (?!) / si alzò (?!) / grufolarono i due dal tappeto (?!) / abboccò [il pesce?!] / fu pronto / s'insospettì / s'agitò / volle spiegarsi / digrignava / oppose, gelido / incupiva la ragazza / volle divertirsi / incuriosì.

- si distaccò lentamente (?) / ebbe una smorfia / finì di bere (?!) / impose secco / fu pronta a scostarsi (?) / seppe limitarsi / sbuffò / stupiva l'altro / rise sibilando / s'infervorò un attimo / gli chiuse la bocca (?) / disse in una vena d'incertezza / Domingo strinse una ruga negativa (?!?!?!) / rifletté / pasticciò, agitato / rifletteva sorridendo / gli grugnì uno / balbettava pallidamente (?) / chiese la voce neutra / mostrò i denti / stentò.

- seppe ancora ridere / masticò / volle spiegarsi misurando le sillabe / fu l'ammonimento / pronunciò con voce infida / lo fronteggiò / seppe dire a bassa voce / rigettò (…) / ebbe in risposta dalla voce (!) / domandò un'ombra (?!) / rispose stentando / s'inchinò / scuoteva la testa l'altro, divertito / oppose / rise golosamente / gli disse in tono oscuro / perse gli occhi lo zingaro indebolito [questa è una delle vette ineffabili di Arpino] / si contrasse l'uomo (?).

- toccò al terzo giocatore (?) / fu il sospiro del quarto / fu solidale l'escluso / aizzava l'uomo / scuoteva il capo / si desolò / capì divertendosi (?) / scantonò inferocita (?) / si stringeva l'altra (?) / l'inseguì la voce (…) / distaccò parola dopo parola / cercava di districarsi / la voce suonò arida / studiò passeggiando (?) / riuscì ad osare (?!) / gli riuscì soltanto / sedette (?!?!?!) / lo scrutava (?) / si compiaceva ancora.

- s'ebbe in rimprovero (!) / si deluse / acconsentì con una sospettosa larva di risata (?!) / suonò una risposta / sfrecciò (?!?!?!) / promise il sussurro allegro / fu il commento della donna, smosso da poderose mascelle (!!!) / s'ingarbugliò l'altro tra un ruminìo di grinze [pure noi restiamo senza parole] / gli soffiò ancora alle spalle prima che si allontanassero [cosa, le spalle?!] / aggredì improvvisamente / s'incupì invece l'amico / si mosse (?) / si allungò (?).

- rise quella bocca vuota (…) / mise avanti, truce / fu la rauca desolazione del vecchio / si sporse (?) / capì (?) / infuriò lentamente (?) / soppesava il mazzo (?!) / trionfò / tremava l'altro / si disfaceva l'altro (?!) / fremeva lo zingaro / suonò la risposta (…) / recuperò / respirò, impedendo / e la voce di Arianna si dipanò pari a un gomitolo pieno di nodi rimbalzanti [ma cosa si fumava Arpino?!] / aspirò lei [provate a emettere suoni articolati e comprensibili aspirando!] / riaprì gli occhi, a fatica/ si decise a respingere / udì ancora da Arianna, che sparì nella coperta (…).

- si deluse, impacciato / s'aggrottò l'altro [due verbi riflessivi?] / disse in un'ombra di voce / si chinò / esalava / soffrì / non lo vedeva (?!?!?!) / sedette, ma nascondendo le mani in tasca (???) / respirò felice / non volle seguirla / finì giudicando / contemplò in se stessa stanca / si era già rannicchiata nella coperta, facendo spuntare magri spigoli (bah!) / gli aprì la porta (?!?!?!) / fu costretto a riflettere / lo rispedì / rinculò di malavoglia [questa l'ha presa da Verga, ma attenti alla verga!] / la frenò lui, ma stanco / s'abbattè / lo inseguì l'ombra nel portone (?!?!?!) / ripiegava l'altro / ruotò sui tacchi (?!) / rideva e piangeva la voce dal divano (???) / faticò (…) / respirava a stento / si era già risvegliata la ragazza / si raggomitolò.

- frustò (ohibò!) / affrontò, sporgendo un muso di cane arruffato da sonno precario [da ululo!] / non si mosse l'altro (?) / cancellò (?!) / riacquistò presenza [una storia di fantasmi…] / uscì in un filo nero la voce / disse tentando le parole [diavolo di un tentatore!] / seppe rinunciare / digrignò / sparì l'altro / incise [un disco?] / rispose nascosto / fu l'ordine / rimpiccioliva l'uomo (?!?!?!) / ringhiava il gigante, deluso / respirava / si accoccolò (…) / sorrideva con occhi contenti / si provò ancora / gli fu risposto / mise avanti l'amico ironico / fu la ripulsa / decise di svicolare / finse stupore / trasalì / osò, sottovoce / provò a ridere /gli ributtò / brontolò in unico sospiro / si liberò Cesco [al cesso?!] / si accasciò / sfuggì all'uomo [un'altra esalazione?].

- arrossì (…) / singultò con doloroso respiro (?) / riuscì a cavarsi dal fondo della gola [urràh!] / tremava / era il sospiro che gli venne incontro [fantasmagoriche presenze?] / si disfaceva [sì!] / il riso trillò / scrollò la testa / uscì di corsa la Zia [prendetela!] / muggì l'uomo (…) / tentò al volante (?!) / ebbe tempo di giudicare, insoddisfatto / annusò ruotando adagio su se stesso (?!?!?!) / fece, gonfiandosi dalle gote al ventre [il rospo delle fiabe?!] / sospirava inghiottendo [facile!] /
tossì oscurandosi (!!!) / si annichilì nell'attesa.

- tossì in debole sussurro / si oscurò / s'andava già rifugiando tra coperta e sedile / s'era sentito rispondere / giudicò con voce stanca / si disarticolò dietro il volante [il mostro!!!] / s'inciampò / sentì la voce / si era appena chinata (?!) / respinse / mise avanti in un filo di voce (…) / s'immalinconì lei faticando su ogni parola / riuscì ancora a ridere / allontanò lei come infastidita / si sporse / si concentrò per un attimo / tese la mano (?!) / frugò (?!) / provò lei, singultando / fece per alzarsi (…) / e la voce di Arianna diceva, rigando [diritto?!] / ricadde (?!).

- giudicò disgustato / rispose, con voce distante / si rallegrò / non poté tacere / gli inviò addosso con studiato malgarbo (?!) / voltò pagina (???) / infuriava a bassa voce (?!) / lo sentì trafficare [assurdo!] / finse di ricordare / offrì il fiasco, ma ora la sua voce era polveroso ruminìo (???) / cambiò voce (?!?!?!) / annuì [con la voce?!] / rifletté sporgendo le labbra frastagliate (…) / scavò un sorriso (?!) / lo scrutava, seria / si arrese a raccontare / aizzò / gli venne incontro la voce del fratello [ma guarda chi si vede/sente!] / li soppesò (?!) / squittì la risposta / si premurò / gli indirizzò / gli malignò contro / si spense / ricominciò, ma con una voce diversa (?!) / si rizzò (???) / s'ingolosì (?) / alzò l'indice (?!?!?!).

- stava rapidamente trincerandosi l'altro / il sorriso scoprì i canini (…) / si avventò / abboccò aria (?) / galleggiò la voce dell'altro (?!) / soffiò / si era già precipitato (?) / tossì, truce / si batté poi sulla fronte / gli esalò contro / la sogguardò [questa è un'altra tra le più assurde].

- ebbe un gesto rassegnato / cercò di aiutarla / finì per svuotarsi [la vescica?] / fu quello che capì / si avviò (…) / strizzò l'occhio (?) / si sentì il sussurro di una risposta / seppe ribellarsi, ma con un filo di voce stanchissima / suonò il riso lieto / ruppe il pianto / si batté una tempia (?) / respirò / piegò la fronte.


Resta da precisare che le annotazioni tra parentesi sono nostre, mentre tutte le azioni descritte sono concomitanti o sostituiscono una normale emanazione vocale: non riusciamo a immaginare cosa passasse per la testa dell'Autore o per la laringe; senz'altro qualche grosso problema doveva averlo uno che a pag. 165 scrive: "Vide la maschera dell'altro recalcitrare."

M. M. 13 maggio 2010

 

 

 

 




MEZZO GUCCINI

"Sto meditando di picchiare Beppe Cottafavi, l'editor di questo libro, con qualunque elemento contundente mi si trovi davanti." (p. 110)
Se lo scrive lui, il mezzo autore della propria semiautobiografia, figuriamoci se non vorremmo farlo anche noi lettori di questo mezzo libro, "Non so che viso avesse" - quasi un'autobiografia (Mondadori, Milano, 2010, pp. 125).

Già, perché si arriva giusto a metà e l'autonarrazione s'interrompe per continuare con una "Vita e opere di Francesco" attribuita ad Alberto Bretoni e solo in parte a Guccini (che l'ha però ovviamente vissuta…)…
Insomma: avrebbero fatto meglio ad avvertire del fatto già in copertina, poiché uno magari ci prende gusto alla ruspante narrazione di sé medesimo del modenese, ma poi è obbligato a sorbirsi un saggio storico-filologico sui testi e gli lp del cantautore.

Ma torniamo al mezzo libro attribuibile interamente a Guccini e alle colpe dell'editor: i vari capitoletti appaiono scritti non di seguito e in tempi piuttosto diversi, poi riuniti in un certo ordine cronologico, ma senza aver riletto il tutto !
Infatti la ripetizione anche molto ravvicinata di certe notizie biografiche è frequente e stucchevole.
Alcuni esempi:

- la linea ferroviaria lungo la Porrettana distrutta dai tedeschi in ritirata ci si ficca definitivamente nella memoria, come se l'avessimo sotto casa!

- il fatto che i nonni paterni avessero un mulino e ci vivessero è ribadito in più capitoli successivi;

- vi è contraddizione invece tra la pagg. 42 e 67 a proposito del mancato futuro del Nostro:
"… noi avremmo preferito che fosse diventato professore di storia" (ma da dove l'aveva tirata fuori quella fantasia ?)". [(attribuita alla madre già un po' svanita)] ma "… mio padre ha desiderato per tutta la vita un figlio professore di storia ." [(quindi neanche Francesco ormai settantenne ha più ben chiaro questo aspetto della sua vita)].

- che l'amico di adolescenza e primi esibizioni musicali, Alfio Cantarella, sia poi diventato il batterista dell'Equipe 84 è specificato più volte, così pure che il gigante buono Victor ne sia poi stato il bassista.

Dunque: siamo qui ancora un volta a stigmatizzare la trascuratezza con cui vengono confezionati certi oggetti culturali degni di miglior cura, con tutto l'amichevole rispetto da attribuire al monumento Guccini.

M. M. 10 maggio 2010

 





 




LA PAROLA INTERROTTA IN SARAMAGO

Abbiamo notato nel recentissimo "Caino" dell'illustre e celeberrimo Nobel José Saramago (Milano, Feltrinelli, 131 pp. effettive) una peculiarità di impaginazione che altre case editrici dribblano, sfruttando l'opportunità tecnologica di comprimere o dilatare tipo soffietto fisarmonico le parole di una riga, in modo da avere poche parole spezzate dal trattino che rimanda a capo (v. Sellerio).
Ebbene, alla Feltrinelli optano per interrompere il verbo tardo biblico dell'Autore, con una frequenza che ha dell'incredibile, ma si badi bene: a una lettura veloce, l'occhio e la mente non sono per nulla disturbati da questo fatto! E' l'aspetto grafico della pagina che lascia di stucco a un colpo d'occhio generale, con tutti quei segni meno incolonnati…
La loro incidenza nelle pagine ricche di 35 righe è la seguente:

13 volte le parole spezzate sono 17 su 35 (quasi il 50%)
8 volte le parole spezzate sono 18 su 35
9 volte le parole spezzate sono 19 su 35
9 volte le parole spezzate sono 20 su 35
5 volte le parole spezzate sono 21 su 35
2 volte le parole spezzate sono 22 su 35
2 volte le parole spezzate sono 23 su 35 (quasi il 66% = 2 su 3)

Una volta questa strabiliante media è superata in una pagina di sole 24 righe con 16 parole tagliate !
I minimi si raggiungono invece 5 volte con 12 parole interrotte su 35 righe e una sola volta con 11.
Per tre volte s'incontrano pagine con 7 righe consecutive terminanti in trattino a capo e una volta addirittura 9!

In conclusione, non ci sentiamo di consigliare agli impaginatori feltrinelliani il metodo Sellerio, in quanto spesso viene il mal-di-mare a leggere Camilleri in righe troppo rade o dense di caratteri, però una media di righe senza lineette al fondo che superi ampiamente quelle interrotte sarebbe senz'altro auspicabile, almeno per risparmiare il segno meno!

M. M. 3 maggio 2010

 

 

 

 




NON DISSI COSI'

Ma è mai possibile che un magistrato-scrittore di tanto fascino e successo in entrambi i campi di attività, parliamo di Gianrico Carofiglio, non si renda conto della ripetitività di questo suo stilema, o forse è proprio un tratto voluto per caratterizzare il personaggio ?

Come già nei suoi tre polizieschi baresi precedenti, anche in questo recentissimo "Le perfezioni provvisorie" (Sellerio, Palermo, pp. 328 effettive) il suo alter-ego di poco più giovane sfodera il vezzo di proporre al lettore quello che sarebbe meglio rispondere per le rime all'interlocutore di turno, per poi optare invece per qualcosa di più sfumato, introdotto appunto dall'irritante 'Non dissi così'.

Nel libro il procedimento avviene sei volte e solo in un caso senza l'intercalare, ed è la volta in cui funziona meglio, quando, al telefono con un collega definito 'un pericoloso cretino', l'avvocato Guerrieri si lascerebbe volentieri andare a cantargliene quattro, ma poi, come al solito, abbozza:
"Stavo solo pensando di sostituire il sacco da boxe che tengo nel soggiorno di casa mia e mi chiedevo se tu fossi interessato a questo lavoro. Non è male, si sta appesi tutto il giorno a non far niente, poi la sera arrivo io e ti riempio di pugni. Questa sarebbe la parte divertente, gonfiarti come una zampogna."

Anche per il lettore affezionato, questa continua ambiguità nel decidere cosa far dire al proprio portavoce, dopo quattro libri viene un po' a noia, a meno di accettarlo come caratteristica formante del personaggio; e in effetti lo stesso dichiara, a pag. 303, di non essere un campione di coerenza.

Concludiamo con tre sorprendenti imprecisioni del Nostro:
a pag. 192 si incontra un personaggio che, fermandosi qualche istante vicino a una fontana, sopravento, pare lasciarsi deliberatamente colpire dagli spruzzi: secondo noi la cosa è possibile solo se si sta sottovento; in effetti, in letteratura, cinema o fumetti, se non ci si vuole far scoprire da un animale pericoloso ci si piazza sottovento, cosicché sia l'odore suo a raggiungerci, non viceversa; idem con l'acqua eventualmente sollevata da una brezza.

A pag. 202 giustamente Carofiglio spezza una lancia contro frasi fatte stucchevoli, ma si confonde: "non c'è problema, un attimino, quant'altro e piuttosto che, nell'immonda accezione disgiuntiva"; mentre è proprio in quella cumulativa ad essere immonda, in quanto 'piuttosto che' serve appunto a preferire un elemento piuttosto che un altro, ma ormai è invalso quest'uso ebete televisivo che ha il senso di 'magari anche'.

A pag. 210 l'Autore stigmatizza un odore di dopobarba anni Cinquanta, ma cosa ne sa lui, nato nel 1961, piuttosto che Guerrieri, nato nel '65 ?!

M. M. 26 febbraio 2010

 

 

 

 




HEMINGWAY TRADOTTO MALUCCIO

Nel 1973 Mondadori diede alle stampe "I racconti di Nick Adams", riordinati cronologicamente e arricchiti postumamente l'anno prima nell'edizione originale della Ernest Hemingway Foundation.
Per l'occasione il traduttore storico dei Quarantanove Racconti einaudiani del '47, e poi mondadoriani del '62, Giuseppe Trevisani, tornò a colpire e persino rinverdì i fasti delle sue 'perle' traduttive, come andiamo ad illustrare qui di seguito.

A parte il quasi costante ordine soggetto-verbo nelle frasi ancillari (Nick disse, il padre disse, la sorella disse... alla nausea), mutuato dall'inglese-americano, il Nostro traduttore insiste con inversioni sintattiche tutte sue che rendono a volte difficile la comprensione dei fatti:

A pag. 24 - "Sollevò dal capo dell'indiano la coperta. Ritirò bagnata la mano." (un po' alla sarda: capito mi hai?).

A pag. 32 un gioiellino di versione diretta dal britannico, senza filtri culturali italioti:
"Probabilmente non erano puzzole" "Erano. Credo di riconoscerle bene." (meglio:'certo che lo erano'; 'ma sì, invece'; 'ti dico di sì').

A pag. 45 quello che probabilmente nell'originale sarà stato 'workblouse' = camiciotto da lavoro,
diventa un 'camiciotto-tuta': vorremmo proprio vederlo, o vederla !

Alle pagg. 92 e 93 compare tutta una serie di locuzioni avverbiali di luogo alquanto improbabili in italiano, ancora una volta direttamente mutuate dalla lingua di partenza:
"Poi tagliarono tutto lungo la strada in linea retta." (ricorda o meglio anticipa 'All along the Watchtower di Dylan-Hendrix e magari anche il Pozzetto che descrive il mare);
"Come mai lasciarono tagliati tanti alberi?" (ce lo chiediamo angosciosamente pure noi);
"Ne rubarono una quantità tutto in giro.";
"Di lì dal fiume (…)" (che tornerà solo leggermente mutato nel titolo dello stesso Autore: "Di là dal fiume e tra gli alberi").

Enigma a pag. 97: "Solo dalla distanza capivano che c'era" …trattasi di un ramo di lago (non di Como!), la cui presenza forse solo si intuisce IN distanza.

Dalla Sardegna alla Toscana a pag. 154: cercando bachi per farne esche da pesca, Nick confessa: "spesso non ne trovavo punti"…avremmo preferito affatto o nessuno.

A pag. 156: "Ho pulito il sottosuolo, caro", ma forse la cantina era meglio!

A pag. 263: "Abbiamo visto quello ch'era un funerale mentre venivamo in paese." (?)

Chicca conclusiva a pag. 270: "C'è niente che valga sciare, no?" …il significato presunto dovrebbe essere 'Non c'è niente come sciare, vero?"

Terminiamo con una breve nota critica al testo: encomiabile l'impresa filologica di risistemare e integrare le storie di un personaggio (davvero così grande?) sparso qua e là nella prima produzione dello Zio Harry, ma il risultato letterario ci pare piuttosto mediocre, tra idilli boschivo-venatori sul Mississippi ed escursioni bellico-sciistiche sulle Alpi; certo, alcuni brani sono soltanto degli abbozzi, ma purtroppo sono i racconti più lunghi e completi a risultare noiosi e ormai datati (nel 2009, ma forse già nel '73).

Le pagine più belle (119/120/121) sono quelle del rapporto tra il protagonista ragazzino e la sorella bambina, anticipatore del "Buio oltre la Siepe" e del "Giovane Holden".

M.M. - 3 novembre 2009

 

 

 

 




INCURIA MONDADORIANA

E' sempre più sorprendente ciò che scopriamo nelle pubblicazioni italiane del secolo scorso, dal punto di vista della confezione editoriale.

Nell'accattivante libro di Graham Greene "Monsignor Chisciotte", uscito nell'aprile 1983 per la traduzione di Bruno Oddera, su 194 pagine di testo effettivo, in 45 succede che la chiusura della battuta del fittissimo dialogo non avvenga con l'abituale punto seguito da virgolette, bensì al contrario: virgolette punto.
In ben sette pagine questo avviene per due volte, e in altre due occasioni accade per tre volte in
una stessa pagina!

Azzardiamo alcune ipotesi:

1) alla Mondadori non seppero decidersi tra ". e ."
2) il correttore (?) non corresse
3) il traduttore consegnò il manoscritto così e nessuno più intervenne
4) che si trattasse di un messaggio cifrato da decrittare, tra le battute affette o indenni dall'inversione grafica ?
5) propendiamo per la semplice negligenza-insipienza.

M.M. - 28 ottobre 2009

 

 

 

 


" UNA STUDEBAKER DEL '46 "

E' giunto il momento di assestare una sferzata agli 'hardboiler' americani, o meglio al vezzo che hanno di designare le auto che appaiono nei loro polizieschi con la marca seguita dall'anno di uscita.

Recentemente alle prese con la quadrilogia di James Ellroy dedicata alla Los Angeles degli anni '40 e '50, e pubblicata tra l''87 e il '92 (Dalia Nera, Il Grande Nulla, L.A.Confidential, White Jazz; tutti presso Mondadori), abbiamo appreso che per tre anni bellici negli USA non furono prodotte automobili, solo mezzi da sbarco e d'assalto; quindi avrebbe un senso segnalare che una certa vettura risale a prima della seconda guerra o dopo.
Ma in qualsiasi altro periodo del novecento statunitense, il fatto che una macchina venga designata non con un nome, tipo Gran Torino, ma quasi sempre con l'anno di fabbricazione, che senso ha?
Sfido chiunque, specie un lettore italiano ma anche americano odierno, a visualizzare mentalmente un'auto uscita nel '68 in contrasto con una del '72, magari con minime modifiche di allestimento o 'configurazione', come si dice adesso.
Forse il sottoscritto, ultra 50n, potrebbe descrivere con molta approssimazione le differenze intercorse tra le Lancia Appia I, II e III serie, ma mai e poi mai potrebbe citare i rispettivi anni di uscita sul mercato (lo stesso imparò a guidare, nel '75/'76, proprio su un'Appia terza serie con cambio al piantone del volante, rottamata poi nell''80, ma uscita quando dallo stabilimento di Chivasso?).

Riprendendo il discorso su Ellroy e i noir in genere: l'uso di segnalare il modello di un'auto con l'anno ci pare francamente un marchio di fabbrica, o scuderia… a meno che gli addetti ai lavori, soprattutto automobilistici, davvero riescano a ricordare, al volo, appena sentito l'anno, di che tipo di modello si tratti…
In fondo anche le celebratissime Ferrari da strada vengono indicate con un numero, e magari qualche fanatico estimatore le mantiene mentalmente distinte nella memoria visiva, ma per anno, siamo convinti, proprio no !

L'asino di Ellroy, infine, casca verso la fine di Dalia Nera, la cui vicenda si snoda tra il '47 e il '49, quando il protagonista confessa di essersi riconvertito da pugile-poliziotto a venditore di macchine degli anni '50. Ma come?, prima ancora che fossero create?!

M. M. - 20 ottobre 2009

Nel giallo scritto nel 1947 dalla coppia Wade + Milller, "Quattro giorni di guai", confluito poi nell'Omnibus mondadoriano del '63 dedicato all'investigatore Max Thursday (alias Massimino Giovedì), si legge testualmente:

"(...) dovevano essere in due in una Dodge modello '46.
-E un bimbo di cinque anni può dire questo ?
-Lo so che sembra strano, Max, ma oggigiorno i ragazzi sono così. Junior è precocissimo in fatto di macchine. E come lui, tanti altri bimbetti del vicinato. Qualche volta me li porto a fare un giretto in macchina e li ho sentiti spesso giocare a chi indovina il nome delle automobili che ci sorpassano. Junior è uno dei più bravi."

Dunque il passatempo americano data almeno dal primissimo secondo dopoguerra e i bambini, ovviamente, erano i più vispi a riconoscere le differenti macchine, ma noi restiamo dell'idea che distinguere un particolare modello secondo l'anno di uscita sia oggett'ivamente arduo e ozioso da parte degli autori americani citarlo nei propri libri.
In fondo poi, nel caso citato, Junior riconosce facilmente un' auto recentissima per lui, solo dell'anno prima...

Terminiamo con un appello accorato ai costruttori di automobili di tutto il mondo: per favore, nominate i vostri modelli con l'anno di uscita ben visibile sul posteriore della carrozzeria !

M. M. - 21 novembre 2009


 

 

 

 




CON ALICIA SON CAxxx !

Scritto ormai dieci anni fa e ripubblicato più volte in questo millennio da Sellerio, "Messaggeri dell'oscurità" di Alicia Giménez-Bartlett inalbera un festival di peni tagliati per fanatismo settario che lascia alquanto raccapricciati - soprattutto i maschietti - sostiene la voce narrante, l'ispettrice Petra Delicado (come il suo stomaco ?).

Gli è che nel corso dell'inchiesta ispano-post-sovietica, a parte i dialoghi in cui i personaggi ironizzano loro stessi sulle parti anatomiche recise chirurgicamente, insistendo sui termini 'castrazione' ed 'evirazione', benché questi si dovrebbero riferire soltanto al taglio dei testicoli (mentre qui proporremmo il vocabolo 'scazzamento'), vi è tutta una serie di frasi involontariamente comiche sfuggite all'autrice e/o alla traduttrice, certa Maria Nicola, che andiamo ad elencare:

- pag. 57: "… e noi qui a fare gli impiegatucci e a occuparci di cazzate."
- pag. 89: "…lasciamo perdere le cazzate."
- pag.122: "…ci sono anche le sette, che fanno girare i coglioni."
- pag.138: "Membri di una setta ?" "Membri che vogliono uscirne…" (spassoso !)
- pag.148: "Assistemmo alle operazioni che…ormai conoscevo a menadito."
- pag.151: "Insomma…non faccia l'uccello del malaugurio !"
- pag.165: "Mi dirà lei da dove cazzo incominciamo !"
- pag.171: "Ti riesce ancora così difficile riprenderti da un'incazzatura ?"
- pag.217: "Che cazzo è 'sta roba ?" disse meccanicamente (!)
- pag.218: "E che cazzo vuole che facciamo se non abbiamo altro ?"
- pag.229: "Che cazzo ci facevano lì, a parte pomiciare ?"
- pag.244; "E poi cosa cazzo mi tira fuori adesso ?
- pag.262: "Assentì con faccia scazzata." (questa è la perla !)
- pag.303: "Puo' dirmi perché cazzo non mi ha chiamato ?"
- pag.304: "Da mangiarsi le palle !" (pure ?!)
- pag.309: "Credo cha abbiamo sottovalutato la sua incazzatura."
- pag.366: "…disse, come sentendosi colto in fallo."

Una bella collezione di minchiate, non c'è che dire!
Ma ci tocca concludere con un appunto alla traduttrice e all'editor che non l'ha bacchettata: per ben quattro volte, alle pagg. 147, 204, 238 e 307, la Nicola attacca
una frase con "D'ogni modo". Una reminiscenza dell'inefffabile Gilberto Govi ?!

M. M. - 25 settembre 2009

 

 

 

 




IL CIELO SOPRA BARCELLONA

Carlos Ruiz Zafòn, balzato alla ribalta un lustro orè con l'accattivante "L'ombra del vento" (Mondadori) e tuttora in classifica con la più recente-opera prima "Marina", nel suo secondo tomo di 500 pagine "Il gioco dell'angelo", sempre ambientato in una difficoltosa e misterica Barcellona, si rivela autore poco sorvegliato (da se stesso e/o da un editor di fiducia), a tratti magniloquente o scontato, effettistico e anche un po' plagiante, specie di films.

Per supportare questa nostra critica men che stroncante, addurremo una ventina di citazioni tratte dal testo mondadoriano del 2008, avvertendo che in certe occasioni è il traduttore Bruno Arpaia che non rende un buon servizio all'Autore, a causa di scelte lessicali discutibili.

A pagina 17 appunto si legge il termine 'raggiungimento' usato come l'inglese 'achievement' = realizzazione, esito, risultato; ma in italiano il significato è soltanto quello di raggiungere un posto fisicamente.

Alle pagg. 26/27 si viene a sapere che la protagonista Cristina, grande amore di tutta una vita e oltre della voce narrante, è figlia di uno 'chauffeur' che vive con la famiglia sopra il garage padronale, proprio come la Sabrina-Audrey Hepburn.

A pag. 39 ci s'imbatte in una esagerazione: "A quell'epoca, la morte non viveva ancora nell'anonimato e la si poteva vedere e annusare dappertutto mentre divorava anime che ancora non avevano avuto nemmeno il tempo di peccare." Peccato !

A pag. 47 un libro venduto 'stamattina' risulta 'sparito il giorno precedente' a pag. 62 (lo stesso giorno nel racconto) .

A pag. 56 "Il funzionario aveva un mazzo di quindici chiavi con cui aprire gli innumerevoli lucchetti che assicuravano le catene."

A pag. 65 il protagonista ha "le braccia sul punto di prendere fuoco" ma l'autista lo salutò comunque "calorosamente"…

A pag. 101 conosciamo "l'alito dei lampi" (?!) e poco dopo, a pag. 106, persino "il primo alito dell'alba"…

A pag. 122 altra esagerazione serramentaria: "Si sentì un rumore come di centinaia di serrature che scattavano simultaneamente."

A pag. 123 Zafòn descrive una biblioteca 'dalle prospettive impossibili', tributaria di Borges, Piranesi, Escher, Eco, Saramago, Harry Potter, ecc...

A pag. 132 "mi sembrò di vedere un palpitìo nella striscia di luce sotto la porta principale".

A pag. 133 "Chiusi gli occhi e cercai di conciliare il sonno." Come un vigile urbano ?

A pag. 134 "centinaia di migliaia di lacrime di luce rimasero sospese nell'aria come pagliuzze di polvere." Le ha contate proprio tutte?

A pag. 166 "mi svegliai di colpo credendo che fosse già il giorno successivo, per scoprire subito dopo che era da poco passata mezzanotte." E dunque ?...

Alle pagg. 170 e 189 compaiono due ossimori un po' forzosi: "calcolato disinteresse" e "studiata ingenuità".

A pag. 208 si entra addirittura nelle cripte vaticane, tipo Angeli e demoni, con "volumi che odoravano di sepolcro papale". Pure necrofilo !

A pag. 357 si tenta l'impossibile: "Non desiderai altro al mondo che poterle restituire ciò che non aveva mai avuto."

Alle pagg. 402 e 489 troviamo un uso della 'mescola' alquanto bizzarro, associato a compassione e risentimento prima, meraviglia e apprensione poi: il dizionario scagiona in parte il traduttore, ma ormai di mescola si parla soltanto in Formula Uno… Meglio 'mescolanza' o 'misto' con i sentimenti!

A pag. 429 "Il battente della porta era un pugno di bronzo": ohibò! Anche qui ormai il termine 'battente' è percepito ormai solo come 'anta', perciò perché non usare 'bat(t)acchio' ?

A pag. 452 si parla di 'calligrafia delle labbra' (?), e a pag. 462 si legge: "Un rumore di carne lacerata le uscì dalle labbra"...
In vari altri punti del finale Zafòn risulta alquanto 'grandguignolesco', ma lui stesso se ne giustifica
a pag. 17, con una sibillina dichiarazione d'intenti.

Concludiamo con un accenno ai termini e alle locuzioni più ricorrenti nel testo: l'eco, l'infinito,
di sottecchi e in stile modernista… W Gaudì!

M. M. - 18 luglio 2009

 

 

 

 




G -COME MAROTTA

L'ottimo Giuseppe Marotta nel biennio 1959/60 compose trentanove ritratti femminili che uscirono poi in volume l'anno dopo la sua morte, avvenuta nel '63, per i 'Tipi' di Bompiani e sotto il titolo "Le Milanesi": perché questo sono le sue fervide protagoniste, di nascita o d'adozione, e tutte piuttosto appassionate e appassionanti, le loro storie, benché venate da una striatura vagamente funerea.

Il consiglio è ovviamente di ri-leggerle, ma intanto la nostra lettura ci ha portato a scoprire una particolarità, forse un vezzo, del Nostro: quasi tutti i cognomi delle signore e di qualche altro personaggio primario o minore iniziano con G, ma proprio tanti, troppi; il che ci fa supporre che Marotta prediligesse questa lettera, o certi tipici e buffi cognomi meneghini, che di seguito andiamo ad elencare:

Ghiglione, Gappi, Gabelli, Galfi, Goriggi, Gaggi, Guazzoni, Guezzi, Giraldi, Guarienzi, Gutelli, Guariengi, Guggo, Gigliozzi, Gangiazzi, Gubifosi, Gringi, Geza, Gusloni, Guadanigo, Ghimma, Guiglia, Gioffelli, Ganzi, Guaraffi, Guzzoni, Grangi, Guizzardi, Gualzi, Gavesin.

Evidentemente per un partenopeo salito al nord tali cognomi alquanto bislacchi dovettero sembrare strabilianti e comunque degni di comparire, con o senza sberleffo, in un suo libro.
Ma non dimentichiamo i nomi propri maschili, anch'essi portatori sani (?) di iniziale in G:

Giacomo, Geronimo, Gigi, Gigino, Gennaro, Giovanni (x2), Giancarlo, Giuseppe, Giansiro, Gualtiero, Gustavo (x2), Gianluigi, Gaetano (x2), Giulio.

Tutti presenti a vario titolo in qualcuna delle trentanove 'Milanesi'.



ANCORA LA 'G' DI MAROTTA


Nel 1958 Giuseppe Marotta licenziò, per i tipi di Bompiani, Mal di Galleria (Milano, pp.382): 49 deliziosi bozzetti milanesi con voci narranti maschili o femminili di personaggi a tutto tondo.
Nonostante il mezzo secolo trascorso da allora, invitiamo caldamente chiunque a misurarsi con l'arte della penna del grande napoletano trapiantato.

Ma qui ci corre nuovamente l'obbligo di segnalare e dare conto del 'tic' marottiano, che infarcisce i 7 x 7 raccontini (lo stesso numero di Hemingway) di personaggi il cui nome o cognome o entrambi iniziano con la lettera G, oltre a qualche strada: un'esondazione !

Ghigo - via T. Grossi - Elvira G. - Giorgio - via Galilei - corso Garibaldi - via S.Gregorio - Giràci - Ghilandi - Giacinto (x2) - Gianni - Galugno - Guarnieri - Gilda - Guglielmo - via General Govone - Gino (x2) - Gerda - Ghini - Giacinta - Ghimelli - Ghigliato - Gigia (x3) - Gus(tavo) - Gegoni - Giunfo - Ghima - Gutierrez - Elga G. - Giaquinto di Gaeta - Giuditta Gionghi - Gegga - Gubini di via Goldoni - Garuffi - Giffa - Gaudenzio - Giugga - Gigorra - Giovanni (x2) - Girfoni - Gavacci - Geno - Galeazzo - Gionzi - Goffredo - Guttarolo - Guido (x2) - Groffi - Ginza - Guelfo - Ganna - Gama - Gheggi - Gastone - Gigi - Gigo - Gabriele - Gomez - Genga - Gavirati - Galizia - Jago Muggia (3 G in tutto…) - Gavino - Giuliana Gubbi.

Una bella cacofonia gutturale e giuggiolona, non c'è che dire !

M. M. 24 novembre 2010

 

 

 


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