GIOIELLI da SCOPRIRE

( Libri e NonSoloLibri )


 

 

Sommario delle altre pagine --(-Clicca il quadratino-)
2013 - 1 Caramagna - Sorrentino - Di Stefano - Caramagna e Gavoli - Porchia - Donskis
2012 - 2 Traversa - Pollastro - Jagher - Baroni - Magrini - Rienzi - Bona - Di Poce - Vacchetta
2012 - 1 Vasile - Puccini - Caramagna - Paganardi - Lucini - Castronuovo
2011 - 2 Calandrone - Magrini - Alaimo - Morpurgo - Sella - G. Garibaldi
2011
Lorandi e Montalto - Morone - Leonardi e Vigliani - Camporesi - Giovannelli - Del Bianco
2010/11 Foglia - Maramotti - Bianchi - Gerardi
2009 - 2 Santamaria - Caramagna - Bertoldo - Frisa - Sblando
2009 - 1 Lazzarini - Mascolo - Pappalardo La Rosa - Mazzacurati - Aciman
2008 - 2 AAVV - Avezza - Baum/Guidi - Amorese - Conte - Cora
2008 - 1 Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini
2007 Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini
2006 Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamariaa
2005 - 2 Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica
2005 - 1 Brunelli - Marchetti - AA VV - Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello
2004 Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 







Marco Sartorelli

EFEMERE

Aforismi apocrifi

 

Edizioni Joker


 

"Efemere" - Aforismi apocrifi

Somiglia ad una piccola libellula, l'efemera: una creatura il cui ciclo vitale, nello stadio adulto, si compie in poche ore. Da lei prende nome, appunto, tutto ciò che è effimero, che dura il tempo d'un sospiro, che giunge in un trasparente, aereo silenzio e poi subito scompare senza quasi lasciare traccia di sé. Senza "quasi" lasciare segno, perché sappiamo bene quanto proprio l'effimero possa diventar foriero del rimpianto, della melanconica nostalgia capace di fare del caduco, in cuor nostro, persino una leggenda.

Ed è all'efemera che Marco Sartorelli dedica i suoi aforismi perché è forte, in questa sua opera, il senso di caducità che accompagna tutto ciò che si presenta con una firma: quasi che ogni gesto siglato, che ogni parola attribuita non possa lasciare altro, dietro di sé, che un baluginare inafferrabile di storia mai esattamente ripetibile e, al tempo stesso, mai del tutto nuova; a conferma che il prodotto d'una singola mente, per quanto arguta sia, può solo inchinarsi al cospetto dell'intero cammino del Pensiero umano.

Se esprimersi attraverso l'aforisma significa spiccare un volo ardito verso l'illuminazione, se significa raggiungere la propria verità e possederla per un solo istante, completa nella sua purezza e nuda d'ogni eccedente orpello, allora proprio questi aforismi apocrifi rappresentano la quintessenza del lampo che tocca, folgora e scompare perché ogni oggettività afferrata possa poi andare, libera, verso un'ulteriore metamorfosi, verso la sua ennesima, prossima interpretazione.

Si deve precisare che l'aforisma seguito da una specifica attribuzione non è nato con Sartorelli, ma gode di una storia tanto antica da risalire a Teocrito, forse il primo massimatore a voler rafforzare l'impatto delle sue sentenze immettendo, al loro interno, una inattesa paternità. Verso la metà del 1500 l'attribuzione ricompare, ma in chiave sarcastica o dissacratoria, negli epigrammi di Jhon Heywood e, in Italia, nella raccolta di massime di Francesco Sandonati. Seppure con modalità e intenti ancora diversi, la stessa tendenza si ripresenta più tardi, nell'Inghilterra vittoriana: questa volta per opera di Charles Dickens, il cui personaggio di Sam Weller (The Pickwik Papers) diventa così noto, assieme alla sua caratteristica di raccontare aneddoti resi assurdi o paradossali dalla perenne presenza della conclusione "disse Tizio - disse Caio", che ne nacque una moda chiamata 'wellerismo".

L'ultimo fenomeno analogo a noi conosciuto si verifica ancora nella letteratura statunitense degli anni '20, quando spopola il "Tom Swifty", indirizzo popolar-letterario ispirato da una serie di racconti per ragazzi dello scrittore Victor Appleton, il cui protagonista Tom Swift fa seguire, ad ogni suo enunciato, lo stesso "disse Tom" accompagnato, però, da un avverbio che ne ridicolizza il senso.

La grande forza di un compendio come "Efemere" sta, comunque, nell'audace intonazione di sfida con cui Marco Sartorelli affronta gli estimatori più esigenti dell'aforisma, e non è tutto. L'Autore, oltre a portare alla ribalta uno stile massimatorio quasi dimenticato i cui precedenti illustri, però, potrebbero renderlo di rischiosa emulazione, fa di più e riesce non solo ad azzerare qualunque sospetto d'imitazione, ma mette alle corde gli antesignani sia in termini di spessore concettuale, sia d'innovazione e di rigore stilistico. Infatti, la sua opera porta il segno di una straordinaria attualità, e le attribuzioni sempre dissimili, fantasiose, a volte ironiche e a volte di un'amarezza struggente sono, al medesimo tempo, causa ed effetto dell'aforisma stesso. Aforisma già di per sé completo, eppure acuito in modo imperdibile dal conferimento di un creatore immaginario che, più ad hoc di così, non lo si potrebbe inventare.

Non è difficile dar prova di queste convinzioni; basta estrapolare dalla raccolta alcune massime, ed a qualsiasi cultore del genere salta all'occhio quanto, ne
"La mia vita è un deserto. Datemi almeno un miraggio. - Giorgio, disoccupato palermitano, al Maurizio Costanzo Show" il rabbioso disincanto dell'enunciato sia tanto eloquente, quanto complementare alla triste impotenza del fittizio autore. Ed esiste forse modo più conciso, al tempo stesso esaustivo, di quello qui riportato per spiegare un gesto definitivo e mai del tutto intelligibile come il suicidio? "Perché no? - Carlo F., 21 anni - Biglietto di addio, Palermo."

Ma assieme a tali prove di tormento, convivono nella raccolta di Sartorelli momenti di limpida serenità, come quando il "monaco buddista giapponese Doko Ubaru, 1645 - 1701" (e chi altri, sennò?) afferma che "Nulla sa il pesce della foresta, eppure nuota felice". E poi di risoluta gentilezza nell'aforisma che recita "Sopportare l'agonia di un fiore raccolto è cosa per caratteri forti.- da "Fleurs", di Madame De Chambery - Paris, 1880."

Non certo tralasciata, inoltre, è l'ironia: ineffabile e dura da digerire come in "Negli occhi del bovino, il presentimento del macello. - Aldebrando Martino, dalla prefazione a "Meglio vegetariani" - Edizioni Roma, 1977", quindi più provocatoria quando Sartorelli inventa un "Motto popolare sovietico" enunciante, senz'ombra d'incertezza, che "L'angelo custode di Stalin morì in tenera età." e poi sconfinante nella comicità pura laddove ne "Le grandi scoperte geografiche - Harold Burkley: London, 1971", si legge tout court che "Cristoforo Colombo non sapeva nuotare."

Sul medesimo, ma più ricco tono, prosegue l'eterogeneo contenuto di "Efemere", raccolta di "Aforismi apocrifi" che, nel pur ricco panorama della massimazione d'oggi, segna un momento di assoluta difformità, di totale e felice evasione dagli schemi. Un momento, certo, ma già si può affermare con sicurezza che quest'opera di Marco Sartorelli sarà, paradossalmente, tutto fuorché effimera.

Anna Antolisei

Edizioni Joker: via Verdi, 68 - 15067 Novi Ligure (AL) - Tel: 0143.75043 - www.edizionijoker.com
Athanor:
collana a cura di Sandro Montalto



 

 

 

Anna Antolisei

L'ALTRA FACCIA DELLA LUNA

Narrativa

I gialli di Fògola
FOGOLA EDITORE



Delitti d'autore a Torino

Alessandra Chiesa è un magistrato della Procura di Torino nel pieno della maturità, vuoi come professionista, vuoi come donna. La sua naturale, brillante indole di inquirente viene stimolata, e messa a dura prova, quando la capitale sabauda è insanguinata da una serie di delitti, compiuti dalla stessa mano, che sembrano ruotare misteriosamente attorno a un libro.
Ad affiancarla in un'indagine che, partendo dagli ambienti letterari, si allarga al mondo dell'alta imprenditoria, sono il vice questore e fedele amico Francesco Schwiller, capo dalla Sezione Omicidi; il maresciallo Sante Rosi, ufficiale giudiziario e provvidenziale assistente del procuratore Chiesa, l'ambiguo ma efficace Gianluca Benelli, anomalo funzionario del SISDE.
Dovrà, il procuratore Chiesa, guidare una squadra di investigatori cocciuti, fantasiosi, spesso insofferenti alle regole, tanto esperti e navigati nel servirsi dei ferri del mestiere, quanto inclini a seguire delle metodologie molto... personali. Un team solidale ed eterogeneo, insomma, almeno quanto "diversa" è, nel privato, Alessandra stessa.
Insieme, rincorreranno un assassino - ma sarà davvero uno soltanto? - che li incalza a ritmo serrato, colpendo secondo un filo logico tutto da decifrare, da illuminare proprio come quella faccia della Luna che vuole restare sempre in ombra.

 


 



PASSO D'ADDIO

di
Maria Brunelli

Aragno Editore



 


MARIA BRUNELLI: "Deh, non parlare al misero"

Maria Bunelli, con "Passo d'addio" (Nino Aragno Ed. - To, 2004), porta alla perfezione la qualità stilistica della sua scrittura narrativa, già messa in evidenza in "Nemici di famiglia" (1994) e in "L'ultimo concerto" (1997). Una scrittura caratterizzata da un costante impiego dell'ironia, mitigata peraltro da tocchi di lieve umorismo. Oggetto e materia di questa narrativa sono sempre determinati ambienti dell'alta borghesia meneghina, melomane e raffinata e avente perciò nella istituzione scaligera il fulcro e gli appassionati scenari dei suoi miti e dei suoi riti. E dove l'ironia, che presuppone una valutazione e una distanza critica, può diventare a volte acre e pungente, l'umorismo sopraggiunge ad arrecare ai personaggi quella compartecipazione affettiva che li avvolge in un alone di comprensione e di pietà.

Ciò avviene, in "Passo d'addio", attraverso la rappresentazione di tre, indimenticabili personaggi principali: quello della due volte vedova Ginevra Magenta, ascesa da mediocri e oscuri esordi canzonettistici ai fasti sociali più alti; quello della sua più cara amica Elvira Quaranta, portavoce della morale ambientale; quello infine dello spompato, un po' "démodé" cantante operistico Benvenuto Picché, di cui Ginevra s'invaghisce. Se, nelle precedenti prove, la Brunelli aveva fatto qualche tentativo di spezzare la forma-romanzo, o con un brusco passaggio dalla terza alla prima persona dell'Io narrante, o attraverso la cronologia della narrazione, qui invece è tutta la struttura a essere imperniata su un flash-back: il romanzo non è che una rievocazione a partire dall'ironica constatazione dell'insincerità dei necrologi in occasione della dipartita della protagonista Ginevra.

Nel suo tipico modo di procedere, il meglio di sé viene ottenuto dalla Brunelli attraverso un più rigoroso controllo dell'espressione e una calibrata asciuttezza della parola. A esempio, dove nelle prove passate si aveva una caratteristica aggettivazione binaria, quasi a ribadire delle qualità per un eccesso di dubbio, qui i doppi aggettivi sono ridotti a pochi esempi (pp. 12,17,47), mentre in due casi sono disgiunti da un'avversativa: "caprigna ma non ancora stentorea" e " luminosa ma effimera". Inoltre i paragoni sono meno eclatanti e perlopiù riferiti ai personaggi e alle occasioni del melodramma (es: "il don José milanese [...] sorideva come uno stupido"), mentre si ha una maggiore ricorrenza di sintagmi per apposizione, che spezzano il ritmo della frase, esaltandone la musicalità (es: "si stagliavano, controluce severo, in quella cerimonia"; "quando si esibiva sul palco, sinuosa come una fiamma, il futuro le sembrava infinito").

Controllo e asciuttezza che, ove intessuti dall'umorismo, portano a soluzioni ammiravoli per icasticità rappresentativa: "Si risvegliò il giorno dopo alla Madonnina con due tubi nel naso e quattro by pass"; "Dopo avergli somministrato con pazienza la cena, le stelline in brodo, la buona verdura, la mela grattugiata".
Una conseguenza ulteriore di questo maggior controllo è l'eliminazione totale del discorso diretto, a cui pure la Brunelli ricorreva soprattutto nel primo romanzo. Qui si ha solo "memoria" del discorso diretto mediante singole frasi virgolettate che, quando sono riferite al contesto del melodramma, acquistano anche una valenza umoristica: "deh non parlare al misero", "vissi d'arte, vissi d'amore". Né l'implicita onniscienza del narratore, a cui conduce il ricorso al discorso indiretto libero, deve sembrare anomala rispetto a forme e modi novecentescamente più sperimentali, che cercano di stimolare la cooperazione del lettore, perché essa non è - nell'ambito della materia narrata in questo romanzo - che il crisma della massima coerenza stilistica raggiunta dall'autrice.

Non ultimo pregio di "Passo d'addio" è la felice tessitura dei vari capitoli, che spostano il filo della narrazione da un personaggio all'altro con estrema naturalezza. Uno di questi capitoli - ultimo tocco d'umorismo - è quello che attraverso la figura del cane Babà (tutti i nomi scelti dalla Brunelli sono sempre felicemente appropriati), "un barboncino marrone che ingrassando aveva preso la forma di un cubo ricciuto", scioglierà il mistero della sparizione di una collana di perle.

Va in conclusione osservato che persino il titolo di questo romanzo allude ironicamente all'età dei suoi personaggi femminili, combattuti tra desideri ancora pressanti e loro ridotte occasioni d'esaudimento: "Erano in quell'età non più giovane, ma tutt'altro che anziana, in cui le donne, non ancora provate dal tempo, sembrano mature ragazze sospese tra un passato incompiuto e un'avvenire incerto di possibilità".

SERGIO SPADARO

 


 

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