GIOIELLI da SCOPRIRE

( Libri e NonSoloLibri )


 

Pagina 2011 - 2012

Calandrone - Magrini - Alaimo - Morpurgo - Sella - G. Garibaldi

 

Sommario delle altre pagine --(-Clicca il quadratino-)
2013 - 1 Caramagna - Sorrentino - Di Stefano - Caramagna e Gavoli - Porchia - Donskis
2012 - 2 Traversa - Pollastro - Jagher - Baroni - Magrini - Rienzi - Bona - Di Poce - Vacchetta
2012 - 1 Vasile - Puccini - Caramagna - Paganardi - Lucini - Castronuovo
2011 - 2 Calandrone - Magrini - Alaimo - Morpurgo - Sella - G. Garibaldi
2011
Lorandi e Montalto - Morone - Leonardi e Vigliani - Camporesi - Giovannelli - Del Bianco
2010/11 Foglia - Maramotti - Bianchi - Gerardi
2009 - 2 Santamaria - Caramagna - Bertoldo - Frisa - Sblando
2009 - 1 Lazzarini - Mascolo - Pappalardo La Rosa - Mazzacurati - Aciman
2008 - 2 AAVV - Avezza - Baum/Guidi - Amorese - Conte - Cora
2008 - 1 Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini
2007 Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini
2006 Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamariaa
2005 - 2 Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica
2005 - 1 Brunelli - Marchetti - AA VV - Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello
2004 Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 


Maria Grazia Calandrone

La vita Chiara


Poesia

 

Transeuropa Edizioni


 


"La vita chiara" di Maria Grazia Calandrone
( una lettura di Franca Alaimo )

Ai quattro punti cardinali dello spazio, ai quattro elementi fondanti della vita vengono inviati per la loro sacralizzazione i versi di Maria Grazia Calandrone; ed è una fioritura d'immagini che si moltiplicano come preghiere dalla sua bocca colma di tutte le cose esperite con i sensi e l'anima. Le due nemiche, la vita e la morte, invitate sulla scena della Poesia, si abbracciano grazie alla testimonianza della Bellezza che sempre si erge dalla catastrofe e risplende. Il male viene raccolto dalla memoria come polline amaro, e poi lavorato ed alleggerito attraverso il setaccio dell'Amore, l'unico filo d'oro che unisca per sempre vivi e morti, il passato ed il presente, la storia e la biografia.
E' come l'aprirsi di una corolla l'avanzamento del poetare che, da un evento biografico luttuoso (quella che Cristina Campo definirebbe "l'eletta figura": la morte per acqua della madre dell'autrice) si espande verso altre morti popolando flutti e fondali marini di annegati che, durante lo sprofondamento, hanno poco a poco assimilato ai propri corpi la vastissima e colorata famiglia di creature acquatiche, nella ricerca di una risurrezione in forme diverse nel battesimo purificatore "nel tempio senza chiodi del mare".

Per mettere a fuoco i dettagli -oh, quella minute "rotule danneggiate" dei figli neonati - l'occhio sembra trasformarsi in una telecamera calata nei fondali marini per documentare, tra stupore e pietà, tra senso dell'abbondanza ed eccitazione della trasformazione, le tombe imprevedibili degli annegati tra plancton, sciami d'alici, tubi, corde, fasciame, cerchi di botte e altri relitti. Tutto perché si compia la macerazione del dolore e diventi una sorta d'icona sacra; e, infatti, la prima sezione dell'acqua si conclude con il testo La leggenda della vera Croce dedicato all'omonimo affresco di Piero della Francesca, il quale attraversa anch'esso tutto il tempo e lo spazio per raccontare la storia del legno sacro, dalla morte di Adamo a quella di Gesù, il nuovo Adam, dal legno dell'albero del peccato allo stesso legno santificato dall'amorevolezza del sangue cristico. L'angelo che più volte appare come simbolo della parola infine si mostra a colei che trasformerà il Verbo in carne, Maria, "l'icona verticale con le dita rivolte verso l'angelo". All'acqua si sostituisce per un lavacro d'amore rigenerante il sangue "mandato a rovesciarsi sulla terra", alla regina di Saba che simula con la cavità delle mani l'abbondanza delle merci provenienti da ogni angolo della terra, si sostituisce Maria che annuncia la pietà, raccogliendo a sé il male del mondo per mondarlo.

Maria è una delle figure costanti di questo libro, e non solo, in quanto rappresenta il prototipo femminile del dolore materno e della speranza mai disgiunte, l'oracolarità sacrale, la missione di ricomposizione armonica, ma è anche il nome che permette all'autrice un'identificazione. Maria assume, così, i molti ruoli femminili: ora madre, ora figlia, ora in carne e sangue, ora in simbolo. Il suo amore per il figlio, così intimo e necessario da essere "più di un rapporto di sposi", costituisce il ponte di passaggio verso l'amore che si alza come una vampa indomabile dalle pagine della sezione dedicata al fuoco, nella sua duplice natura creante e distruttiva; amore coniugato, secondo un tòpos letterario, alla morte a cominciare da un forse biografico addio, che lapida la carne come un sasso, fino a quello di due amanti trovati vicino nel capanno ma soli come sono soli gli angeli ma senza più dolore, "senza aspettare più, liberi dall'attesa".

Il tòpos letterario, nient'affatto celato, trova anzi una sorta di specchio nei poemi lirici di Hafez, scrittore arabo vissuto nel 1300 che canta l'ebbrezza del vino, la musica e l'amore erotico indirizzato a bellissime fanciulle e ad un giovane amico, ma anche l'amore mistico in cui le fattezze femminili diventano trasparenti come ostie sacre quando vengono vinte dall'amore per un ragazzo "che cresce nel sole come una bella pianta di limone." La trasfigurazione lirica dell'amore umano, l'immacolatezza di lei tornata bambina sembrano alludere alla passione dell'anima soggiogata dall'impeto divino e preparare l'estasi di Santa Teresa, che apparirà nell'ultima sezione. Ma, intanto, il percorso misterioso e ambiguo tracciato da Hafel introduce una storia d'amore recente, quello fra Natasha Kampush ed il suo rapitore Wolfang Priklopil, interrottasi dopo dieci anni con la fuga di lei e il suicidio dell'uomo. Una pietà profonda intride i versi della Calandrone, sgorgando da una volontà di comprensione al di fuori e al di sopra dei canoni morali ( in uno dei suoi testi Maria Grazia afferma che bene e male si confondono, ed ovviamente può dirlo solo in nome della misericordia) nata da una lettura tanto profonda dell'anima che è quasi una sovrapposizione, che le consente di assumere la voce narrante dell'io e la responsabilità di affermare: "La mia anima era malformata", e "Non l'ho mai detto immensamente io ti amavo", coprendole della bianca cenere dell'assoluzione per autosacrificio. Il testo non a caso s'intitola "Quando la morte si confonde con l'incoronazione", che è, immagino, duplice. Incoronazione di lei, ora che lui è ormai "decapitato" e lei invece domina il mondo con il suo corpo di ragazza già in grado di fiorire, (quel corpo vigilato nei suoi dettagli e nascosto per tanti anni, perché non lo sporcasse la morte),e, tuttavia, anche di se stesso, perché vive nel pensiero di lei, nel suo silenzio.

Ed è già l'irrompere della Storia nella sezione terra, dove episodi lontani e relativamente recenti, mescolati ad altri tratti dalla cronaca, vengono narrati attraverso la ferita dell'emozione mai rimarginata. Le cinque madri dei primi cinque testi, come la Maria della crocifissione di Piero della Francesca, se ne stanno inchiodate nella passione e morte dei loro figli, alla loro croce che va anch'essa liberata "dall'acqua e dai calcinacci" per diventare simbolo, ma dentro la bellezza appassionata e senza fine della natura che contempla insieme a lei i modi e le forme della morte con ferma volontà, ad occhi spalancati: "il cuore aperto", la poltiglia semifluida uscita dalle viscere, la liquefazione del corpo che si assimila alla terra, mentre nel rosso del sangue versato passa un ricordo bellissimo del figlio "Solo ai bordi rossi della vigna appoggiate le spalle adolescenti al ceppo sfrondato sorridevi" o l'altro tenerissimo della seconda madre a lutto che recupera l'immagine "del polso piccolo che ripeteva esagonale le stelle dell'orsa".

Tra i detriti di Guernica, memento indistruttibile della sanguinosa guerra civile in Spagna nel secolo scorso, altre donne parlano ed hanno, alcune, un nome; Maria che parla a nome di tutte, Rosa , che sotterra nel suo cuore tutti i bambini morti in guerra, che lo dona loro come spazio rammemorante, e l'altra Maria, la stessa autrice che ricorda il padre Giacomo (esule e poi deputato comunista e ancora volontario delle Brigate Internazionali): " un legno di foresta e la tua lingua come un grande animale marino non ha più forza di opporsi alle correnti", il quale consegna il suo filo di sangue e d'amore alle vittime dei nazifascisti e ancora più avanti alle altre del furore amoroso, come l'adolescente violentata e poi uccisa che ha ancora sulle gote una luce e "tra le dita filamenti di sole".

La liricità intensa, che sempre accompagna queste affollate descrizioni di morti, che chiamano dal loro silenzio la voce rammemorante dei vivi, perfino dei loro uccisori, testimonia anch'essa l'atteggiamento della compassione che costituisce il rovente spazio sentimentale dal quale sgorga tuta la poesia di Maria Grazia come un'assoluzione del male, come volontà di capire la degenerazione, l'orrore, la violenza, il traboccamento di ogni anima umana, anche quella apparentemente più feroce, ma quasi mai priva di rimorso o di necessità di confessione. E' il momento in cui la percezione dell'altro si divarica da quella del proprio io, il momento in cui la spaccatura diventa un urlo che chiede la ricomposizione. Infine ogni donna che parla, ogni Maria, è la fanciulla senza macchia che redime per mezzo del verbo in lei incarnato, e dunque assimilabile all'autrice che per mezzo della parola poetica riconsacra, riordina, dando nome, salvando non solo gli eventi e le persone, ma anche i turbinosi e barocchi -come sempre è la natura perfino nel suo più deserto luogo - scenari in cui gli eventi si sono compiuti, accumulando in questo modo le molteplici quinte del teatro che è la vita con le forme e luci e colori che ogni momento si travasano negli occhi: In questa sezione la Calandrone sembra quasi sviluppare e descrivere in altro modo, in altrettante vive campiture, la storia delle molteplici croci umane in una sequenza cronologica di quadri e rappresentazioni fitte e veritiere. Lei, come la Maria di Piero della Francesca, alza le dita verso l'angelo perché le trapassi con la Parola, e che sia essa come il dardo che tiene in mano l'angelo di Teresa, acuminata.

A me piace pensare l'opera di Piero della Francesca, presente, come si è già detto, nella prima sezione, come il cuore esplicativo della scelta del tiolo della silloge: prendendo a prestito le parole dello studioso e critico della storia dell'arte Gombrich, è la prima volta che un artista introduce, accanto allo spazio prospettico, un elemento nuovo: "la luce, alla quale gli artisti medievali non avevano data importanza." E' la luce dell'amore cristico, la chiarità della misericordia a giustificare la storia terrena, con i suoi mali. La vita si fa chiara di questa luce divina e umana, e della luce dei colori: quella d'oro, da mosaico bizantino, delle pannocchie, dei girasoli che circumnaviga e alona i corpi delle donne morte nell'orto nel bianco di un mattino invernale ne " ll mucchio degli angeli" ( uno degli ultimi testi della stessa sezione). Da essi, insieme all'erba e ai pioppi disposti in file "sale il Te Deum, la lode".

Ed è il tempo dell'aria, il più immateriale degli elementi, e, quindi, è il tempo dell'amore celeste, dell'innamoramento operato nell'anima dall'invisibile, lo Sposo dal volto nascosto e perciò stesso fonte di desiderio e sete inestinguibile. E' il momento in cui la tensione lirica della Calandrone, lo slancio verso la possibile dicibilità dell'indicibile raggiungono il culmine per bocca e sulla bocca e dalla bocca di Teresa d'Avila. L'inizio è il silenzio risuonante di se stesso che esala dalle labbra dischiuse della santa come la rappresentò il Bernini nell'abbandono di tutta se stessa nella vertigine dell'estasi, mentre al cielo, con tutto il cielo, sta "dicendo sì".

La luce che diffusamente ha illuminato le scene acquatiche, interiori e terrene del libro moltiplica, ora, la sua chiarità: "disco di oro e latte della luna vuota", "brillantezza di albume sulla spalla prona", "secca bianca delle mani", ossa. L'amore di Teresa si è però bruciato, prima, nella tentazione, nel calore di lui, Giovanni, nella carne "esperta, martellata", e nel gioco fra terrestrità e santità, trascorrendo "nel folto stagionante del bosco" come "la lussuosa folgore fulva della coda" di una volpe (simbolo della lussuria e del demone stesso nelle tradizioni popolari orientali ed occidentali ). Il rifiuto dell'amore terreno apre un improvviso slittamento temporale - ne è testimonianza la presenza (6.1.) del telefono in cui ci sono vuoto e silenzio - e tuttavia meno assurdo di quanto potrebbe d'acchito essere percepito, come se l'addio di Teresa all'amore terreno evocasse tutti gli altri addii pronunciati e pronunciabili; e quel librino lasciato cadere da lui e raccolto da lei con la bocca e che si allarga come una rosa sembra addirittura alludere alla metamorfosi del dolore in poesia. La vittoria sulla tentazione, la discesa della grazia, rappresentate dal Bernini con una cascata di rivi di luce che piovono dall'alto come raggi dorati che illuminano la freccia trattenuta in mano dall'angelo, ispirano a Maria Grazia dei versi perfettamente confezionati di purissima sostanza spirituale: l'indicibile della fuggevole espressione scolpita nel marmo dallo scultore diviene nella parola un "Essere tutto infinito come la morte", un corpo di gemiti "della materia sola", abbandonata dall'anima, un "corpo-farina-di-luce".
Quale il filo logico di passaggio dalla figura di Teresa a quella del musicista Chopin, se non quell'esile testo che sta nel mezzo e che è dedicato ai morti, quelli che, come Teresa, privi di corpo, ormai "fantasmi felici" sono spinti nella nostra vita "coi palmi aperti dall'amore", figure della struggente levità della morte?

Il corpo debole e ammalato del musicista polacco lo approssima fin dalla giovinezza alla morte (che sarà, infatti, precoce) ed "alla castità lirica", alla grazia della Musica; "io sono una candela con la sua fiamma / e arde l'aria nel mezzo" aveva detto di sé Teresa, così come di lui dice l'autrice: "Vedo il suo corpo come una candela, /vedo questa candela, non vedo / il corpo". E' la luce a dominare: la grazia, l'amore, l'arte, la compassione, perfino la morte, diventano cose angeliche; l'annuncio è per tutte le creature viventi: "l'unico congegno espressivo / tra animale e uomo / sia lo stesso ripetere che sì, sì". Il primo testo, finita la lettura del libro, svelatane la bella architettura, voleva già essere, dunque, per il lettore la mappa del viaggio dentro i quattro elementi fondanti della vita.

28-29 dicembre 2011


 

 


Bruno Magrini

Come una leggenda


Narrativa

 

Felici Editore


 


Come una leggenda

Il romanzo che si pone in linea con la ricca letteratura europea di Orwell, di Sepùlveda, di Adams, di Soseki, mette in débite risalto gli animali protagonisti. Si legge nella bandella di copertina che "Come una leggenda" è un romanzo "pastello" dove ogni cosa, anche la più drammatica, è sfumata a vantaggio di una lettura adatta a tutti, dai più piccoli ai quali è primariamente dedicato, ai più grandi che avevano certamente qualcosa da imparare e su cui riflettere'.

A margine del prezioso romanzo per i ragazzi, (ma non solo) di Bruno Magrini ci place notare che si legge tutto d'un fiato. Lo stile è leggero, elegante e scanzonato. Gli animali sono il pretesto per narrare o nascondere i vizi e le virtù dell'uomo. I dialoghi tra gli animali: cigno, testuggine, civetta, gatto e cane, sono apparentemente di un sapere sottotraccia. Semplici e simpatici. Mai stucchevoli o caramellosi. La semplicità d'impianto non dispiace. Anzi conferisce ai contenuti una autenticità straordinaria.
Insorgono quietamente e semplicemente i sentimenti dell'amicizia, laddove la diversita non solo arricchisce, ma addirittura è utile per profilare una società delî'amore. Insieme, umili si vince, da soli, prepotenti si perde.

Il volume merita di essere letto. Non solo perché trattasi di un autore angelano che non c'è più, e la cui memoria è affidata
alla sua cortese signora, ma anche perché il libro è scritto in modo meraviglioso ed è indicato sia per una didattica adolescenziale, sia per consentire una riflessione sull'essere di ciascuno di noi "nell'aiuola di memoria dantesca".

dalla rivista "Il Rubino di Assisi" (dicembre 2011)

 

 


Franca Alaimo

7 POESIE

 

Poesia

 

Il Bisonte - Firenze



 


" 7 POESIE "
di
Franca Alaimo

A cura di Renzo Gherardini
Tiratura n. 50 esemplari da "Fondazione Il Bisonte, per lo studio dell'arte grafica", Via San Niccolò 24rosso, 50125 - Firenze
Stampa a mano su carta di stracci.

L' estrema parola

Bellissima pulzella,
Di fiori inghirlandata,
Mani di neve, occhi di stella
Sereni, bisbigliami il tuo nome
Nell' orecchio e sia questo
L' ultimo fiato che suggelli
Le mie figlie di carta,
L' estrema parola che si arrende
Al divino gioiello del silenzio.

 

Il giorno

II sole chiamò le onde del mare
E le altre creature con voce regale
E si alzarono i fiori violacei del trifoglio
Impallidì la piccola luna, 1' alto raglio
Dell' asino svegliò la pazienza del dolore
Mentre poco a poco di porpora e arancione
Si colorava il cielo del rosa dell' aurora.
E la zanzara finì di ronzarmi nell' orecchio
La mosca si staccò dal muro ed una pecchia
Visitò i fiori dei gerani sopra il davanzale
E ogni cosa obbedì alla sua passione destinale.

 

 

* * *

Liturgie alternative
( ad Elena Milesi )

Mi avvolgerò lieta
Intorno ai fianchi
Una gonnella d' erba e di fiori,
Le mani sporche di buona terra
Masticando lenta come un bue
Fiori di sulla e di trifoglio,
II cuore traboccante
Dei canti dei passeri
E dei fischi dei merli.
Poi, bevuta anche con le nari
L'acqua delle fonti,
Potrò cantare con la voce
Di una pecora bianca ed innocente
La dolorosa dolcezza
Di stare al mondo.
Inginocchiata,
Con lunghi e teneri belati
Risponderò alle liturgie celebrate
Dalle più piccole creature
Che vivono in pochi giorni
La pienezza amorosa del Creato.


 

 


Roberto Morpurgo

EL DJABLO

Narrativa

PASSI
Puntoacapo



 


EL DJABLO

Se c’è un modo per fare torto a un libro di narrativa, è quello di soffermarsi sulla trama; se questo vale per il romanzo, a maggior ragione sarebbe sciocco e inutile per un libro di racconti; volendo dare una lettura semplificatoria, ma anche falsata, della raccolta di Roberto Morpurgo, potremmo dire che si tratta di racconti di ambientazione spagnoleggiante o sudamericana, come si evince dai numerosi inserti in spagnolo. L’interesse del narratore – che in realtà è, nell’accezione più ampia del termine, un poligrafo – va però ben oltre la delineazione di una trama, il tratteggio di un ambiente e di un personaggio. Incrociando questa prosa immaginifica, magmatica e labirintica, queste storie improbabili quanto la realtà stessa e gli interrogativi impliciti che presenta, è evidente che Roberto Morpurgo, in rotta dalle narrazioni lineari della tradizione, ha rifiutato anche la battuta strada della Letteratura-senza-autore (senza tema e senza responsabilità); quella che parrebbe scriversi da sola salvo, poi, a non dire nulla se non autisticamente se stessa, in un intrattenimento infinito e alienato.

Già l’Avvertenza ci fa accorti di due elementi essenziali: “malgrado ogni apparenza, questo è un libro nato dalla disperazione” dice Morpurgo. Ora, non è il caso di cadere nella fallacia autobiografica cercando di rintracciare la disperazione dell’autore: è, quanto meno, un elemento non pertinente. Piuttosto, rimandiamo alla frase di Kafka, secondo cui c’è un mondo di speranza, ma non per noi - noi umani, naturalmente. Il secondo tassello arriva poco sotto: “Le persone di cui si narra in questo libro non appartengono all’ordine dell’esistenza”, e l’autore cita l’esilio, un “limbo di penombre e parole dal lembo screpolato”. La disperazione parrebbe quindi giacere nella condizione ontologica dei personaggi, come immagine di (noi) uomini, “ipocriti lettori”, sospesi fra pulsione ad esistere e impossibilità a definirsi, cioè a dirsi unici e univoci. Il libro, puntualmente, propone una ridda di doppi, di specchi, scambi, rifrazioni, labirinti anche logici (l’Originale e l’Imitazione) che non permettono molto spesso di disambiguare il senso di una scena, una storia, un personaggio – elementi che non rimandano mai ad altro che se stessi, all’infinito. Si veda il metodo faulkneriano di costruzione di El Companero. [...]

El Djablo è davvero un libro disperato, un libro tragico che parla di uomini minacciati dalla follia dell’Indifferenziato e dell’Ambiguo, della regressione a un mondo in cui ogni cosa equivaleva al suo contrario e solo la forza del simbolo – sim ballo – poteva ergersi contro la distruzione. Morpurgo sa bene che il demoniaco – EL DJABLO – cioè l’elemento che separa – dia ballo – è anche quello che scinde e permette la diversità e l’unicità. La quale è tanto espressiva, della propria scrittura personale, quanto biologica, poiché il Logos si scinde e diventa un ordine logico separato dalle cose. Le parole si distaccano dalle cose. La nostra logica, ma anche la nostra condanna, è nell’ordine dell’entropia che domina il mondo del Big Bang in cui la Freccia del Tempo non è reversibile.
Se l’Uomo è ricerca di un senso unico, allora la Letteratura è la traccia della sua ricerca; e le sirene, i mostri e i venti saranno altrettante occasioni di perdita e perdizione. Da un lato la tentazione dell’assoluto indifferenziato, ma dall’altro, comunque, dell’Uno altrettanto folle e disperato per la follia del molteplice. Le voci che parlano, del resto, sono spesso contornate da un alone di opacità, indeterminatezza. “Noi non riusciamo a decidere”, p. 78: parrebbe scritto da uno dei tre grandi del Novecento: Godel, Heisenberg, Scroedinger.

Ecco forse perché i personaggi di Morpurgo sono alla ricerca: la curiosità “demoniaca” è la molla interiore che spinge a viaggiare, a ricercare – quanti viaggiatori in questo libro!; è il demone del caso che gestisce (non sempre per male) le cose umane. E allora questa è la radice della scrittura di Morpurgo, persino del mistilinguismo che contamina e arricchisce ogni pagina di questo libro, che diventa un arabesco di senso come il segno grafico che apre il libro; ma, anche, la scrittura di Morpurgo inscena una conversazione amabile, in cui l’Autore – spesso presente e ammiccante al Lettore (perfino in qualità di... specchio, si veda El Borracho) ha la facoltà di aprire digressioni e persino perdersi in arabeschi alla Sterne, tornando sempre al punto di partenza. Soprattutto, è un narratore che aizza le possibilità di fraintendimento, mi pare, con continui rilanci, interrogativi, dubbi. Ed è un narratore che appare come tradizionale, o così si presenta, dandosi arie di onniscenza, cambiando spesso punto di vista e focalizzazione – insomma spiazzando il lettore, o meglio quello che sembra l’ascoltatore di una placida conversazione inglese. L’aggettivo non è casuale, visto il debito esplicito con alcuni dei modi dominanti della più classica narrazione anglosassone. [...]

Morpurgo in El Djablo ci narra favole; e sono proprio favole di identità, narrazioni sospese fra sogno e realtà, del tutto a-realistiche anche se mai irrealistiche nella loro ambientazione spagnoleggiante, con tracce di eventi, personaggi e cose concrete; ci narra, a braccetto di Borges, Melville e altri grandi (Hawthorne, Kafka, Conrad).
Favole… Il vertice del libro, soggettivamente, è El Ninguno; una perla davvero alto-modernista nella sua ricchezza di sensi: come narrare la trama (se esiste una trama) di questo racconto? Potremmo dire che è la storia di una manque irrimediabile (Gutierrez non avrà mai il paio di cesoie perfette che chiede) che tuttavia produce nel suo destinatario impossibile – il signor Ninguno/Nessuno, nientemeno) la pulsione a scrivere, a dare una risposta, a trovare… non le parole, ma i segni. A intraprendere una attività scrittoria. L’analfabeta traccia infatti tre disegni; il destinatario li fraintende e ci si arrovella, perché la gioia dello scrivente – non è necessariamente uno scrittore – non ha prodotto un senso univoco.
Favole: prendiamo El Companero, ritratto di un altro Nessuno, personaggio inafferrabile che tutti conoscono ma nessuno incontra – o viceversa: Omero. Prendiamo El Minimo, personaggio che affascina come una tragedia sconosciuta e comunque incomprensibile il giornalista che cerca di avvicinarlo. Borges, ma anche il Meliville del Bartleby citato in esergo. Prendiamo ancora il toro Manso, in Mansedumbre, che oltrepassa con nonchalance i propri limiti, più come lo stolido Wakefield di Hawthorne, che come un Ulisse va verso l’ignoto. Anzi, verso “il riflesso di ciò che abbandonava”! Ed ecco una nuova alleanza che viene saldata, fra le due famiglie di Manso. Prendiamo El mono, forse il pezzo più “narrativo” della raccolta, in cui si aprono squarci profondissimi sul significato del sacrificio e del dolore. O riflettiamo su Azar, ritratto di dodici – o tredici? – esuli (improbabili cubani in Canada!) prigionieri dell’amore per le scommesse, che poi sono un esorcismo sul reale.
Da qualunque parte si prenda, il libro di Roberto Morpurgo è inafferrabile, indecidibile. Classico, tutto immerso nella gioia del narrare, ma consapevole dell’impossibilità di approdare in alcun luogo. E sarà allora qui la sua modernità, la sua capacità di resistere e parlarci – sempre.


Mauro Ferrari

 

 


Lidia Sella

LA FIGLIA DI AR

Pensieri poetici


Edizioni
La vita felice



 


La figlia di AR
Gli "Appunti interiori" in versi di Lidia Sella

[...]
A
nche se oggi la poesia non è più possibile, soffocata dalla tossicità della letteratura di massa e dagli scribacchini televisivi, resta una via di mezzo alla parola, o forse un pertugio, quasi un percorso simile a quello che avete incontrato in queste pagine. Di cosa si tratta? Ora è un termine che sussurra e fugge quasi con paura tra i ricordi d'amore, a volte è un frammento d'infanzia o il desiderio di verità; in altre situazioni si presenta nelle sembianze di una sillaba che si dissipa incalzata dalle altre, oppure si porge nelle sembianze di arte, destino, acqua, femmina, cosmo e chissà che altro.

N
el delicato gioco che la parola instaura tra epigramma e poesia, le pagine di Lidia Sella inseguono le riflessioni ed evocano i sentimenti che nutrono il nostro spirito. Non c'è un tempo per ogni cosa, ma c'è sempre la possibilità di creare il tempo per quello che amiamo. Magari lasciando liberi i nostri desideri in quel territorio indefinito - possiamo chiamarlo "season"? - dove si spengono e si accendono i sogni.
Armando Torno


Della stessa Autrice



EROS, IL DIO LONTANO
Visioni sull'Amore in Occidente

"Eros, il dio lontano". Ma questo divino archetipo di ogni nostra passione amorosa è oggi davvero così lontano? Oppure già nel titolo della sua opera più recente Lidia Sella ha inteso lanciare una sorta di provocazione, come a ricordarci che in realtà il dio dell'amore è sempre qui, dentro e in mezzo a noi, immortale ed inamovibile, in un presente post-moderno che solo in superficie ci fa dissimili dai nostri remoti progenitori? Propendo per l'ipotesi della celata, ben concertata provocazione; e tento di spiegarne il perché.

Nelle diciassette sezioni dedicate dall'autrice a raccontare in versi il percorso di Eros attraverso il tempo, ciò che si rivela con maggiore evidenza è l'influsso determinante e incontrollabile che Amore esercita sul nostro destino di uomini e donne, se non schiavi, comunque e sempre vulnerabili di fronte all'agrodolce imboscata di Amore e dei suoi strali, che ci colpiscono senza logica, né preavviso.

Saggiamente, nei primi quattro capitoli Lidia Sella provvede ad illustrare la figura mitologica di Eros da un punto d'osservazione inconsueto, affascinante, in quanto il figlio ribelle di Afrodite, nel suo emblematico ruolo di "forza procreativa" viene ad inserirsi nel processo di genesi dell'universo stesso. Interessante è la scelta di utilizzare a fini divulgativi una forma letteraria sublimata come la poesia: qui atomi e quark, fotoni e tachioni danzano leggeri sul filo teso dei versi, in encomiabile equilibrio tra didattica e lirica. Vince il lirismo, ovviamente, e il poemetto, cantando il destino dell'Occidente, descrive i nostri tempi degenerati che segnano il fallimento del progetto a favore della vita concepito e orchestrato da 'Eros protogonos'.

Ma che, o che cosa, ha prodotto la dilagante decadenza dei costumi che caratterizza la società moderna? Assorbito dalla gestione di un universo sconfinato, il dio Amore ha diradato i suoi giri di ricognizione sul pianeta Terra E forse anche per questo l'umanità si è progressivamente allontanata dal piano originario di Eros. Le leggi naturali che governavano la procreazione nei primitivi, così come la successiva evoluzione espressa nell'amore romantico di Paolo e Francesca, si sono mutati in una versione "semplificata" del rapporto uomo-donna, riducendo via via la suggestione, l'incantamento, la spinta emozionale: fattori che se da un lato sono indispensabili a rendere coinvolgente la passione, dall'altra contribuiscono a farne un passaggio nodale per la completa maturazione e realizzazione di ogni individuo.

Durante questo excursus, ma più ancora nei confronti del costume vigente e dei suoi protagonisti, Lidia Sella non si mostra certo tenera. I suoi non sono giudizi, attenzione!, bensì considerazioni amare e spesso impetuose che danno alla sua poesia una connotazione di denuncia al limite del "politically correct". Sarebbe però un errore tacciare l'autrice di sentimenti ostili verso gli sbrigativi, superficiali, calcolatori ed egocentrici amanti d'oggi, consumatori di fast-love come lo sono di fast-food. E' più sensato interpretare gli elenchi (sin troppo doviziosi) dei j'accuse della scrittrice come un ritorno al sentimento di complicità e amicizia, onesto e costruttivo, così spesso sacrificato nel sacro nome di un fasullo bon ton ideologico. E poiché tanta veemenza pare dettata all'animo della poetessa proprio da Eros, dio della passionalità, tendo senz'altro a simpatizzare con un tale cambiamento di rotta; con un così esplicito "basta" al compiacere tutti per essere accettati da tutti. Sembra quasi che la Sella, tra le righe, comunichi al lettore: "Sì, vado controcorrente; detesto il 'pensiero unico', e se anche le idee che esprimo non sono condivisibili dai più... beh, restano comunque i miei versi: resta la Poesia vera".

Ed è inoppugnabile che in questo testo la poesia giochi un ruolo d'assoluta protagonista, tanto che "Eros, il dio lontano" non si discosta mai dal canone lirico. Non sono soltanto le precedenti pubblicazioni dell'autrice a fugare, in questo senso, ogni sospetto: c'è di più. C'è, in questa particolare opera, un richiamo deciso al Mitomodernismo, corrente culturale e letteraria che sin dalla sua fondazione nel '94, ad opera di scrittori e intellettuali come Giuseppe Conte, Stefano Zecchi, Chicca Morone, Tomaso Kemeny, si è prefissata di rivoluzionare la missione stessa della poesia. Un movimento provocatorio e di rottura, oggi più attuale che mai, che suggerisce come la battaglia di ogni artista consista nel sognare un mondo rifatto da capo, e come la cultura debba avere "Bellezza e Mito" a mo' di parole d'ordine.

Per chi sa leggere un poco tra le righe, deliberatamente o meno Lidia Sella contribuisce qui a far riemergere l'arte mitopoietica attraverso un dichiarato rimpianto verso la Bellezza suprema espressa dall'Arte al di là di ogni moda o costume. E sposa, in sostanza, un indirizzo culturale che ritiene imprescindibile riscattare ogni forma artistica dalla crisi in cui è caduta a causa del dilagare, spesso volgare, di certo destrutturante nichilismo del nostro tempo.

E chi meglio che ad Eros, tra gli olimpici dei, potrebbe accogliere un tale messaggio di 'rivoluzione' non solo nell'Arte, ma nella quotidianità di ognuno? E infatti proprio al dio dell'Amore l'autrice si rivolge - in un "Almanacco dei sogni" a conclusione del suo lirico racconto - implorando gi gettare un seme di speranza sul nostro avvenire di amanti e amati "una manciata di luce / esoterica". E "il buio / magari / arretrerebbe sconfitto. / Dopo il big crunch / un altro big bang." [...] "Una fiammata catartica / e / da quel gran fragore / nascerà forse una nuova stirpe / di eroi. / Sul loro stendardo / le sacre insegne di Eros".

Che altro aggiungere se non che tale profezia si avveri, per il bene di noi tutti e dalla nostra discendenza?

Anna Antolisei

 

 


CLELIA

Il romanzo scritto
da

Giuseppe Garibaldi


Edizioni UROBOROS



 


"Clelia"
Giuseppe Garibaldi

Milano, Maggio 2011. Edizioni Uroboros presenta il romanzo più irriverente dell'eroe dei due mondi.

Scritto nel 1868, con il titolo originale di "Clelia o il governo dei preti", è sicuramente il più caustico degli scritti del generale Garibaldi.
Riconducibile alla tradizione del feuilleton, a fare da sfondo vi è una Roma del Papato cupa, divorata dai vizi e dalla corruzione, dove le situazioni a tratti estreme si intrecciano con i più disparati personaggi: preti assassini, cardinali abortisti, donne insidiate e rapite, briganti buoni. Bersaglio principale di Garibaldi è lo Stato della Chiesa con il suo pretismo foriero di vizi e dispotismo.

Il valore di documento storico è percepibile dall'alto numero di aneddoti autobiografici, oltre alla presenza di fatti e persone realmente esistiti.
Lo stesso autore è consapevole di come la parte romanzata sia in effetti poco inventata e molto reale; da qui la sua dichiarazione:
"Circa alla parte romantica, se non fosse adorna della storica, in cui mi credo competente, e dal merito di svelare i vizi e le nefandezze del pretismo, io non avrei tediato il pubblico, nel secolo in cui scrivono romanzi i Manzoni, i Guerrazzi, i Victor Hugo"

Alterne fortune hanno caratterizzato quest'opera: in Italia e in Francia vedrà una pubblicazione solo nel 1870, a causa dell'anticlericalismo spinto e l'antibonapartismo di cui le pagine sono pervase. In Inghilterra troverà un primo accoglimento con il titolo "Il governo del monaco", richiamante "Il monaco" di Matthew Gregory Lewis, altro romanzo anticattolico che tanto successo editoriale aveva avuto nel corso dell'Ottocento inglese.

Attualmente questo scritto sembra essere escluso dal panorama editoriale italiano: Edizioni Uroboros hanno deciso di riproporlo al pubblico come personale omaggio per i 150 anni dell'Unità d'Italia. "Clelia" è la seconda uscita della collana "Libridine" di Edizioni Uroboros, dedicata al recupero e alla riedizione di opere del passato.
La casa editrice nata nel 2010 a Milano, Edizioni Uroboros presenta attualmente tre collane: "Neoteroi", destinata agli autori esordienti con particolare attenzione alla sperimentazione; "Libridine", dedicata alla ricerca di romanzi del passato da rilanciare, recuperando anche elementi storici come le copertine originali e "Bookarest", collana che si occupa della narrativa dei nuovi Paesi entrati nell'Unione Europea.

La sfida: diffondere nicchie editoriali ancora poco esplorate, puntando su un progetto culturale che utilizzi i libri e la letteratura come forma di conoscenza reciproca e che promuova forme di contaminazione artistica tra editoria, teatro, musica.

Edizioni Uroboros: www.edizioniuroboros.it

 

 

 

 

 

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