GIOIELLI da SCOPRIRE

( Libri e NonSoloLibri )


 

 

Sommario delle altre pagine --(-Clicca il quadratino-)
2011 - 2 Calandrone - Magrini - Alaimo - Morpurgo - Sella - G. Garibaldi
2011
Lorandi e Montalto - Morone - Leonardi e Vigliani - Camporesi - Giovannelli - Del Bianco
2010 Foglia - Maramotti - Bianchi - Gerardi
2009 - 2 Santamaria - Caramagna - Bertoldo - Frisa - Sblando
2009 - 1 Lazzarini - Mascolo - Pappalardo La Rosa - Mazzacurati - Aciman
2008 - 2 AAVV - Avezza - Baum/Guidi - Amorese - Conte - Cora
2008 - 1 Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini
2007 Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini
2006 Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamariaa
2005 - 2 Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica
2005 - 1 Brunelli - Marchetti - AA VV - Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello
2004 Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 

 

 


Sandro Montalto

Crolli Emotivi

Romanzo tragicomico per uso esterno

Narrativa

LietoColle

 

 


Crolli emotivi

- Non c'è niente di più comico dell'infelicità.
Samuel Beckett

- L'ironia è l'interrogativo che il linguaggio pone al linguaggio.
Roland Barthes

"Crolli emotivi - Romanzo tragicomico per uso esterno" è l'ultima creatura di Sandro Montalto: creatura tanto esilarante quanto inconsueta perché, oltre a portare la firma di un critico letterario di fama nazionale, d'un saggista, poeta ed autore teatrale di comprovato impegno, segna una nuova tappa nel romanzo d'evasione sposando, attraverso una formula narrativa attentamente calibrata, l'assurdo più insensato con una penetrante, onesta e disinibita analisi interiore.
"Crolli emotivi" è un fuoco d'artificio di battute, di giochi di parole, d'istruzioni per l'uso del vivere in chiave burlesca, di fulminei racconti al limite di una stravaganza tanto spinta quanto probabile. E', insomma, un compendio di amenità volutamente proposte a raffica per non concedere al lettore un istante di tregua.
Forte di una costruzione in piena linea coi canoni della narrativa sperimentale di marca europea e di un impeccabile stile letterario, questo "romanzo tragicomico per uso esterno" è un concentrato d'energia rigenerante, un libro giovane per consumatori d'ogni età che, in molte sue parti, sembra ammiccare alla matita chiedendo al lettore di sottolineare quella frase, quella battuta, quel guizzo di umorismo irresistibile da conservare saldo in memoria e da richiamare ogni volta che il quotidiano pare esigere un esubero di seriosità.
Ma non di serietà - attenzione! - perché "Crolli emotivi", sotto una veste scanzonata e irriverente, nasconde (ma neppure tanto) tutta l'umana vulnerabilità dell'Autore che, uomo d'oggi, la condivide democraticamente con ciascuno di noi. Il libro infatti si impone anche come una riflessione all'occorrenza tragica e dolorosa sullo scandalo dell'esistenza, mira a stanare le tracce di surrealtà nella realtà ed elegge a suo astro la risata dianoetica, quell'irresistibile e profonda risata che ride di ciò che è infelice con una eccezionale compartecipazione.

Anna Antolisei

Recensione:
"Smemoranda e poesia. Così nasce "Crolli emotivi". Marco Conti: La nuova Provincia di Biella (Cultura) 22/4/'06

Giugno 2010

E' uscita una ulteriore edizione di
" CROLLI EMOTIVI "

Edizioni CentoAutori (Humor Lab)
http://www.wuz.it/libro/9788895241906/montalto-sandro/crolli-emotivi-romanzo-tragicomico-per-uso-esterno.html

 

 




 

 


Guido Turco

Poesia e Paesaggio

Itinerari figurativi e scrittura poetica
Una ricerca privata

Saggistica

Editrice Lacrèm

 

 


Poesia e Paesaggio

"La poesia possiede il suo oggetto senza conoscerlo,
la filosofia conosce il suo oggetto senza possederlo".
Giorgio Agamben


Questo breve trattato, ad uso originariamente personale, vede la luce dopo parecchie titubanze da parte dell'autore e altrettante insistenze di quanti hanno avuto occasione, in un modo o nell'altro, di prenderne visione.

Non si tratta di uno scritto compiuto, benché ne abbia l'apparenza, ma di una sorta di progetto o mappa concettuale sintetica e fortemente argomentativa, passibile, anzi, supplice di ampliamenti e sviluppi. È, insomma, un quasi manifesto sul ruolo, la condizione, lo status della scrittura poetica in un'inedita e stimolante correlazione, più che un semplice accostamento, con un particolare genere figurativo che accompagna, nella sua specificità a partire dagli inizi del Cinquecento, la storia dell'arte occidentale: la pittura di paesaggio ("Nessuna meraviglia che l'Antichità e il Medioevo non avessero il senso del paesaggio: l'oggetto stesso non aveva ancora quel netto carattere spirituale e quell'indipendente struttura formale, il cui guadagno finale in seguito fu rafforzato e, per così dire, capitalizzato dalla nascita della pittura di paesaggio").
Simmel, G. // volto e il ritratto, Bologna, II Mulino, 1985

Prodromi della figurazione di paesaggio sono presenti già nella pittura ellenistico-romana, in affreschi e decorazioni, ancor prima si rintracciano elementi paesistici e naturali nell'arte mesopotamica ed egiziana. Ma solo a partire dal tardo Quattrocento si incontra l'evoluta affermazione del genere in questione in ambito europeo.
Uno dei motivi centrali che sorregge la presente trattazione, è che "la poesia è l'affermazione di un paesaggio, di un ambiente" (pag. 13), uno spazio inteso come una costellazione mutevole, alchemica, spesso simbolica e quasi sempre illusionistica, fatto di oggetti e significazioni, aspetti normativi e affezioni intime. Così come il paesaggio pittorico rende visibili (o invisibili) forme naturali e architettoniche, minuziosi dettagli od orizzonti lon-tanissimi, realisticamente o astrattamente, allo stesso modo il fare poetico attinge ad un medesimo paesaggio, che è sempre e ancora in ultima analisi un paesaggio dell'anima, portando alla luce i suoi elementi-immagini, in un certo linguaggio e da un certo punto di vista, che richiedono all'astante la propria visione-interpretazione. La dinamica euristica ed ermeneutica, in ambedue i casi, non cambia. È in qualche modo speculare.

Il poeta è un paesaggista, quindi (e viceversa), e come tale agisce, o tenta di agire, in uno stato di "sospensione" (pg. 13, e passim), al di qua e al di là del dato fenomenico, nel pieno della più augurabile situazione umana (o superumana): quella liberamente e attivamente creatrice. Il pieno disporre della facoltà di cercare e trovare, della libertà di scegliere e provare a fissare. Che cosa? La bellezza, probabilmente. Di certo quel secondo tono indicato da Celan (pg. 14, passim), da intendersi come la designazione e destinazione di un nomen o di un segno, un dischiudimen-to momentaneo di verità, ovvero, nietzscheanamente, della parvenza di essa. Ancora la bellezza, ma non sempre. Di certo non sempre la stessa.
Si leghino qui alcune notazioni, di cui purtroppo non sono fornite maggiori implicazioni, sulla "forma tipografica che assume la poesia", le cui "parole incorniciate dal silenzio bianco della pagina" (pg. 20) sono percepite, per la loro stessa rigida e ineludibile fisicità (impronte d'inchiostro su carta), come goffamente definitorie, tragicamente leggibili nella loro sostanziale manchevolezza o caducità.

La conclusione, per Turco, è duplice. E si tratta, in ambedue i casi (nichilisticamente?) di una sconfitta. Al cospetto della parola poetica, quand'anche ne fossi l'autore, essa risuona fuori di me, e io non so, onestamente, come accoglierla. Allo stesso modo, dinanzi ad un paesaggio, sempre ammesso che riusciamo a vederlo, siamo sempre fuori da esso, condannati a vita alle miserie della contemplazione, il più delle volte vigliaccamente rimessi a consolatori puntelli storico-critici.
Sediamo composti e col vestito buono come giovani innamorati, corrisposti eppure tristi. Lontanissimi.


Enrico Ottaviano

 

 

 

 


 


Henry Marchi

I nuovi bramini dell'economia
La casta dei top manager

Saggistica

LietoColle Libri

 

 


"I nuovi bramini dell'economia - La casta dei top manager"


Ma questi top manager che hanno retribuzioni ufficiali di milioni di euro all'anno meritano così tanti soldi? Valgono proprio quanto ricevono dalle loro generosissime società? E chi sono? Come lavorano? Come si comportano? Ecco alcuni degli interrogativi che trovano risposte nel pamphlet "I nuovi bramini dell'economia - La casta dei top manager", appena pubblicato dalla torinese Editrice Lacrèm, al suo esordio.

L'autore, che si nasconde dietro lo pseudonimo di Henry Marchi, è un professionista attivo nel capoluogo piemontese, uno che certamente conosce bene il mondo che ha messo sotto tiro. Ne conosce i protagonisti, i meccanismi, le caratteristiche, i vizi, le immoralità e le illegalità. Dalla lettura si capisce che avrebbe potuto scrivere di più, sollevare altri veli. Ma ci pensano le cronache a completare il quadro: la giudiziaria, la nera, la rosa.

Alcuni titoli dell'opera di Marchi, comunque, appaiono già significati. Dall'arroganza al sadismo, come un faraone, alcol e droga, a consulto dai maghi, più del curriculum...Però, è nella parte iniziale che viene affrontato il tema più discusso, cioè quelle delle super-remunerazioni. Ingiustificabili. E se ne riportano le ragioni.

Perché allora il fenomeno continua, anzi si diffonde e aumenta di intensità? Perché i top manager sono diventati una casta potentissima, irrefrenabile, incontenibile. Sono, appunto, i nuovi bramini dell'economia. Più forti delle leggi, degli azionisti, dell'etica.

Il libretto, ottanta pagine, dieci euro (si può richiedere anche all'editrice.lacrem@virgilio.it) si chiude con l'elenco dei "campioni di incassi" in Italia. E' la lista 2004 dei 240 amministratori di società quotate alla Borsa di Milano che hanno ricevuto dalle stesse, nell'esercizio esaminato, dai 500mila euro in su. Su, su fino a 16,3 milioni di euro. Cifre relativamente basse, almeno rispetto ai compensi percepiti nel mondo anglosassone, Usa in testa. In ogni caso, le ultime rilevazioni mostrano che i boss aziendali stanno incrementando i loro guadagni, ovunque.

Fa meditare ulteriormente e lascia amarezza la constatazione che nelle classifiche dei bramini più pagati si trovino anche responsabili di imprese con i bilanci in rosso o addirittura finite malamente, oltre che soggetti incriminati. Altro che eroi del capitalismo post-industriale e miti della globalizzazione!

Excalibur

 

 

 

 


Fabio Barcella

IL CLOWN
Una vita piena d'amore

Narrativa

Gruppo Edicom

 

 

- Fabio Loris Barcella è nato nel 1966 a Valbondione, in provincia di Bergamo e vive a Torino.
Ha pubblicato il libro "Noi Clown... e voi" nell'89.

L'opera di Fabio Barcella si colloca i un ambiente letterario che ha come oggetto "il clown", sia sotto l'aspetto del "materiale" che dal punto dì vista dell'immaginario.

Il panorama che l'autore ci presenta può sembrare limitato in quanto lo sfondo sul quale esso si dispiega è istituito dal circo, ma in effetti esso ci appare subito articolato, variegato e complesso perché se (come qualcuno ha detto) la vita si svolge nel circo della realtà, il circo è, per sua natura, palestra di vita.

Infatti, al di là di tutto ciò che ha funzione puramente e semplicemente di richiamo, c'è l'uomo come totalità, che ha bisogno d'esprimersi sia a livello individuale sia sul piano del collettivo.
Si pone quindi per ciascuno l'esigenza di comunicare, che si configura come reciproca interazione che arricchisce e completa i fruitori, che sono al tempo stesso punti di partenza di un messaggio rielaborato, reinterpretato e rivissuto da chi lo riceve.

Di tale rielaborazione è protagonista il pubblico, mentre il discorso ha la sua sorgente nel clown, che si presenta come soggetto vivo e vitale, capace di dire agli altri che cos'è la vita e di mostrare in quanti modi diversi essa possa essere vissuta e trasformata da chi stando di fronte al personaggio clownesco ne riceve il messaggio e se ne appropria.

Quest'opera ci attesta inoltre come il clown vada al di là dell'attore, in quanto il suo essere è ancorato a sentimenti, convinzioni e valori senza i quali non esisterebbe "l'umanità" ma solo guerra di tutti contro tutti.

Saldezza di principi, buone basi sociali e fermezza di fede, così come sono alla base della vita di ciascuno, sono anche lo spirito che deve animare il clown, che può pure sembrare stravolgere la vita stessa, ma invece la vive, la soffre e ne è allietato in modo totale ed esaustivo.
Sono sempre assai pertinenti le citazioni degli scritti dei più grandi clowns e gli apporti ricavati dai grandi maestri del teatro europeo, che vengono collocati senza forzature nel discorso dell'autore, che risulta ampio e di grande respiro.

In pratica, questo libro vuole essere il racconto di una avventura che, più di ogni altra, conta per un clown.... Gedeone, che in poche righe racconta la sua umile ma ricca esperienza di vita, mediante il suo infinito "AMORE" per tutto ciò che caratterizza la vita stessa, e la potrete leggere camminando insieme a lui e ai suoi sentimenti, in queste pagine.

Pensiamo al clown come ad un piccolo tesoro. Facciamolo nostro, mettiamolo nel nostro scrigno: il cuore! Forse la nostra vita sarà un po' più... allegra.

L'amore è un sentimento meraviglioso, peccato che la maggior parte della gente abbia perso il vero significato di questa parola. Infatti rarissime sono le persone capaci di amare veramente l'altro. Queste persone sono quelle che non giudicano "mai" il loro prossimo e hanno cieca fiducia in lui.

Elisa Gentile

Ci ricorda, Fabio Barcella, che Galileo Galilei ebbe a dire: "Non puoi insegnare qualche cosa ad un uomo. Puoi solo aiutarlo a scoprirla dentro di sé".
Ed è profondamente vero: soprattutto quando si parla di
un sentimento complesso e completo come l'amore per gli altri, e quando la generosità di un animo gentile porta a vivere l'altruismo assolutamente disinteressato con una gioia interiore tutta da godere e da trasmettere.
In un presente dove i meno pagliacci tra i buffoni sembrano essere proprio i clowns, attraverso la sua esperienza diretta l'Autore di questo libro non si limita a spiegare ed insegnare come si entra nel ruolo che gli è caro, ma con l'umiltà senz'ombra di servilismo che è prerogativa dei cuori grandi, consegna ad ogni lettore la formula più semplice e più onesta per seminare il bene, e dunque il benessere, attorno a sé. E la formula si concretizza attraverso il dono di un sorriso, di molti sorrisi trasparenti, privi di malizia o di cinismo o di scherno deteriore, e dunque di sorrisi rari, solo in apparenza elementari e così facili da elargire.
Ci troviamo di fronte, insomma, ad un'opera rigenerante che c'invita a riscoprire il meglio di noi: non per tornare ad essere bambini ingenui e acritici, ma per saper vivere come adulti che ancora credono nella positività, e nel dono d'essa agli altri.
Un dono di certo più prezioso e salutare di quelli che nascono dalle odierne, numerose scuole 'di tendenza' che insegnano invece l'arte mai costruttiva dell'indifferenza, se non quella dello spregio o del sarcasmo feroce.
Il clown per vocazione, assieme alla sua vita davvero piena d'amore,
non sia guardato dunque con l'occhio scettico e disincantato di chi è decrepito nell'anima, ma piuttosto come Barcella c'insegna: e chissà che queste pagine - controcorrente sul serio - non c'inducano a recuperare il senso, incantevole ed incantato, della purezza.

A/6

 

 





Gladys Sica

Nel fuoco del silenzio
i l viaggio


Poesia

Edizioni "Archivi del '900"

 


 

Gladys Sica, nata nel 1959 a Buenos Aires, italoargenrina, è pittrice, scultrice, incisore, poetessa.
Si pubblica a Buenos Aires col concorso Ramón Plaza, nel 1997, il suo primo libro di poesia "Tenerezza animale".
È presente in diverse antologie poetiche e cataloghi artistici, collabora con riviste italiane ("Alla bottega" di Pavia, "Controcorrente" di Milano) con recensioni su diversi artisti, traduzioni di poeti, corrispondente in Italia della rivista d'arte e letteratura "Generación abierta" d'Argentina.
Tra i premi e segnalazioni in poesia: "A. Kuliscioff" di Torino (1991), "Cinque Terre" di La Spezia (1993-95), "Umberto Casu" di Milano (1994), "Ramón Plaza" di Buenos Aires (1996), "Laboratorio delle arti" di Milano (1998-99 e 2001), "A. Alessandri" d'Argentina (1999), "II giunco" di Brugherio (2000), "Aspra" di Pavia (2001), "Controcorrente" di Milano (2004).



ASSENZA E TENEREZZA IN GLADYS SICA

Vincitore del Premio Nazionale di poesia Antonia Pozzi per il 2005 è stato il volume di poesie Nel Fuoco del silenzio - il viaggio di Gladys Sica (Ed. Archivi del '900, MI), una italo-argentina che è anche pittrice e scultrice. Le liriche si presentano perciò in doppia veste linguistica (la versione dallo spagnolo è a cura della stessa autrice). Nella penetrante prefazione, il critico Franco De Faveri mette l'accento su "l'Ineffabile dei mistici", su un paradigma della poesia della Sica che vede nella contrapposizione fra ombra e luce, nel costante gioco degli ossimori e nello scandaglio d'anima fra
disperazione e speranza che ne consegue, il suo fulcro: e il carattere di verticalità che la contrasegna, anche se per via di caduta ma con la possibilità di riscatto sempre implicita, non condurrebbe pertanto che al Totalmente Altro.

In effetti, la tensione emotiva che scaturisce dalle liriche della Sica è altissima: c'è un corto circuito che oscilla fra i due poli, che sono poi parole-chiave, del
"cuore" e dell'"anima". "All'ombra dell'oblio di Dio" le "certezze" sono "corruttibili", i giorni diventano "anonimi" e nella loro "provvisorietà" non c'è "nulla che ora germini". Essendo il cuore "decentrato" diventa "estranea la terra" e le stesse "possibilità s'impantanano nella notte". Questo sostantivo, notte, assume la caratteristica di un fondale metafisico generale: "la notte cade, spietata, sull'anima". Ma anche se "la pienezza non dura", se "tortura" e "precipizio" sono sempre presenti, se la "solitudine" è "disumana" o "rapsodica", c'è sempre la possibilità di un riscatto: infatti "c'è una zona di luce nel dolore, un'attesa che ci aspetta, una zona d'ombra nell'allegria". Dai silenzi e dall'angoscia esistenziale si può uscire sfruttando il bandolo della nostra stessa sensibilità animale, della nostra "tenerezza" (e Tenerezza animale si chiamava la prima raccolta delle liriche della Sica, pubblicata a Buenos Aires nel 1997).

Nelle liriche tale percorso di fisicità elementare ma fondamentale, perché accomuna ogni vivente attraverso una forza pànica e livellatrice, può diventare
"il primitivo odore" da rintracciare: "cerco l'odore conosciuto e amato", "non migliorare i miei seni o il mio ventre / con le tue incredule mani straniere". Ci lega una linfa sanguigna di "animale in mestruazione".

In questa temperie d'anima, in questo clima emozionale metafisico, si può scorgere una spiegazione dell'assenza di Gladys Sica nel suo stesso destino di nascita in Argentina. Perché è la nascita a Buenos Aires (ma non sono gli argentini di origine europea la maggioranza?) che ha creato una frattura insanabile: se l'autrice si trova sul suolo natio, agogna all'Italia dei padri; ma quando si trova nell'inospitale Milano, la sua nascita porteña diventa nostalgia e dolorosa tensione. Come dice in un verso l'autrice, è il dolore in sé che
"è forza latinoamericana". Si vedano i termini, nei testi della Sica, che alludono al "viaggio" (a cominciare dal segmento del titolo), alle "partenze", alle "stazioni", ai "mari inaccessibili": la nostalgia del ritorno è quella che in greco antico veniva
chiamata pothos. Dice Platone:
"Pothos è il desiderio di ciò che è in altro luogo, assente; perciò pothos è usato quando ciò che si desidera è perduto, lontano".

Nel testo Il tempo viene fatto riferimento a scrittori o grandi personalità che costituiscono per la Sica degli ideali maestri (Camille Claudel, Dino Campana, Che Guevara, Virginia Woolf, Alejandra Pizarnik). A noi è sembrato che proprio nella poetessa argentina la lirica della Sica trovi le maggiori affinità. Non soltanto per le origini (russa di origini ebraiche la Pizarnik e calabro-italiana la Sica) ma soprattutto esistenziali e poetiche. Se anche la Sica non soffrirà di
"ferite" nel corpo, essendo anzi una bella donna, tuttavia - come dice Cristina Piña - la "sua lirica appare governata da una legge che conosce il combattimento della parola con se stessa e con il proprio silenzio, in una ricerca analoga, se non identica, all'esperienza di ardore e rigore che guida i mistici sferzati dal problema di una comunione impossibile con l'Altro". A ciò si aggiunge un'identica passione per la pittura, che nella Pizarnik vedeva la "sua inclinazione verso il silenzio congiungere in spirito la poesia e la pittura". Come dice un verso di una famosa lirica di Julio Cortàzar (Alejandra), entrambe le poetesse sono passeggere ostinate dell'assenza.

Sergio Spadaro

 

 



 

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