GIOIELLI da SCOPRIRE

( Libri e NonSoloLibri )


 

 

Sommario delle altre pagine --(-Clicca il quadratino-)
2013 - 1 Caramagna - Sorrentino - Di Stefano - Caramagna e Gavoli - Porchia - Donskis
2012 - 2 Traversa - Pollastro - Jagher - Baroni - Magrini - Rienzi - Bona - Di Poce - Vacchetta
2012 - 1 Vasile - Puccini - Caramagna - Paganardi - Lucini - Castronuovo
2011 - 2 Calandrone - Magrini - Alaimo - Morpurgo - Sella - G. Garibaldi
2011
Lorandi e Montalto - Morone - Leonardi e Vigliani - Camporesi - Giovannelli - Del Bianco
2010/11 Foglia - Maramotti - Bianchi - Gerardi
2009 - 2 Santamaria - Caramagna - Bertoldo - Frisa - Sblando
2009 - 1 Lazzarini - Mascolo - Pappalardo La Rosa - Mazzacurati - Aciman
2008 - 2 AAVV - Avezza - Baum/Guidi - Amorese - Conte - Cora
2008 - 1 Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini
2007 Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini
2006 Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamariaa
2005 - 2 Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica
2005 - 1 Brunelli - Marchetti - AA VV - Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello
2004 Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 

 


Joan Fuster

Giudizi finali

Aforismi
a cura di
Giorgio Faggin
e Vincent Simborg Roig

Mobydick

 

 


"Giudizi finali" - Aforismi di Joan Fuster

E' stata necessaria la felice collaborazione di due docenti universitari perché le massime di Joan Fuster, più scolpite che vergate su carta, arrivassero finalmente in lingua italiana ai cultori dell'aforisma di casa nostra.

Va, il merito, a Vincent Sibor Roig, docente di Filologia Catalana all'Università di València ed a Giorgio T. Faggin, già professore alle Università di Trieste e Padova, noto traduttore di poeti neerlandesi e romanista di spicco, che sono stati i curatori e traduttori di una pubblicazione che viene ad incrementare provvidenzialmente il patrimonio, oggi troppo trascurato, degli aforisti extra moenia del XX° secolo.
Salta subito all'occhio come, le massime di Fuster, siano l'estratto stesso della personalità di un Autore che, sentendosi assai stretto nelle sue origine contadine, da intelligente e raffinato autodidatta diviene uno tra i più significativi e seguiti intellettuali catalani. Senza mai abbandonare il paese natio di Sueca (València) traversa la difficile storia della Spagna del '900 per uscire dal franchismo donando un contributo di valore inestimabile al riscatto nazionale, alla rivendicazione ed alla divulgazione della cultura dei Països Catalans; di tutte le terre, cioè, unite dalla stessa lingua e dalla stessa storia.

Il professor Roig, a proposito di questo neo-tradotto "Judicis finals", ci spiega che Joan Fuster - giornalista di stampo progressista, saggista, narratore e poeta - "[...] Non soltanto non seppe sottrarsi agli aforismi, ma sappiamo anche, leggendo le sue lettere, che egli li difese a spada tratta contro gli intendimenti editoriali volti a sopprimerne alcuni, perché ritenuti moralmente pericolosi o compromettenti. Alla fine della bagarre, egli dovette tuttavia accettare l'eliminazione di qualche sua esternazione, pur di vedere pubblicato quel libro al quale teneva molto, malgrado le apparenze. "Judicis finals" vide così la luce sullo scorcio del '60 , e il pubblico dei lettori poté scoprire l'acutezza, la mordacità e persino il cinismo dell'Autore, come del resto vuole il genere letterario; il tutto avviluppato in uno stile che irretisce il lettore, come fa la ragnatela con la sua preda: in modo silenzioso, dolce e... irrimediabile".

E mentre l'Autore stesso specifica che "La minuta fantasia verbale dell'aforisma mi ha affascinato in ogni tempo - o meglio: nel tempo presente - in mezzo all'aridità del lavoro quotidiano , e non ho saputo sottrarmi ad esso", noi aggiungiamo sulla massimazione di Fuster alcune note a beneficio del lettore italiano affinché, sin dalle prime sentenze, orienti la sua attenzione su di uno stile letterario scarno, privo d'inutili orpelli fino a sfiorare la rudezza. I toni sono spesso apodittici, le enunciazioni perentorie: l'Autore non nasconde le sue opinioni dietro un'imprecisata voce, ma subito e sempre si rivela in prima persona, incontestabile "io narrante" delle sue verità rese più affabili, condivisibili attraverso il nutrito uso dell'ironia o d'un sarcasmo tanto vivace quanto accattivante ("Per lo scrittore la bile può essere un buon ingrediente stilistico". "Adamo. - L'abominevole uomo delle nevi, pardon del paradiso").

Meglio compare questa caratteristica laddove, nella parte centrale del compendio, Fuster commenta in modo assai disinibito l'operato di personaggi tradizionalmente intoccabili che vanno da Piero della Francesca a Gide, da Mirò a Kafka, Joyce, Montaigne, Picasso, Beaudelaire, Dalì, D'Annunzio, Marx; Goethe del quale si compiace di dire, ad esempio, "Goethe è scostante - come una montagna, come un acquazzone": un fulmineo asserto comprensivo di tutta l'invidiabile, distaccata e naturale grandezza del genio. E gratifica Proust con questa chicca: "Marcel Proust può essere paragonato, con i dovuti rispetti, al chewing-gum".
Al di là del commento mirato, l'aforista catalano va spesso a scalfire, se non addirittura a smentire, il pensiero dogmatico ed il più semplice "luogo comune" di ogni tempo, che sembra ritenere subdoli nemici dell'intelligenza critica. Su tale falsariga percorre i temi più vari, ordinati nel volume con gusto discreto ed esperto. Così ci arriva dapprima un invito: "Rivendicate sempre il vostro diritto a mutare opinione: è la prima cosa che i vostri nemici non vorranno riconoscervi". Quindi picchia forte su altri consolidati assiomi: "Va detto che l'innocenza di ogni Abele nasconde spesso una sfacciata e offensiva provocazione. Meglio ancora: l'innocenza stessa è molto spesso provocazione". E ancora: "Una persona che ci ama è un pericolo costante". Poi una domanda: "Fino a che punto gli altri hanno diritto alla mia sincerità?", e per dare il colpo di grazia ad un altro paio di ovvietà, asserisce: "Audaces fortuna iuvat. - Gli dèi aiutano gli audaci per puro senso dell'umorismo", "Fa parte di una buona educazione sapere quando sia opportuno essere maleducati".

Dissacrazioni e humor a parte ("Letteratura pilotata. - Non essendo possibile impedire a un uccello di cantare, si cerchi almeno di insegnargli il solfeggio"), sappiamo bene quanto sia determinante, per decretare la statura di un aforista, che le sue sentenze sappiano prescindere dal momento, scavalcare i costumi epocali e rendersi eterne, definitive. Fuster riesce benissimo a collocare il suo pensiero in uno spazio atemporale, tanto che alcune tra le sue massime paiono bypassare mezzo secolo ed essere concepite ad hoc per i nostri giorni. Alcuni esempi?
"Una guerra non termina con la pace, ma con la guerra successiva." - "Chi è disposto a togliersi la vita per un ideale, è disposto anche a togliere la vita a un altro, in nome dello stesso ideale. Tutte le dottrine che cominciano con dei màrtiri, finiscono con l'Inquisizione." - "La buona fede, la buona fede... Ma tutti i fanatici sono in buona fede." - "A volte cerchiamo il successo, un qualsiasi successo, anche insensato, perché non siamo riusciti ad essere felici." - "Siamo tutti liberali, ma fino a un certo punto. E non c'è anarchico che non sia anarchico soltanto fino a un certo punto".

Sulla dotta, risoluta sagacia di Joan Fuster si potrebbe dire ed esemplificare ancora molto, ma non si vuol togliere al lettore il piacere di scoprire ed interpretare da sé il pensiero di un massimatore di grande razza attraverso una raccolta tutt'altro che superflua o anonima. Così poco ordinaria, anzi, da indurre con un entusiasmo oramai raro alla raccomandazione di non perdere l'incontro con i "Giudizi finali" di un intellettuale d'eccezione.

Anna Antolisei

 



 


Sandro Montalto

Beckett e Keaton:
il comico e l'angoscia
di esistere

Saggistica

Edizioni dell'Orso

 

"L'unica opera cinematografica di Samuel Beckett, Film, è stata finora studiata quasi esclusivamente in rapporto alle caratteristiche del suo linguaggio. Il lavoro di Sandro Montalto costituisce invece un primo, originale, avvincente tentativo di mettere in rapporto il cortometraggio beckettiano con l'intera vicenda creativa dello scrittore irlandese. Ci troviamo di fronte non solo a uno studio puntuale ed esauriente dell'atteggiamento di Beckett nei confronti dei "nuovi" mezzi di comunicazione, oltre la parola; ma anche a un'indagine attenta della relazione possibile tra Film e alcune delle principali opere beckettiane, sia narrative, sia drammatiche. Un'esplorazione di grande interesse, che arricchisce significativamente la bibliografia critica italiana sull'opera di Beckett".

Paolo Bertinetti

 

 


Roberto Bertoldo

L'archivio
delle
bestemmie

Poesia

Mimesis - Hebenon



Un libro di denuncia, brutale, intenso, sofferto, apparentemente empio ma molto più cristiano dei libri di tanti credenti.

LA VITA CHE MI MENTE
Note su L'archivio delle bestemmie di Roberto Bertoldo
ed. Mimesis Hebenon, 2006

Vorrei cominciare proprio dal titolo di quest'ultima raccolta di poesie di Bertoldo.
Archivio. Parola fredda, giuridica o burocratica, da consuntivo. Catalogo preciso, definitivo. Di contro: bestemmie. In realtà sono invocazioni, formule verbali che attestano tutta la veemenza di un amore, o di una scossa. Immagini taglienti. Non c'è nulla di blasfemo in chi arriva a dire "per me la poesia è una forma di bestemmia, la più candida." Piuttosto, c'è qualcosa qui che inclina verso l'eretico, e si schiera a difesa di tutto ciò che non è allineabile, a difesa di quell'incandescente che non si lascia recintare.
L'autore ci aveva già dato una puntuale indicazione di autopoetica, quando, in Nullismo e letteratura, ci avvertiva che chi scrive è anche colui che "si scrolla di dosso le regole, rifugge le certezze consolidate". Questa antitesi rilevata fin dall'inizio, questo gioco di contrasti "archivio" e "bestemmia" intona via via tutto l'andamento delle poesie, a volte inserendosi proprio all'interno dello stesso verso, grazie all'alternarsi di un doppio clima: una temperatura dove urtano gli estremi del caldo e del freddo. Ad esempio, nella poesia L'arcobaleno (p.61) "il cielo (…) \ s'avventa sui ditirambi" secondo un "crudele dosaggio di piume".
Ma tutta la raccolta sembra muovere, in linea più generale, da una preliminare leopardiana "strage delle illusioni". È una strage già consumata. E non conduce a un pieno assoluto nichilismo, anzi, diventa motivo di nuovi impulsi, di slanci gonfi di indignazione e non privi di una loro più sotterranea tenerezza. Anche la bestemmia, questa bestemmia, è scossa allarmata, slancio del cuore, urlo e oltraggio corrosivo. L'inquietudine, l'indignazione, la stessa insistita ricerca di una verità rischiosa e sfuggente si traduce in una gamma di vocaboli detonanti: parole-miccia, parole di spina attivano sulla pagina forze anche scure, sotterranee. "E beviamo dalle pozzanghere scure \ l'ispida immagine che rieduca \ il nostro ululato" (p.16). C'è insomma nel Bertoldo di questa raccolta qualcosa dell'alchimista che ormai giunto alla fase cruciale dell'opera (quella "al nero", naturalmente) sta per veder saltar fuori dall'athanor le membra ricomposte del dilaniato. Di se stesso, dunque, oltre che dell'uomo in generale.
L'idea complessiva da cui molto qui muove è quella di una perdita, o meglio, di una ferita a morte. Cosa altro è se non la prospettiva del morituro quella disposizione che regge il tono di versi esemplari come questi: " Voglio poesie, poesie defunte \ su cui stona il pensiero: \ il capezzale è un dizionario \ dove le parole faticano a rialzarsi - \ non stuzzicate la mia verve di moribondo" (p.69). Valga come inciso: trovo davvero interessante il breve verso "su cui stona il pensiero", soprattutto per l'uso di quella sibilante -s- che prepara e poi ribadisce l'idea dello s-tonare, e che molto allude, per contrasto, alla nostalgia del "tono".
Tornando alle linee del discorso principale, devo aggiungere che in Roberto Bertoldo, sovente, il clima viene rinforzato da uno slittamento della prospettiva. C'è come una torsione dell'io che sembra voler sprofondare al livello del pre-umano, a recupero delle energie ultime, quelle primordiali, selvagge (l'urlo o l'ululato contrapposto alla parola che non può che mentire) o a quello dell'animale condotto al macello, crocifisso: "l'uccello nero \ con le ali inchiodate" (p.28). Albatros? Calvario delle gru? Come se l'umano potesse essere colto solo in un fiato animale, quasi primordiale, dal basso. Penso a "quella puzza \ di cadaveri trascendentali" che è "il nostro odore di uomini" (p.15).
La poesia di Bertoldo pone poi con insistenza il tema centrale della parola. La parola che può mentire, la parola che non salva. Tra coscienza e vita ("la vita \ che mi mente", p.39), tra arte e istinto. Ecco il punto di attrito. Il poeta insegue in questa raccolta una traccia che possa prefigurare il senso di una autenticità, di una nudità essenziale, di un "vero" (inteso proprio come topos leopardiano) spogliato dalle mille menzogne. C'è tutta l'urgenza di un grido, come squarcio necessario dei veli, ma al contempo c'è anche la consapevolezza dello smarrimento, poiché "non c'è grido \ nelle parole neanche a squartarle \ per sgocciolarne inchiostro" (p. 23). Poesia come atto di smascheramento.
Dal punto di vista formale, va da sé che la poesia di Roberto Bertoldo non conceda al lettore nessuna eleganza fine a se stessa, nessun preziosismo (e proprio in questo e per questo si può definire elegante…). Un dire scabro, ruvido; un grido, appunto, nel canto. Anche nei modi dell'invocazione o dell'invettiva, quella di Bertoldo rimane una voce nuda e rapinosa, da cui saetta un'energia dirompente, dal fraseggio assolutamente autonomo, singolare. Neppure la sezione del libro che ha per titolo "Poesie dell'amore inibito" denuncia particolari cedimenti al tema-mito crepuscolare della rosa non colta. È invece pervasa, questa sezione, da modalità del dire gnomiche ed epigrammatiche, tanto da far pensare, in qualche misura, a un clima da Antologia Palatina. Qui, come peraltro in tutto Bertoldo, si cerca di raggiungere come esito risolutivo la via della semplificazione lucida e ferma di ciò che semplice non è mai: tutto quel caos emotivo, quel pulsare di emozioni e di fantasie che nutre il genere della poesia d'amore. Ne deriva, in trasparenza, un senso generale di sospensione, di attesa, di tenerezza.
L'archivio delle bestemmie è dunque in sintesi un testo netto, anche duro, stringente. Una richiesta incessante di verità e insieme un corpo a corpo dell'autore con la lingua. Almeno per questo è un testo senza dubbio religioso, di una religiosità quasi incredula, non certo confessionale; un testo dove canto e urlo trovano, sillaba dopo sillaba, depurati da ogni enfasi, una loro identità nella loro stessa trasparenza. E il tempo musicale che tutto sostiene resta quello, implacabile, tipicamente 'bertoldiano' di un "allegro feroce".
Dario Capello

Roberto Bertoldo ha scritto libri di poesia, di narrativa e di filosofia. Tra le sue pubblicazioni, i romanzi Il Lucifero di Wittenberg. Anschluss, Asefi-Terziaria, Milano 1998; Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002; i saggi Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998; Principi di fenomenognomica, Guerini e associati, Milano 2003. Come poeta ha scritto Nuvole in agonia, Il pan demonio, Il rododendro e Il calvario delle gru (Bordighera Press, New York 2000, 2003 seconda ed.).

 

 


Franco Santamaria

Se la catena
non si spezza

Narrativa: racconti

Bastogi

 

 


"Se la catena non si spezza"

Non c'è che dire: sotto il titolo di "Se la catena non si spezza", ci arriva da Franco Santamaria una raccolta di quattro racconti che sono quanto di più controtendenza ci si possa attendere da un autore d'oggi.

Nelle cento pagine del libro, infatti, Santamaria fa piazza pulita d'ogni retorico e mieloso 'buonismo', prende a calci i piagnistei cronicizzati, se non endemici, di una società affetta dallo sterile vizio di vittimizzarsi e ci butta in faccia la denuncia, nuda e cruda, di una realtà quanto mai responsabilizzante se consideriamo che, a fine lettura, diventa gioco forza domandarsi: "chi ha creato i mostri?".
Anzi, la domanda si fa più inquietante ancora perché i protagonisti dei racconti lasciano intuire, al di là di una negatività sociale e individuale indiscussa, la struggente umanità dei deboli: quella dei predestinati a crescere, nella Lucania dell'autore e altrove, come frutti d'una terra arida, inclemente, tanto dura quanto iniquamente trascurata.

C'è, infatti, nel carbonaio piromane del primo racconto una furibonda rabbia omicida che scaturisce dalle mille, animali violenze fisiche e morali subite. Emerge nell'Antonio 'U scherz' del secondo episodio tutta l'indolente pochezza d'un giovane che valuta la sua malvagia inclinazione alla burla alla stregua di un talento così mirabile da giungere, in un gioco in inarrestabile crescendo, alla più impietosa delle tragedie. E, come nella madre vedova del terzo racconto la delirante follia di un lutto inesausto e insaziabile giunge a coinvolgere il figlio-bambino in un transfert perverso, così sconfina nella peggiore delle aberrazioni il desiderio parossistico di "don" Donato Bortillo, protagonista dell'ultimo capitolo, di uscire dall'anonimato paesano attraverso quella stessa, insulsa reputazione di "don" Giovanni che lo porterà, da in-consapevole e da in-cosciente, a cadere nella melma della pedofilia.

E' mirabile, quanto mai efficace, il modo in cui Santamaria trascina il lettore nell'abisso del Male, se possibile svilito ancora dal mancato riconoscimento, calandovisi dentro in prima persona, raccontandolo con la voce stessa di chi ne è il portatore. Lo stile letterario, poi, è come Letizia Lanza lo descrive più che bene nella prefazione: "Senza leziosità o lenocinî retorici, senza ammiccamenti vani" e la narrazione si dipana scarna, "ispirata dai canoni del colloquiale, ossia del linguaggio dialettale parlato, reso più vivido dall'insistita ripetizione di idee e di espressioni […], talora scandita da tempi verbali in successione martellante".

Parliamo di un libro, insomma, fatto per lettori dallo stomaco forte: non come lo esige il filone oramai abusato della letteratura "pulp" d'importazione - sia chiaro - ma piuttosto come cruda, seppur romanzata, denuncia sociale.
Pertanto è da condividere in pieno la conclusione cui giunge, nella sua postfazione, Pasquale Matrone. Come egli asserisce, "Se non si spezza la catena" è un'opera che racconta di "dannati dalla schiena piegata da ingiustizie secolari e da una rassegnazione priva di confini che ne dichiara e ne consacra la resa definitiva a una sorta di irreversibile ferinità". E Santamaria, dunque, dice pane al pane in modo così volutamente disinibito "solo perché, innamorato degli ultimi e dei reietti, ne condivide le sofferenze e si batte per costruirne il riscatto".

Anna Antolisei

 

 

 

 

Torna alla homepage