GIOIELLI da SCOPRIRE

( Libri e NonSoloLibri )





Sommario delle altre pagine --(-Clicca il quadratino-)
2013 - 1 Caramagna - Sorrentino - Di Stefano - Caramagna e Gavoli - Porchia - Donskis
2012 - 2 Traversa - Pollastro - Jagher - Baroni - Magrini - Rienzi - Bona - Di Poce - Vacchetta
2012 - 1 Vasile - Puccini - Caramagna - Paganardi - Lucini - Castronuovo
2011 - 2 Calandrone - Magrini - Alaimo - Morpurgo - Sella - G. Garibaldi
2011
Lorandi e Montalto - Morone - Leonardi e Vigliani - Camporesi - Giovannelli - Del Bianco
2010/11 Foglia - Maramotti - Bianchi - Gerardi
2009 - 2 Santamaria - Caramagna - Bertoldo - Frisa - Sblando
2009 - 1 Lazzarini - Mascolo - Pappalardo La Rosa - Mazzacurati - Aciman
2008 - 2 AAVV - Avezza - Baum/Guidi - Amorese - Conte - Cora
2008 - 1 Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini
2007 Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini
2006 Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamariaa
2005 - 2 Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica
2005 - 1 Brunelli - Marchetti - AA VV - Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello
2004 Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 

 

 


Roberta Schira

Piazza Gourmand

 

Narrativa

Ponte alle Grazie

 

 


"Piazza Gourmand"
Il romanzo culinario di
Roberta Schira

A settembre in libreria il primo romanzo dell'autrice de L' Amore goloso. Dopo il successo del suo libro su come sedurre lui/lei a tavola, che le è valso il secondo posto al premio nella sezione Food del Premio Bancarella e il Premio di Letteratura Gastronomica Minori-Amalfi, l'autrice affronta la prova narrativa d'esordio mescolando abilmente vivacità della scrittura e raffinata cultura gastronomica.
La scena del romanzo è la piazza di una grande città, dove passano e vivono tanti personaggi, ognuno con la propria storia da raccontare, e un rapporto speciale e unico con il cibo: un grande chef finisce per strada, due ricchi coniugi litigano al ristorante, due coppie restano chiuse in ascensore e iniziano a mangiare, amanti golosi si incontrano in un motel fra torte e sformati. Un'architettura narrativa complessa che, con perversa precisione, confluisce in un finale collettivo, a tavola naturalmente.
Piazza Gourmand è un romanzo culinario dove s'intersecano storie d'amore, gelosia, sesso, passione, le ossessioni di uomini e donne. Segreti, doppie vite, desideri nascosti. che s'intersecano in maniera originale su uno sfondo comune: la passione per il cibo e per la vita.
Un romanzo corale, fresco nello stile e profondo nei contenuti, che ricorda, per la struttura narrativa, il puzzle di Se una notte d'inverno un viaggiatore di Calvino e Il bar sotto il mare di Benni.
Tutte le vicende s'intrecciano e ognuna prende vita da una storia e da una tipologia di cibo: dal finger food alla haute cuisine. Le divagazioni gastronomiche e le ricette di cui si nutre la trama del racconto fanno da contrappunto al dipanarsi storia. Come un menù a tredici portate.
Tre grandi chef sono ospiti illustri e parte integrante del romanzo: Heiz Beck del Ristorante la Pergola dell'Hilton a Roma; Carlo Cracco del ristorante Cracco a Milano e Ferran Adrià del ristorante El Bulli a Roses.
L'autrice è capace di coniugare con competenza culinaria, capacità di introspezione psicologica e gusto del racconto. Dopo il successo delle Relazioni culinarie di Andreas Staikos, di Chocolat, le memorie gastronomiche di Ruth Reichl, ora arriva una proposta tutta italiana: Piazza Gourmand.

 

PIAZZA GOURMAND di ROBERTA SCHIRA

(2007, Ponte alle Grazie, Milano, pp 208 corredate di ricette e realia)

Singolare e gioioso approccio alla forma del romanzo questa opera prima dell'altrimenti nota e temuta esperta gastronomica Roberta Schira.
Anche per un non addetto ai lavori d'Arte culinaria l'alternanza dei capitoli narrati e delle parti concernenti i piatti proposti non inceppa la lettura, anzi: si finisce col gustare con curiosità le ricette sulla carta, magari auspicando di assaporarle un giorno in maniera più concreta.

I
numerosi personaggi presentati con leggerezza, ma con sincera partecipazione, danno vita a un balletto di coppie dalle affinità elettive o repulsive che li porta gradatamente a convergere verso un atipico pranzo funebre, che risulta catarticamente un nuovo inizio per tutti (eccettuata forse la persona defunta, che in fondo nessuno rimpiange).
Vengono alla mente altri minuziosi preparativi conviviali, soprattutto cinematografici, quali
Il pranzo di Babette, la cena dell'Epifania joyciana di The Dead, e Chocolat.

L
'Autrice si distingue per la sicura maturità con cui fa dialogare le varie voci, oltre che per la maestria sfoggiata nell'offrire i suoi consigli di cucina, il tutto condito con un pizzico di autoritarismo che le fa apertamente dire: "siete nel mio libro e comando io".

Marco Morello

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Roberta Schira, nata a Crema, è laureata in lettere con indirizzo psicologico. Si occupa da sempre di tutto ciò che ruota intorno al cibo: autrice di libri patinati di ricette, innovativa "food stylist", critica gastronomica autorevole, collabora con numerose testate nazionali. Dopo il successo di L'amore goloso, manuale ironico e prelibato per sedurre lui/lei a tavola, adesso si cimenta con il suo primo romanzo, infondendo in un racconto corale a incastro tutto il suo gusto per la buona cucina e per la buona letteratura.
Ne risulta un'opera originale, che adotta la formula del romanzo culinario, pressoché inedita in Italia, per coinvolgere il lettore nel piacere per il cibo e per le storie. L'abbiamo incontrata e ci siamo fatti raccontare i segreti della sua ricetta narrativa.
L'amore goloso sta per essere pubblicato in Spagna.

 

 

 

 

 

 


John Taylor

GLI ARAZZI
DELL'APOCALISSE

 

Poesia

I quaderni di
Hebenon

 

 


Lo scrittore americano John Taylor, nato nel 1952 a Des Moines (Stati Uniti), vive in Francia dal 1977. È autore di cinque opere di racconti e di prose brevi: The Presence of Things Past (1992), Mysteries of the Body and the Mind (1998), The World As It Is (1998), Some Sort of Joy (2000), Now the Summer Carne to Pass (Premio "Tre Querce" 2004). La presente raccolta di poesie e prose brevi, The Apocalypse Tapestries, è stata pubblicata a dicembre 2004. John Taylor è anche noto come specialista di letteratura francese contemporanea, di cui tiene regolarmente una rassegna sul Supplemento Letterario del "Times". Un'ampia selezione dei suoi saggi su poesia e prosa francesi è apparsa recentemente per "Transaction" con il titolo Paths to Contemporary French Literature (2004).

Gli Arazzi dell'Apocalisse

Libro vario questo di John Taylor, assemblato e cadenzato sapientemente nell'alternanza di testi poetici e in prosa che spaziano cronologicamente dagli anni '70 al terzo millennio, con incursioni ed escursioni anche nell'infanzia dell'Autore in America, ma soprattutto in Europa, e segnatamente nella patria di adozione francese e in quella d'elezione, la Grecia.

Partendo dallo spunto fantasmagorico degli splendidi arazzi medievali custoditi nella fortezza di Angers, Taylor conduce il suo pellegrinaggio esperienziale alla ricerca del sacro, inteso sia come immanenza divina classica, sia come spiritualità intima dell'uomo. Questo viaggio sfida il lettore a districarsi tra i dati oggettivi proposti da Taylor e le visioni apocalittiche di Giovanni, testimone e cronista prescelto 'obtorto collo' e collocato in un punto di vista privilegiato: la capanna o garitta spesso citata perché iconograficamente presente negli arazzi. L'impressione generale prodotta è appunto un altalenare tra la contemporaneità di fatti persino banali e l'antichità del mistero visionario e insondabile.

Taylor è maestro nell'uso del verso scarno e della prosa poetica, nell'accostamento di strofe discorsive a volte prolisse e di frasi solitarie, campite in una pagina altrimenti bianca, e ancora nel monologo drammatico messo in risalto dalla scelta del corsivo. Proprio una delle ultime pagine in prosa, "LXII. Nel mondo di Giovanni", ci pare contenga la chiave di quest'opera così varia e meticolosamente realizzata: Taylor descrive una classe di studenti intenti a copiare con matite colorate alcuni arazzi della collezione di Angers; in particolare un ragazzine cattura la sua attenzione per la cura posta nel seguire con la matita una linea, forse un solo filo del tessuto, finché il piccolo artista si trova irretito in un groviglio da cui non sarà più in grado di fuggire. Ecco: l'autore stesso ha valicato il diaframma che separa la realtà da quell'altro mondo tremendo e meraviglioso, che l'angelo induce Giovanni a spiare, e ha squarciato per un momento il velo normalmente insondabile, tanto da essere portato a domandarsi paradossalmente se sia il caso di credere in una fontana salvifica intravista per un attimo come simbolo dell'eterno.

(M.M.)




NON MI SUDDIVIDERE
di
Franco Pappalardo La Rosa

La poesia di John Taylor pare attingere la sua forza creativo-rappresentativa non nel reale in sé, bensì nella dimensione del sogno e, talora, dell'incubo. Di conseguenza, l'insistito barbaglio antilirico, lampeggiante tanto nella scrittura versica quanto in quella dei microracconti, alla perfezione s'attaglia alla luce che connota i testi: luce tipica di un io orfico, il quale riceve dal sogno ("Tentai, in questo sogno, di librarmi in alto dalla cittadella. / In alto. Sempre in alto! // Si possono trovare testimoni / dopo che la cittadella è crollata…") la percezione del senso dell'essere e del divino che ne promana. Fra il visivo e il visionario, questa di Taylor è una poesia che evoca e nomina un complesso di oggetti, di paesaggi, di figure ecc., all'apparenza reali, persino iperreali, e una fitta trama di intuizioni, di sensazioni, di riflessioni, di quesiti, al cui marasma l'io poetante, non diversamente dal Verbo - lo spirito di Dio che, all'apertura della Genesi, plana sul Thhù-vavohù, nome e immagine del Caos -, conferisce ordine e significanza.

Non a caso, il protagonista de Gli arazzi dell'Apocalisse (libro che assembla testi poetici e in prosa che spaziano cronologicamente dagli anni settanta al presente) sembra ingaggiare una sfida con la parola e con le infinite possibilità, che essa offre, di rappresentare le idee, l'esistenza, le cose del mondo nel dinamismo dei loro movimenti o nel silenzio delle loro perturbanti stasi. Sicché il processo, nel quale si viene risucchiati, è di evocazione-distruzione-rigenerazione all'interno di un racconto intensamente affabulato. Ecco perché i testi, capaci come sono di suscitare una velata emozione estetica in grado di colmare l'angoscia del Vuoto ("E se qua / (dove sei) / fosse / allo stesso modo / oltre?"), implicano una dichiarazione di giudizio sull'essere, espressa con l'essenzialità e la fulmineità dell'occhio che scruta (soprattutto dentro gli spazi coscienziale e subcoscienziale) e, al contempo, cattura e poeticamente rappresenta.

In essi, insomma, l'io vive il sogno come zona di esplorazione delle matrici più segrete, ma anche più certe, dell'esistenza, e non come sterile veicolo di fuga e di alienazione. Altrimenti all'artifex, a colui che imita il Verbo mediante l'impiego della parola e riporta la parola stessa, nonostante il suo destino di caducità, al centro delle emozioni per dare o ridare un senso al mondo, preclusa sarebbe - al pari dello scolaro, soffocato dal groviglio dei fili mentre sul foglio del proprio album copia i disegni dell'arazzo di Angers - la speranza di salvazione ("Oh Signore, non mi suddividere ancora. Ora non sono che / un frammento del raggio") promessa da un'Apocalisse avvenuta una volta per tutte con la morte e la resurrezione di Cristo. Come dimostra la più enigmatica delle figurazioni intessute fra il 1373 e il 1380 da Nicolas Bataille nell'arazzo di Chateau d'Angers, dove Giovanni, rappresentato davanti a una garitta, vigila affinché il Caos non torni a prevalere.


 


 

 

 


Valeria Serofilli

NEL SENSO
DEL
VERSO

Libro e audiolibro

ETS Pisa

 

 


Nel senso del verso
dalla nota critica di Alberto Caramella

[...] Nella sua ultima prova Nel senso del verso la nostra autrice riprende il suo canto in quattro scansioni:
"Liquida anch'io / rapita mi volgo" (dalla sezione "Oltre").
E nella sezione "Ebbra" si legge "Se tutto è inganno / inganno sia / perché è questo / il più dolce annegamento!".
E ancora da "Ebbra" il testo "Sapide parole" lampeggia di dionisiaca felicità e di dissacrante ironia: Sapide parole / fra la nebbia // sole: disfatto letto a misura // del non detto!".
Di quest'ultimo impegno poetico che per adesso arresta ma non conclude la vena dell'autrice mi da commozione l'esergo che richiama (Odissea 22, 347) le parole del poeta Femio.
Era il momento della verità. Ulisse stava per ucciderlo e quando si riguarda dal momento finale si spoglia il tempo di ogni vacuità. Per il poeta conta la nativa libertà e la nativa originalità, perché nessuno può dare ad altri la poesia o il modo di farla. Non può essere insegnata ma soltanto trovata.
La seconda parte della risposta di Femio è però una dichiarazione di umiltà, "un dio tutti i canti mi ispirò nel cuore".
Una più attenta traduzione di questo testo di Omero potrebbe essere la seguente: "nessuno mi ha insegnato come far poesia ma per volontà di un dio tale è la mia natura e l'essere mio che in sé racchiude e sa i più diversi canti".
Alla commozione di una comune convinzione si aggiunge la constatazione che proprio così si connota tutto il fare poetico della nostra Valeria Serofilli.

Alberto Caramella
Presidente della Fondazione Il Fiore di Firenze


Nota di Lettura di Ivano Mugnaini

Prosegue, con questo nuovo prodotto multimediale, l'esplorazione di Valeria Serofilli dell'universo poetico, tra genuino stupore e ricerca ulteriore nell'ambito dei temi a lei familiari. Il titolo stesso della raccolta offre una prima e valida indicazione di massima, un punto di riferimento. Nel senso del verso, al di là delle assonanze e dei richiami immediati, pone fianco a fianco due componenti fondamentali, il materiale di base del progetto e del viaggio: il senso, il significato, i riferimenti culturali, si sposano alla logica irrazionale, la libera successione di sillabe che veicolano un'emozione.
Come spesso le accade, anche in virtù del suo background, dell'amore per l'arte nelle sue multiformi manifestazioni, Valeria Serofilli ha felicemente contaminato i suoi versi con l'ambito della recitazione e del canto. Alcune poesie della raccolta ancora del tutto inedita Nel senso del verso sono state riportate in questo CD che ha lo stesso titolo, un contenitore multimediale che propone un'accurata scelta della sua produzione letteraria.


[...] Un lavoro curato ed efficace, questo di Valeria Serofilli, sia dal punto di vista tecnico che per la passione con cui le liriche sono state raccolte e suddivise, come in una serie di mosaici che compongono nel loro insieme un'immagine di più ampio respiro. Un autoritratto in versi dell'autrice e del suo mondo, che si fa anche, nei dettagli, nella ricchezza dei contrasti e dei chiaroscuri, quadro variegato e intenso del tempo, della vicenda umana. Il sogno e la ricerca tenace del senso del verso, la suggestione, la realtà, la necessità della poesia.

 


 

 

 



Diana De Luca

OKEANOS

Poesia

 

Genesi Editrice

 

 


L' Okeanòs di Diana De Luca
dalla prefazione
di
Sandro Gros-Pietro

[...] Il libro è costruito adottando la teoria di Prassitele, valida per dare figura al corpo umano, cioè è scandito in tre segmenti o sezioni, in modo che si può cogliere un'allusione velata alla fisicità e alla corporeità della scrittura, cioè si può scorgere un richiamo alla teoria delle sinestesie tra le diverse arti, grazie alla quale le caratteristiche specifiche di un'arte si ritrovano codificate o camuffate in un'altra, passano dalla poesia alla musica, dalla scultura alla pittura, in uno scambio che ammette, come si è detto, canoni diretti e inversi, cioè gli inizi differenziati delle esecuzioni dello stesso tema, per cui un'arte può trovarsi a fare da avanguardia in una data situazione ed essere retroguardia in un'altra. La prima sezione è certamente quella più fonda e profonda, anche la più vasta delle tre; è quella che evoca il maggior numero di chiari simboli poetici - il bacio, la sirena, il gabbiano, le corrispondenze, la medusa, la barcarola, il corpo e tanti altri schermi allegorici, diciamo che ogni poesia ne contiene una pluralità. In tale epifania di metafore, simboli, allegorie, trasposizioni e proiezioni, gli accostamenti, gli incroci, le corrispondenze sono sempre realizzate con un'efficacia improvvisa e sorprendente. Per esempio, si noti in La sirena l'appropriazione in chiave autobiografica del simbolo chimerico: non solo la sirena è la stessa poetessa, ma non basta, perché si aggiunge il fatto che la sua voce celestiale, eppure mortiferamente incanta-trice, è divenuta il canto del silenzio, cioè è divenuta ciò che, nella tradizione musicale a cui De Luca qui allude, è il canto gregoriano. L'espressione perifrastica del canto gregoriano è, infatti, il canto del silenzio, cioè quel canto che si colloca al di sopra, per armonia e dolcezza, di ogni canto possibile, a tal punto perfetto da essere voce divina, voce del silenzio, non udibile da orecchio umano. Ecco, allora che un simbolo poetico tradizionale, antico, mitologico e pagano, come è la sirena, si carica di un'ansia rivelativa metafisica, con velate allusioni al patrimonio di fede cristiana: è questo uno dei tanti esempi possibili di corrispondenze trasversali adoprate da De Luca. La seconda sezione appare più pianamente narrativa, fenomenica, episodica, ma anche illuminata da un lucido sorriso di amara follia che non ammette riscatti di sorta dalla vanità inane in cui tutti noi, creature d'acqua dell'okeanòs, annaspiamo angelici nella nostra impermeabile stupidità, sul bagnasciuga del mare che presto ci lascerà disidratati e privi di vita, tutt'al più abbiamo il vezzo di chiederci se sarà questa la nostra ultima vacanza oppure se ne sarà concessa ancora altra a venire. L'ultimo segmento è il più breve ed il più intenso; è destinato ad accogliere il senso compiuto, l'epilogo e la morale del viaggio sulle sponde del mare, ed idealmente si ricongiunge al primo, in un ciclo di rinnovo indefinito della vita.

[...] anche la poesia, come il poeta, è fatta d'acqua ovvero è scritta sull'acqua: è un dono di saggezza, di fascino, di conoscenza, inseminato nel mare e che il mare trasporta e disperde ovunque ovvero che dal mare viene sradicato dai fondali su cui cresce eppoi sciabordato sugli arenili del continente e delle isole, come accade al nostoc, a quella tale alga verde e azzurra che è nota con il nome di spuma dì primavera, e a cui De Luca dedica una poesia in chiave metaforica.

 

 

 

 

 


Claudio Mancini

L'ombra del Tempo

Poesia

 

Joker

 

 


"L'ombra del tempo", di Claudio Mancini
Edizioni Joker

"Tàcchete! ogni giorno / si rompe qualcosa", constata Claudio Mancini nella prima parte, 'Bloc Notes', della sua raccolta di versi "L'ombra del Tempo". E un tàcchete appresso all'altro finisce che si rompe l'essenziale, che s'infrange quel fluido nucleo d'energia determinante per tenerci in vita. Amen, allora; il viaggio è finito ma l'Autore di questa raccolta pare non preoccuparsene molto. Come suggerisce il titolo stesso, la sua attenzione è concentrata sul Tempo e sul suo ineluttabile correre e tras-correre imprigionato in un destino dal quale, in eterno, non ha alcuna speranza di liberazione.
Mancini lo contempla, il Tempo, con una tenerezza fatalista, povera entità perpetua, potente, dominatrice afflitta però da un destino chissà quanto tedioso. Lo scruta con occhio antropomorfico, umanizzandolo al punto di stabilire con lui un colloquio arioso e ininterrotto che, in modo più o meno diretto, sarà il filo conduttore d'ogni sua considerazione esposta, nelle tre sezioni della raccolta, in versi altrettanto sciolti, quasi liquidi con il loro fluire così naturale - è vero - ma sempre segnato da una qualche pregnante, essenziale sorpresa.

Essenziale, nodale perché proprio in questo sta il coinvolgente segreto dell'opera poetica e della prosa di Mancini: Mario Pazzaglia nella prefazione, Sandro Montalto nella nota di chiusura del libro, ne illustrano come meglio non si potrebbe vuoi il significato, vuoi l'intensa, autorevole storia, ma qui la chiave di lettura vuole essere un'altra. Tenta cioè, facendo leva sulla presunzione di un'intuitività tutta femminile, di compenetrare "il senso di Mancini per la vita", il suo approccio più privato e intimo con l'insondabile mistero dell'esistere.
Ardua impresa, ma non impossibile se gli indizi determinati arrivano dall'Autore stesso che, nell'affermare "me ne sto qui sbilenco / dentro un pensiero a dondolo / (oh delusione, solita speranza)" già ci parla della dinamica precarietà da lui percepita rendendosi cosciente che "L'unica libertà sta nel pensare / e la parola è muta. // Rimane la speranza / (ma per poco)".
Instabilità sentita, a volte, come un inebriante giro di giostra destinato ad arrestarsi portando, nel suo ritorno alla staticità, il rassicurante sollievo così descritto: "Oh, sì, volare libero... / ma poi mi appoggio al tavolo e ti scrivo / per ritrovare un punto ove consistere."

Ma la straordinaria, entusiasmante intelligenza di vivere propria di Mancini non s'intuisce soltanto: si tocca, invece, quasi fosse solida materia laddove il poeta scavalca la pur acquisita saggezza per tuffarsi a corpo morto dentro un'immagine dell'essere privo della ricercata, grave e greve drammaticità senza vantaggio di cui è pregna buona parte della letteratura tradizionale. Non manca di certo il pathos ("Quest'acqua impetuosa rallenta. / Là in fondo il confine. Sul fiume / tra foglie marcite e rimpianti / la vita diventa palude.") , ma come ben spiega Pazzaglia, è un pathos "sommesso, discreto e rigorosamente perseguito della sua testimonianza".
Implica, questo, un riscontro di preziosa cognizione in più: parla da sé di sentimenti saggiati fino ad impressionarli nel fondo dell'anima senza che mai s'intuisca l'acida pretesa di esserne il solo detentore ed esperto gestore.

Se non è rivelatrice dell'intelligere più umanamente seduttivo, dunque, una poesia dove la pregnanza dei contenuti si veste di un'umiltà quasi supponente; se non è assennato il gusto d'irridere senza meschinità le inesorabili irrisioni di cui la vita sa gratificarci con arte tanto fantasiosa ("Mi accoccolo d'amore / tra misteri di luna e desideri: / Divorami, zanzara, sono tuo!"), allora l'arte stessa di esistere va ancora inventata.
Claudio Mancini la sua formula eccellente ce l'ha ("Però mi tocca vivere / Così tanto per vivere") e, generoso, ce la trasmette optando per uno stile letterario limpido e schietto, del tutto privo dei forzati virtuosismi cui si aggrappa l'autore che non sa rendere con piglio sicuro e incisivo la sua verità.
Fa di più: dai primi versi di "Bloc Notes" passando per "In bilico" fino all'ultima parola di "Futurum esse", l'artefice delle surreali, impagabili "Lettere a Francis" sfodera l'arma della sua raffinata dimestichezza con il linguaggio. E, l'ultima stoccata in punta di fioretto che veramente delizia il cuore, l'infligge con un'eleganza oramai rara: per quanto disinvolta voglia apparire, non inganna neppure il più ingenuo tra i lettori.

Anna Antolisei

 

 

 

 

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