GIOIELLI da SCOPRIRE

( Libri e NonSoloLibri )


 


Pagina
2008

@@@

Per andare alla pagine precedenti
clicca sui quadri a fianco

- 2007-2008
Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini

- 2007
Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini

- 2006
Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamaria

- 2005 (2)
Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica

- 2005
Brunelli - Marchetti - AA VV
Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello

- 2004
Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 

 


AAVV

Le carte di riso

Antologia
poetica

Torino Poesia

 

 


Quindici poeti vercellesi in attesa di nuove fioriture

[...] Tutti questi autori hanno in comune, oltre a pubblicazioni e premi letterari, la partecipazione assidua a letture in pubblico a Vercelli, nella condivisione di un lirismo che rifugge il paludamento delle letture attoriali e dei luoghi istituzionali o scolastici1 ,per tributare alla poesia il suo profondo valore estetico, etico e civile.
Con "Le carte di riso", titolo scelto non solo per il facile rimando al dato paesaggistico vercellese, ho voluto quindi realizzare, attraverso l'evocazione della trasparenza e la disomogeneità di quel tipo di carta, un'opera di osservazione in filigrana di temi e figure, di archetipi e simboli, che compongono il tessuto dei testi e delle voci più interessanti della poesia a Vercelli oggi.
Traccio dunque di seguito quindici rapidi ritratti, condensando analiticamente ciò che rappresentano per me, poeta a mia volta, ciascuno dei poeti qui antologizzati.

- Alice Castiello vive fino in fondo una poesia dell'introspezione, spesso violenta, in una sorta di post-femminismo mistico e autoriflettente di gusto beatnik, con punte di acuta sofferenza, trasfusa, e trasformata, in un scrittura che va dalle rime baciate a tempi volutamente prosastici.
- Alessia Cipitì, pur nei limiti, già sensibilmente travalicati, di una letteratura e di un'esperienza giovanili, esterna un lirismo di coraggiosa maturità, nella cognizione di un dolore panico che attinge tanto alla cultura classica quanto agli stilemi di autori moderni, non senza un consapevole spleen esistenziale.
- Gian Mario Coppo lavora di continuo a un'opera che, sebbene monolitica nella sua rielaborazione del discorso amoroso, presenta una mirabile vena creativa, nel flusso di una scrittura assimilabile al Cantico dei Cantici per l'andamento dialogico-responsoriale, tra riflessioni filosofiche e sguardi minimalisti sulla realtà quotidiana.
- Roberto Crosio compone una lirica, in un arco cronologico vastissimo, dove racconta soprattutto vicende di famiglia e di generazioni, che si trasformano in momento di autoanalisi per ulteriori approfondimenti tematici, sempre in bilico tra la grande Storia e le esperienze private.
- Paola Di Carlo offre brevi liriche quasi in forma di haiku, non solo per il tratto o la dimensione, ma per via di una scrittura al contempo leggera e profondissima, in grado di meditare sui grandi temi dell'esistenza umana, partendo dall'occasione di un ricordo personale o di un elemento naturalistico.
- Luisa Facelli inventa una poesia coltissima, non priva di generosa autoironia e fecondo sarcasmo, con uno stile versatile che si muove in mezzo a virtuosismi formali, gettiti funambolici e minuzie estetiche, mostrando la dotta sorpresa di un'originalità genuinamente giocata.
- Giorgia Genatiempo compone versi senza titolo, una sorta di vaticinio per un immaginario interlocutore che si sovrappone alla propria identità femminile, in immagini taglienti anche di forte suggestione visiva, grazie al dosaggio di allegorie, simboli, metafore in un contesto tanto realistico quanto trasfigurato.
- Paola Lazzarini persevera a tratteggiare con la parola, preziose e minute incisioni: ma dietro una levità simile all'haiku giapponese, agiscono sia una profonda conoscenza della lirica contemporanea, sia un'urgenza di narrare il presente che sconfina ex-abrupto nelle tragedie di oggi.
- Serena Leale, come nella sua pittura, usa il duplice pedale del fiabesco e dell'orrido: ma nel raccontare in versi le grandi meraviglie o le piccole miserie della vita quotidiana, accentua tanto gli aspetti surreali relativi alle mitologie contemporanee, quanto uno humour sottile riferito a se stessa e al mondo adulto.
- Guido Michelone presenta una parte di liriche giovanili dove è pervasivo un gusto citazionista volutamente glamour e kitsch, che si ritrova nei più recenti "Caroselli", parodia postmoderna dei testi dijingles anni Sessanta, riscritti alla luce degli eventi storici di allora; non manca la vis polemica nello sguardo sulla società contemporanea anche nell'omaggio ali'amico-poeta vercellese.
- Carlo Molinaro è come se componesse da decenni un'unica infinita poesia, con foga diaristica, in linea con un'idea classica della lirica moderna: la sua è una scrittura immediata, spesso narrativa, e accesa da improvvise invettive e indignazioni persino quando si abbandona a pulsioni erotico-amorose.
- Gian Piero Prassi incarna una delle voci della poesia civile attuale, che si rifa alle cadenze della preghiera e che, al contempo, si impegna a circoscrivere un vissuto personale nei termini di un ermetismo tanto referenziale quanto stravagante.
- Tonino Repetto, in questo inedito nuovo poemetto di rara oggetti-vità introspettiva, coniuga una rigorosa ricerca formale sui meccanismi costitutivi dell'espressione lirica a un fitto dialogo esistenziale che, a sua volta, rimanda ai grandi archetipi della letteratura moderna e contemporanea.
- Mirko Romano approda a una lirica che risuona della sua esperienza di romanziere in termini di scelte tematico-discorsive, ricreando perciò un proprio specifico, tra sarcasmo ed etica, in una sentenziosità da recitativo secco e in un'oralità dabeatgeneration.
- Enrica Visconti si presenta nelle vesti di cantore della vita quotidiana, stemperando il proprio, personale, profondo excursus sulla poesia medesima, con un'attitudine al dialogo con le arti figurative che invera definitivamente il discorso sui contenuti, intrinsecamente sospesi tra visione e realtà.

Con Le carte di riso compio quindi un primo tentativo di fare lo stato dell'arte della poesia a Vercelli, nella consapevolezza di realizzare un'operazione tanto provvisoria e parziale (secondo lo specifico criterio già dichiarato) quanto tuttavia emblematica di una realtà culturale, che si presenta assai feconda per quantità e qualità, e perciò in attesa di nuove fioriture nel terreno vercellese e nelle primavere a venire.

Francesca Tini Brunozzi
[Vercelli, primavera 2008]

 

 

 


Serena Avezza

Il filo rosso
del destino

Narrativa

Editrice UNI Service

 

 


IL FILO ROSSO DEL DESTINO

" L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio. "
(Italo Calvino, Le città invisibili, 1972)

Fin dalle prime pagine di questo racconto leggero, la giovanissima autrice Serena Avezza ci scaraventa nell'universo inquieto dell'adolescenza vista attraverso gli occhi di alcuni ragazzi di un liceo torinese, le cui esistenze s'intrecciano in un altalenarsi di gioie e dolori accomunandosi nel tormento per la ricerca dell'amore vero e nelle discussioni infinite sull'esistenza del destino o sul significato autentico della felicità.

Tramite l'uso di un linguaggio molto colloquiale e colorito, la costruzione di metafore che contengono i simboli dell'immaginario adolescenziale - come la mitica moto di Davide con la scritta "46" - e la creazione di un'anagrafica tutta nuova che vede i protagonisti 'ribattezzati' con nomi brevi quanto un soffio o presi a prestito dalle leggende del Blues, la storia si snoda innanzitutto fra due mondi ben distinti: quello maschile e quello femminile, permettendo all'autrice di dar vita alla rappresentazione di modus vivendi ovviamente opposti ed in storica costante lotta.

La Scuola - con tutti i suoi limiti e contraddizioni, interrogazioni a rischio, pallose versioni dal latino e prof che ancora non ricordano i nomi degli studenti - rimane comunque il punto di assoluto riferimento attorno al quale gravita la vita di questi ragazzi, divenendo al contempo il luogo della formazione sentimentale per eccellenza con coppie amicali contrapposte ad altre d'impronta amorosa che si creano per poi disfarsi e rinascere di nuovo.

Pur conducendo delle esistenze apparentemente piene d'interessi e stimoli, le vite dei protagonisti di questo racconto sono pervase da un forte senso di vuoto e solitudine che ognuno di loro tenta disperatamente di sconfiggere, alcuni rifugiandosi nelle chat dove ci si può inventare un alter ego e si può finalmente essere liberi di fingere e mentire scoprendo nuovi, inquietanti lati di sé stessi; altri baccagliando in chiassose discoteche per inebriarsi di fumo e musica e poi sboccare clamorosamente all'alba; altri ancora facendo pericolose scorribande in moto o scivolando per pendii ghiacciati a bordo di una vecchia camera d'aria: il tutto in una sfida feroce verso la morte.

Telefonate interminabili e cascate di messaggi , sigarette fumate a metà, tatuaggi, videogames, Manga, la musica negli auricolari e le classifiche dei ragazzi più belli sono solo il tramite per alleggerire il peso di quel destino il cui filo, come recita il titolo, lega inesorabilmente gli individui fin dalla nascita limitando quindi le loro scelte di vita. Nei retroscena di tutto questo teatro però, traspare una voglia infinita di tenerezza 'dettaglio' che non tutte le famiglie forse riescono più a dare perchè letteralmente schiacciate da situazioni sentimentali traballanti, ritmi di lavoro stressanti e problemi economici non indifferenti, e la Scuola dal canto suo riuscendo a malapena a sopperire ad un'educazione di base, esula dal rapporto umano lasciando in questi ragazzi un senso come di spaesamento che li porta a gesti d'insubordinazione ed atteggiamenti di falsa, pericolosa spavalderia.
Sopravvivono però, miracolosamente, la ricerca dell'amore puro e dell'amicizia vera, e nonostante le bravate da ragazzi dissoluti permane comunque una visione femminile che comporta l'equazione 'donna-casa-mamma' riportandoci a dei canoni familiari molto tradizionali e radicati. Canoni che ritroviamo anche nella descrizione della città: Torino, vista attraverso il parco, le fermate dei tram, i Murazzi e via Garibaldi, ma sempre e comunque sentita come 'una famiglia' protettiva, che nel suo essere così provinciale, con quel suo continuo incontrare per strada gente conosciuta, rassicura e conforta perchè sembra sempre che gli uni sappiam tutto degli altri e di ciò che in definitiva riserverà il futuro. E questa stessa provincialità la si respira nei frequenti 'piemontesismi' sparsi qua e là nel racconto: dalla citazione dei 'cicles' alla definizione di 'barotto'.

Parecchi sono i rimandi al Giovane Holden di Salinger o ai personaggi di Andrea de Carlo: romanzi di formazione che descrivono la fatica del divenire adulti ed il disperato tentativo di sfuggire agli schemi sociali attraverso svariati riti d'iniziazione. Persino Cosimo d'altronde - adolescente d'altri tempi e stanco della vita piena di regole e costrizioni - decide all'improvviso di andare a vivere sugli alberi per non scendere mai più, diventando per sempre un Barone Rampante.

Giunti all'ultima pagina di questo racconto si ha la netta sensazione che, nonostante le ribellioni feroci, l'anticonformismo a tutti i costi, le carriere scolastiche a volte fallimentari e le discussioni vane sull'esistenza del destino, l'autrice riesca comunque a regalarci la visione d'una gioventù portatrice di una profonda nobiltà d'animo, ricca d'una purezza e d'una genuinità disarmante lontana anni luce dalle cronache giornaliere portatrici accanite di violenze gratuite.

"La felicità esiste..." - pensa risoluta Anna - "...basta spiccare il volo!" - cosa non facile per gli adolescenti di ogni tempo e di ogni dove, ma la volontà stessa di affrontare la vita, la caparbietà e la sfrontatezza di volerla cambiare nonostante il destino faccia a volte capolino, rimangono comunque un forte segno di sana vitalità.

Maria Grazia Casagrande

 







L. Frank Baum

Il meraviglioso
Paese di Oz

Traduzione di Monica Guidi

Illustrazioni di John R. Neill

Editore Boopen

 

 


Arriva in Italia "Il meraviglioso Paese di Oz"

Da una recensione del libro:

Finalmente qualcuno ha pensato di realizzare il sogno di molti: avere il seguito del "Mago di Oz" in Italiano. Nell'anteprima del libro è possibile sfogliare alcune pagine e si capisce subito che l'impaginazione, l'editing e le illustrazioni sono state curate da una persona estremamente attenta ed appassionata. Consiglio a tutti di acquistare questo libro, qualsiasi sia l'età del lettore. Grazie a Monica Guidi per il suo lavoro straordinario.
Massimiliano Masetti

Protagonista è Tip, un ragazzino che non sa niente delle proprie origini e del proprio passato. Egli vive con una vecchia fattucchiera, sbrigando le faccende di casa in cambio di vitto e alloggio. La fattucchiera, che si chiama Mombi, non lo sopporta troppo bene, così come non sopporta il fatto di non essere una vera e propria strega, ma tutto sommato la vita di Tip si svolge abbastanza serenamente, fino al giorno in cui inizia la nostra storia.
Una mattina Mombi va a trovare un mago suo conoscente e ne torna due giorni dopo con un’aria molto misteriosa e una strana pepaiola con su scritto “Polvere della Vita”. Mentre lei è lontana da casa, Tip terminate i lavori di casa, decide di giocarle uno scherzo: rimediata una grossa zucca, vecchi vestiti e alcuni rami secchi, costruisce un fantoccio, a cui applica come testa la zucca intagliata a formare una faccia. Lo appoggia ad un muro e aspetta che lei si spaventi passandogli vicino al suo ritorno, ma Mombi non si scompone minimamente, anzi ne approfitta per sperimentarci sopra il suo nuovo acquisto. Il pupazzo, dopo una bella spruzzata della polvere e una serie di parole arcane pronunciate dalla fattucchiera, improvvisamente prende vita. Tip, nascosto dietro un albero vede tutta la scena e si memorizza i gesti e le parole pronunciate dalla vecchia.
Quella sera, però Mombi si spazientisce con il ragazzo e minaccia di trasformarlo in qualcosa di ripugnante, di conseguenza, Tip non ci pensa due volte e il giorno dopo decide di fuggire, dopo essere riuscito ad impadronirsi della Polvere della Vita, portando con sè la propria creazione a cui ha dato il nome di Jack testa di zucca.
Lungo il cammino nel bosco, i due s’imbattono in un cavalletto di legno, di quelli usati una volta dai taglialegna per segare i tronchi, Tip nota che assomiglia molto ad un cavalluccio vero e decide di sperimentare lui stesso la Polvere su quello strano oggetto… nemmeno a dirlo, il cavalletto/cavalluccio si anima all’istante!
Da qui in poi il viaggio, avendo la strana compagnia deciso di recarsi alla Città degli Smeraldi, è un susseguirsi di avventure strampalate e di incontri fra i più bizzarri, come per esempio quello con un insetto “enormemente ingrandito e fortemente erudito”, vestito di tutto punto e naturalmente parlante!
Arrivati alla Città, si ritrovano persino a dover aiutare lo Spaventapasseri, che alla fine del primo libro era stato nominato Re a furor di popolo al posto del Mago, a fronteggiare il tentativo da parte di un gruppo di agguerritissime ragazze, di rovesciarne il governo!
Alla fine si scoprirà che...

- Video delle illustrazioni di John R. Neill: www.booksweb.tv/content/show/ContentId/327
- Reperibile in rete: shop.it - ibs.it - libreriauniversitaria.it - webster.it - unilibro.it

 

 





Faraòn Meteosès

Psicofantaossessioni

Poesia

LietoColle



 


Su “Psicofantaossessioni” di Faraòn Meteosès

Nella sua introduzione scritta per questo libro di versi edito da Lietocolle, Claudio Comandini ci mette subito in guardia sull’ipocrisia e sulla falsa promessa di veridicità insite in tutte le introduzioni. Elucubrazioni autoevisceranti per mettersi in mostra o viatici che sollevano dalla lettura delle stesse poesie? Un discorso che in modo analogo si potrebbe fare con le poesie, i romanzi, in un’infinita rincorsa che come meta finale avrebbe un unico termine, l’onestà intellettuale.
Il libro di Stefano Amorese (che in arte utilizza il proprio anagramma eufonico Faraon Meteoses) è un libro che raccoglie la produzione di un autore che come testimoniano i diversi video rintracciabili su Youtube, scrive pensando con attenzione all’oralità della propria produzione. Una caratteristica che potrebbe costituire allo stesso tempo una forza o un limite. Una forza perché la poesia, legata alla performatività del proprio autore, dona un’espressività del risultato che utilizzato con assiduità appaga degli sforzi, anche in termini di espressione. Un limite perché una volta viste, ascoltate e eseguite dal vivo, le poesie per conservare la stessa tenuta devono essere eccezionali. Come ad esempio lo sono quelle di Mariangela Gualtieri.
Le assonanze e i rimandi vocali all’interno dei testi sono molti. I componimenti sottendono una vulcanica protervia compositiva, i più riusciti sono ottimi spartiti. Basta leggere poesie come “Verso il Bo”, “L’alternativa” o ancora “KM 1999? per accorgersi che dietro alle intenzioni di coinvolgere la poesia in tutti i sensi ci sia dell’altro.
Anzitutto un forte sentimento di critica nei confronti della società delle convenzioni, non solo ritmiche, con le quali siamo abituati a confrontarci. Queste poesie aiutano a risvegliare i sensi del lettore dall’intorbidimento. Può la poesia una rivoluzione? Una materia così ostica eppure sempre capace di rinnovarsi nella sfrontatezza del sapersi proporre, può rivelarsi ancora in qualcosa di interessante, nuovo? Mi vengono in mente certi versi del pasoliniano “Trasumanar e organizzar”, così forti e prepotenti da cercare il bisogno dell’essere detti, malgrado così privi di musicalità, tutti senso e sensazione che non c’è mai abbastanza tempo per raccontarlo, il tempo.
Stefano Amorese, poeta, musicista e performer riesce nell’intento di dare materia di canto a un tempo sfuggente, e lo fa senza sbavature “sulla spalla e la cervice del bombardiere/ precipitato sulla puleggia/del tuo condilo occipitale, femminile cerniera/che chiude il solco del dente/del crotalo canilicolato, secreto digerente/di un veleno esfoliante/che picchietta la ghiandola,/sul pelo incarnato nel tuo segreto/placcato da squame nella tua formula incognita/di grado secondo”.
Un dettato che è in cerca di una soluzione e che resta in armonia con il suono e con il senso dell’invettiva. Ha suoni e talento da vendere, Stefano Amorese, che malgrado la dichiarata latitanza di Virgilio, come dice in una poesia, possiede gli anticorpi per affrontare il mare magnum della poesia di un tempo post-avanguardista. Per lettori curiosi.
Luciano Pagano
(da "Musicaos.it")

[...] Ma non staremo a lamentarci dell’oggi: un altro famoso maestro della nostra cultura come Giacomo Leopardi nel Discorso sullo stato presente dei costumi degli italiani (1824) si trovò a trattare della peculiare disposizione italiana, che non sembra essere cambiata, ad un modo d'essere allo stesso tempo vivace e insensibile, in cui prevale il cinismo, dove attitudini da faccendiere e dissipazione mondana annullano del tutto ogni civile conversazione e rompono ogni autentico legame sociale.
Questo è effettivamente il contesto da cui antropologicamente nasce la nostra cultura. E non sorprende quindi più tanto che questa cultura soffra, nella sua generalità, di una sindrome simile a quella recentemente imputata da Marco Travaglio alle degenerazioni del giornalismo: non cane da guardia, ma comunque cane, se non da riporto, da salotto. Va a finire che spesso la cosiddetta cultura diventa un pretesto per non parlare di niente e per non dare fastidio a nessuno: la poesia poi, sta buona buona, è anche decorativa, in fondo fornisce un tono all’ambiente.
Almeno, con Amorese c’è qualcuno che la poesia la porta a cacare. Sopratutto, non ci fa soltanto quello.

Claudio Comandini

[...] E’ il caso di Faraòn Meteosès, che non è una delle tante mummie redivive del sottobosco della valle dei templi bensì novello giullare nell’anagramma di Stefano Amorese.
Saltimbanco e cantore dei tempi a noi più prossimi e schizoidi, quelli di un post sperimentalismo privo di canoni e riferimenti. Radici e dotte asserzioni non mancano e mai languiscono, scaturiscono, tutt’al più, nelle caotiche simmetrie semantiche: un magma fluido, decomposto e mai putrido, dove la poesia interpreta la disperata ilarità del guitto e la forma non viene mai meno, anzi funge da contenitore per disinibite pulsioni. Un poeta che andrebbe ascoltato (oltre che letto) per cogliere quell’ “armonia espressiva” che domina “disegni e strategie”, come rilevato da Walter Mauro.
Forte è il messaggio pubblicitario evocato e profanato nella sublimazione surrealista, penetrante cadenza il suo ritmo percorrendo l’asfittico adrenalinico e agnostico vivere contemporaneo.
Enrico Pietrangeli
(da "L'Opinione, 13-11-2007)

- Per vedere la presentazione del libro:
http://it.youtube.com/watch?v=W2CTlKbKqdo

 

 






 



Giuseppe Conte

L'Adultera

narrativa

Longanesi

 

 


La prosa mitomodernista di Giuseppe Conte

Sorpresa, ma non troppo, dalla lettura de "L'adultera" di Giuseppe Conte, mi propongo di ricordare al lettore un genere letterario a me particolarmente caro, il Mitomodernismo
(movimento fondato proprio da Conte a Firenze nell'ottobre 1994) che in questa opera vede una sua perfetta espressione.
Una vera soddisfazione leggere il nuovo romanzo di un autore contemporaneo in cui "finalmente" il poeta e lo scrittore si sono amalgamati in modo forte dando vita a una delle più belle e laiche interpretazioni di Maria Maddalena!

Stupisce assistere ad un processo di metamorfosi alchemica in cui, impregnato di femminile, l'autore si offre di dare voce a una donna, lasciando libera la sua anima, non costringendola in un ruolo secondario dove la narrazione è stata spesso tesa a sopraffare aneliti emotivi e riconoscimenti di fragilità.

Spesso in Conte avevamo assistito alla descrizione eroica di una vicenda, una narrazione attenta alla credibilità dei fatti, un procedere elegante di immagini: un registro completamente diverso dalla sua poesia dove la scrittura traboccante miele e sperma non ha mai potuto nascondere il mezzo siciliano che cova in lui.
Ora il ligure e il siciliano hanno trovato il modo di mostrarsi in pubblico, forse molto meno preoccupati del giudizio altrui, un giudizio che d'altra parte aveva negato nel lontano 1993 la forza di un romanzo come "Fedeli d'amore".

L'adultera è una splendida metafora la cui immagine finale del vecchio uomo (filosofo, centurione, schiavo o mercante) che si specchia nell'ormai matura donna (lei ha conservato il corpo giovane e il fuoco continua ad ardere dentro di lei) ha un profumo di verità profonda, di saggezza e di sguardo acuto verso la via sapienziale: è il riconoscimento della propria umanità, del proprio limite, delle sofferenze come insegnamenti necessari, di un raggiunto equilibrio per chi è ancora in grado di lasciare che la propria anima viva e ami indipendentemente dalle condizioni in cui può esprimersi.

L'adultera, infatti, seppure trascinata dagli eventi, assiste alle proprie debolezze conscia di quanto queste possano inficiare il cammino verso la trascendenza: a Gerusalemme totalmente preda del fuoco che la divora, tanto da non accorgersi di quale torbida violenza ha suscitato nell'uomo del tempio. Dopo l'incontro con il Maestro, perdonata e salvata dalla lapidazione, con una diversa percezione della propria interiorità. A Cipro soggiogata dalla voluttà di Venere, amante riamata da un'altra parte di sé, un'altra donna che può perfettamente essere lo specchio di quello che avrebbe potuto diventare la sua vita in patria.

A Roma riflessa in Fedro, un uomo altrettanto ferito che ha intellettualizzato il sapere soffocando la passione, ma ritornata all'assoluto della passione attraverso l'inganno di un uomo di cui l'istinto le aveva dato segnali forti. E se Fedro si uccide nel fuoco (come ogni buon suicida in un atto di odio verso chi non ha corrisposto alle sue aspettative) anche Gaio è all'altezza della situazione sparendo dopo aver ottenuto una ben magra e narcisistica (lo dichiara guardandosi nella fontana) soddisfazione (che cosa è quel orgasmo strappato in confronto all'abisso di piacere che avrebbe potuto vivere in seguito?): c'è da sperare che l'adultera, fatta esperienza dello splendore maschile (mettiamoci pure l'amato fratello che le uccide l'uomo che l'ha amata e per cui è stata condannata) riesca a introiettare la profonda saggezza di Seneca, il suo ultimo padrone che con un bacio la libera non solo dalla schiavitù fisica, e una volta raggiunta la Provenza, nella grotta, abbia davvero risolto la sua umanità.
Lo stile è piano e dolce la narrazione, seppure i cambiamenti di tempo nei verbi a volte possano spiazzare chi, troppo coinvolto dalla lettura, tende a divorare pagina dopo pagina: è un romanzo che giunge al cuore in modo trasversale, delicatamente, con quella malinconia che è quasi distacco, ma che lascia intravedere le braci ancora accese del falò.

Affrontare la narrazione di una immaginaria storia di Maria Maddalena in un momento storico in cui finalmente emergono alcune verità tenute ben nascoste sul ruolo femminile all'epoca della venuta del Cristo merita tutto il rispetto di chi, seppure dissentendo sull'interpretazione della figura tanto vituperata, ne apprezza la volontà di ricerca in un proprio personale inconscio.

La Maria Maddalena che si è agitata nel sangue di Giuseppe Conte per venire all'onor del mondo e, attraverso di lui, ai lettori, è molto umana, molto carnale e molto poco alchimista, ma suscita sicuramente tutta la simpatia di chi ama vedere oltre le tradizioni un po' lise e logore, troppo lontane dal cuore umano.

Chicca Morone

 

 

 

 

 

 



Alessandro Cora


Poi qualcuno mi dirà
cos'è l'amore

Poesia

L'Harmattan Italia

 

 


La prefazione di
"Poi qualcuno mi dirà cos'è l'amore"

Diceva Virginia Woolf parlando del suo romanzo "Waves" - Le Onde - datato 1931 :
" la realtà è sottoposta al ritmo incessante dell'onda, un ritmo eternamente uguale e mobile in cui è possibile abbandonare trame o storie personali e far sì che si senta solo il rumore del mare. Grazie a questo ritmo si crea come una sorta di lacerazione nel fluire del tempo, e diviene quindi manifesto il 'tempo ciclico' della natura ed il suo eterno ritornare, contrapposto al 'tempo individuale'. E' una sospensione che dura un attimo, si tratta di un arresto quasi impercettibile, poi l'onda si alza e trascina via. Ciascuno di noi, unico ma inseparabile dal resto dell'umanità, ha il destino di un'onda nello scorrere dell'esistenza e dell'eternità."

Ed è proprio quest'incessante movimento delle onde che si avverte in questa intensa raccolta di poesie dove convivono in modo nitido due contesti ben distinti. C'è il tempo diurno in cui la luce è a volte così forte ed accecante, da distorcere i contorni di cose e persone che sembrano come rivivere nei paesaggi degli orologi liquefatti di Dalì; oppure si è avvolti in una gelida nebbia e si è come schiacciati dal peso dell'esistenza, immobilizzati dal traffico caotico della città , accerchiati da persone che spintonano malamente per attraversare strade affollate e degradate, totalmente annullati dall'infinita, profonda solitudine che c'inghiotte.
E poi c'è la notte che nel fresco silenzio porta ricordi, rancori e tristezze obbligando le dita a sudare su tasti bagnati di lacrime. La notte profonda che regala nuovi, giovani amori i cui sguardi scatenano il vento e le cui dolci parole sono come acqua nel deserto. La notte che concede giochi e trasgressioni, che porta sogni per poter viaggiare lontano, cullandoci in un 'non momento' che ci lascia nell'attesa del domani con la speranza di un qualcosa che verrà.

Quel che scaturisce da quest'altalena di stati d'animo così contrastanti è la difficoltà estrema comune a noi tutti, nell'affrontare la dura realtà, la vita 'imposta', da cui deriva come unico rimedio la necessità di fare, creare, distruggere e poi costruire di nuovo. La ricerca ossessiva di un fermento continuo, di onde, onde e ancora onde che portino in alto, sempre più in alto per sentirne il fragore e vederne la schiuma, bianca come 'quel' liquido bianco che dà la vita, dandoci l'illusione d'essere immortali - "sarò giovane per sempre oppure non sarò" - facendoci dimenticare pesanti ingiustizie ed intolleranze gratuite. Perché la Morte è sempre lì, in agguato, soffia sul collo offrendosi sguaiatamente in un calice dorato che và bevuto in completa solitudine perché tanto 'tutto era scritto'.

Il testo tutto è impregnato d'Amore, come 'zavorrato' da una storia ormai finita ma che lascia ancora pesanti strascichi d'incolmabile rimpianto e malinconia. Un amore che sembrava aver ridisegnato i contorni di un'adolescanza negata restituendo stupore, gare di rutti, canzoni cantate a squarciagola e camminate in perfetta sincronia di passi fra le colonne dei Templi. Un amore dipinto a forti pennellate, un 'fauno' dai lucidi riccioli neri presentato in veste di carnefice, un Giuda che tradisce banalmente per inseguire i propri sogni lasciando l'amaro in bocca in compagnia "di una dannata epocale solitudine". Immagine forte che riporta alla mente versi lontani d'una canzone d'amore : "così come una farfalla - ti sei alzata per scappare - ma ricorda che a quel muro - t'avrei potuta inchiodare - se non fossi uscito fuori - per provare anch'io a volare..."
( Cara - Lucio Dalla 1980)
Il passato non ritorna e nell'impossibilità d'amarsi è meglio non vedersi più, perché l'amore così come la guerra porta inevitabilmente vinti e vincitori. E quindi cosa rimane da fare per non morire o impazzire dal dolore se non lasciare una traccia, una traccia qualsiasi del proprio passaggio che dia almeno un senso a questa folle vita...
E allora si può 'fare-distruggere-ricostruire' in un ciclo ossessivo di fermento creativo che restituisca un qualcosa di sublime e non permetta alla mente di pensare ad un passato che fa ancora così male.

Si può amare, amare e ancora amare d'un sesso fisico e sfrenato, lontano dalla vita, dalla solitudine, dall'intolleranza. Un sesso "senza rete" in compagnia di vino e vento caldo, quasi una sfida verso quella Morte che osserva il tutto da lontano, un sesso il cui "aculeo divino" é presentato come una sorta di punizione pagana inferta contro un destino cieco e crudele.
Oppure in ultima ratio - in un eccesso di pathos sarcastico e dissacrante - ci si può stendere sui binari dell'Espresso per Palermo di fronte a spettatori ignari, in modo da lasciare un segno veramente incisivo, "una traccia indelebile delle carni lacerate che nessuna pioggia laverà mai..." su cui é facile risentire l'eco di altre parole insane: "Via, macchia maledetta!...C'è ancora l'odore del sangue; tutti i profumi d'Arabia non basteranno a profumare questa piccola mano..."
(Macbeth atto V° scena prima).
Perchè tanto, ciò che veramente stritola le nostre contorte esistenze non è quel lungo convoglio che passa sferragliando allegramente sul nostro corpo incatenato sui binari, quanto quel senso di profondo mistero legato all'esserci; quella necessità di compiere infinite, stancanti acrobazie per trovare infine il punto d'equilibrio tra quel che siamo - dunque soli - ed il bisogno pressante di unire la propria solitudine con quella 'dell'altro'. Assurda pantomima che ci costringe a camminare in precario equilibrio su di un filo sottile, eternamente sospesi fra separazione e desiderio, fra l'esistere ed il soccombere.
E da questo massacrante corteggiamento con la Morte, da questo delirio di autodistruzione per poter "portare le mie carni ed il mio destino ovunque, ma lontano da voi" è possibile rinascere dalle proprie ceneri così come l'araba fenice e divenir quindi parte integrante di quello stesso processo vitale di 'creazione-distruzione-ricostruzione'.

In questo universo così paralizzato dal dolore, così impaurito dalla possibilità d'innamorarsi ancora col rischio di soffrir di nuovo, non c'é spazio alcuno per l'elemento femminile che avendo accesso negato, compare al massimo in piccoli spiragli sotto le mentite spoglie della tanto amata Torino. Città che, in preda a stati d'animo contrastanti, vien vissuta come "madre - amante - dea pagana - sadica dispensa d'illusioni - signora delle nebbie - regina della notte - amica - tomba d'infelicità - mela succosa - mente confusa - dolce cagna". Disegnando un mondo femminile 'a senso unico' che avvolge, blandisce, infiamma, respinge o semplicemente 'spinge' - come la signora in coda al semaforo - ma col quale non é possibile condividere l'abbandono dell'Amore.
La città amica-nemica, multietnica, vista attraverso i finestrini di autobus che portano in via Po fra le vetrine illuminate, mentre 'l'altra vita parallela' corre spensierata nel sole dei limoni verdi. Si crea un gioco d'infanzia nel balbettio dei tram che "tra-tra-tra-trasportano persone..." o nelle " E E E Edicole lunghe" come una musica che porta un po' di leggerezza in un infanzia in cui persino il latte della sera era dolciastro.
Sconvolgimenti, frustrazioni, amori dissolti 'dall'aceto nelle vene', la vita vissuta come un calvario in immagini sfocate dal pianto, o dal sangue che cola dal naso frantumato a causa di un "orgoglio bastardo" non possono che portare a trasformazioni profonde, nonostante-e-grazie alle sconfitte.

E la scrittura dal canto suo si fa tramite. Come una cartina tornasole si srotola, attira, corteggia, e quando assale cingendo le spalle "libera l'inibito sesso" lasciando senza protezione alcuna.
Sul tutto si stende l'ala onnipotente della musica che è spensierata e gioca con le parole, stride nei versi d'un gatto in calore, si muove nei fili metallici creando un concerto monocorde, riecheggia un'insolita risacca d'un mare d'automobili o scrocchia sinistramente in un suono d'ossa triturate sulle rotaie. E quando infine 'canta' l'aria di Pagliacci vien spontaneo guardarsi attorno nell'attesa che cali il sipario.

Ed il poliedrico protagonista che ci accompagna in questo viaggio-pellegrinaggio non può che suscitare solidarietà ed empatia per la sua/nostra eterna ricerca della verità, nella corsa cieca verso l'amore vero. Quell'amore con cui poter condividere quel "male di dentro" che impedisce persino di gridare, con cui rimanere nascosti fino all'alba, complici di osceni pensieri, consci d'essere solo "nulla annullato nel nulla, disciolto in un liquido denso, lascivo e bianco di casta purezza."
E con lui - "il pazzo che nessuno comprende" - noi tutti con i nostri limiti e le nostre umane debolezze, ci stringiamo stretti, terrorizzati come siamo dall'idea che la vita possa passare così, come in un battere di ciglia. Con un'onda che si alza e ci trascina via.

Maria Grazia Casagrande

 

 

 


Pagina
2008

@@@

Per andare alla pagine precedenti
clicca sui quadri a fianco

- 2007-2008
Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini

- 2007
Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini

- 2006
Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamaria

- 2005 (2)
Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica

- 2005
Brunelli - Marchetti - AA VV
Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello

- 2004
Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 

 

Torna alla homepage