GIOIELLI da SCOPRIRE

( Libri e NonSoloLibri )


 

Sommario delle altre pagine --(-Clicca il quadratino-)
2013 - 1 Caramagna - Sorrentino - Di Stefano - Caramagna e Gavoli - Porchia - Donskis
2012 - 2 Traversa - Pollastro - Jagher - Baroni - Magrini - Rienzi - Bona - Di Poce - Vacchetta
2012 - 1 Vasile - Puccini - Caramagna - Paganardi - Lucini - Castronuovo
2011 - 2 Calandrone - Magrini - Alaimo - Morpurgo - Sella - G. Garibaldi
2011
Lorandi e Montalto - Morone - Leonardi e Vigliani - Camporesi - Giovannelli - Del Bianco
2010/11 Foglia - Maramotti - Bianchi - Gerardi
2009 - 2 Santamaria - Caramagna - Bertoldo - Frisa - Sblando
2009 - 1 Lazzarini - Mascolo - Pappalardo La Rosa - Mazzacurati - Aciman
2008 - 2 AAVV - Avezza - Baum/Guidi - Amorese - Conte - Cora
2008 - 1 Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini
2007 Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini
2006 Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamariaa
2005 - 2 Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica
2005 - 1 Brunelli - Marchetti - AA VV - Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello
2004 Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 

 


Paola Lazzarini

Solodieci
POESIE


Poesia


LietoColle

 

 


Solodieci poesie
di
PAOLA LAZZARINI

[…] Nelle dieci liriche, tutte belle e intense, prevale l'attenzione al particolare (Acrobazia), in cui però si inserisce con naturalezza ed efficacia la riflessione su di sé, poeta, e sulla parola poetica (L'insetto).
Il particolare in queste liriche è prezioso, luminoso: l'albero nella notte lascia un "vuoto lucente" ne Il canto del ciliegio; è anche pieno di suoni: "l'acqua profuma / diapason di gocce nell'aria" in Pensiero d'erba.
Nel cogliere le piccole cose, che forse ormai solo un bambino e un poeta colgono, tutti i sensi sono allertati e, direi, gratificati: l'acqua, ad esempio, suona e profuma.
Paola Lazzarini non lascia del tutto il punto di vista sul particolare, sul quasi invisibile, nemmeno nei momenti di grande coinvolgimento personale [...]. Nella perfezione del particolare irrompe però il dolore, dovuto alla separazione, un dolore pieno di dignità, la sofferenza dei gatti cui la casa è andata distrutta: "senza strapparsi i baffi / ma dolenti cercano altra dimora" (Dignità).
Altra inevitabile intrusione è quella della morte, che incombe su di noi inconsapevoli burattini, d'altra parte saggiamente la poesia si chiude così: "Ma ignorare è la Stella" (In un luogo preciso). Soffia nelle poesie di Paola Lazzarini anche un vento esotico nella poesia Noi, nata a commento di un dipinto contemporaneo.
La poesia conclusiva Controvento, secondo me lettrice e poeta, va diritta la cuore, al pensiero non solo dell'autrice, ma di chiunque scriva poesie. Il poeta è sempre in navigazione (fin dal cantore Odisseo), sempre controcorrente e "solo un'infima lisca di pesce", mai una tempesta, può farlo naufragare. Però, e questo probabilmente è un privilegio, là "dove il mare è più viola".
Maria Rosa Panté


Le recenti poesie di Paola Lazzarini, pubblicate nella collana "Solo dieci Poesie" per i Libriccini da collezione di LietoColle, a prima vista, si potrebbero quasi collocare nel solco di due tradizioni liriche autorevolissime e antiche, più verosimilmente di stampo orientale: quella indiana di Tagore (e non solo per la suggestione del titolo della raccoltina, quel "Canto del ciliegio" che in parte vi consuona) e quella dei poeti giapponesi.
Le ragioni sono due: in primo luogo l'affezione naturalistica, direi qui "arborea", che lega l'autrice a un mondo botanico o zoologico, a dire il vero, dalle valenze se non antropomorfiche, sicuramente misteriose; in secondo luogo il senso di religiosità che traspare, unito a quel "culto del pensiero espresso in forma sintetica", caro da sempre alla misura di Paola Lazzarini (come ebbe modo di dire di sé alla presentazione del suo primo libro). Si tratta di cogliere al volo e fissare con i versi quell'empatia con il miracoloso attimo in cui l'idea balena e si profila incerta prima di prendere forma. [...]
[...] Trovo che la forza con cui la poetessa tratta ora la sua materia costituisca un ulteriore passo avanti: emerge un approccio ad aspetti della propria poetica in passato intuibili, ma molto più velati. L'incanto di una stampa giapponese permane nella meraviglia del paesaggio, che la costruzione testuale, distillatissima negli usi stilistici sapienti, ci restituisce con intatta delicatezza. Ma il discorso, nelle dieci poesie, mi pare sia più intenso del solito, talora non meno allusivo e metaforico, ma di respiro più ampio. A conferma che l'autrice non smette mai di sciogliere, nel suo percorso, nodi espressivi che ci raccontano una maturità umana e poetica in continua evoluzione.
Luisa Facelli

[...] L'inquietudine - seppure ben dissimulata dietro la levigatezza dei versi - serpeggia qua e là nella piccola raccolta ' Solo dieci poesie ' di Paola Lazzarini - Lietocolle (tra l'altro indiscutibile l'eleganza della veste editoriale.
Del resto come sfuggire alla legge della transitorietà che governa il mondo degli umani? Si intuisce a tale proposito che a quel giorno speciale, il giorno del matrimonio della figlia ' A mia figlia sposa ' l'autrice guarda con una sorta di tremore, una fitta al cuore, quasi a voler fermare - ecco il fiore di ciliegio al colmo della sua magnificenza - quel momento perfetto rappresentato nei dettagli dell'abito e dell'acconciatura.
Ma non di un unico testo si tratta: da qualche altra parte della seppur breve raccolta è previsto un naufragio, c'è una tetra valigia dimenticata, ci sono gatti orfani, dolenti, ci sono rovi, spini, insomma sarebbe fuorviante farsi trarre in inganno dalla grazia di quel microcosmo su cui appunta lo sguardo Paola Lazzarini.
Ben più complesso è il suo mondo, direi più dolente. Anche se l'autrice è tutta compresa nello sforzo (o naturale inclinazione ?) a cogliere il lato chiaro della luna, quello in luce, sussiste comunque in lei la consapevolezza che la parte in ombra è lì dietro l'angolo, il volto oscuro delle cose è presente, ineluttabile e in fondo giustamente connaturato al vivere umano.
Senza tenere presenti tali fattori costitutivi il tessuto poetico dei versi mi pare che la plaquette perderebbe molto del suo valore che è senz'altro notevole nella commovente attenzione al mondo naturale - alberi, uccelli, insetti - rappresentato con la freschezza di un animo bambino.
Particolarmente ben riuscito il tentativo di meta-poesia nel testo 'L'insetto' con la ricerca della parola esatta, quella che sempre ci manca. E che magicamente la Lazzarini trova in un raggio di luna.
Luciana Moretto

 

 


Vincenzo
Mascolo


Scovando l'uovo
(Appunti di bioetica)

Poesia

LietoColle ( Aretusa )

 

 


Vincenzo Mascolo ed i suoi 'appunti di bioetica' in versi
SCOVANDO L'UOVO

[…] La bioetica apre nuove domande che si rivolgono ineludibilmente all'uomo. Si parla spesso di problematiche "di frontiera". Eppure i quesiti della bioetica non fanno che riproporre le domande di fondo sulle quali l'uomo da sempre si è interrogato. Interrogarsi sulla liceità degli interventi tecno-scientifici dell'uomo sulla vita significa porsi domande sul senso e sul fondamento del valore della vita umana e non umana, sui limiti della indisponibilità e della disponibilità dell'uomo rispetto alla vita, sui confini della libertà e della responsabilità dell'uomo nei confronti degli altri. Ma questa non è solo la bioetica "di frontiera", è anche la bioetica "quotidiana" che esige una riflessione sulla prassi della relazio-ne tra medico e paziente, sulla relazione dell'individuo nei confronti della società e della società nei confronti dell'individuo in ambito socio-sanitario, sul rapporto dell'uomo con la natura non umana che lo circonda.

Le poesie raccolte in questo volume offrono uno stimolo a riflettere sui principali quesiti che si aprono in bioetica. Molti i temi toccati: embrioni, cellule staminali, ingegneria genetica, clonazione, consenso informato, trapianti d'organo, eutanasia, morte, biodiversità, tutela dell'ambiente, postumano. Una riflessione non sistematica e argomentata, ma piuttosto intuitiva, evocativa ed immediata. Una riflessione che fa emergere alcuni dei nodi della morale e del diritto su questi temi: nodi che ruotano intorno al senso della vita e della morte, della salute e della malattia, del dolore e della sofferenza.

Non senza qualche sottile ironia e vena critica nei confronti di un linguaggio bioetico a volte troppo scarno e oggettificante, l'autore ci introduce con delicatezza nei temi bioetici, senza pretesa certo di trattarli esaustivamente e di discuterli dialetticamente, ma con l'auspicio di sensibilizzare il lettore ai problemi, di contribuire a suscitare domande, a mettere da parte la passività e superficialità stimolando a riflettere criticamente sulle trasformazioni della realtà provocate dal progresso della scienza e della tecnica.
Trasformazioni che mettono in gioco il nostro stesso esistere e la nostra identità e che esigono una problematizzazione e, se non una risposta definitiva ed ultimativa, almeno la ricerca intcriore e personale di una riflessione.

Dalla postfazione di Laura Palazzani

 

 


Franco
Pappalardo La Rosa


Il caso Mozart

Narrativa

Gremese

 

 


Franco Pappalardo La Rosa
" IL CASO MOZART
"

Ma insomma, come morì Mozart? Alla questione Massimo Mila, in un suo saggio su Mozart del 1945 (poi ripubblicato in Mozart, Einaudi 2006, a cura di Anna Mila Giubertoni), dedica solo una pagina informandoci che "Mozart morì il 5 dicembre del 1791, pare di febbre miliare o di grippe maligna", ed è appunto quel 'pare' che accredita, anche da questa parte indiscutibilmente non incline a raccontare o immaginare intrighi, la circostanza che non tutto, di quella morte intervenuta quando Mozart non aveva ancora compiuto trentasei anni, sia perfettamente chiaro. Perché è dall'indomani del decesso che le domande si sprecano, dando alimento a un vero e proprio "caso", un affaire, o un giallo se si preferisce, non sai più se "storico politico" o "antropologico musicale". [...]

[...] Ora sul caso torna Franco Pappalardo La Rosa, imbastendoci un vero e proprio romanzo storico che racconta sulla scia di Buscaroli (tranne che per la Messa, che lui ritiene autentica) quei primi giorni del dicembre fatale con una precisione a dir poco sospetta nella sua quasi maniacale compiutezza, così restituendoci tutto, anche lo spirito più nascosto, degli ambienti e dei personaggi in cui maturò il tragico evento. Che sono poi un maestro (Wolfgang Amadaeus Mozart) inguaribilmente libertino; una signora incinta sua allieva (Magdalena) che prima asseconda la corte del maestro poi racconta tutto al marito Frank Hofdemel; questo marito funzionario statale e neo affiliato alla massoneria che difende il suo onore picchiando Mozart di santa ragione e conciandolo proprio male; la corte imperiale di Vienna che non vuole essere coinvolta nello scandalo della morte (apparsa subito come probabile) del prestigioso musicista Kammermusikus dell'imperatore Leopoldo, ove fosse risultata attribuibile alle botte di un funzionario statale un po' troppo impulsivo. Che fare allora?

Del caso si occupa il ministro per l'educazione e la censura Herr van Swieten che, in accordo con l'imperatore, per un verso convince la brava Costanza a tacere tutto della vera causa della morte del marito (puntualmente intervenuta qualche giorno dopo il pestaggio e malgrado le cure dei medici) con la promessa di una lauta pensione, per l'altro obbliga al suicidio quel marito troppo geloso, comprando poi il silenzio della bella Magdalena (scampata per miracolo al tentativo del marito di portarla con sé nella tomba) con un'altra bella pensione. Per poi rendere più ermetico il silenzio su quei fatti lo zelante van Swieten non fa eseguire nessuna autopsia sul cadavere di Mozart, organizza per il povero maestro un funerale di terza classe, lo fa gettare in una fossa comune priva anche di una croce identificativa, facendo anche sparire la maschera mortuaria che l'imprevidente Costanza aveva fatto eseguire, probabilmente perché temeva una buggeratura, senza prima consultare il ministro.

Va da sé che qui non si intende minimamente entrare nel merito dei fatti raccontati. Tanto più che l'autore non cita nessuna fonte particolare che avvalori la sua ricostruzione, e lo stesso postfatore Barberi Squarotti si limita a generiche considerazioni sulla natura dei romanzi storici che, manzonianamente, completano la storia offrendo spazio all'invenzione (che è, etimologicamente, ritrovamento) dell'autore. Rimane comunque il fatto, chiarissimo nel racconto del Pappalardo, che i trentasei anni di Mozart non furono solo anni di stupefacente attività creativa nel segno della più pura e originale modernità. Quest'uomo mingherlino e bruttarello fu anche, oltre che genio inarrivabile, pieno di una quantità incredibile di vizi e dismisure che ripropongono, forse in maniera più cogente che per altri casi (uno è quello di Puccini, per restare alla musica) il quesito di come possa, nel genio più luminoso, coesistere il più disordinato e stravagante e anche immorale modo di comportarsi.

Pappalardo La Rosa non risponde al quesito, anche se la domanda di quando in quando appare tra le righe. Ma la quaestio non sembra interessarlo più di tanto. Racconta una storia, la costruisce nei particolari più minuti, e la rende credibile con un'evidente buona documentazione storica. Finito il libro, sulla morte di Mozart ne sappiamo quanto prima. Sulla corte di Vienna (negli anni in cui la Francia e l'Europa intera si preparavano ad esplodere) ne sappiamo molto di più. E questo "molto", che è poi la disgustosa ipocrisia del potere assoluto, rende plausibile anche l'intrigo che potrebbe essersi sviluppato intorno allo scervellato geniale maestro.

Alfio Siracusano (da "Il Sottoscritto")

 

 


Stefano Mazzacurati

Anche se tengo
per il toro

Narrativa

Selezione Narrativa Polistampa

 

 


Stefano Mazzacurati
e il suo "romanzo in racconti"
ANCHE SE TENGO PER IL TORO


Dalla postfazione di Ernestina Pellegrini

Non credo di essere condizionata dal fatto che conosco la professione di Stefano Mazzacurati se dico che questo libro va letto come una psicomachia. Non è un romanzo, nemmeno "una specie di romanzo" - come sostiene l'autore nella bella e suggestiva introduzione - ma non è neppure una raccolta di racconti. Allora che cosa è? [...]
Frammenti paralleli, ecco cosa sono, fotogrammi di un libro della memoria, composti e scomposti in un gioco infinito di rimandi, nella rete associativa volontaria e involontaria di un sapere evidente, razionale, e di un altro sapere occulto, ipersignificante, ancorato di volta in volta in parole spia (il color amaranto, la valenza di un sorriso, il ricciolo di una donna, i termini marinari, etc), in temi e metafore ricorrenti (il cuore, volo, il cibo, lo scriba), e in trame simboliche interattive e complementari, che danno a questi quadri autobiografici una deriva di senso davvero infinita. Così la madre diventa il materno, e il padre la paternità, e le donne la femminilità (con la donna in nero, la più amata, in un rimando al Gattopardo), e il battello diventa la barca dei morti, e il cuore diventa anche inevitabilmente il conradiano cuore di tenebre. La scrittura sopra la scrittura - sul piano alto di quelli che Saba chiamava Ricordi racconti e che qui io preferisco definire piccole meditazioni - è uno dei motivi più ricorrenti e più affascinanti di questo album memoriale che si fonda luminosamente su una sorta di pre-scienza dell'invisibile: scrittura come cicatrice, scrittura come serbatoio della memoria, scrittura come bisturi, scrittura come sospensione del tempo. E' davvero rivelatorio, credo, ciò che lo scrittore scrive nell'introduzione, quando dice che alla fine il lettore è invitato a salpare "verso un testo principale che non c'è ancora", o a provare a grattare la superficie, come si può fare con certi vasi greci dell'antichità, che celano sotto un unico colore figure di eroi e di dei, per arrivare a decifrare la lettera rubata o il testo unico che sottende il mondo. Centrale, in fondo, l'aporia: come giungere a conoscere e comprendere ciò che nella sua essenza appare ogni volta in modo diverso? [...]
Su tutto una grande pietas, per i vincitori e per i vinti, per i padri e per i figli, per chi se ne va e per chi resta. La morte non è la fine, qui, ma un attimo di sospensione sull'eterno, come il salto del tuffatore nel vuoto di una tomba etrusca. In questa luce il lavoro letterario di Mazzacurati si interna nel profondo del cogito, si fa attività sottostante al pensiero esplicito, per riflettere quell'Altro da sé che è il suo più proprio se stesso. Nutrimento, sensualità, bestie - "stare dalla parte del toro"- scrivere a ridosso del fiorire incessante e metamorfico, aperto, della physis, cogliendola quasi sempre sul punto estremo della sua finitezza.
Ci sarebbe da dire poi sulla raffinatezza della scrittura, sulle qualità tecniche dei dialoghi senza virgole alla Saramago, degli intarsi con citazione leopardiane in controcanto, delle parole tuttattaccate, della funzione Cechov, del coraggio virtuosistico del pathos, e infine dei registri elegiaci così inattuali di questi tempi. Ci sarebbe da dire, insomma, dell'impasto ben calibrato di intelligenza e "cuore". [...]

LA SCRITTURA COME MEMORIA DELL'UOMO NEL MONDO
Dalla recensione di Renzo Ricchi

[...] Allora, cos'è per me questo libro? È uno ampio spaccato del romanzo della vita (reale e segreta) di Stefano Mazzacurati articolato attraverso i mille"capitoli" - inventati, autobiografici, creativi e culturali - che la raccontano.
Ciascun tassello - o capitolo, o racconto del libro - ha una sua chiave eticoesistenziale di lettura in cui consiste anche il relativo "messaggio". Così quello intitolato "Una breve attesa" allude alla difficoltà dell'incontro profondo tra gli esseri ma anche all'esigenza dell'attesa e della fede in una "grande promessa"; "Racconto di novembre" dice che soltanto l'amore, forse, può consolarci ma anche la triste solitudine dell'intellettuale; "Il cuore corre" dice come una morte può, dovrebbe sconvolgere la nostra esistenza perché la muta e ne segna il destino anche perché l'"assenza" di chi non è più ingigantisce l'isolamento dei sopravvissuti; "La mia Guzzi" parla di una moto vagheggiata come una donna segreta sempre amata e mai incontrata; "Del rapporto tra la febbre e lo zucchero filato" è l'"oggetto irraggiungibile" che nella fantasia dello scrittore prende il posto di una "Euridice non guardata" conservando così l'intensità e la "purezza del mito, la amorosa impalpabilità del sogno"; "Il violino" dice quanto sia tagliente la lama della memoria e la tragica irrecuperabilità del "perduto"; anche "Lungo i gennai" catalizza l'amarezza di ciò che non è più e forse non è stato mai abbastanza; e il racconto che dà il titolo al libro, "Anche se tengo per il toro", narrando la fine di un torero, confessa la profonda pietà per l'uomo che muore per un'illusione ma la cui morte è anche riscatto dalla stessa vanità della morte; "Martina" è colmo di tenerezza e commozione per "il cucciolo che dorme in ogni donna nel letto grande"; in "Dire, fare, baciare, lettere, testamento" troviamo attore principale, ancora una volta, il tempo, che si porta via gl'incontri e i momenti migliori.
Mazzacurati ha il pregio di dare quasi una vita propria, un'"anima", a oggetti e fenomeni anche minimi che fanno parte del quotidiano vissuto delle nostre varie età. [...]
[...] La scrittura di Mazzacurati è delicata e raffinata, con frequentissimi momenti di poesia vera e propria. Tanto per fare qualche esempio leggiamo, a pag. 78: "Sul frantoio della sera, si spremevano, oltre la finestra dell'attico, le luci lente del crepuscolo bolognese, incandescente ormai soltanto sulla collina di San Luca"; e, a pag. 186: "Stracci di cielo correvano verso il confine dei tetti tra i palazzi. Angeli di pastori maremmani offrivano luce al corsetto rosso del mezzogiorno, le nuvole correvano verso ovest, e lui correva senza sapere perché correva forse verso il prossimo racconto e correva dietro di lui, tagliata dalla lama di un sorriso antico e magro, un po' triste un po' scherzosa, la musica di un flauto andino". Scrittura, inoltre, che testimonia continuamente essere, Mazzacurati, uomo di vaste e ben assimilate letture, sia letterarie che filosofiche, sia classiche che moderne e contemporanee. [...]
Dalle citazioni che ho fatto credo arrivi l'eco di un'altra chiave fondamentale della letteratura di Stefano Mazzacurati: lo sguardo pieno di pietas con cui guarda dentro di sé e dentro gli altri. Infatti - egli stesso dice - il sentimento più umano più prezioso e caro è la compassione.

- Altre recensioni
Giuseppe Marchetti su "La Gazzetta di Parma", 13 febbraio 2009-02-16
Vittorio Matello - Direttore di "Dossier Parma", magazine
Franca Bacchiega (Firenze) - Alida Cresti (Firenze) - Annamaria Ferramosca (Roma) - Gianfranco Draghi (Firenze).

- Segnalazione su "The New York Review of Book" - N. 12, dicembre 2008

 

 


André Aciman

Chiamami col
tuo nome

Narrativa straniera

Guanda

 

 


Un'esplorazione letteraria nel mondo di
ANDRE' ACIMAN
e del suo
"CHIAMAMI COL TUO NOME"


"Vent'anni fà, un'estate in Riviera. Una di quelle estati che segnano la vita per sempre, dopo le quali niente sarà più come prima".
Questa la dicitura d'introduzione che compare nella bandella del libro di Aciman, 'romanzo di formazione-rito d'iniziazione', riassumendo in pochissime righe quella che sarà una svolta epocale nella vita del protagonista.
Figlio di un brillante professore universitario, Elio è un ragazzo di diciassette anni, musicista sensibile e decisamente colto per la sua giovane età; e la sontuosa villa di famiglia, situata nel Ponente ligure, ospita ogni estate giovani letterati giunti da ogni dove per lavorare alla stesura dei propri manoscritti prima della pubblicazione; il tutto in cambio di qualche ora dedicata allo sfoltimento della corrispondenza ed incartamenti vari, che il padre di Elio deve sbrigare quotidianamente.
L'estate a cui si riferisce il racconto vede giungere alla villa come 'ospite di turno' uno studente di New York impegnato in una tesi di post-dottorato; Oliver - questo è il suo nome - è un tipo molto disinibito e brillante, e fin da subito nasce fra i due ragazzi un'amicizia basata sulla difensiva, un rapporto fatto di frasi trattenute e desideri soffocati intercalati da appassionanti conversazioni su libri, film e musiche, oltre che da animate discussioni sulle proprie origini ebree.
Elio è da subito affascinato da questo ragazzo più adulto che ostenta spavaldamente i suoi racconti di vita vissuta, ma al tempo stesso la sua presenza lo mette a disagio rendendolo profondamente insicuro di sé, ed obbligandolo a continui rimandi all'infanzia.

Oliver invece, con il suo essere così spontaneo e sicuro di sé, riesce ad incantare chiunque incontri, compresi i genitori di Elio - la cui madre soprattutto, sviluppa una vera e propria adorazione per lui coniando in suo onore piccoli, teneri soprannomi quali 'il cauboi' o 'la muvistar'.
Elio mal sopporta questa situazione che vede Oliver come protagonista assoluto, mentre lui - quasi retrocesso ad un semplice rapporto di 'allievo-maestro - è costretto a subire in silenzio violenti sbalzi d'umore che lo fanno sentire meno d'una nullità. Ed infine, solo in seguito ad estenuanti domande a sé stesso, riesce ad ammettere che sì... - "al solo vederlo si sente mancare"; ed il suo percepire in questo legame quella sfumatura nuova così sconosciuta ed inaspettata lo rende ancor più schiavo del più piccolo dettaglio del corpo di lui, ammaliato com'è da ogni centimetro della sua pelle.
E l'atteggiamento freddo e distaccato ostentato inizialmente da Oliver non facilita certo le cose, ma trasforma anzi il loro relazionarsi in una sorta di continuo 'battibecco fra amanti', con azzardate avances e clamorose ritirate, in un incessante stuzzicarsi e provocarsi per vedere in definitiva chi dei due cede, esponendosi per primo.
Elio è come immobilizzato dal terrore di 'sentirsi sbagliato' e dalla paura che Oliver possa deriderlo vedendo in lui null'altro che un depravato; ed accetta quindi di sopravvivere per lungo tempo nel desiderio, mendicando continuamente la presenza di Oliver.

C'è quindi un susseguirsi di scarti continui fra la realtà - fatta di quotidiani, teatrali stratagemmi utilizzati per mascherare pulsioni ed istinti portati alla massima eccitazione - ed i sogni ad occhi aperti che Elio ingenuamente inscena per fare 'le prove' della sua possibile vita parallela con Oliver. Il tutto avvolto da un uso cospicuo di immagini in movimento, flashback, echi di frasi rubate ai film e tracce di celebri dipinti, che Aciman spande a piene mani regalandoci suoni e profumi intrecciati ad una pioggia di oggetti-feticcio che ben incarnano lo stato d'animo di Elio messo a dura prova dalle risposte di Oliver.
La verità è che entrambi - fortemente attratti l'uno dall'altro - sono letteralmente schiacciati dall'impossibilità di dirsi 'l'inconfessabile', finendo per farsi coinvolgere nel solito gioco al massacro fatto di penose scenate di gelosia. E le bugie - più di qualsiasi altra cosa - trasmettono l'idea che le parole possano essere in qualche modo più efficaci nel mascherare la verità piuttosto che nel rappresentarla; e quindi quando due amanti si mentono, rendono praticamente impossibile alle loro parole anche solo di 'sfiorare' la verità.
Il trait-d'union fra i due innamorati è Viola, l'unico personaggio femminile veramente in grado di dialogare sinceramente con entrambi; Viola - una bambina affetta da una malattia invalidante e destinata a morire - nella sua innocenza-saggezza riesce a vedere molto oltre i banali battibecchi e la finta indifferenza, divenendo a tutti gli effetti il vero deus ex machina del racconto.
Gli altri personaggi femminili che passeggiano qua e là fra le pagine amoreggiando ora con l'uno ora con l'altro, sono dei futili pretesti per entrambi, utili solo a dimostrare una vicendevole parvenza di normalità.

Un'ultimo riparo che si frantuma quando Elio realizza come il suo finto rapporto con Marzia sia solo la trita ripetizione di quell'identico meccanismo di 'tira e molla' portato avanti ad oltranza da Oliver nei suoi confronti, e che il sentimento che prova per Marzia non ha nulla a che vedere con il desiderio e la passione sfrenata provata nei confronti di Oliver.
Ed è solo grazie ad alcuni magici momenti di fratellanza, in cui ai protagonisti vien concesso di compiere tenere scorribande in bicicletta fra le strette stradine del paese, che Elio riesce a dichiarsi lasciando sì che 'quel segreto' esca finalmente dal suo corpo.
Seguono alcune pagine in cui Elio, riflettendo su quel piccolo margine che ancora lo separa dal perdere la verginità, cerca a fatica di non farsi influenzare dagli ammonimenti che gli sembra di sentire dalla voce del nonno; ma infine, fortemente compresso fra paura e desiderio, sceglie di seguire i propri istinti, e quando bussa alla camera di Oliver lo sentiamo pensare fra sé:" da questo momento, da questo momento.....come mai nella mia vita!"
Ed una volta intrapresa la via del 'non ritorno' tutto è vissuto come un rinascere a nuova vita, un essere finalmente sé stessi e poter vivere nella verità; una vertigginosa scalata verso l'autostima che permette un totale ribaltamento dei ruoli, con la trasformazione di Elio in un uomo forte e sicuro di sé, ed il ridimensionamento di Oliver che, per la prima volta, appare turbato ed impaurito dalle conseguenze di quel gesto. Ed è allora che Aciman tentenna iniziando a chiedersi - tramite Oliver - perchè il cercare di seguire i propri istinti porti sempre ed inevitabilmente a soffrire, o peggio a vergognarsi di sé stessi, e soprattutto perchè sia sempre così determinante ciò che gli altri pensano e si aspettano da noi.

E questo tarlo silenzioso sgretola, giorno dopo giorno, la coscienza di Oliver fino ad annullarne totalmente la volontà.
Tanto che, nonostante il breve ma intenso periodo di libertà e trasgressione vissuto con Elio in una Roma notturna, estiva e appiccicosa - all'ombra di lunghe camminate, e baci appassionati, in un'orgia di parole, vino e sesso - appena Oliver si allontana da Elio per far ritorno negli Stati Uniti, si uniforma immediatamente in uno stile di vita molto tradizionale e rappresentativo del 'sogno americano' - il cui acme viene raggiunto con la confessione ad Elio del suo imminente matrimonio.
E quando entrambi si re-incontrano, a distanza di molti anni - Elio risulta talmente estraneo agli occhi di Oliver, che questi non solo stenta a riconoscerlo, ma vorrebbe addirittura farlo conoscere alla propria famiglia. E anche se col passare dei giorni Oliver riesce infine a ricordare l'intensità e la forza di quella passione, rimane comunque per lui una storia lontana, e soprattutto una storia da non poter raccontare ai propri figli. Mentre per Elio quel passato rappresenta il vero momento 'clou' della sua vita, una svolta da lui mai rinnegata che gli ha permesso di liberare la vera identità della sua anima, diventando a tutti gli effetti un'altra persona, cosciente di doversi assumere quel coraggio che suo padre molto ben sintetizza con l'espressione: - "ti aspettano tempi durissimi!"
Parlando con il padre - che solo grazie a questa situazione contingente riesce a fare anch'egli una sorta di 'outing' dell'ultima ora - Elio afferma che Oliver -" è me più di me stesso", riecheggiando quelle stesse parole di Flaubert quando afferma che - "Madame Bovary c'est moi"- rincorrendo questo eterno desiderio d'essere un tutt'uno con la propria musa ispiratrice.

E in Flaubert ritornano spesso queste lunghe disquisizioni riguardanti quelle che lui chiama 'le idee ricevute' - quelle idee cioè che soffocando le nostre menti, rendono quasi inutili esperienze personali e percorsi individuali, mettendo in eterno conflitto istinti e pulsioni di fronte al macigno dell'educazione.
E solo quando Oliver, aiutato da Elio, riesce infine a ricordare il passato, si rende conto d'aver vissuto tutti quegli anni nella menzogna.
Il tempo è stato come un lungo viaggio durante il quale Elio è riuscito a trovare infine il suo personale Paradiso vivendo in quella verità da lui tanto agognata, mentre invece Oliver, preferendo indossare una pesante maschera, si è certo difeso dai feroci attacchi della società perbenista, ma ha vissuto al tempo stesso in una sorta di coma, al cui risveglio il passato riaffiora teneramente facendogli confessare, in un ultima laconica battuta con Elio :" io sono come te, ricordo tutto!"
Perchè è vero che a volte, volontariamente, dimentichiamo ogni cosa per poi ricostruirne i fatti a nostro puro piacimento,
" ....era quello l'odore dei limoni, o era solo quello che lei ricordava?... (Vita - Melania Mazzucco - 2003).
Perchè in effetti, quando una cosa è passata cosa la differenzia, nella realtà del presente, da un'illusione o dalla fantasia? L'unica sua reale esistenza risiede nella memoria, e se anche quello spazio non si salva, sarà come se nulla fosse realmente esistito ed avvenuto.
Si possono perdere i ricordi - giorno dopo giorno, attribuendoli magari alla vita di un altro. Dimenticare per sopravvivere, cancellando le ferite, rimuovendo i gesti più intimi ed i volti più amati, perchè il ricordo di un dolore vago, è meno acuto e più sopportabile.

Dimenticare tutto, dimenticare sé stessi e diventare qualcun altro, qualcuno che non conosci! Questo è ciò a cui è stato costretto Oliver facendo anch'egli, come Elio tanti anni prima, una scelta senza ritorno.
Oliver ed Elio, Elio ed Oliver, due corpi che si scambiano vestiti e nomi, vedendosi l'uno nell'altro come in un gioco di specchi, alla ossessiva ricerca dell'Amore assoluto, di un amore 'sovrumano' che non rinuncia neppure alla remota possibilità di cibarsi l'uno del corpo dell'altro o di estrarsi il cuore, in una violenta pulsione di morte, desiderio di annullamento totale, che un pò ricordano riti tribali e sciamanici.
Perchè in fondo, cosa ci rimane di veramente istintivo e viscerale, se non l'Amore ed il contatto con i corpi, lo scambio dei liquidi, l'assaggiarsi ed il compenetrarsi per essere infine l'uno parte dell'altro, diventando un tutt'uno in cui fondersi, riconoscersi e sentirsi meno soli nell'affrontare quel lungo, impervio viaggio della vita?
E difatti è proprio nel momento in cui la presenza di Elio viene a mancare, che Oliver diventa di colpo sempre più debole e non autosufficiente, lasciandosi 'plagiare' da una vita più facile e soprattutto non condannabile dal comune senso del pudore.
Ritornano alla fine del racconto struggenti momenti di tenerezza, in cui il parlare a ruota libera di Oliver ed Elio è quasi un parlare in terza persona di fatti lontani visti dall'esterno, come se qualcuno in quel momento stesse 'riavvolgengo' la pellicola della vita per far loro osservare le scene di un passato che non può tornare.
Il tutto avvolto dalla musica di Haydn che riecheggia qua e là nel racconto, ben rappresentando quella contrapposizione fra Inferno e Paradiso vissuta in prima persona dai protagonisti.

Elio ed Oliver sono 'divorati' dal sesso ed annullati dalla passione, una passione che 'urla' per la lontananza del corpo dell'altro; e quel continuo scambiarsi d'identità permette loro di vedersi l'uno negli occhi dell'altro, portandoli per un breve istante sulle soglie del Paradiso, il cui specchio rimanda infine la semplice immagine di un uomo, senza sesso e senza età, semplicemente un essere umano bisognoso d'Amore: una richiesta teneramente e disperatamente umana, l'unica cosa in grado di allontanarci dall'idea della morte. E di quella storia d'amore così infuocata, ciò che in effetti rimane è Svolazzina, una camicia-rito che Elio riesce infine a 'rubare' ad Oliver per non dimenticare l'odore del suo corpo ed il ricordo dei giorni passati insieme.
Il passato è indimenticabile perchè presupponeva un futuro colmo di speranze e di novità, un futuro che ora invece non ha più ragione di esistere. A volte Elio tenta di fermare il tempo per poi ricostruirlo - ed il romanzo stesso rientra in questo sforzo iniziando esattamente quando la loro storia d'amore è già finita - riportandoci alle delicate pagine di 'Saltatempo' - il protagonista di un racconto di Stefano Benni - che s'inventa un orologio interno tutto particolare con il quale poter misurare la sua vita.
Il ri-passeggiare furtivo e leggero di Oliver ed Elio nelle stanze vuote della villa ormai disabitata, porta di colpo un'ala di tristezza sulle loro esistenze, ed Oliver, ricordando ancora quel passato così sfolgorante ed irripetibile, pronuncia una volta ancora, quella parola che tanto amava dire con estrema leggerezza, quell'estate di tanto tempo prima in prossimità della piscina: 'Paradiso'.

-"Deve pur esserci un Paradiso da qualche parte..." - Marguerite Yourcenaur

Maria Grazia Casagrande
Febbraio 2009


 

 

 

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