GIOIELLI da SCOPRIRE

( Libri e NonSoloLibri )


 

Pagina 2009 - 2

 

Sommario delle altre pagine --(-Clicca il quadratino-)
2013 - 1 Caramagna - Sorrentino - Di Stefano - Caramagna e Gavoli - Porchia - Donskis
2012 - 2 Traversa - Pollastro - Jagher - Baroni - Magrini - Rienzi - Bona - Di Poce - Vacchetta
2012 - 1 Vasile - Puccini - Caramagna - Paganardi - Lucini - Castronuovo
2011 - 2 Calandrone - Magrini - Alaimo - Morpurgo - Sella - G. Garibaldi
2011
Lorandi e Montalto - Morone - Leonardi e Vigliani - Camporesi - Giovannelli - Del Bianco
2010/11 Foglia - Maramotti - Bianchi - Gerardi
2009 - 2 Santamaria - Caramagna - Bertoldo - Frisa - Sblando
2009 - 1 Lazzarini - Mascolo - Pappalardo La Rosa - Mazzacurati - Aciman
2008 - 2 AAVV - Avezza - Baum/Guidi - Amorese - Conte - Cora
2008 - 1 Accattino - Nasi - Di Poce - Lazzarini
2007 Schira - Taylor - Serofilli - De Luca - Mancini
2006 Fuster - Montalto - Bertoldo - Santamariaa
2005 - 2 Motalto - Turco - Marchi - Barcella - Sica
2005 - 1 Brunelli - Marchetti - AA VV - Antolisei/Piacentini - Lazzarini - Morello
2004 Sartorelli - Antolisei - Brunelli

 

 

 


Franco Santamaria

Radici Perdute

Poesia


Kairòs Edizioni


 


In questa raccolta dal malinconico titolo “Radici perdute” incontriamo un uomo ispirato, posseduto dalle Muse, che canta se stesso identificandosi nelle mille sfaccettature attraverso cui la Natura gli appare: albero dalle robuste radici e aeree fronde, sabbia fragile e grida di gabbiani, brina e onde di fuoco….

Cacciato insieme a noi tutti dal paradiso terrestre - luogo magico in cui non avremmo dovuto disobbedire alla divinità e cibarci dei frutti dell’albero della conoscenza - Santamaria non si arrende e pretende di risvegliare ognuno di noi nel nostro giardino interiore per poter condividere la magia che vi aleggia.

Un progetto simile non può di certo essere esplicitato con messaggi evanescenti, per cui troviamo parole dure e aspre atte a rendere palese la nostra situazione di disagio, di appartenenza a questa realtà così cruda, pur essendo figli del cielo: non c’è più tempo per cullarci nella dolce illusione che la Natura - madre benigna e pia - possa consolarci e in qualche modo risolvere per noi la nostra vita.

Il poeta legge ovunque i simboli della tragedia incombente, per cui non lascia intentato un solo sprone verso la ricerca della Luce, quella luce che diventa Verità nel cuore di che è in grado di risvegliarsi.

Siamo tutti fratelli in questo bosco oscuro da cui dobbiamo uscire, guardando oltre il lucido degli occhi quella realtà fatta “di sangue dei bambini… sangue dei muratori… sangue dei poeti e degli artisti”.

Non è sufficiente sperare di trovare un qualsiasi sentiero per ritornare a casa: è necessario sapere che la “partita truccata” non ha un colpevole su cui poter scaricare la responsabilità, ma che ognuno di noi è in grado di giocare la sua partita e vincerla se riesce a conoscerne il codice segreto.

Come davanti a una scacchiera - dove ogni mossa delimita le possibilità delle mosse seguenti - nella vita vince, si libera dalla condizione umana, chi agisce secondo la legge, quella stessa che Goethe definisce “l’eterna legge che fa fiorire la rosa e il giglio”, ma che Santamaria ancora vive e non ama nella “forza d’improvviso esplosa dal liquido potere delle acque…”.

Ecco dunque un virile canto circondato da un panorama realistico in cui immagini di dolore, distruzione e catene senza fine non lasciano sperare ad una risoluzione collettiva, ma prevedono un lento distacco dal gruppo di appartenenza per un riscatto singolo nel silenzio della propria interiorità, forse proprio attraverso l’arte.

Chicca Morone

 

 


Fabrizio Caramagna

CONTAGOCCE
69 aforismi

Aforismi


Genesi Editrice


 


CONTAGOCCE
69 aforismi

Nel sottotitolo della raccolta, l'autore li definisce aforismi, ma a leggerli bene questi brevi componimenti in versi, in cui fanno capolino polipi e mantidi, bussole e biblioteche, rette parallele e quadrifogli, persino Caronte e le Sirene, sembrano qualcosa di diverso.
Paradossali e ironici come i migliori aforismi della tradizione da Stanislaw Lec in poi, hanno anche un timbro in comune con la meraviglia e la leggerezza degli haiku e la scrittura proverbiale del lontano Oriente.
Sono gocce di saggezza, ma di una saggezza capovolta e assurda, che scende dal contagocce come antidoto, purtroppo o per fortuna breve, al pensare comune.

***

La scrittura breve è alle origini della letteratura, nata come epigrafe, sentenza, esortazione. Ci sono voluti secoli perché la scrittura divenisse anche poema, tragedia, romanzo.
All'atto di nascita, la scrittura ha scelto densità e concentrazione come requisiti primari: illustrare l'essenziale in pochi motti, eliminando "il troppo e il vano", come dice Dante. Nei secoli la scrittura in breve è divenuto un genere definito e distinto da tutto il rimanente inchiostro, con due diverse branche di appartenenza: il proverbio, di natura folcloristica e popolare, e l'aforisma, di elaborazione dotta e intellettuale.
In mezzo, a fare promiscuità e contaminazione tra i due generi, ci sono tante soluzioni di altri tipi di scrittura, tra cui la più nota forse è il wellerismo - da Sam Weller, il lustrascarpe sentenzioso inventato da Dickens - che è una chiave antifrastica, irriverente e gioiosa sia dell'aforisma sia del proverbio.
Ma la scrittura in breve, negli ultimi anni, è divenuta anche forma di poesia, rovesciamento e dilatazione della realtà mondana, proiezione orfica, trompe oeil della ragione, espressione ludica e fulminea della mente. Non si tratta più di sentenze - cioè di opinioni - ma di vibrazioni - si può dire vibranze? - cioè di oscillazioni intellettive intorno a una punta d'ago che punge un aspetto del reale: e intomo si crea quell'oscillazione di verità e di falsità che è la letteratura.

Sandro Gros-Pietro

 

 


Roberto Bertoldo

Anarchismo
senza
Anarchia

Saggistica


Mimesis


 


ANARCHISMO SENZA ANARCHIA

Partendo da una rivalutazione assiologica del mondo (detta “nullismo”) e dalla sua comprensione (mediante la “fenomenognomica”), l’autore rifonda l’anarchismo su princìpi umanitari (la vita) e logici (l’onestà). L’anarchismo non è dunque, fenomenicamente, privo di metodo e di modelli, e tuttavia la sua assunzione della logica emotiva preserva l’adesione alla libertà ideativa, senza la quale l’anarchismo cadrebbe in forme politiche pregiudiziali.

Sotto questa luce, l’anarchismo, visto come riduzione del libertarismo, è la propensione verso l’irrealizzabile anarchia e trova, in questa propensione vitalistica e titanica, la forza della propria equità politica e del proprio coraggio.

Nel suo percorso, l’autore si confronta con le forme politiche di base rintracciando in esse gli elementi necessari alla riformulazione pratica dell’anarchismo, tenendo nella dovuta considerazione la naturale gerarchizzazione della società.

Roberto Bertoldo ha scritto libri di poesia, di narrativa, di filosofia e di teoria della letteratura. Tra le sue pubblicazioni, i romanzi Il Lucifero di Wittenberg - Anschluss, Asefi, Milano 1998 e Anche gli ebrei sono cattivi, Marsilio, Venezia 2002; le poesie Il calvario delle gru, Bordighera Press, New York 2000, 2003 e L’archivio delle bestemmie, Mimesis, Milano 2006; i saggi Nullismo e letteratura, Interlinea, Novara 1998; Principi di fenomenognomica, Guerini e associati, Milano 2003; Sui fondamenti dell’amore, Guerini, Milano 2006.

 

 


Lucetta Frisa

Ritorno alla spiaggia

Poesia



La Vita Felice


 


LUCETTA FRISA: " LA MER QUI EST MA MÈRE "

In "Ritorno alla spiaggia" (La Vita Felice, MI, 2009) Lucetta Frisa ci dà un nuovo capitolo dei suoi trasognamenti interiori, un'ulteriore discesa nei territori psichici dell'inconscio, con testi che vanno dal 2001 al 2007.

Il volume si apre con un'approfondita nota critica di Gabriela Fantato, che giustamente mette in luce come la "spiaggia" della poetessa genovese sia "luogo ancestrale dell'immaginario […]: è il confine, la soglia tra terra e mare, dove il mare è Acqua dell'origine […], universo iniziale, dove ci fu la 'prima volta', dove si sono strutturati il sentire e vedere il mondo".

Questa ricerca dei primordi ancestrali si caratterizza, nei testi della raccolta, come tipica e archetipica identificazione nel femminile materno-filiale. Già nel primo testo della raccolta, "Gioia Piccola", la Frisa, rammemorando le mani della madre intenta ai lavori dell'uncinetto, può dire: "Da lì mi è nato il male di cercare / l'inizio di ogni cosa" (p. 13). Così più avanti (Un'isola, p. 34), quasi a svolgere e riannodare la sua stessa esistenza come una tessitura da Parca, è detto: "Devo […] arrotolare / il lunghissimo filo che mi ha portato fin qui / in una veloce matassa". E anche quando la madre carnale morirà (6 luglio), la sua costante presenza fusionale in lei è così espressa: "Fuori di te / nel mio corpo continui a vivere / […] qualcosa / hai lasciato in me se scrivo / di questo sperdimento" (pp. 23-24). D'altra parte, in "Senza voce", sarà la stessa madre a parlare con le parole della figlia. Perché "l'una e l'altra - madre e figlia -", saranno sempre un tutt'uno biologico e ultrabiologico, "a specchiarci nella nostra luce grande" (p. 18).

Carl Gustav Jung, in "Psicologia della figura di Kore", ci ha descritto i significati mitologico-simbolici di quest'indissolubile, ombelicale, nesso madre-figlia. Nel rapporto Demeter-Kore (quale paradigmaticamente veniva rappresentato nei Misteri Eleusini), Jung si sofferma infatti sul paradosso secondo cui "ogni donna contiene in sé la propria madre e la propria figlia" e che "da madre si vive prima, da figlia poi": come commenterà Kàroly Kerényi, in tale binomio c'è l'esperienza viva di quella realtà psichica costituita dall'infinità della vita organica superindividuale. Il paradosso junghiano non fa che affermare "l'apocatàstasi (ristabilimento) della vita ancestrale, un prolungamento nelle generazioni a venire attraverso il ponte del singolo individuo presente, e quindi un sapere che ha per contenuto l'essere nella morte".

La Frisa d'altra parte ci aveva già abituati, nel precedente volume di versi, "Se fossimo immortali" (2006), a queste forme di esperienza sapienziale e mistica, ad avere per madre "l'acqua" e per padre "il sasso", essendo l'affectio, Eros, a tenere legata ogni cosa. La sua non è conoscenza riflessa dall'intelletto, ma epìgnosis, "reminiscenza" memoriale e primordiale. Già allora affermava: "Noi non abbiamo imparato nulla / che la placenta già non sapesse". Così ora, in Ritorno alla spiaggia, la sua immaginazione può regredire fino a vedersi ancora racchiusa nel liquido amniotico fetale: "Dicono che il bambino nuoti felice / nel grembo e rida e pianga / […] Sotto le palpebre / stringo i colori visti la prima volta quando fluttuavo / […] E lì che si vuole tornare / protetti e smemorati / i pugni stretti / sulle cose perse" (pp. 43-44).
Ed è ovvio infine che gli aspetti notturni, legati allo scavo anamnestico nel profondo, abbiano la preferenza rispetto a quelli diurni, della vita conscia e di relazione: "Chiudo le palpebre per entrare / in me improvvisamente notturna" (p. 41), "Nella retina vedo e non vedo / sono tra giorno e notte / l'inquieta lente / di una materia ignota" (p. 49).

Tutto ciò comporta delle precise conseguenze in ordine alla forma nella quale la Frisa organizza i suoi reperti. Spesso infatti il suo dettato lirico scorre a ruota libera, sicché ne risente il lato dell'organizzazione controllata del verso. Si prenda esemplarmente Gioia piccola, dove non solo si perde ogni "misura" versale, ma persino le parole si amalgamano a un certo punto in vera prosa (p. 17), a fare groppo non ancora sciolto in essenziale e icastica immagine. Certo, il modo di formare della Frisa non è quello quintessenziale - a esempio - di un Gottfried Benn, a cui bastava rintracciare una parola, Ein Wort, "nel vuoto spazio che attornia Mondo e Io".
Troppo spesso nella Frisa l'attenzione e la cura rivolta all'Io allontana la rappresentazione del Mondo, tranne quella che residua nei dettagli utili al proprio trasognamento. Eppure, anche in questo libretto, si può poi leggere un testo mirabile come Porta Rosa - quello che noi preferiamo in assoluto - dove il verso, anche se calato in misure lunghe, ha poi la compostezza che viene a chi ha oltrepassato un'altra "soglia", quella dell'unico arco a tutto sesto della grecità e che perciò, da Elea, raggiunge il metron, la misura, della civiltà classica.

Sergio Spadaro

 

 


Salvatore Sblando

Due granelli
nella clessidra

Poesia


LietoColle



 


"Due granelli nella clessidra
"
Salvatore Sblando

[...] Nella raccolta di Salvatore Sblando mi pare si intreccino e dialoghino due temi principali, due argomenti universali che si trovano qui declinati con estrema precisione e determinatezza: lo spazio e il tempo. Così come il tema del tempo balza agli occhi con icastica urgenza nel titolo della silloge, in quella clessidra semivuota che è poi non a caso anche l'incipit di una poesia, parallelamente le due sezioni in cui si articola la raccolta, "Paesaggi possibili" e "L'altrove", evocano immediatamente una spazialità
che si gioca tra la concretezza e la potenzialità.
E, come si è detto, questa geografia dell'anima che percorre i testi è alimentata da riferimenti precisi e determinati, fra cui senza dubbio emerge inconfondibile il profilo di Torino, la città dell'autore. Una Torino individuata con un'esattezza toponomastica e descrittiva che stempera il coinvolgimento emotivo dell'autore verso i paesaggi e i personaggi che animano le scene di vita urbana quotidiana. Figure di donne ("Largo Marconi"), di passeggeri ("Fra i passeggeri di linea 45B"), del padre ("Di famiglia") si affacciano, spesso timidamente, nell'avvicendarsi dei nomi delle vie, dei precisi numeri di autobus, degli orari indicati con esattezza cronometrica. [...]

Ecco, il tempo, appunto… Il tempo esatto del passaggio degli autobus che si contrappone e completa un altro tempo, un tempo che sfugge e che spesso non si riesce a definire: un'antitesi emblematicamente rappresentata in "Quaranta minuti" (fra i quaranta minuti della corsa / o nel tempo
d'una virgola / che s'attarda al tuo ritorno)
.

Le ore, gli attimi che sfuggono ritornano con una ricorsività che si fa quasi angoscia: negli alberi emblemi di un passato che non appartiene (fra le dita direi di un tempo / che convive in voi / così lontano da me stesso, "Di questi e d'altri tempi"); nella clessidra che non sa più segnare il tempo
(Si fa due granelli di clessidra / questa sera il nostro tempo, "Due granelli nella clessidra"); in una città come Lisbona che diventa simbolo di un presente che non si riesce ad afferrare (Siano essi quattro giorni / o due secondi dopo l'eterno / noi camminiamo […] e nemmeno il fitto sferragliare
del tram / fra i vicoli pendenti, saprà accompagnarci / nel nulla che oggi si fa tempo, "Lisbona, probabilmente"
).

Questo tempo, che si fa impotenza e solitudine, investe anche le figure femminili che percorrono la raccolta e le avvolge in un'algida lontananza, in immagini di lunare chiarore come quella dell'autista di autobus (tieni stretto il tuo volante / aprendo gli occhi nel soffio di una nuvola alla luna)
o di Esmeralda, donna quasi sirena (quell'aria che ti disegna respirandoti a metà / come se vivessi trasparendo l'alba ad occhi chiusi).

Ed è proprio una figura di donna ad apparire al termine della raccolta, una "sconosciuta" che piace pensare sia figura della poesia stessa (non per niente nel testo viene apostrofata come "amica musa"): la poesia di cui tutto è inatteso, sia i fragori che i silenzi, la poesia come una donna sconosciuta che si perde e si ritrova anche in luoghi lontani. È l'autore stesso a chiudere il testo (e l'avventura di questa raccolta) indicando sommessamente la pulsione che vibra sotto la superficie del proprio scrivere:
le parabole d'amore fisse a testa in giù e il timore di riuscire ancora a sfiorare la saggezza.
L'augurio è che prosegua in questa ricerca.

Da "Due granelli di prefazione" di Serena Focaccia


 

 

 

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