IDEOFOBIE
Torna dagli anni Ottanta la profetica rubrica di Gian Piero Bona

Da "La Gazzetta del Popolo"
(pubblicazione defunta) e da altri quotidiani nazionali (che bene non
stanno), eccovi un tour di riflessioni
nell'Italia che non cambia mai. Vizi e virtù
antichi del nostro Paese che, tali e quali, si ripropongono oggi alla vostra
attenzione;
illustrati però da un Poeta-drammaturgo-narratore che, in veste d'opinionista
dalla mente libera e dalla scrittura impeccabile,
schiaffeggia la pochezza di contenuti e di forma del giornalismo d'oggi.
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La
nostra è un'epoca dove si parla troppo e a vanvera. Tutti parlano
di tutto e di tutti, ne consegue che nessuno parla di niente e di
nessuno. E' perché non si sa che cosa sia la parola. Il politico
parla di arte, l'artista di matematica, il logico di mistero, il militare
di sciopero, il poeta di sociologia, il prete di gravidanza, la verduriera
di spiritismo, il tranviere di Wagner, il latifondista di Lenin, il
cuoco di guerra, l'avvocato di psicanalisi, la monaca di divorzio,
il vigile di pittura, il filosofo di besciamella, il sindacalista
di moda, la zitella di sport, il proletario di banche e il banchiere
di fame nel mondo. Chi dice va che la massima competenza si trova
nel punto di rottura dell'incompetenza? Altro
che strumento d'espressione del Verbo Originale, rito, tappeto di
neve sul quale ogni spirito lasciava la sua impronta, libro delle
nature distinte! A questo punto è normale che saltasse fuori
un tipografo: l'uomo vuole indirizzarsi a un assente, farsi ricordare
in avvenire, prolungare l'effetto del suo parlare, e sceglie un incaricato
che lo eseguisca: la scrittura. Così la scrittura, già
per sua natura falsificante, falsifica la parola già falsificata.
Oggi il suo parossismo ci spinge al confine dell'oscurità e
del non senso, verso il malinteso e il duello. L'unica riforma espressiva
potrebbe avvenire in direzione esoterica a "una sfera di comunicazione
che escluda la scrittura" (v. Nietzsche ). Tremila anni fa il
pensiero si comunicava da persona a persona, mediante la presenza
e la voce. Perciò la parola era calda, diretta, schietta, sincera;
ora telefono, radio, televisione ci hanno abituato a un dialogo tra
spettri, freddo, astratto, anonimo; ci si parla fra assenti, sconosciuti,
mediante lo schermo di un filo elettrico, senza possibilità
di intesa, 24 ore su 24, in forsennata continuità. E
allora? Siamo infelici perché non siamo più disinformati,
siamo ignoranti perché non ignoriamo più nulla, siamo
talmente informati che ci odiamo: una pagina del "New York Times",
trovata nella giungla dell'Amazzonia l'ha bell'e che distrutta. Padre
Pera aveva ragione: Gorgia diceva già nel VI sec. a.C.: "Noi
non riveliamo al vicino le cose che sono, ma le parole che sono diverse
dalle cose reali". Ciò vuol dire che la parola non riesce
mai ad esprimere esattamente l'oggetto. Figuriamoci la scrittura della
parola! Gian
Piero Bona |

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Debbo
dedurre che più di ogni altro, grazie alla sua doppiezza mediterranea,
l'italiano è scrittore antilogista, ovvero contraddittorio.
Sovente tra la sua opera e il suo pensiero s'apre un fosso: se non
lo salta va tutto bene, ma se ha l'abitudine di cambiar riva a seconda
di chi vuol reclutare, rischia di rompersi l'osso del collo. Gian
Piero Bona |

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Che cosa dice oggi il personaggio del diavolo
allo scrittore? Lo abbiamo chiesto a Giampiero Bona, romanziere, poeta,
studioso Per
capire quanto il Diavolo, come forza del male, possa tentare l'immaginazione
di un artista o di uno scrittore, basterebbe tirare un sassolino nella
sua direzione. La storia dell'arte o della letteratura diabologica
è addirittura immane. Di tutti i personaggi storici il Diavolo
è il più celebre, ed è l'unico che non si potrà
mai definire esattamente. L'uomo moderno dice che il Diavolo non esiste,
eppure nessuna epoca è stata impregnata di satanismo come quella
in cui vive. Ad esempio: nel mondo del commercio esoterico non è
il Diavolo il grande "consolatore"? La sua "mania"
non risorge forse sulle rovine del razionalismo? Gian
Piero Bona |

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Mesi
or sono, a Bolzano, si è sgranato il rosario in barbarico dinanzi
a una birresca Madrediddio tirolese. E sapete perché? Per essere
protetti dagli scioperi. Un giornale aveva spronato pensionati e casalinghe
della "Kreis katliolischer Manner und Frauen" a convincere
Dio che impedisse alle lotte sindacali di gettare l'economia italiana
nel caos. A parte la verità o 110 della suggestiva tematica
per il banco di una chiesa, confesso che il folklore mi diverte; mi
stupisce invece lo stupore di certi cattolici melliflui per questi
legnosi confratelli. |

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Nella
sua ricerca dei grandi torinesi perduti, Vittoria Sincero si rammaricava
(vedi Stampa Sera, 16-5-'80) che "l'eccellente giurisperito"
Cassinis, "primo della classe" nell'unificazione d'Italia,
fosse stato liquidato, all'ombra di Cavour e di D'Azeglio, con sviste
" monumentali " sul suo monumento: un asino aveva scritto
il suo epitaffio! Ed ecco che da mio zio Ministro Guardasigilli e Presidente della Camera (1861) salto, dai due scranni oro e rosso del Parlamento Subalpino, alla poltrona liberale di un altro onorevole zio alla Costituente del 1913, Eugenio Bona. Così da questi salticchio al deputato Crivellini che nel febbraio 1980, nel Transatlantico di Montecitorio, beneva il suo caffelatte radicale in mano. Poi dal cappuccino alla tazzina-moka dei ministri, sorbita - ahimè! - non su stalli di porpora. Poi dall' espresso e alle assenze ingiustificate dei nostri deputati. Poi da queste torno indietro al suicidio "per dignità" del Cassinis (turbato, a ragione o a torto, dal responsabile trasloco della Capitale a Firenze). Infine dal colpo di pistola dello zio mi ritrovo di colpo a Montecitorio nel 197... - Vi ero andato a una seduta, da spettatore. E qui sta il traguardo del mio giuoco. Il
signor Cossiga, allora ministro degli Interni, riferiva su certi orrendi
crimini. L'aula era semideserta e il nostro relatore sul "disordine"
pubblico si sgolava, pur elencando statistiche da carneficina, nella
disattenzione generale. Accanto a me una vecchia signora finì in castigo. Aveva indicato ad alla voce delle dita nel naso. Un erculeo usciere se la portò via. Giuro di aver visto allora gli spettri del conte D'Azeglio, del marchese Rattazzi, del cavaliere Losa, del conte Carnillo e dell'avvocato Cassinis aleggiare nell'anfiteatro come gli uccelli di Hitchcock. Piaccia
o non piaccia, il diavolo ha fatto qui un salto associativo così
lungo da rompersi una gamba. Noi moderni gli neghiamo l'esistenza
e siamo tanto incoerenti che a un tempo stesso lo vogliamo curare
come una malattia. Ma il diavolo è ben contento di guarire
e ci frega. Ci frega ovunque, anche in Parlamento. Egli tuffa nel
Lete i nostri politici che obliano il civile significato di Aeropago
ovvero del "consesso rispettabile che decide di cose pubbliche".
O
mia villanissima Repubblica, ascolta quello che diceva il mio "eccellente"
zio, amico della contessa Castiglione, sì, ma anche di Catalani
e di Verdi: "C'è anche della brava gente fra i maleducati,
ma un uomo beneducato non sarà mai un farabutto". |

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La
terra sta eruttando centinaia di focolai di catastrofe, dai 4.000
kg. di esplosivo a testa per ciascheduno a tutti i cianuri psicologici
ed ecologici, dall'orgia panica della tecnica, la proliferazione escrementizia
dei bisogni, il baratro irreversibile dell'odio e del potere alla
demenza cronica ideologica e fideistica, dai consumi manicomìali
di ogni energia naturale e dei sentimenti alla fame desertica senza
remissione del futuro, dalla putrefazione della ragione all'impostura
plebaica di tutti i nostri demiurgi planetari. L'uomo che cresce dentro
diventa un gigante, ma noi abbiamo preferito nella nostra moderna
e ottusa superbia immanente crescere fuori e siamo diventati dei bei
mostri. Peggio per noi. Non piangerò certo sulle imminenti
rovine del mondo, che d'altronde non saran certo belle, come Einstein
disse di ciò che resterà delle case-alveari di Le Corbusier,
proprio lui, responsabile più dì ogni altro dei prossimi
cataclismi. Sono convinto che per l'umanità non vi sia più niente da fare: la Torre di Babele è stata ricostruita. Il mondo capitalista è la moneta insanguinata che cresce sotto l'albero di Pinocchio, ma il mondo comunista è una rosa profumata che cresce nel terreno di un cimitero. In greco "demos" significava: volgo, da cui il latino "demonium ", spirito del male, diavolo, persona brutta terribile iraconda, angelo ribelle, fistolo, spirito tenebroso, versiere, da cui inferno, tregenda, pandemonio. Eppure, bianca o rossa, la nostra democrazia di tale etimologica radice, costituzione politica che assegna la sovranità al popolo, oggi ci pare la sola auspicabile, equa, mentre un animo aristocratico (da " aristos ", eccellente, ossia governo degli ottimi) è paventato come odiosità tirannica e disumana. E' proprio l'uomo che non funziona più, è diventato cosi ottusamente vizioso che, ama il Basso credendolo ancora umano e detesta l'Alto definendolo inumana ingiustizia. Così oggi il Diritto è di tutti come la puttana di un bordello e il Dovere non è più di nessuno come il gobbo che ci taglia la strada; nella società antica il diritto fioriva nelle pietraie della spiritualità, il nostro diritto cerca terreni molli e facili per dare frutti insapori e macroformi. Così oggi colui che sta in alto nel mondo della materia è colui che sta in basso nella gerarchia invisibile: infatti un animo superiore sfugge a ogni gerarchia terrestre, e diversamente dall'ordinaria convinzione, il superiore obbedisce sempre, l'inferiore disobbedisce sempre, questo non fa che lottare con gli altri, quello lotta solo con se stesso. E allora? Allora assurda ci appare l'idea di progresso moderno che con il suo corollario di primati e i suoi alibi positivi ha falsificato la storia umana, insinuando miti deleteri, proclamandosi sovrana in quei trivii dell'ideologia da cui nasce. Bisogna davvero essere marciti per fare l'apoteosi della "sapienza e scienza cadaverica" che nell'uomo moderno, detto anche: l'ultimo, il decrepito, il disfatto, il crepuscolare, essa glorifica invece il superatore, il giustifìcatore, il vero vivente. Bisogna essere ben ciechi per considerare la civiltà moderna come privilegiata. Parlare
del "tramonto dell'Occidente" e del "ritorno alla tradizione"
è ormai diventata una voga, un dilettantismo da intellettuali,
da giornalisti politici. Ormai, privo di principi, il mondo annega
nelle parole. Chi saprebbe arrestare il suo corpo privo di vita interiore,
precipitante nell'orrenda voragine? Gian
Piero Bona |

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Caro
K. F, Infatti mi sono stupito che tu mi abbia invitato l'altra sera a un vostro dibattito su "Poesia come sogno alla luce della psicanalisi". Ricordo dì aver blaterato le mie idee sulla Poesia, chiosato dai risolini di commiserazione dei tuoi colleghi. Press'a poco dissi che la poesia vera è sempre e ovunque intuizione della verità: senza tuttavia riuscire a esprimerla, essa ne è partecipe. E' la sola che serve l'uomo in lutto ciò ch'egli crede di poter sublimare. Gli altri linguaggi possono essere superiori, geniali, grandi, mai sublimi. L'uomo ha un'età al di fuori del proprio corpo nella quale solo la poesia agisce. Perciò essa non può usare mezzi comuni. La
poesia espressa è il risultato di un tenace presentimento che
tortura interiormente fino all'avvenimento. E' in tale presentire
amoroso che si rintraccia tutto il valore dì quella graziosa
alterazione e tragica ipertensione senza cui la poesia non esiste. Il
tuo sbadiglio mi ha interrotto. Eppure sai bene che la tua scienza
non riguarda la poesia, semmai il poeta. Mi pare di aver detto che solitamente lo psicanalista, col pretesto di curare un paziente, gli trasferisce addosso un inconfessato bisogno di autoanalisi, e che egli è dunque un tipo di malato attivo che sistema i propri complessi e li proietta sullo specchio del paziente, ricevendone un indiretto benessere liberatorio, noncurante delle deformazioni causate sulla superficie estranea. (Ma tutto ciò da parte mia è antipatico, forse è la maldestra difesa del poeta che non vuole essere confuso con il malato. Io non conosco Freud, perche non lo amo, e amo Jung perché aveva le visioni come me! Ma tutto ciò non centra). Vi vedo sorridere, voi analisti del comportamento, sezionatori lacaniani del silenzio e organizzatori dell'incomprensibile, al mio breviario romantico e retorico, al quale pur credo: la libido ha sostituito la charitas, l'affectus la volumptas, il complesso l'errore, l'inibizione il principio, l'analisi la fede, il sistema il mistero; Eros ha sostituito Orfeo, l'uomo orizzontale l'uomo verticale, il medico la competenza del trascendente: cosi la psicanalisi, confondendo la pazzia dell'anima con la pazzia della mente, crede di guarirci mentre spesso soffoca in noi la ricerca indisciplinata della nostra verità. Ti
prego, non interrompermi: so che è puerile la mia polemica
con voi, allorché affermo che la pazzia della mente è
il fallimento della natura divina che è in noi, e che la pazzia
dell'anima è la qualificazione di una coscienza superiore.
Visto che la coscienza è uno degli utensili del vostro fuoco
professionale, ti dirò che cosa ne penso: Cosi la presa di coscienza in senso psicanalitico non ha nulla a che vedere con l'iniziatica apertura della coscienza; anzi, una esclude l'altra. Io credo che il subconscio origina i difetti, il conscio origina la critica, il superconscio origina le qualità: il primo va annullalo, il secondo disciplinato, il terzo potenziato e magnificato. E allora vedere cose non umane con coscienza umana diventerà un gioco intellettuale, ma vedere cose umane con coscienza non umana sarà lo spavento del santo e dell'artista. Non ritieni dunque di aver commesso un errore invitandomi nel vostro "palazzo di ferro", io che vivo nella "casa del vento"? Certo è che non mi piacerete mai. Gian
Piero Bona |