IDEOFOBIE

Torna dagli anni Ottanta la profetica rubrica di Gian Piero Bona

 





Da "La Gazzetta del Popolo" (pubblicazione defunta) e da altri quotidiani nazionali (che bene non stanno), eccovi un tour di riflessioni
nell'Italia che non cambia mai. Vizi e virtù antichi del nostro Paese che, tali e quali, si ripropongono oggi alla vostra attenzione;
illustrati però da un Poeta-drammaturgo-narratore che, in veste d'opinionista dalla mente libera e dalla scrittura impeccabile,
schiaffeggia la pochezza di contenuti e di forma del giornalismo d'oggi.

 

 


Il tradimento della parola

La nostra è un'epoca dove si parla troppo e a vanvera. Tutti parlano di tutto e di tutti, ne consegue che nessuno parla di niente e di nessuno. E' perché non si sa che cosa sia la parola. Il politico parla di arte, l'artista di matematica, il logico di mistero, il militare di sciopero, il poeta di sociologia, il prete di gravidanza, la verduriera di spiritismo, il tranviere di Wagner, il latifondista di Lenin, il cuoco di guerra, l'avvocato di psicanalisi, la monaca di divorzio, il vigile di pittura, il filosofo di besciamella, il sindacalista di moda, la zitella di sport, il proletario di banche e il banchiere di fame nel mondo. Chi dice va che la massima competenza si trova nel punto di rottura dell'incompetenza?
Quando poi questo "parlare" diventa "scrivere" i guai peggiorano. Anni orsono, nella chiesa di S. Domenico a Torino, un domenicano di ferro sosteneva che l'unico uomo della storia degno della forca era stato Johann Gutenberg (Magonza 1400-1468) inventore della stampa. Eh, sì, perché la tipografia è stata il nostro disastro; da allora gli uomini hanno .incominciato a comunicare troppo, le distanze si sono ravvicinate sempre più; altro che alienazione, incomunicabilità, i frottole di esistenzialisti; ormai i nosri occhie i nostri orecchi son talmente pigiati l'uno all'altro che uno schiaffo dato a Tokio lo senti a Viterbo.

Altro che strumento d'espressione del Verbo Originale, rito, tappeto di neve sul quale ogni spirito lasciava la sua impronta, libro delle nature distinte! A questo punto è normale che saltasse fuori un tipografo: l'uomo vuole indirizzarsi a un assente, farsi ricordare in avvenire, prolungare l'effetto del suo parlare, e sceglie un incaricato che lo eseguisca: la scrittura. Così la scrittura, già per sua natura falsificante, falsifica la parola già falsificata. Oggi il suo parossismo ci spinge al confine dell'oscurità e del non senso, verso il malinteso e il duello. L'unica riforma espressiva potrebbe avvenire in direzione esoterica a "una sfera di comunicazione che escluda la scrittura" (v. Nietzsche ). Tremila anni fa il pensiero si comunicava da persona a persona, mediante la presenza e la voce. Perciò la parola era calda, diretta, schietta, sincera; ora telefono, radio, televisione ci hanno abituato a un dialogo tra spettri, freddo, astratto, anonimo; ci si parla fra assenti, sconosciuti, mediante lo schermo di un filo elettrico, senza possibilità di intesa, 24 ore su 24, in forsennata continuità.
La parola non ha più pause, i grandi silenzi della riflessione, essa ormai ci stordisce, si accavalla, s'imbroglia. Dopo un matrimonio, un funerale,un parto, non avete mai sentito quel brusio, ronzio, mormorio, strepito, bercio, sguaiattio, come l'analfabetico rumore di una gazzarra d'uccelli, dilagare dalle nostre belle civili comunità familiari? Provatevi a tapparvi le orecchie e a riaprirle, avrete un piccolo esempio sonoro del caos e della stupidità.

E allora? Siamo infelici perché non siamo più disinformati, siamo ignoranti perché non ignoriamo più nulla, siamo talmente informati che ci odiamo: una pagina del "New York Times", trovata nella giungla dell'Amazzonia l'ha bell'e che distrutta. Padre Pera aveva ragione: Gorgia diceva già nel VI sec. a.C.: "Noi non riveliamo al vicino le cose che sono, ma le parole che sono diverse dalle cose reali". Ciò vuol dire che la parola non riesce mai ad esprimere esattamente l'oggetto. Figuriamoci la scrittura della parola!
Perciò gli antichi saggi usavano la parola con molta prudenza. Ma innanzi tutto, cos'è la parola? E' il concetto primitivo che si materializza in un gruppo di movimenti della bocca, della lingua, del gozzo: è qualcosa che viene poi fissato dalla scrittura. La parola finché non si fa scrittura è fuggitiva per sua propria essenza; è un mezzo momentaneo per la comunicazione immediata, la parola scritta è invece un mezzo permanente che va oltre il presente. Cosi la parola, nel suo, fatale esodo, finita in un sistema grafico di gesti, disegni, nodi, con Gutemberg è ridotta addirittura a linguaggio di costruzione volgare. Dove è oggi arrivata? Dopo il vocabolario e la sintassi, ecco ci ha completamente lasciato, va per conto suo, si è atta fatua articolazione dentale, un bla-bla da recinto zoo.

Sulla vetta del Monte Bianco un transistor nel sacco di un imbecille che precipiterà, trasmettente una pubblicità di canotti pneumatici, riesce persino ad accoppare il dio silente dell'immensità. Il babelico dèmone della parola, e di sua figlia la scrittura, si è scatenato: chi riuscirà a richiudere nel vaso di Pandora il suo vento di tragica portinaia?
E' proprio vero, oggi la parola "finge di dire qualcosa a qualcuno che non ascolta, che non esiste. E tutto il mondo dei libri è gravato da questa menzogna". Il nostro parlare detto o scritto, non contiene più la verità: "Noi fingiamo soltanto di dirla, ma nessuna voce risuona, nessun orecchio ode, nessuno sguardo riceve più la vita
Propongo di eliminare dai codici penali la prigione, l'ergastolo, la pena capitale, e di introdurre la mozzatura, della lingua: forse l'unica speranza ancora di salvezza per . l'umanità è una società di muti. "Quando trovo / in questo mio silenzio / una parola / scavata è nella mia vita / come un abisso".
Ahinoi, sono ormai così rari gli ungarettiani abissi dove rinasce la vita, se rinasce sul suo giusto senso la parola.

Gian Piero Bona
da "Ideofobie" - La Gazzetta del Popolo", novembre 1980

 

 

 


Cassola: disarmato o disarmante?
Chi pensa difficile e scrive oscuro, chi scrive chiaro ma pensa confusamente. Il Poeta davanti al problema guerra

Debbo dedurre che più di ogni altro, grazie alla sua doppiezza mediterranea, l'italiano è scrittore antilogista, ovvero contraddittorio. Sovente tra la sua opera e il suo pensiero s'apre un fosso: se non lo salta va tutto bene, ma se ha l'abitudine di cambiar riva a seconda di chi vuol reclutare, rischia di rompersi l'osso del collo.

Mi spiego: Manganelli (per esempio) è di scrittura complessa e di pensiero chiaro. Cassola invece romanza in modo facile e pensa in modo oscuro. Altri esempi? Pascoli è occulto, ma verseggia con trasparenza; la testa di D'Annunzio è retorica, ma la sua penna è sapiente; Leopardi ha cuore astruso, ma il suo canto è perfetto. Nelle lettere italiane d'oggi Manganelli crede di "rappresentare molto poco", Cassola e Sgorlon invece non hanno difficoltà a proclamare il loro valore (vedi I. Chiusano). Ogni commento è superfluo. Non amo il semplicismo del narrar cassoliano o del novellismo dilatato, i suoi intrecci gaiamente popolari contraddicono alla nebbiosità del suo sentimental filosofare. Il suo vantato disarmismo è disarmante, non certo perché umanamente incondivisibile, ma perché applicato a certe categorie che sfuggono per loro grande natura alla sua piccola morale. A parte il pretestuoso cavillo di una notizia di preoccupante demografia, giustamente derisa ("c'è altro da pensare che al calo delle nascite"), con cui va a parare sulla conquista della poesia-verità, egli da tempo continua a "saltare il fosso" della sua dicotomia. Il suo impegno civile monosentenzioso si ostina a saldare gli anelli di una nobile catena, che unisce per spezzarsi in un "non-sense". Ecco una summula del suo ultimo ragionamento:

"Nascono meno figli? Non preoccupiamoci. Una guerra distruggerà già quelli che ci sono. L'importante è essere disarmista. Col disarmismo puoi risolvere, anche problemi letterari. La letteratura nasce quando le tue aspirazioni vengono smentite dal mondo, dunque tu pensi che in un mondo non violento la scintilla-contrasto della tua creatività andrebbe a farsi benedire. L'errore sta qui: nessuno può guardarsi bene nello specchio. Un romanziere non può vedere sé stesso, quindi continua a mentirsi. Ma io (Cassola) sono cambiato, una volta mitizzavo la realtà, ora so che cos'è, dunque mi son fatto disarmista per salvarla. Tuttavia non mi faccio illusioni. Ancorché si dica che il vero non fa poesia, io accetto solo la poesia del vero, il mondo non violento cioè antifascista, ossia poetico. Preoccupiamoci non della poesia, bensì del mondo che dovrebbe garantirla; preoccupiamoci allora del fascismo che ci ha fatti ribelli e come tali scrittori. Ecc. ecc.".
Che "brutto pasticciaccio", direbbe Gadda. Che "asinerie", direbbe Pound. "Poche idee, ma confuse", direbbe G. B. Vico. Vogliamo rileggerci, una buona volta, il Manuale d'Epitteto o il saggio sulla Poesia di Spender?

Poche sere fa, a casa mia, Jonesco mi confessava: "Io non so chi sono, non so perché sono al mondo, non so perché scrivo". Accidenti che umiltà! Ma perché questi nostri professori di tardo antifascismo (ci sono signore che ancor oggi tifano per i ventagli della principessa Clotilde) non se ne stanno buoni buoni sulla sponda della loro sclerosi politica, invece di dedicarsi allo sport del salto in lungo e scivolare nella mota sociologica, mancando l'appiglio d'oro della fantasia? Che noia questa rancida margherita sfogliata dai giusti: fascista, antifascista, fascista antifascista...!

Ma che Cassola sia già stato beatificato nel discorso della Nuova Montagna? "Beato colui che sa distinguere l'ideale dal reale; che sa specchiarsi; che conosce sé stesso e gli altri; che sa cos'è il mito, la illusione e il vero; beato colui che sa che il Diavolo è fascista, dunque armaiolo, e il Buondio è antifascista, dunque poeta; beato chi ha svelalo il fenomeno dell'odio e possiede le pillole dell'amore, la panacea della verità; colui che ha trovato la chiave della pace universale e ha capito che Adamo non aveva la pistola in mano, ma il crochet".
E Severino, nuovo Parmenide, dice che le verità sono morte per colpa degli ideologi. Il disarmismo non è forse ideologico quanto il militarismo? Questa terapia, pur degnissima, mi sembra la storia della dorifora e della patata. Per rendere commestibile il mondo, bisognerà pur usare degli antiparassitari?

Mario Soldati, quando scrissi il mio primo romanzo antimilitarista, mi diceva che io volevo eliminare gli eserciti come la ginnastica. Cassola vuole conquistare il mondo-pace-poesia-verità? Epimenide diceva che "la luce sfolgorante che disserra i segreti è portatrice di morte e schiavitù". A questo punto ci si domanda: meglio il buio della pacifica ignoranza o la luce del pericolo? Per i sapienziali greci un vero poeta non scrive per essere letto dagli uomini, ma scrive per leggere negli dei.
Io credo che cantar la tigre o la colomba non muta la natura del poeta; credo che in pace una vita intellettuale può essere un atto intelligente, ma in guerra un'intelligenza poetica è sempre un atto di vita. La poesia rifiuta gli arzigogoli delle suffragette. La poesia è immediata, l'etica è mediata, ecco perché il poeta ha il vantaggio della ingenuità, ossia della libertà anche in prigionia, mentre certi profeti sociali sono condizionati dal loro senso di colpa anche in libertà. Io provo ripugnanza .per il mondo moderno e vorrei essere ricordato come l'esempio più negativo della mia epoca. Altro che disarmismo che mette ai mediocri il cuore in pace; scelgo la magìa del canto che scarica l'atroce vissuto e può ribaltare in un capolavoro creativo anche la guerra, il "Kata to creon" di Anassimandro.

Dedicherò dunque a queste invasioni di boyscoutismo toscano, uno dei miei epigrammi "vergognosi", poiché dell'umana esistenza il solo sentimento inattaccabile è la vergogna: "Preti, obiettori, pacifisti / al vostro sole furon visti / meno verità e meno amore / che all'ombra dei sergenti in fiore".

Gian Piero Bona
da "Ideofobie" - La Gazzetta del Popolo", luglio 1980

 

 

 


Il Malvagio si aggira nella società

Che cosa dice oggi il personaggio del diavolo allo scrittore? Lo abbiamo chiesto a Giampiero Bona, romanziere, poeta, studioso
di culture esoteriche e autore del romanzo "Passeggiata con il diavolo", apparso lo scorso anno da Garzanti

Per capire quanto il Diavolo, come forza del male, possa tentare l'immaginazione di un artista o di uno scrittore, basterebbe tirare un sassolino nella sua direzione. La storia dell'arte o della letteratura diabologica è addirittura immane. Di tutti i personaggi storici il Diavolo è il più celebre, ed è l'unico che non si potrà mai definire esattamente. L'uomo moderno dice che il Diavolo non esiste, eppure nessuna epoca è stata impregnata di satanismo come quella in cui vive. Ad esempio: nel mondo del commercio esoterico non è il Diavolo il grande "consolatore"? La sua "mania" non risorge forse sulle rovine del razionalismo?

C'è chi ha visto Hitler come "il medium di Satana", e chi vede il marxismo come una bestia dell'Apocalisse contemporanea. Se il Diavolo ha smesso di apparirci fisicamente, egli continua a ronzarci intorno con la macchina sociale: "Macchina che trita i cuori, schiaccia gli spiriti, fabbrica incoscienza, corruzione, stupidità, frode e vertigine" (Simone Weil). Ecco: la vertigine di fronte alle folli esperienze nucleari, supera di gran lunga le povere danze macabre medievali! Mai la volta celeste è stata più per cadere sulla testa di chi ne sogna la conquista. L'angelo delle Tenebre, nuovo teorico della relatività, sul ciglio dell'abisso del nostro accecamento, continua a giocare con la Morte, sua fedele compagna.

Testimoni del loro tempo, gli scrittori non possono sottrarsi all'oppressione soffocante del diabolismo; questo, che aveva perso terreno dopo il romanticismo, non fa che progredire dall'inizio del XX secolo. C'era da aspettarsi una nuova fioritura di arte e letteratura infernale, dati i tempi. Si direbbe che oggi è il Buondio che deve sforzarsi a provare la realtà della sua azione e l'efficacia del suo potere, non certo il suo Avversario dal grande chiasso: a mio avviso tre sono le tendenze a guidare l'arte diabolica contemporanea: l'erotismo, il fantastico e l'insania. Nel primo caso vedi la donna, alleata del Bassissimo, e gli aspetti mostruosi della sessualità; nel secondo caso il faustismo, le adorazioni surrealiste e il dadaismo delle anime; nel terzo caso l'inconscio e le sue visioni schizofreniche.
Una biblioteca intera potrebbe fare spazio, oggi, ai distruttori del pensiero, della creatività, della cultura e della chiarezza spirituale. Oggi il massacro della poesia, delle arti figurative, della letteratura e della filosofia, non può esser visto che sotto un'angolazione satanica: il Maligno impone all'uomo la sua opera di frantumazione e le sue assurdità. In mille luoghi diversi egli non cessa di ricordarci la sua presenza, assai più tangibile di quella del Buondio.
Io credo che l'uomo moderno prende il male troppo alla leggera, diventando a sua insaputa "un miserabile nemico del divino", come già Luciano lo chiamava nei suoi Dialoghi, non rendendosi conto che il fine degli universi rimarrà sempre ignoto e che il Diavolo crea a modo suo una parte del progresso umano.

L'universalità delle figurazioni e delle suggestioni diaboliche è indubitabile. L'incenerimento universale che ci minaccia, le guerre di religione, ideologiche ed economiche, spingono l'uomo a cercare rifugio e speranza presso le caverne magiche di Proteo: stampa, cinema, televisione. Il risultato? Il suo cuore ne viene demolito: i crimini, gli assassini!, i sacrilegi di cui la "informazione" rimpinza lo spettatore e il lettore, fanno parte dell'opera di Satana e della Morte. Nell'ambito dell'inconscio collettivo, l'archetipo del Male (che a me pare la più appropriata definizione del Diavolo), ossessiona ancora artisti e scrittori al punto che essi non riescono a distaccarsi dalle sue figurazioni convenzionali, ormai da millenni diffuse nel folclore di tutti i popoli.
L'immensità del regno del Male, con i suoi confini indefiniti, non finisce di sorprenderci. La mentalità primitiva resta ancora appannaggio della maggioranza degli abitanti del globo. La concezione materialistica dell'universo è relativamente recente, ma non ha ancora dissipato il terrore dell'aldilà che costituisce l'elemento primario dell'esistenza. Dunque il Bene e il Male, come presenza di forze contrarie, energie terrestri e cosmiche, non possono venire accettati che come disposizioni fondamentali della natura umana.

Ovunque giriamo lo sguardo, l'immagine del Bassissimo si presenta ai nostri occhi. Il Diavolo non fa che convincerci di esistere veramente. Non sappiamo fin dove si estenda la sua malizia. Ed è strano come l'arte contemporanea, riflesso di un'epoca iconoclasta e disingannata, privata di un Bosch e di un Signorelli, di un Dante e di un Goethe, volendo cancellare la "infernale superstizione", abbia finito per diluire il Diavolo nella vita quotidiana, facendogli prendere proporzioni schiaccianti.
Il compito quindi di uno scrittore, oggi, è quello di denunciare anche la grande paura che segna il trionfo di Satana nella nostra epoca. Non si tratta più di discutere, con ironia, se la coda di Mefisto appare o non appare sugli schermi; nel suo ventre ci stiamo dentro tutti quanti.

Gian Piero Bona
"La Stampa", febbraio 1984

 

 

 


Equivoco sulla preghiera

Mesi or sono, a Bolzano, si è sgranato il rosario in barbarico dinanzi a una birresca Madrediddio tirolese. E sapete perché? Per essere protetti dagli scioperi. Un giornale aveva spronato pensionati e casalinghe della "Kreis katliolischer Manner und Frauen" a convincere Dio che impedisse alle lotte sindacali di gettare l'economia italiana nel caos. A parte la verità o 110 della suggestiva tematica per il banco di una chiesa, confesso che il folklore mi diverte; mi stupisce invece lo stupore di certi cattolici melliflui per questi legnosi confratelli.

Da secoli gli ottimi cristiani nel mondo pregano per i loro più svariati tornaconti, e chi non prega per la tua stessa ragione è oggetto di scandalo. Cosi si è visto da sempre un identico rito invocatorio ripetersi sulla terra per propiziarsi dal ciclo i più contraddittori vantaggi: la turista in bikini prega per il sole, il contadino per la pioggia; la nobilastra per l'orecchino smarrito, il ladro per farla franca; il cacciatore per un buon carniere, il fanciullo per il passerotto ferito; il generale per la vittoria delle sue armi, il nemico per la disfatta del generale; il malato per le sue piaghe, il sano per un bel week-end; l'asino per passare dal rotto della cuffia, l'esaminatore per riuscire a stangarlo; il marinaio per il mare calmo, il fotografo per una bella tempesta; i crociati pregavano di sbudellare per liberare il Santo Sepolcro; i curati per racimolare oboli; le SS si tenevano su le brache con la scritta di cuoio "Dio è con noi"; la mamma prega perché il figlio lasci la donnaccia, la donnaccia prega per non perdere l'amore; cattivi cristiani pregano per la morte di buoni cristiani, i quali pregano che quelli crepino; e cosi via. Si prega per qualsiasi cosa, gli uni contro gli altri, e se ci va bene si levano tributi, se ci va male si smoccola. I santi protettori si strappano i capelli, la Madonna fa delle gaffes, Gesù Cristo fa tutti i mestieri, indossa tutte le magliette e per accontentare tutti dovrebbe diventare un voltagabbana.

Decisamente nel "balón" della prece Spaccanapoli batte di gran lunga Innsbruck. E allora? I pagani erano ben più onesti, poiché la loro orazione, scevra di etica comune, non presumeva e non teologizzava; ma i cristiani che affermano di essere graziati dalla luce vera, fanno a botte per arrogarsi la complicità del Padre Eterno. Quanta preghiera alla scemenza e quanta scemenza fu detta sulla preghiera! Basterebbe aprire a caso il "Dizionario delle Immagini" di Dino Provenzal (Hoepli 1953) per sbellicarsi alle visioni più illustri sull'argomento. Ecco alcuni disastri:
"Se si sentisse aprire un fiore, quello stesso sarebbe il rumore dei rosari" (Corrado Alvaro); "Le preghiere della mamma arrivano più in alto di tutte. Qualche volta perforano il pavimento stesso dei cieli, là dove Dio passeggia su e giù pensieroso" (Dino Buzzati); "Mi sembrava che le preghiere scendessero sul mio cuore come stille di latte" (D'Annunzio); "I bimbi dedicavano una preghiera a Gesù bambino, sorbendola come un dolce" (Grazia Deledda); "La preghiera esaudita vola al trono dell'E terno e tramutata in angiolo lo dispone ad amare il cortese che l'esaudiva" (Guerrazzi); "Levi la tua preghiera - come d'uccelli un nuvolo - ai benedetti aitar" (Prati); "Gli angeli come rose di vento sparsi raccolgono i tuoi preghi" (Tommaseo). E ce n'è d'avanzo: la preghiera come auto-grill del paradiso!

Proibirla allora, per impedire ai cretini di servirsene? Ma la preghiera è un indelebile aspetto psicologico dell'uomo. Cerchiamo dunque aiuto presso gli intelligenti. Io sono convinto che colui che non prega è disattento, maldestro e insicuro. Egli si vergogna di un'inevitabile condizione, che in ogni caso non gli nuoce; egli non sa che rimandare il momento in cui sarà costretto ad accettarla. Si tratta di capire finalmente l'errore nell'applicare alla preghiera un concetto impuro: ossia di angoscia, di speranza, di utilità, di baratto. Per i cristiani la preghiera è sempre stata un intermittente moto attivo, invece di essere una passività costante, che è il suo concetto puro. L'unico modo di pregare è annullare di tanto in tanto la propria personalità umana in nome di un'individualità trascendente. La vera preghiera non è che una purificazione dei nostri rapporti quotidiani. Non si deve pregare perché si soffre, ma si deve soffrire perché si prega. Molti cristiani ci rinunciano perché non sanno fare "la volontà del Padre"; essi ignorano che questa è la parte più autentica di loro stessi.

Che diavolo ci hanno dunque insegnato da duemila anni? Siamo tutti dei "Kreis katholischer Manner und Frauen". Dopo un lontano viaggio arabico, ho ancora la speranza di salvarmi. Ho imparato da un mendicante di Port Said la seguente preghiera: "Illuminami, o Luce, nella luce della luce che dalla luce e con la luce illumini la luce più lucente di ogni luce. Tanto tu sei luce che non sei più luce, ma luce prima della luce e dopo la luce".

Altro che preghiera per le armi sante, per le mamme, i gonfaloni, i derelitti, i perseguitati, la fame, la pace, le ingiustizie, lo stipendio, l'economia, il benessere, i miracoli, la famiglia, per i desideri e tutte le speranze del mondo, sjer il vero e il falso: qui c'entra solo la nostra volontà. La preghiera è il Grande Abbandono a un'armonia superiore; e questa esiste, se uno ha orecchio.


Gian Piero Bona
da "Ideofobie" - La Gazzetta del Popolo", maggio 1984

 

 

 


Troppi "libretti" pieni di tabù


Ormai tutti pretendono di sapere chi è il signor Khomeini: Bompiand (La Stampa) lo definisce inquietante, Sadat pazzo pericoloso, Flesca (L'Espresso) racconta che è un maniaco sessuale assetato di pluriverginelle, Israele lo teme come un Hitler musulmano.
A corroborare questo bel ritratto ecco alcune spulciate dal suo Libretto Verde:

"Teatro, cinema, danza sono focolai d'immoralità. Basta un transistor per obnubilare la coscienza del bene e del male. Il mio governo è profetico, me lo ha dato l'Onnipossente. L'urina, lo stereo, lo sperma, la birra, il. vino, le ossa, il sangue, l'uomo non musulmano, il sudore del cammello coprofago sono impuri, ma il pus di una piaga, no. Non esporre mai il sesso in faccia alla Mecca e neppure nella di-rezione opposta. Pulisciti l'ano con un sasso, tre sono di troppo. Entra col piede sinistro nel luogo dove defechi e appoggiati a questo, escine col destro, e mettiti un copricapo. Il cappello occidentale (per esempio un Borsalino, n. d. a.) è contrario alla volontà di Dio e impaccia la nostra indipendenza nazionale. La musica genera la lussaria e rende vigliacchi. I cristiani sono un narcotico, ecc... ".

A tale lettura ho visto persino un gruppo di nostri impegnati ipocondriaci filo-Olp torcersi dalle risate.
E così abbiamo finalmente capito la sottile, ascetica, cruda, severa civiltà coranica degli Imam, dei Sufi, degli Sceicchi, dei Pascià! Io penso che se oggi a capo di una nazione cristiana si arrampicasse mai un arcivescovo, un canonico mitrato, un rettore della Gregoriana o addirittura una Beata fondatrice terziaria o un Patriarca da calendario, e a seguito delle loro auree retrive Guide al Cielo il Paese europeo ch'essi governano dovesse essere giudicato da un esquimese, un sioux, uno zulù, un mongolo, uno scerpa, un sick o che so io, saremmo tutti noi cattolici bell'è fritti. Le perle dei nostri antichi e moderni maestri spirituali cadrebbero sui loro iglù, le loro fumate, i loro cavalli, le loro frecce, le loro pipe, come petardi di carnevale e se non proprio creperebbero dal ridere, almeno ne farebbero barzellette da raccontarsi durante una caccia alla foca, al bufalo, allo scalpo nemico, all'appetitosa esplora-trice inglese o al missionario bergamasco.

Suppongo che la nostra lingua abbia, sui loro Times di pelle di capra o le loro Gazzette di corteccia di baobab, ottimi traduttori:

"Chi concupisce la propria carne sarà consumato dal fuoco (Ecl. 23, 17). Due anni., di penitenza a chi si manipola i genitali, tre se è chierico, quattro se è monaco (San Colombano). La masturbazione anche se non da luogo alla polluzione, toglie al fanciullo la verginità (Penit. di Gersone). Gli sbronzi non erediteranno il Regno di Dio (S. Paolo, Co. 6,9). Due maschi che giacciono insieme, dovranno morire, e il loro sangue ricadrà su di loro (Lev. 20,13). Gli anormali sessuali non onorano Dio e Dio lì abbandona (S. Paolo, Rom. 1, 26-27). Lavati vestito e da solo, ma se puoi meglio che non ti lavi. Una vergine non deve tollerare di vedersi svestita (San Gerolamo). Nel ventre materno il feto maschio riceve l'anima da Dio dopo il 40° giorno, la femmina solo dopo l'80° (S. Alfonso de' Liguori, Rosmini e altri). Il gioco acrobatico è peccato mortale (S. Tomaso, 11, 11). Un biglietto d'ingresso o di viaggio, esoso; cristonare in uno stadio per tifo; il sesso dell'atleta ostentato dalla braghetta attillata, sono fatti illeciti e peccaminosi (Diz. Teol. Morale, p. 259). L'atto coniugale resta naturale, e quindi non peccaminoso, se viene usato il Condoni ' perforato onde una parte del seme maschile possa entrare in vagina e il restante venire estratto manualmente allo scopo di una fecondazione artificiale lecita. Raccogliere invece il seme, per il suddetto uso, da un Condom con serbatoio chiuso è peccato mortale (Diz. Teol. Morale, p. 405)".

Ce n'è d'avanzo. Meglio allora non fare tanto spirito sui distorti, malati, frustrati, fanatici e fantasiosi pedagogi religiosi e politici di altre osservanze: e tradizioni. Anche noi abbiamo i nostri ayatollah. Basta uscire di casa per inciampare in qualche loro libretto a orologeria che ci scoppia in mano. I pochi eletti dal buon senso e dalla vera grazia della libertà e dell'amore totale sanno disinnescare queste bombe, ma i più ne vengono quotidianamente dilaniati nell'anima e nella carne.
Negli alberghi sui comodini la Bibbia ci aggredisce come un sanitario; negli uffici il libercolo della pensione, della mutua, del risparmio, ci umilia; in chiesa sul banco l'innario pietoso ci minaccia; in automobile la patente ci imbullisce; in questura la fedina ci accusa; nei ristoranti il menù ci plagia; in caserma i Mein Kampf ci violentano; in tribunale il codice ci paralizza; nei negozi i libri-mastri ci induriscono il cuore; a scuola i testi ci sclerotizzano, e così via.

Il mondo da sempre è in mano a libretti verdi, rossi, neri, bianchi e blu. La nostra povera anima sarà per sempre incatenata dai Bignami della Verità, il nostro cervello dai manuali Hoepli del Sapere, il nostro corpo dai Pozzorarii delle Ferrovie fisiologiche. Non abbiamo più scampo. Khomeini è uno dei tanti nomi di un'epatite virale che da secoli mangia il fegato a miliardi di piccoli Prometei, legati alla propria rupe casalinga, colpevoli di solo di sognare infine l'avvento del grande Dio libero che è in loro. Meglio dunque non ridere.

Gian Piero Bona
da "Ideofobie" - La Gazzetta del Popolo", febbraio 1980


 

 

 


Povero zio, ministro del re

Nella sua ricerca dei grandi torinesi perduti, Vittoria Sincero si rammaricava (vedi Stampa Sera, 16-5-'80) che "l'eccellente giurisperito" Cassinis, "primo della classe" nell'unificazione d'Italia, fosse stato liquidato, all'ombra di Cavour e di D'Azeglio, con sviste " monumentali " sul suo monumento: un asino aveva scritto il suo epitaffio!
Sarò sincero con Sincero: ella non sa che "Batista" e "ufici" come forme antiquate non esigono il raddoppio? E che il paese Masserano trae la sua forma dal latino Messeranum? Ma a parte la mia sgridata ortografica, come nipote di quel signore in toga marmorea che prende il fresco alla Cittadella, io la ringrazio per avermi sollecitato con il suo articolo il giuoco delle idee. Le loro associazioni sono le ciliege del diavolo. Una tira l'altra, ed è la più bella indigestione per uno storico del comportamento.

Ed ecco che da mio zio Ministro Guardasigilli e Presidente della Camera (1861) salto, dai due scranni oro e rosso del Parlamento Subalpino, alla poltrona liberale di un altro onorevole zio alla Costituente del 1913, Eugenio Bona. Così da questi salticchio al deputato Crivellini che nel febbraio 1980, nel Transatlantico di Montecitorio, beneva il suo caffelatte radicale in mano. Poi dal cappuccino alla tazzina-moka dei ministri, sorbita - ahimè! - non su stalli di porpora. Poi dall' espresso e alle assenze ingiustificate dei nostri deputati. Poi da queste torno indietro al suicidio "per dignità" del Cassinis (turbato, a ragione o a torto, dal responsabile trasloco della Capitale a Firenze). Infine dal colpo di pistola dello zio mi ritrovo di colpo a Montecitorio nel 197... - Vi ero andato a una seduta, da spettatore. E qui sta il traguardo del mio giuoco.

Il signor Cossiga, allora ministro degli Interni, riferiva su certi orrendi crimini. L'aula era semideserta e il nostro relatore sul "disordine" pubblico si sgolava, pur elencando statistiche da carneficina, nella disattenzione generale.
Giuro che vidi un destro onorevole soffiar nell'orecchio di un collega e farglielo titillare col mignolo a mo' di mandolino; una sinistra deputatessa cliccar di borsetta e darsi il rossetto; un decano, con smorfia odontoiatrica, stuzzicarsi una carie con un minerva; un giovane sparar palline accartocciate sul disabitato banco sottostante; un "disonorevole" pulirsi le unghie col tagliacarte; un vegliardo grattarsi la pera con la stilografica e un altro ronfar dal sonno col mento sul petto. Qualcuno, leggendolo, faceva friggere il giornale.
Almirante gridò "ladro!" a Tanassi e a lui Tanassi di rimbalzo "assassino!". Giuro di aver notato un misterioso torpore sul viso del povero Moro e una nervosità nella gamba di Colombo (ogni tanto spariva come fantasma) e, mentre l'argentina campanella di Pertini, allora presidente della Camera, chiosava la messa delle ingiurie, i deputali rossi migravano in fila indiana verso la sala-rinfreschi e quelli neri si scambiavano in famiglia "un segno di pace".
Al centro dell'emisfero, in quel Sahara politico, una stenodattilografa con movenze d'arpista registrava su una Olivetti fantascientifica il soliloquio del ministro: era partecipe come una grande solista. La sola.

Accanto a me una vecchia signora finì in castigo. Aveva indicato ad alla voce delle dita nel naso. Un erculeo usciere se la portò via. Giuro di aver visto allora gli spettri del conte D'Azeglio, del marchese Rattazzi, del cavaliere Losa, del conte Carnillo e dell'avvocato Cassinis aleggiare nell'anfiteatro come gli uccelli di Hitchcock.

Piaccia o non piaccia, il diavolo ha fatto qui un salto associativo così lungo da rompersi una gamba. Noi moderni gli neghiamo l'esistenza e siamo tanto incoerenti che a un tempo stesso lo vogliamo curare come una malattia. Ma il diavolo è ben contento di guarire e ci frega. Ci frega ovunque, anche in Parlamento. Egli tuffa nel Lete i nostri politici che obliano il civile significato di Aeropago ovvero del "consesso rispettabile che decide di cose pubbliche".
Ma anche la Chiesa ovvero "il luogo delle cose supreme" è diventata oggi un Parlamento. Perché dunque questo non dovrebbe rassomigliare a un "ring"? Le metamorfosi sono legittime.

O mia villanissima Repubblica, ascolta quello che diceva il mio "eccellente" zio, amico della contessa Castiglione, sì, ma anche di Catalani e di Verdi: "C'è anche della brava gente fra i maleducati, ma un uomo beneducato non sarà mai un farabutto".

Gian Piero Bona
da "Ideofobie" - La Gazzetta del Popolo", luglio 1980

 

 

 


Pronti per l'Apocalisse


Leggendo le cronache dei nostri tempi ci si domanda se l'uomo ha ancora bisogno di uno storico che ne registri i fatti. Mi auguro che i remoti posteri si nutrano della pianta del nostro oblio per non orripìlare, eccezion fatta per poca arte e pochissima scienza. Facile è capire che il nostro mondo perirà, ma difficile è crederlo. I sociologi sono come gl'incantatori di serpenti, non appena smettono di suonare, la serpe dello sfascio civile ti morde; essi sono uomini a una dimensione, credono dì agire con giustizia, distribuendo ciò che non hanno e manovrando ciò che vorrebbero avere. Quando una civiltà diventa scandalosa per sé stessa come quella moderna, essa non afferra più il vero valore dello scandalo che ha suscitato, che è quello del regresso metafisico. Non riesco a vedere sull'orizzonte mondiale della politica, della religione, della scienza un astro nascente che ci illumini.

La terra sta eruttando centinaia di focolai di catastrofe, dai 4.000 kg. di esplosivo a testa per ciascheduno a tutti i cianuri psicologici ed ecologici, dall'orgia panica della tecnica, la proliferazione escrementizia dei bisogni, il baratro irreversibile dell'odio e del potere alla demenza cronica ideologica e fideistica, dai consumi manicomìali di ogni energia naturale e dei sentimenti alla fame desertica senza remissione del futuro, dalla putrefazione della ragione all'impostura plebaica di tutti i nostri demiurgi planetari. L'uomo che cresce dentro diventa un gigante, ma noi abbiamo preferito nella nostra moderna e ottusa superbia immanente crescere fuori e siamo diventati dei bei mostri. Peggio per noi. Non piangerò certo sulle imminenti rovine del mondo, che d'altronde non saran certo belle, come Einstein disse di ciò che resterà delle case-alveari di Le Corbusier, proprio lui, responsabile più dì ogni altro dei prossimi cataclismi.
Se penso che nell'antichità gli scienziati nascondevano ai politici le scoperte che questi avrebbero usato per distruggere la comunità umana, debbo dedurre che la nostra scienza è prostituta; la sua giusta via era quella del nascondimento, poiché le sue conquiste sono le solitarie verità di una coscienza non comune e non interessante elargizioni dovute a tutti.

Sono convinto che per l'umanità non vi sia più niente da fare: la Torre di Babele è stata ricostruita. Il mondo capitalista è la moneta insanguinata che cresce sotto l'albero di Pinocchio, ma il mondo comunista è una rosa profumata che cresce nel terreno di un cimitero. In greco "demos" significava: volgo, da cui il latino "demonium ", spirito del male, diavolo, persona brutta terribile iraconda, angelo ribelle, fistolo, spirito tenebroso, versiere, da cui inferno, tregenda, pandemonio.

Eppure, bianca o rossa, la nostra democrazia di tale etimologica radice, costituzione politica che assegna la sovranità al popolo, oggi ci pare la sola auspicabile, equa, mentre un animo aristocratico (da " aristos ", eccellente, ossia governo degli ottimi) è paventato come odiosità tirannica e disumana. E' proprio l'uomo che non funziona più, è diventato cosi ottusamente vizioso che, ama il Basso credendolo ancora umano e detesta l'Alto definendolo inumana ingiustizia.

Così oggi il Diritto è di tutti come la puttana di un bordello e il Dovere non è più di nessuno come il gobbo che ci taglia la strada; nella società antica il diritto fioriva nelle pietraie della spiritualità, il nostro diritto cerca terreni molli e facili per dare frutti insapori e macroformi. Così oggi colui che sta in alto nel mondo della materia è colui che sta in basso nella gerarchia invisibile: infatti un animo superiore sfugge a ogni gerarchia terrestre, e diversamente dall'ordinaria convinzione, il superiore obbedisce sempre, l'inferiore disobbedisce sempre, questo non fa che lottare con gli altri, quello lotta solo con se stesso.

E allora? Allora assurda ci appare l'idea di progresso moderno che con il suo corollario di primati e i suoi alibi positivi ha falsificato la storia umana, insinuando miti deleteri, proclamandosi sovrana in quei trivii dell'ideologia da cui nasce. Bisogna davvero essere marciti per fare l'apoteosi della "sapienza e scienza cadaverica" che nell'uomo moderno, detto anche: l'ultimo, il decrepito, il disfatto, il crepuscolare, essa glorifica invece il superatore, il giustifìcatore, il vero vivente. Bisogna essere ben ciechi per considerare la civiltà moderna come privilegiata.

Parlare del "tramonto dell'Occidente" e del "ritorno alla tradizione" è ormai diventata una voga, un dilettantismo da intellettuali, da giornalisti politici. Ormai, privo di principi, il mondo annega nelle parole. Chi saprebbe arrestare il suo corpo privo di vita interiore, precipitante nell'orrenda voragine?
Nessuno, neppure coloro che hanno già incominciato a "reagire" alla menzogna idilliaca dell'evoluzione e della disperazione della nostra società, politica, cultura e morale. Dunque, poiché la salvezza della terra da parte di chi detiene i poteri, è impensabile, non rimane che una sola via, quella della "intima sovranità": l'azione interiore positiva, il risveglio di quell'entità metastorica che dorme in noi, e ci guiderà, nascondendoci in mezzo alle rovine, a quel centro luminoso che la tradizione chiamava "uomo-re dì sé stesso". La fossa della storia si sta colmando.
E' giunto il grande momento della salvezza individuale. Guai a chi perde tempo.

Gian Piero Bona
da "Ideofobie" - La Gazzetta del Popolo", settembre 1980

 

 

 


Io, poeta, non posso amare Freud

Caro K. F,
ho deciso di non farmi psicanalizzare. Anche se sono pieno di guasti provocati dalla mia educazione atavica cattolico-borghese, gesuitico-fascista, elvelico-militar-wagneriana, risorgimeltal-dannunziana, fobo-sessuale, sportivo-evangelico, la bilancia si è rimessa alla pari grazie alla mia natura greco-pagana-libertaria. Certo l'equilibrio è delicatissimo, ma ci pensa la poesia a salvarmi. Dunque ti risponderò come J. Joyce al suo psicanalista: "Se non mi garantisci che, guarendo, potrò ancora scrivere, allora lasciami come sono".

Infatti mi sono stupito che tu mi abbia invitato l'altra sera a un vostro dibattito su "Poesia come sogno alla luce della psicanalisi". Ricordo dì aver blaterato le mie idee sulla Poesia, chiosato dai risolini di commiserazione dei tuoi colleghi. Press'a poco dissi che la poesia vera è sempre e ovunque intuizione della verità: senza tuttavia riuscire a esprimerla, essa ne è partecipe. E' la sola che serve l'uomo in lutto ciò ch'egli crede di poter sublimare. Gli altri linguaggi possono essere superiori, geniali, grandi, mai sublimi. L'uomo ha un'età al di fuori del proprio corpo nella quale solo la poesia agisce. Perciò essa non può usare mezzi comuni.

La poesia espressa è il risultato di un tenace presentimento che tortura interiormente fino all'avvenimento. E' in tale presentire amoroso che si rintraccia tutto il valore dì quella graziosa alterazione e tragica ipertensione senza cui la poesia non esiste.
Fare poesia è vivere poeticamente. Chi è poeta edifica ed espone, chi non è poeta espone senza edificare. Il poetico sorprendente non è mai nell'espressione, ma nell'istanza interna che la suscita, nello stato d'esigenza eccezionale per cui la poesia vera è costante, senza intervalli, senza poetiche intenzioni, è la vita stessa del poeta. Questo è il suo mistero: l'uomo che la possiede ha ritmi diversi, conosce l'età permanente, non muore.

Il tuo sbadiglio mi ha interrotto. Eppure sai bene che la tua scienza non riguarda la poesia, semmai il poeta.
lo credo che l'opera subisca l'analisi etica ed estetica, mentre l'autore subisce quella psicologica. In questi limiti di competenze vedo la psicanalisi valere negli aspetti umani regressivi, o se non preferisci inferiori, giacché valesse nell'ambito dei caratteri creativi o se preferisci superiori, ossia degli enti immutabili o meglio dei nostri residui eterni, essa potrebbe ben chiamarsi psicosintesi.

Mi pare di aver detto che solitamente lo psicanalista, col pretesto di curare un paziente, gli trasferisce addosso un inconfessato bisogno di autoanalisi, e che egli è dunque un tipo di malato attivo che sistema i propri complessi e li proietta sullo specchio del paziente, ricevendone un indiretto benessere liberatorio, noncurante delle deformazioni causate sulla superficie estranea. (Ma tutto ciò da parte mia è antipatico, forse è la maldestra difesa del poeta che non vuole essere confuso con il malato. Io non conosco Freud, perche non lo amo, e amo Jung perché aveva le visioni come me! Ma tutto ciò non centra).

Vi vedo sorridere, voi analisti del comportamento, sezionatori lacaniani del silenzio e organizzatori dell'incomprensibile, al mio breviario romantico e retorico, al quale pur credo: la libido ha sostituito la charitas, l'affectus la volumptas, il complesso l'errore, l'inibizione il principio, l'analisi la fede, il sistema il mistero; Eros ha sostituito Orfeo, l'uomo orizzontale l'uomo verticale, il medico la competenza del trascendente: cosi la psicanalisi, confondendo la pazzia dell'anima con la pazzia della mente, crede di guarirci mentre spesso soffoca in noi la ricerca indisciplinata della nostra verità.

Ti prego, non interrompermi: so che è puerile la mia polemica con voi, allorché affermo che la pazzia della mente è il fallimento della natura divina che è in noi, e che la pazzia dell'anima è la qualificazione di una coscienza superiore. Visto che la coscienza è uno degli utensili del vostro fuoco professionale, ti dirò che cosa ne penso:
Fichte diceva che la coscienza è l'essere, e Goethe che spesso la coscienza è cattiva conoscenza. Ma certamente l'essere non è la coscienza allo stato di veglia.
Accade talvolta che il rigetto della morale e del culto comuni sia indispensabile alla presa di coscienza della propria individualità o risoluzione. In tale caso il non temere, come fa il poeta, di essere condannato dalle norme evita il complesso d'incantamento.

Cosi la presa di coscienza in senso psicanalitico non ha nulla a che vedere con l'iniziatica apertura della coscienza; anzi, una esclude l'altra. Io credo che il subconscio origina i difetti, il conscio origina la critica, il superconscio origina le qualità: il primo va annullalo, il secondo disciplinato, il terzo potenziato e magnificato. E allora vedere cose non umane con coscienza umana diventerà un gioco intellettuale, ma vedere cose umane con coscienza non umana sarà lo spavento del santo e dell'artista.

Non ritieni dunque di aver commesso un errore invitandomi nel vostro "palazzo di ferro", io che vivo nella "casa del vento"? Certo è che non mi piacerete mai.

Gian Piero Bona
da "Ideofobie" - La Gazzetta del Popolo

 

 

 

 

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