LA POSTA

Tanto per chiacchierare del più e del meno
tra lettori e Redazione

 

 

Ci scrive...

Perché l'informazione non aiuta a "smaltire"?

Si avverte sempre di più l'esigenza di sensibilizzare tutti coloro che ancora non ne sono consapevoli, sull'assoluta necessità di adeguarsi alle nuove regole relative ad un corretto smaltimento dei rifiuti, pena un degrado irreversibile dell'ambiente e conseguentemente un sempre più grave rischio per la nostra salute e quella delle generazioni future (e di questo soprattutto dovremmo sentire la responsabilità).

Certo adeguarsi alle nuove regole che prevedono la raccolta differenziata, comporta un piccolo sforzo di riorganizzazione, ma vista la posta in gioco, ne vale assolutamente la pena.

Peccato che troppe persone non siano coscienti di questa necessità e non si pongano minimamente il problema di adattarsi, ma piuttosto quello
(ecco i soliti "furbi") di aggirare le regole, tipico comportamento soprattutto italiano.

Ma cosa fanno i mass media, che potrebbero molto, in questa situazione tanto grave quanto sottovalutata? Poco, veramente poco o niente! Se la televisione per esempio, portatrice tanto spesso di modelli ben poco costruttivi, inserisse nei suoi programmi
(soprattutto quelli con maggior audience) sistematicamente, quotidianamente , meglio se per bocca dell'idolo del momento, messaggi volti a spiegare l'importanza del problema, certo sarebbe un notevole aiuto e aumenterebbe la consapevolezza e perciò la buona volontà di tanti.

Stessa cosa si dica per Internet e i motori di ricerca le cui informazioni di apertura sono invece spesso squallide notizie di gossip. Penso che le Istituzioni dovrebbero fare uno sforzo promozionale in tal senso. Sicuramente con poco si potrebbe ottenere davvero molto e così incidere in modo positivo sulla distrazione dei più, con qualche speranza per il futuro di tutti.

Paola Lazzarini

La risposta della Redazione

Giusta constatazione, Paola, ma lo dici implicitamente tu stassa: l'apparato informativo italiano non sente il dovere di educare i carenti di senso civile ma, semmai, di diseducare quei pochi che ancora ce l'hanno.
Da questa "postazione" poco possiamo fare per
porre rimedio alle manchevolezze che denunci, ma è ovvio che ti appoggiamo in pieno; sperando di fare quel poco o tanto di proselitismo che porta le giuste cause a vincere l'indifferenza colpevole.
Grazie per la tua denuncia.

La Redazione

 

 

Ci scrive...

IL GRILLO PARLANTE
Beppe Grillo, oramai allontanato da tutte le reti televisive italiane (salvo qualche apparizione sulle TV satellitari), fa il rompiscatole per mestiere nei teatri tenda e via internet denunciando ogni possibile magagna del "sistema" non solo italiano ma globale. Adesso ce l'ha con l'informazione che ritiene sia - tanto a destra che a sinistra - di parte, lobbistica, pilotata, nelle mani dei soliti potenti che danno voce solo a chi non disturba o non minaccia il loro privilegio.
Siamo ridotti davvero così male? E' vero che l'Italia, in particolare, per la qualità dell'informazione è considerata all'estero un paese da terzo mondo?
Voi cosa ne pensate, Grillo parla a vanvera solo per conquistarsi un po' di attenzione o, anche in questo caso, nelle sue denunce c'è un fondo di verità?
Grazie. Walter Angelotto

La risposta della Redazione

Caro Angelo,
che l'Italia abbia subito l'onta di essere classificata solo al 77° posto nel mondo in quanto portatrice dell'attendibilità e della completezza d'informazione, è del tutto vero: o almeno è quanto sostengono i rapporti dell'agenzia americana "Freedom House", fondata da Eleonor Roosevelt sessant'anni or sono a tutela dei valori della libertà e della democrazia.
In quanto alle asserzioni di Beppe Grillo, esternate durante il convegno "Crescere tra le righe", tenutosi giorni fa a La Bagnaia e avente come tema l'etica dell'informazione, noi riteniamo che il "fondo di verità" a cui tu alludi ci sia eccome, però...
Essendo parzialmente informati sull'accaduto tra gli illustri (e potentissimi) relatori del convegno ed il povero Grillo (buttato fuori con scarsissimo garbo), preferiremmo fossi direttamente tu a giudicare l'entità di quel "fondo", seguendo la polemica sul sito di Grillo stesso (http://www.beppegrillo.it), alla pagina che ne tratta in modo specifico:
(http://www.beppegrillo.it/archives/2005/05/crescere_tra_le_1.html).
Noterai che la polemica accesa c'è stata davvero e che, in mezzo a cotanti nomi autorevoli, un Grillo, anche se parlante, non poteva che essere zittito; e ancora grazie se è finita solo con una (incruenta?) scacciata del barbaro non-allineato.
Per avere un'idea della portata del convegno, non vogliamo toglierti il gusto di scoprire da solo la "dimensione" dei relatori: media e politica DOC, uniti nella sontuosa celebrazione di se stessi. Troverai ciò che ti serve a questo indirizzo:
http://www.osservatorionline.it/index.php?s=4&p=1&q=1
Ti ringraziamo, intanto, per aver presentato su queste pagine un tema di discussione che ameremmo fosse approfondito da molti tra i nostri lettori. Conoscere il "loro" libero pensiero in merito alla moralità ed alla attendibilità dell'informazione nostrana, sarebbe di grande interesse. E, sul Giornalaccio, non c'è nulla che, seppure con la debita civiltà, debba essere taciuto.
La Redazione

 

 

Ci scrive...

M'illumina di senso
Lo schermo antolisenso.

Nota dell'internauta:
Si attesta che la lieta rima non sgorgò dall'autolusinga dell'annosa Direttrice
bensì dall'estro d'un internauta bolognese, che qui si firma: Mauro Biagiotti,
alias: Poliziano, per eredità anagrafica, essendo nato, cinquant'anni or sono, in quel di Montepulciano. Dell'affinità elettiva con l'umanista non saprebbe se dolersene o vantarsi, ma più passa il tempo, più s'avvede, ahilui, della saggezza dei classici.

La risposta della Redazione

Caro Mauro,
codesta Redazione, oggi, si riduce volutamente al solo Direttore Irresponsabile de "Il Giornalaccio", in quanto tutti gli altri si sono defilati esclamando: "colei che viene chiamata in causa sei tu soltanto".
Fermo restando che il giornale è frutto della collaborazione di noi e di voi tutti,
mi piace condividere la tua "rima baciata complimentosa
" con gli altri articolisti, trattenendo per me sola, invece, il verbo illuminare. Soprattutto il suo solare concetto che, essendomi più che gradito, non intendo dividere con altri: non a caso, sono l'unica "colei che viene chiamata in causa", giusto? Ecco, appunto!
Molto individualmente, quindi, ti ringrazio: sperando che almeno l'effetto rifrazione illumini sempre (o quasi) anche te. D'immenso?
A/6

 

 

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PAESE DI EROI

Restando al vocabolario un eroe è colui che "dà prova di grande valore e coraggio affrontando gravi pericoli per sua scelta e compiendo azioni o sacrifici straordinari." Se le definizioni non hanno perduto il loro senso, allora mi sembra che in questo nostro Paese dove tutto diminuisce, aumentino solo gli eroi. A dimisura. E che una pubblica opinione non abbastanza disincantata, abbocchi ancora alla retorica dei politici piagnoni che, per ogni vittima italiana di una guerra tutt'altro che nostra - eppur sempre guerra, lacrimano sul martirio dei soldati (volontari) e di chi si spinge in zone belliche in cerca di guadagno più che di gloria personale o patriottica.
Allora cosa facciamo? ridefiniamo il termine "eroe" allargandolo a chiunque ci lasci la pelle dove c'è qualcuno che spara, oppure la smettiamo di offendere gli eroi veri (come un Salvo D'Acquisto, per esempio) e chiamiamo gli odierni sfigati che, per loro scelta, stavano nel posto sbagliato al momento sbagliato, semplicemente "povere vittime"? Meritano pietà e rispetto, niente da dire, ma anche niente di più.

Andrea

La risposta della Redazione

Immagino che, quando si dice 'parlare senza peli sulla lingua', s'intenda esattamente quello che ha fatto lei, Andrea. E' legittimo, spesso anche auspicabile, ma qui si fatica a comprendere se lei intende davvero farci una domando, oppure essere provocatorio; tout court.
Nel secondo caso cascherebbe male, non ci sentiamo affatto provocati, causa lo sforzo perpetuo di dare ai termini la loro corretta valenza. Se la sua è davvero una domanda, invece, la scrivente condivide una tendenza all'abuso della parola eroismo perché ritiene che la società moderna ne abbia perso il senso più profondo: cosa che traspare dal linguaggio, ma che abita nella travisata, superficiale concezione e nella mancata pratica di ciò che l'eroismo veramente è, dentro e fuori dai compi di battaglia.
Ciò detto, mi dissocio comunque dalle due soluzioni che lei propone: ridefinire un significato corretto significherebbe cambiare in peggio: liquidare col termine "sfigati" quelli che perdono la vita prematuramente e per cause assai poco naturali penso sia, linguisticamente e concettualmente parlando, ancor meno esatto, oltre che irrispettoso. Propendo per definirle e considerale, appunto, vittime di un concatenamento d'errori umani sconfinati nella tragedia e di sicuro ometto il 'povere', se detto con il tono paternalistico e di sufficienza che lei dà l'impressione di usare.
Quindi, cosa facciamo? Non lo so, ma come inizio potremmo lasciare che l'eroismo autentico si definisca da sé, calare di un gradino, e parlare del più comune (???) coraggio. Come quello, per esempio, quando si scrive pubblicamente una lettera così "tosta", di firmarsi per intero.
A/6



Ci scrive..

LA FAME VISTA DALL'ITALIA

La stampa e i media non fanno che ricordarci - con sottinteso rimprovero - che tutti i giorni milioni di bambini muoiono di fame e che ognuno di noi può e deve fare qualcosa. Lo facciamo, con la diffidenza che la beneficenza consente. Ma se il problema dei popoli denutriti ci sta tanto a cuore perché ogni giorno, a ogni ora, tutti i canali televisivi, dai nazionali ai provinciali, ci propinano primi piani di cassate alla siciliana, di risotti ai frutti di mare, di tagliatelle al tartufo? Assistiti da esperti sommelliers che consigliano il vino più adatto, i cuochi, anzi i "maestri" del fornello , si producono in menu da far venire l'acquolina in bocca a chiunque, tanto più agli affamati se è vero che nella loro miseria hanno apparecchi televisivi capaci di captare i nostri programmi.
Per completare l'opera - quasi volessimo esibirci in tutte le nostre abbondanze - non passa domenica che una regione, o un paese, non imbandisca di fronte al sindaco e al popolo orgoglioso luculliane tavolate di prodotti regionali dall'antipasto al dessert. Pancia mia fatti capanna e affamato fatti occhio?

Maria Brunelli

La risposta della Redazione

Già: abbuffate, abbuffate, abbuffate. E' ciò che l'Italia, ma direi l'Occidente in genere, esporta via cavo o via satellite nei Paesi in cui ci si ciba di immagini e basta. Ed è vero eccome che laggiù (ma è poi tanto lontano, questo "laggiù"?) possono captare il meglio del nostro opulento costume, messo in mostra davanti agli affamati con lo stesso compiacimento con cui le nostre brave mamme di famiglia mettono in tavola, una portata via l'altra, quintali di leccornie - come tu dici - capaci di far venire l'acquolina in bocca a chiunque, figuriamoci agli affamati.
Parlo di chi ha fame per una carenza vera di cibo, s'intende, ma il discorso vale anche - acquolina compresa - per gli affamati di casa nostra, quelli obesi, quelli che rosiccherebbero per primo il televisore se solo potessero derogare dalla dieta almeno nelle feste comandate.
Esportiamo abbuffate, ma di solo cibo? Oh no, ma stampa e media non ci rimproverano affatto per gli altri nostri eccessi esportabili ed esportati nel Terzo Mondo; come potrebbero, visto che ne sono i maggiori esportatori?
Abbuffate di cronaca nera ricca dei più infimi dettagli, abbuffate di corruzione finanziaria e politica, abbuffate di squallide risse famigliari o di coppia, abbuffate di sport imbastardito dalle anfetamine e di violenza negli stadi... E le abbuffate di raffinato, elegante turpiloquio quotidiano? E le abbuffate di passione sfasciafamiglie delle nostre educative "soap opera"? E l'esubero di tette e culi tremuli, a riprova dei risultati raggiunti dalla lotta per l'emancipazione femminile?
Insomma, sembra chiaro che - di noi - sappiamo esportare verso il mondo degli indigenti soprattutto il meglio. Infatti è così alta l'opinione che le culture più povere hanno del ricco Occidente, che alcune non si soffermano neppure più a sbavare sull'agnello pasquale ben rosolato al forno: sgozzano direttamente noi. Senza neanche mangiarci perché, stando all'apparenza televisiva, siamo davvero troppo, troppo indigesti.
A/6


 

Ci scrive...

- Diagnosi: sono affetto dalla sindrome dei "Top ten" italiani. Sì, è contagiosa, ma tanto ne siete portatori anche voi, resta solo da vedere se sani o dichiarati.
- Sintomi: un attimo prima di aprire le pagine letterarie di qualsiasi giornale o rivista - cartacea e non - avverto vampate di calore con sudorazione abbondante e secchezza delle fauci. Al comparire della tabella dei "Top ten" nostrani mi si annebbia leggermente la vista: non abbastanza per offuscare del tutto ciò che "devo" leggere in quanto colto dal bisogno compulsivo di conoscere i dieci titoli campioni di vendite. A lettura compiuta, vengo assalito da un tramatizzante, devastante, annichilente senso di sorpresa per la mancata sorpresa: i titoli sono sempre gli stessi, gli autori sempre gli stessi, gli editori sempre gli stessi, la velocità di ricambio sempre la stessa: immobilità su per giù totale.
- Terapia: non c'è. Poiché pare che la sindrome non sia letale, sono condannato a stupirmi,
vita natural durante, di non essere mai stupito da come il lettore italiano manchi del gusto di scoprirsi da sé ciò che gli piace; frugando negli scaffali della librerie, tra la produzione dei piccoli editori, alla ricerca di quel tesoro da sentir scoperto, conquistato e quindi mille volte più goduto.
Peccato. Peccato per le gemme semiperdute e per le boiate ingurgitate
da chi, in fondo, per leggere spende . Peccato anche che ingrassino sempre gli stessi.

Marcello Vecchi

La risposta della Redazione

Costernata per il grave disagio che l'affligge, l'intera Redazione de Il Giornalaccio partecipa al Suo stupore di non essere mai stupito, ben conoscendo gli effetti devastanti della sindrome da "Top ten" dalla quale, peraltro, è colpita anch'essa seppure (almeno per ora) in forma asintomatica.
Peccato, peccato davvero che la promozione massiccia del libro vinca su tutto, compreso il valore dell'opera, così come l'hamburger di McDonald's vince alla grande sul brasato al Barolo. Peccato - certo - ma i cultori della qualità, i resistenti alla sindrome pubblicitaria esistono ancora, anche se un po' malconci: come lei, come noi che soffriamo del bisogno compulsivo di conoscere la Top ten, ma lasciamo nella tabella la maggior parte dei soliti titoli per correre in libreria, a frugare qua e là tra i tesori da scoprire.
Si consoli, Marcello: chi soffre della sindrome da Top ten non è mai - o quasi - a rischio di avvelenamento!
La Redazione tutta

 



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EMOZIONI

Fra gli stati d'animo ce n'è uno che ormai prevale su tutti sbaragliando il pudore, il buon senso, il self control. E' l'emozione, favorita, anzi aizzata, dai media e tanto più apprezzata quanto più irrefrenabile, incontrollata, ostentata. Singhiozzi, lacrime, groppi in gola - se possono avere qualche giustificazione (e senso) davanti a una tragedia - sono grotteschi quando l'occasione è delle più normali e banali.
Vada per il ritrovamento del nonno perduto (Carrà docet), vada per il sospirato ricongiungimento con l'amato bene (Castagna docet) ma ora è sufficiente che una ragazzetta munita di microfono intervisti per strada un passante sul caldo che fa o sull'aumento della verdura (ah le zucchine! ) che quello risponde subito "sono emozionato". Ed emozionate, con tanto di lacrime lungo la guancia, sono spettatrici invitate a blaterare la propria su qualsiasi argomento, meglio se protagonistico. Emozione che - ignara di qualsiasi pudore - consente di spifferare alla vasta platea televisiva le più private vicende, dalle corna allo stupro al mutamento di sesso.
Platone diceva che il nostro animo è paragonabile a un auriga che guida un carro tirato da un cavallo bianco (la ragione) e da uno nero (l'istinto). Ma da quando l'auriga si chiama Costanzo, o qualche suo emulo, povero cavallo bianco!

Maria Brunelli

La risposta della Redazione

Il problema sta tutto nel definire che cosa è l'emozione e qui il pessimismo di chi risponde naufraga definitivamente nell'accezione esemplificata nella lettera.
Emozione viene da e-moveo, sta dunque per "muovo da", e quindi "smuovo", e poi anche "commuovo". Inutile scandalizzarsi dell'inflazione del termine nel piccolo raggio di un tubo catodico: chi non sa o non può muoversi da quel quadrato di luce da cui guarda e giudica il mondo e i suoi comportamenti tenta di supplire come può alla paralisi che lo sta atrofizzando in tutte le sue funzioni intellettive ed emotive e dice, com'è ovvio, di essere emozionato, qualunque cosa succeda. Tenta di vivere, dal momento che non ci riesce per davvero. Lasciateli dunque emozionare, se è l'unico modo che hanno per sentirsi battere il cuore. E abbiate pietà di loro, poiché tutto, ma proprio tutto, quel che si vede in TV, non è vero, per definizione, e che dunque tutte le persone che si dicono emozionate, non lo sono, o forse, e questo è peggio, si convincono di esserlo pur sapendo di non esserlo, in un'elevazione al cubo di menzogne.
Emozione è qualcosa che "trascina fuori", che amplia i confini della percezione, qualcosa che si può urlare o custodire, ma che a me piace pensare nelle perfette parole di Pascoli: un'esperienza che lascia "più vita di prima". (Pascoli riserva questa preziosissima definizione alla goccia di rugiada che bagna un fiore e all'alba si disfa nella luce del sole, lasciando ai petali una vita fresca e nuova).
E allora l'emozione in TV dovrebbe chiamarsi con un altro nome (desiderio di apparire, di recitare, di essere altro da sé, o chissà quant'altro), e continuare a vivacchiare nel piccolo schermo senza scandalizzarci più di tanto.
Ma siccome chi ci parla dalla TV ha di norma un lessico limitato a cinquecento parole, "emozione" è la prima che affiora appena il cuore trema un poco. Chi vuole e chi può continuerà a cercare l'emozione vera, quella che lascia più vita di prima, permettendo agli eroi e alle comparse della televisione di disfarsi in inutili e falsi trasalimenti. Unicuique suum.
Artufo





Ci scrive...

Devo, non posso fare a meno di parlare di televisione, che avrà poco da vedere con la letteratura, ma si dice che serva anche a "fare cultura". Sarà, ma qualcuno di voi ha mai visto, oltre ai famigerati Grande Fratello, Isola dei Famosi e simili, quel programma che si chiama La Talpa? Delirio puro! Sembra una fiera esotica del masochismo dove un gruppuscolo di sfigati gareggia nel farsi del male per un pugno di Euro e un grammo di rinnovata notorietà. Sia chiaro, io aborro la censura e non auspico alcun oscuramento, ma sogno che la micro-massa dei normali ritrovi in sé un minimo di legittima indignazione e insorga, come un sol uomo (molto incazzato), contro la stupidità diseducativa per chiudere "questa" discarica d'immondizia, ancora più fetente di quelle a cielo aperto che oggi affliggono il napotelano. C'è solo un problema: la già micro massa dei normali forse si è estinta del tutto. O no?
Carlo Delsarto

La risposta della Redazione

No. Da queste parti tentiamo di essere ottimisti, quindi riteniamo che una discreta porzione di gente sensata ci sia ancora, anche se tende a proliferare con l'abbondanza del panda in cattività. In quanto all'insurrezione della categoria -invece - seppur per una causa tanto nobile, ci speriamo poco. Ricordi i tempi della " maggioranza silenziosa " ? Ecco, appunto: era una maggioranza, eppura teceva o poco si opponeva ai fragori di una piazza forse un poco più esigua ma compatta, organizzata,esibizionista. Figurati, allora, quanto è probabile, oggi, l'insurrezione di una minoranza sparsa, timida, endemicamente acquiescente e remissiva. Ci teniamo La Talpa, caro Carlo; sperando di riuscire a evitarla mantenendo un ferreo controllo sui pulsanti del telecomando. Perché, al di là del significato che tu infili nel termine "normale",è il numero che definisce il concetto di norma. Insomma, auditel docet. Ergo... Magari fossero i "normali", in via di estinzione!
A/6

 




Ci scrive...

Avrei da proporvi un'asserzione grave, giudicate voi come recepirla: gli alberi sono carichi di mele marce. Che, per giunta, si rifiutano di assecondare la legge di Newton e restano lì appese fino al sopraggiungere dalla totale putrescenza.
Eppure è arcinoto che, quando in un cestino compare la mela marcia, ad esempio, questa va subito rimossa perché non possa intaccare le altre. E' arcinoto, ma esiste ancora una categoria professionale (mettiamoci dentro anche giornalisti, scrittori, critici e letterati in genere) che provveda a questa semplice e sana operazione? No che non esiste: pur di salvare una rispettabilità di facciata, la tendenza è quella di nascondere la mela bacata del cesto, di edificarle attorno un cerchio protettivo, peggio ancora di venderla come buona, anzi speciale, anzi rara e prelibata: e, a chi protesta, si dà del povero provinciale dal palato insensibile, se non addirittura volgare.
Un'altra legge fisica insegna, però, che l'albero sovraccarico di gonfie, inamovibili mele marce, quando non ne regge più il peso, tende a schiantarsi di botto. La domanda non è se questa legge sia vara o falsa, concerne piuttosto il fattore tempo: qund'è che 'sti alberi si decidono a schiattare, portandosi appresso tutto il loro carico verminoso?

Gian
(per gli amici Giangiacomo Pier Maria)

La risposta della Redazione (nel dettaglio!)

Avrei da proporvi un'asserzione grave, giudicate voi come recepirla: gli alberi sono carichi di mele marce.
Ohibò, non solo i meli, ma anche peri, banani, viti ecc... non fanno che produrre frutti marcescenti, o a scelta totalmente insipidi: esperimenti genetici?

Che, per giunta, si rifiutano di assecondare la legge di Newton e restano lì appese fino al sopraggiungere dalla totale putrescenza.
E' una nuova sostanza che gli dei della terra
(che fa rima con guerra) hanno attivato nella linfa degli alberi da produzione, quelli che hanno sostituito gli alberi veri: si tratta di una mistura di colla, exstasy, spremuta di loto, essenza di opio, insomma tutto quello che per una durata di tempo anormale può far avvicinare un potenziale fruitore il più velocemente possibile e, qualora riuscisse a staccare un frutto assaggiandolo davvero, restasse totalmente rincoglionito e desideroso di assuefarsi subito.

Eppure è arcinoto che, quando in un cestino compare la mela marcia, ad esempio, questa va subito rimossa perché non possa intaccare le altre.
Operazione compiuta solitamente da chi riconosce la marcescenza dall'integrità di un frutto.

E' arcinoto, ma esiste ancora una categoria professionale...
Ecco, parliamo di "categoria professionale" e di conquista del posto di lavoro in un giornale, in una casa editrice, all'università.... No, credo sia meglio di no, perché il direttore responsabile, il terribile A/6, non ammette il turpiloquio. Lei comunque ha già provato? Io sì, ma non facendo parte di Massoneria, Comunione e Lliberazione, Opus Dei, partiti politici, non essendo gay, di confessione ebraica o islamica e avendo una certa dose di dignità, confesso di averne ricavato un po' di nausea.

(mettiamoci dentro anche giornalisti, scrittori, critici e letterati in genere)
E i poeti? poverini, perché escludere i poeti che oramai si trovano dappertutto, tra le verduriere, i giocolieri, gli spazzini, i benzinai, le casalinghe, le donne delle pulizie e persino le imprenditrici.... Non sa che tutti quelli che hanno nel cassetto le poesie della loro infanzia, o peggio, quelle della loro maturità, a seconda di quanto sono disposti a pagare hanno la loro casa editrice pronta per l'uso? E non creda che Mondadori sia esente!

che provveda a questa semplice e sana operazione?
Temo sia un'impresa disperata. La mafia non è solo don Corleone che manda i picciotti a scannare chi gli ha ucciso il figlio Sonny: la mafia siamo noi quando, pur avendone il potere, non inteveniamo davanti a un episodio perpetrato nei confronti di un debole, ma che non ci riguarda da vicino.

No che non esiste: pur di salvare una rispettabilità di facciata, la tendenza è quella di nascondere la mela bacata del cesto, di edificarle attorno un cerchio protettivo,
Esiste, esiste, ma è talmente esiguo il numero dei combattenti autentici, che a volte ci chiediamo se siamo uomini veri o personaggi usciti da Don Chisciotte in cerca di identificazione terrena.

peggio ancora di venderla come buona, anzi speciale, anzi rara e prelibata:
Questo, però, è utile: la terza volta che a un banchetto
(sa, quello che veniva scartato immediatamente dalla madre del nostro premier quando andava al mercato e riusciva a risparmiare senza lamentarsi e dare la colpa al governo se la verdura era rincarata troppo) sono stata imbrogliata, ho cambiato fornitore. E, nella fattispecie, non credo più a un solo critico o giornalista o recensore! Esistono percorsi di tam-tam gestiti da persone serie le quali si rifiutano di partecipare a giochi di potere e continuano il loro lavoro di selezione culturale con fatica, ma soddisfazione.

e, a chi protesta, si dà del povero provinciale dal palato insensibile, se non addirittura volgare.
E' così sensibile al giudizio di qualche beota?

Un'altra legge fisica insegna, però, che l'albero sovraccarico di gonfie, inamovibili mele marce, quando non ne regge più il peso, tende a schiantarsi di botto.
Ahimé, povera terra, direi di sì!

La domanda non è se questa legge sia vara o falsa, concerne piuttosto il fattore tempo:
Qualcuno deve aver detto "Oh tempora, o mores"

qund'è che 'sti alberi si decidono a schiattare,
Lei crede che, nel mondo virtuale, il legno abbia le stesse leggi?

portandosi appresso tutto il loro carico verminoso?
Preferirei un processo di rinsecchimento e ciò avviene quando il suddetto albero non trova più nutrimento: anche al mondo virtuale si può porre fine con lucida coscienza e non avallando le immagini degenerate... lo so... può sembrare utopia, ma non lo è. Cento centimetri quadrati di pulizia fanno un metro quadrato e così via fino a riportare la "nostra" terra a uno splendido puzzle di mille colori sgargianti, trasparenti e puliti.

Gian (per gli amici Giangiacomo Pier Maria)
Excalibur




Ci scrive...

Ave, Giornalaccio!
In prima pagina avete scritto: <Siamo diversi, non perversi> e per il momento concordo, soppratutto circa la dose di perversione, ma mi domando perché, dato che questa pubblicazione è un po' anomala sia graficamente sia nei contenuti rispetto alle altre, non mettiate dei banner, dei link, dei richiami diretti ad altri siti per farvi conoscere di più.
Non so quale sia il vostro numero quotidiano di ingressi, ma senza pubblicità o altri accorgimenti simili non può materialmente essere molto elevato.
Visto che non siete dei pivelli, immagino che sia una vostra scelta <politica>. Ma in questo caso, perché?

Riccardo Loi

La risposta della Redazione

Caro Loi,
la discrezione con cui il Giornalaccio occupa il suo spazio, è tutta colpa di quell'imbecille decisamente "out" del Direttore, per giunta Irresponsabile, di questa pubblicazione web; cioè di chi le sta rispondendo.
La nostra
pretesa (?) di diversità non consiste nel voler essere "speciali" rispetto agli altri, ma nel non sentirci in dovere di seguire le regole convenzionali della Grande Rete (e non solo della Rete, ovviamente): prima tra tutte, la regola della larghissima diffusione dei siti.
Il Giornalaccio è una pubblicazione realmente no-profit, nata come punto d'incontro tra menti ed anime affini, gente di penna o amante della scrittura che vuole esprimersi liberamente, semplicemente, sentendosi all'interno di un terreno amico: punto e basta, non abbiamo altri scopi; né palesi, né reconditi.
Se poi riusciamo ad essere anche una voce alternativa agli sterotipi letterari e culturali, tanto meglio. La nostra sarà una voce sommessa - è vero - ma qui nessuno intende gridare: altrimenti, di nuovo, dove starebbe la diversità?
Quindi, no. Niente banner, solo link verso siti amici, assolutamente al bando ogni forma di pubblicità; consigli che davvero riteniamo buoni e critiche che davvero riteniamo opportune, se non addirittura doverose. Il tutto, essendo seri senza
mai prenderci troppo sul serio, rendendo onore all'altrui serietà ma sbeffeggiando (bonariamente?) la mera, stucchevole seriosità.
Ma siamo poi così sicuri che
, la nostra, sia una formula impossibilitata a premiare sul piano quantitativo? Non ci metta la mano sul fuoco, Riccardo: mi dia retta, non lo faccia!
A/6

 

 

 

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