Il Ricettacolo letterario



Spazio riservato alle scritture degli amici
de

" IL GIORNALACCIO "

 

 

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all' aprile 2005)

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Paola Ronco: "La giornata di un'esordiente"

Paola Ronco è nata a Torino nel 1976. Dopo un'inutile ma interessante laurea in Storia Medievale si è trasferita in Inghilterra, dove risiede tuttora, guadagnandosi da vivere in un'agenzia di traduzioni.
Ha scritto alcuni racconti e un romanzo, attualmente in speranzosa visione presso innumerevoli case editrici.


Rocco Chimera: "Il posto sicuro" - "Di Maurizia"

Rocco Chimera - quaranta anni, è dipendente dei Beni Culturali della Regione Sicilia e Presidente dell'Associazione Culturale Sicilia Solare. Collabora al magazine letterario Progetto Babele con articoli e recensioni d'arte.
Ha vinto il concorso letterario "Le Agavi - Città di Scilla" con il testo: "Ho baciato Totò Cuffaro" (Rem edizioni).

(www.progettobebele.it)

 

Giovanni Ronco: "La losna"

Giovanni Ronco è torinese e - in quanto tale? - troppo schivo per parlare diffusamente di sé. Quel che di lui si sa per certo è che possiede un'esuberante creatività che esprime soprattutto dipingendo quadri forti; e suggestivi come i suoi racconti.

 


La giornata di un'esordiente
di
Paola Ronco

Un rumore, tanto atteso da spedirmi il cuore tra le tonsille. Non e' una roba forte, appena un fruscio, eppure resta inconfondibile per chiunque viva in Inghilterra e aspetti notizie. Il postino e' arrivato e, per un capriccio del destino, ha deciso di infilare qualcosa nella sottile fessura della porta. Ancora nel bagno, affetto superiorita' e continuo a truccarmi gli occhi, ma la mente si scatena come un bimbo affetto da disturbo dell'attenzione. Sara' una bolletta, un sollecito, una lettera per l'inquilino che se n'e' andato tre anni fa; non voglio giocare con il pensiero che si tratti di qualcos'altro, non mi va di affrontare una nuova delusione.

Esco dal bagno per andare a vestirmi e sbircio la porta, giusto per farmi un'idea di cosa mi aspetta. Niente sul pavimento, la busta e' cosi' piccola da essere incastrata nella fessura. Scrollo le spalle e corro in camera; magari un povero sfigato ha gia' cominciato il suo giro di pubblicita' in buca per un paio di pounds all'ora. Sara' un nuovo take-away, qualche compagnia di taxi, un mago che guarisce da ogni male?
Alla fine non ho piu' scuse e, vestita e profumata, vado alla porta. Mi rendo subito conto di cos'e', e boccheggio.

La busta e' davvero piccola, e ha un francobollo italiano; la rigiro con mani all'improvviso tremanti e vedo il loghino di una casa editrice. Mastico una parolaccia a mezza bocca, sapendo che puo' trattarsi solo di brutte notizie. Strappo la busta con ferocia, non voglio leggere, eppure non posso fare altro. Dentro c'e' un bigliettino tutto ciancicato. E infatti.

La mia sentenza e' contenuta in quattro righe davvero igieniche. Talmente poco importante da essere scritta su carta velina modello scottex.
Oh, great, mi dico, stupendomi, come al solito, di non provare niente sul momento, ecco, lo sapevo, anche se non e' vero che lo sapevo, perche' ogni volta mi illudo di chissa' che cosa. Sono in ritardo, e stare li' ferma a rileggere un bigliettino non cambiera' le parole che ci sono scritte sopra.
Afferro la borsa e mi precipito fuori, pensando a quante volte, leggendo notizie che non mi piacevano, mi sono soffermata a leggerne e rileggerne le righe con sguardo allocchito, come se potessi capovolgerne il senso con la forza di volonta'. "Gentile signora, siamo spiacenti di..." diventa una miniera di criptogrammi, irta di significati nascosti e di trabocchetti retorici.
Sto li' e guardo ogni parola, ancora, scomponendola in mille combinazioni; chissa', forse ho capito male, e il significato era tutt'altro. Quel purtroppo a meta' mi rovina un po' le cose, pero'; non si metterebbe una parola tanto brutta se la lettera fosse positiva, giusto? A meno che non sia, per dire, vogliamo pubblicare il suo magnifico libro, ma purtroppo non possiamo anticiparle piu' di ottantamila euro.

L'autobus arriva in tempo e non trova un gran traffico, il che mi consola per quel minimo che mi permette di non scoppiare a piangere sconsolata. Scendo due fermate prima, cammino a passo di carica, giusto per fare qualcosa con i miei nervi surriscaldati. Passo davanti a una grande libreria, do' un'occhiata ai titoli e mi sconsolo, per cui mi accendo subito una sigaretta schiattapolmoni.
Il pensiero martella nella testa, e non c'e' verso di scacciarlo. Non-pubblichero'-mai-e-sono-un-fallimento. Forse sarebbe il caso di lasciar perdere tutto, mi dico con aria vissuta che non ingannerebbe nessuno, e nello sforzo il fumo mi va dritto in un occhio. Voglio dire, che cos'e' questa storia di voler pubblicare a tutti i costi, in fondo? Per chi, per cosa?
Lancio un'occhiata depressa all'orribile palazzo davanti a me; al terzo piano, in qualche punto, il mio boss mi aspetta, ringhiante e pronto all'abuso verbale come sempre, e io sono qui fuori, a fumare come un condannato. Fa freddo, il cielo e' grigio e una pila di fatture aspetta un input sbuffante sulla mia scrivania.
Un istinto di schifo mi si impenna nelle interiora; e pensare che tutto quello che vorrei sarebbe passare le giornate a scrivere, perduta in un dolce delirio creativo. Chiedo troppo, mi dico? Certo, se non scrivessi nella lingua di un paese pieno di scribacchini e deserto di lettori, forse la mia pretesa sarebbe piu' ragionevole.
Schiaccio la sigaretta con furia sbriciolatrice e guardo di nuovo il mio schifosissimo ufficio. Se il capo e' di cattivo umore anche oggi, la giornata sara' davvero completa nella sua vomitevole schifezza; facendo un rapido calcolo basato sull'esperienza, ho dunque un buon due per cento di possibilita' di essere fortunata. Pari forse a quella di essere pubblicata prima della morte, insomma.

Dallo sguardo vagamente spaurito di un passante, che si scosta dalla mia traiettoria in maniera percettibile, intuisco che devo aver messo su un'espressione omicida; mi capita, quando penso al mio capo. Una nuova idea mi attraversa la mente, rapida e deliziosa; accarezzo per qualche istante l'immagine dell'orrido uomo squartato con la pinzatrice e appeso alla finestra per lo scroto, e riesco anche a pensare che forse, in questo modo, potrei davvero scrivere un libro di qualche interesse per qualcuno. Gli editori farebbero la fila per avere in esclusiva la confessione completa e inedita di una spietata omicida con il faccino angelico e innocente, e io, modestamente, non li deluderei di certo. Spiace solo che abbiano chiuso il Maurizio Costanzo Show, perche' diventerei un personaggio di punta.
Perdo ancora qualche minuto a studiarmi un dialogo che non avra' mai luogo, come una piccola fiammiferaia in procinto di assiderarsi; e mi dica, in quale momento ha pensato alla pinzatrice? Beh, guardi, signorcostanzo, la pinzatrice era li' sul tavolo, vicino alle sue tazze sporche... non le ritirava mai, sa; e' stata un'ispirazione del momento, tutto qui.

Decido di smetterla e mi incammino; il security man mi saluta con fare saputo, con la faccia di chi non ti invidia per niente e non farebbe cambio con la tua miserabile esistenza per nulla al mondo. Entro con cautela nell'ufficio, e mi stupisco di trovare un'atmosfera rilassata, quasi allegra; mi do' una gran manata sulla fronte, ricordando in un istante.
Ma certo, oggi il mio capo e' in viaggio, il che significa che ciascuno si fara' gli affari propri fino alle quattro e mezzo, rimandando ogni mansione all'ultima frenetica mezz'ora. Da queste parti il concetto del vivere qui e ora e' una strategia di sopravvivenza fondamentale. E' facile fare gli sboroni dalle vette di un monastero dove non succede mai un accidente; si dimostra di avere capito a fondo il concetto solo quando le ore sono contate e le telefonate private infinite in numero e durata.
Saluto i colleghi con rinnovato buonumore, mi lamento un po' della cattiveria degli editori italiani, ascolto con un broncio da bimbo ferito le loro parole di conforto e mi getto a capofitto in quella che promette di essere una magnifica giornata.

Un altro caffe', una scorsa alle pagine di repubblica online, due parole con l'amica del cuore e poi via verso la conquista dell'immortalita'; le pagine sono quelle, a meta' vuote, di corrispondenza ormai inutile. Mi sento fica come Fenoglio, che scriveva sul retro dei fogli della ditta i suoi romanzi inarrivabili. Scrivo a lungo, di getto, poi mi fermo per un momento, di nuovo presa dalla malinconia. Penso al percorso della lettera maligna che ho ricevuto e che mi brucia nella tasca del cappotto. Questa mattina, il postino faceva il suo giretto consueto, e non sapeva, lui, che la busta spiegazzata avrebbe portato quella notizia; nemmeno io lo sapevo, e avevo ancora energie per trovare in me una qualche vaga voglia di andare in palestra. Quando comincio ad allargare la meditazione, chiedendomi che cosa stavo facendo nel preciso istante in cui l'editore ha preso in mano un pezzillo qualunque per scrivermi il suo no, a quel punto sento che la cosa si sta facendo troppo complicata e riprendo a scrivere.
Sono contenta di poterlo fare proprio oggi, e non posso fare a meno di pensare a quanto vicino sia stato il mio capo a trovare una fine raccapricciante. In un certo senso, la sua vita e' salva per un caso, e tutto per uno scopo superiore, l'arte nel senso piu' elevato del termine.

Ho in mente di scrivere tutto quello che mi e' successo stamattina, anche se in realta' non e' stato un granche' , a pensarci bene; voglio parlare di quanto mi piaccia scrivere, e di come lo faccia comunque, quasi mio malgrado, per il gran gusto di farlo. Non mi rendo nemmeno conto del tempo che passa. E' per questo che, quando il mio capo rientra a sorpresa, vantando a gran voce la sua astuzia nel prendere il treno prima, faccio appena in tempo a nascondere il parto del mio genio sotto un foglio di cart...

 


Il posto sicuro
di
Rocco Chimera

Tano Gaetano faceva il pecoraio professionista; non era assalariato perché le pecore erano sue ed anche la zona dove li pascolava era di suo possesso. Faceva una vitaccia nel condurre greggi per le campagne e per i pendii ma a lui, tutto sommato, non gli dispiaceva. La mattina, dopo avere colato la ricotta e steso il formaggio, caricava il tutto sulla sua panda bianca e partiva per il paese; non senza dare ordini ben precisi ai due marocchini, di cui uno era pure laureato e che sovente Tano Gaetano diceva di rubargli la cultura, che erano suoi dipendenti. Nelle vie del paese e nei cortili Tano Gaetano era uno che aveva una forte notorietà. Le casalinghe ,addirittura, conoscevano il rumore che faceva il motore della sua vettura e si affacciavano per vedere se era carica. Il suono della sua voce era alquanto familiare e la cantilena che urlava, a viva gola, era qualcosa che era entrato nella storia delle mattine paesane. "Ricòoooooo… Cavagnèeeee… Tumàaaa…" . Ricotta, ricotta mesciuta con zucchero, formaggio pecorino. Lui, d'altronde, ci aveva preso la mano ed il gusto a litigare con le donne: sul prezzo, sul peso; anche se dopo sapeva come accontentarle sempre. C'era la signorina Mardone, ad esempio, che pur essendo facoltosa voleva sempre le cose a metà prezzo. Avrebbe mandato in bestia chiunque, per come insisteva nella cosa, tranne che lui.
" Nonsi signorì, mia madre non vuole che ci perdo sul prezzo", e con il coltello divideva la fastella di ricotta. Quel commercio gli rendeva bene, almeno duecentomila lire al giorno nette se non di più e, tutto sommato, anche se si alzava alle quattro del mattino per preparare, ed era indaffarato fino a tarda sera, quella vita gli piaceva veramente. Non aveva voluto maritarsi, nonostante sua madre glielo ripetesse ogni ora, perché a suo modo non era il sesso che gli mancava e chi paga la mattina franco e fresco si trova la sera.

Infatti quando gli premeva il grilletto, si puliva dal boccume, si vestiva a festa e andava alla chiana di Catania dove c'erano le perle nere. Era di casa da quelle parti, tanto che alcune signore lo facevano pagare una volta sì ed una no, forse perché era l'unico maschio bianco che riusciva a soddisfarle. Addirittura era entrato così in confidenza che, appena finiva, alcune le accompagnava anche casa; uso fossero fidanzati che erano stati in pizzeria prima.
Insomma la sua vita era perfetta, fino al giorno maledetto che il provveditorato agli studi di Bergamo gli mandò un telegramma d'incarico annuale come bidello. Mai fosse stato! Era una domanda vecchia di dieci anni, fatta al patronato che tutti facevano perché non si sa mai, della quale si era pure scordato. Non sapeva cosa fare. Sua madre, i suoi zii, i suoi parenti ed anche gli amici a dirgli di com'era stato fortunato per via del posto sicuro che diventava di ruolo e non si doveva sporcare le mani con gli escrementi delle pecore, tanto che il tanfo gli restava impresso anche dopo dieci docce consecutive.

Fu così che Tano Gaetano partì con la morte nel cuore, più perché doveva accontentare gli altri che per una sua decisione, tanto che ai festeggiamenti, fatti il giorno prima in suo onore per il posto sicuro, era l'unico che non si era divertito e non aveva mangiato nulla. Prese l'aereo a Catania giacché doveva presentarsi al lavoro entro tre giorni dalla ricezione del telegramma e spese quasi 400.000 lire di biglietto per via della tariffa piena. Arrivato a Milano si avviò per Bergamo e, tra le spese del treno, del taxi che lo accompagnò all'albergo dove doveva alloggiare temporaneamente, volarono altre 80.000 lire, senza contare le 120.000 che il giovane, avendo trovato un albergo a 4 stelle, dovette versare per dormire. L'unica cosa positiva e buona fu che il pranzo era compreso nel prezzo.
L'indomani si presentò al lavoro, giustamente in taxi (27.000 lire) poichè l'albergo non era servito da linee urbane, e quando il personale della scuola lo vide scendere dall'auto fu un vocio sommesso continuo.
Si domandavano chi fosse costui? Era forse un ispettore scolastico o il vice provveditore di fresca nomina? Insomma lo stupore fu grande quando Tano Gaetano si presentò con la frase: " Sono il nuovo bidello"
Subito camice blu e scopa, questi maledetti, senza dargli il tempo di ambientarsi come faceva lui con i suoi marocchini. Porco demonio maledetto!

Dopo sei ore di fare nervi, riprese il taxi (altre 27.000 lire) e tornò in albergo. Tano Gaetano era uomo tutto di un pezzo. Decise di resistere per provare quella vita ma era dura. Per quattro giorni andò a lavorare in taxi ( 27.000 all'andata, 27.000 al ritorno), questo facchino del tassista neanche mille lire di sconto gli volle fare, visto che era un cliente abituale. Pranzava in albergo perché, meno male, le 120.000 lire al giorno comprendevano il pranzo; ma alla sera sperimentò che panino e birra comprato nel suo paese da Pina a Putiara e panino e birra comprato in panineria a Bergamo avevano la bellezza di 12.000 lire di differenza, in più si intende.

Così, a parte il denaro che andava via a fiumi, tanto che lui si chiese di come facessero a campare gli altri bidelli?, il posto sicuro aveva creato un uomo infelice, oltre che un minchione, dato che stava sperperando il patrimonio accumulato con le pecore. Telefonò alla madre incazzato come una belva ed all'insistenza di lei affinché rimanesse, le rispose che si era rotto i ciglioni del posto sicuro e che preferiva il tanfo di pecora a quello degli orinatoi. Riprese l'aereo e tornò a casa, senza dire nulla al segretario della scuola che lo comandava uso fosse bambino e che per due giorni lo cercò presumendo si fosse imboscato al lavoro mentre quello era già in Sicilia. Ah, bella Sicilia! La mia Sicilia, di nuovo in Sicilia dove la sua meravigliose vita si colorò, con quella settimana d'esperienza, di una grande novità. Andando, infatti, a fare mercato nei quartieri, accanto alle parole conosciute di un tempo (Ricòooo… Cavagnèeeee… Tumàaaa…), egli affiancò, immaginiamo il perché, anche questa frase sempre a cantilena:
" Minchiuni cu si ni vàaaaa … "



… di Maurizia

Surreale è la sera di questo ennesimo giorno,
trascorso ascoltando il tintinnio del tempo,
quando fuori nevica ricordi, solo miei ricordi,
irriconoscibili allo specchio degli altri
ma che più non riflettono il mio cuore.

Soffocato lui nel magma ardente colato
sopra la mia persona e che tutto opprime,
anche il mio stesso essere. Cosicché, neppure,
i dardi di improvvise passioni, lapilli di parole,
e tante di quelle schegge impazzite nella noia,
possono solvere le maschere dei grotteschi elementi
che affollano il mio tempo, sempre e solo
d'insolubili rebus e di inevase pazzie.

Cosa voglio dalla mia vita adesso?, e dal Tempo?
Da questa clessidra, quasi vuota, sopra il camino?
Dove, nel ceppo finito, sta languendo l'ultima fiamma.

Niente! Non voglio niente che già non ho.
Niente che non si rinnovi nell'afona sera d'inverno
dove solo il dolore è vero. Solo il dolore mio
per non avere saputo possedere la tua anima.

Aprile 2002


 


La losna
di
Giovanni Ronco

Martino osservava dalla finestra del refettorio i ricci degli ippocastani: a luglio erano gia' grossi come albicocche. Seguiva costantemente, con il magone dell'autunno che gli montava dentro, la gestazione di questi frutti inutili, come inutili si sentivano loro li' dentro.

Era l'inizio di una giornata come tutte le altre. Il suo tavolo era in fondo al salone. Buttava giu' le ultime gocce d'un caffe' tiepido, dopo averci bagnato dentro un pezzo di pane. Giacomo gli sedeva davanti. Sbriciolava croste e molliche mentre raccontava, con circospezione, di uno strano via vai nei corridoi. Martino lo ascoltava in silenzio, e intanto toglieva la cerata per sistemare le carte. Il suo solitario tarocco: un rito quotidiano. Come la lettura delle carte richiesta dagli ospiti di quella vecchia casa di riposo per ascoltare previsioni di storie d'amore e di avventure.

Ora , nel brusio di voci e stoviglie, questi erano ancora occupati a consumare caffelatte e biscotti quando all'improvviso ogni cosa si fermo'. Cadde qualche cucchiaio, colpi di tosse per il latte andato di traverso; anche la Giustina smise la sua cantilena. Martino, le carte in mano, giro' lentamente il viso di quarantacinque gradi, socchiuse gli occhi a fessura per mettere a fuoco l'obbiettivo e lo vide. Lo vide e lo riconobbe subito. Nonostante la calvizie e l'imbolsimento, lo riconobbe subito. Il rettore della casa, fattolo entrare, si stava sbracciando per presentarlo. L'onorevole.

Ne tesseva le lodi, declinando titoli e onorificenze, ma nessuno in quel momento poteva ascoltare una sola parola. Rivedevano il profilo arrogante proiettato nello spazio chiaro della porta rimasta aperta, e, intorno, immagini di un vecchio film in bianco e nero: la cascina del Pane con i corpi, i pianti e un Martino paralizzato dalla paura lassu' sul fienile. In sottofondo il rettore continuava a parlare di una nuova casa di riposo, piu' bella e piu' grande, che sarebbe sorta in futuro, grazie a lui. Descriveva, poi, con larghi gesti, lo splendido regalo che l'onorevole aveva portato: la statua del protettore da mettere nella cappella disadorna. Larghi gesti che divennero saltini di gioia mentre invitava tutti ad uscire per andare ad ammirarla. Gli operai avevano appena sistemato, vicino all'altare, un bianco sangiuseppe intento a piantare un chiodane di gesso tenuto dalle mani di un incosciente sorridente bianco gesubambino.
L'onorevole si era limitato, fin qui, a distribuire sguardi compassionevoli e alzatine veloci di palmo di mano come saluti. Poi, finalmente, con voce impostata e un po' stridula, annuncio' che l'inaugurazione sarebbe avvenuta dopodomani, domenica, con bignole e spumante. Ciao ciao con la manina grassoccia e via.

Tornati mestamente in refettorio, Martino riprese meccanicamente con la destra le carte ancora da scoprire mentre spostava, con l'altra, la sedia per poter guardare, da seduto, fuori dalla finestra. I ricci degli ippocastani sembravano gonfiarsi, spaccarsi e sputare castagne d'India che sarebbero state calpestate e prese a calci da chiunque. Gli veniva da piangere.
Si giro' per vedere se Giacomo l'avesse spiato e se li vide tutti intorno, quasi imbarazzati, muti, con gli occhi che imploravano 'cosa possiamo fare'.
Chino sul tavolo, accarezzo' i bordi slabbrati delle poche carte rimaste, per alcuni minuti. Studio' il campo e, come un comandante, sistemo' i quattro fanti da farli sembrare una cavalleria, la regina a coprirli di traverso.
Con il re di cuori inizio' a tracciare brevi linee sulla tovaglia, la carta a spatola, come quando segnalava a Giacomo una buona briscola, un trionfo.
Poi, piano piano, sollevo' la carta, che pareva il braccio del sangiuseppe bianco, lasciandola scivolare dalle dita. La losna - sillabo', quando fini' di volteggiare di fianco alla regina.
La losna - rimbalzo' di bocca in bocca, come una litania, fino a raggiungere la Giustina, un po' piu' sorda degli altri, che sussurro': "la losna …", guardandolo negli occhi con un sorriso tristissimo. Qualche sorriso crudele, molte perplessita' e grande preoccupazione.

Martino dovette rassicurarli, con molta pazienza, dei buoni propositi: il suo unico scopo era quello di far vedere che, anche se vecchi e inutili, non avevano dimenticato. E li fece sorridere quando accenno' alla complicita' del sangiuseppe bianco, rasserenandoli. Chiese di poter studiare per bene un piano d'azione, senza essere disturbato, che di tempo ce n'era poco.

Diligenti come bambini, se ne uscirono, senza far rumore, lasciandolo solo a far l'appello alle sue carte.
Dopo cena lo accompagnarono fino alla porta della camera per le ultime raccomandazioni, lasciandogli nelle mani panini incartati e qualche spicciolo per le spese. La Giustina anche con la vecchia sveglia per non fargli perdere la corriera. Non ne ebbe bisogno.
Lucido' scarpe, macchio' i pantaloni, cambio' i pantaloni, scelse un camiciotto, un'eternita' a trovarne uno decente, il meno sgualcito, un po' troppo abbondante, ma stirato e con tutti i bottoni.
Mise tutto nella busta ed inizio' ad aggirarsi per la camera come in trappola. Seduto, in piedi, un'occhiata alla finestra e di nuovo seduto sul bordo del letto a stropicciarsi mani e occhi e controllare ogni tre minuti la sveglia.

Era ancora buio, quel sabato mattina, quando Martino veniva giu' dal viale degli ippocastani correndo goffamente. Unico rumore, nel silenzio della strada, le suole pestate sull'asfalto e lo strofinare del sacchetto di plastica del supermercato, palleggiato sulle ginocchia. E il fiatone.
Anche quando arrivo' in piazza stazione, dove la corriera blu-scrostato stava carburando come un trattore, e si butto' sulle vecchie molle dei sedili in fondo, il fiatone lo fece piegare in due, a nascondere la faccia tra le gambe. Il peso di tutti i suoi anni, uno sull'altro, lo fecero sprofondare, sballottato ora, come in una grossa culla, dai tornanti stretti, scavati tra i campi di granoturco e le vigne.

Si sveglio' col sole alto, in tempo per scorgere la tettoia grigia della cascina del Pane attraverso le gaggie cresciute lungo il rio che la corriera stava attraversando. Sotto il portico del fienile abbandonato, ritrovo' il tombino di cemento, coperto dall'erpice a catena, ormai tutta una ruggine.
L'informe involucro di cuoio era ancora intatto. Se lo strinse al petto. E lo tenne cosi' fino a notte, quando la corriera lo restitui' a una piazza stazione deserta come al mattino. Varco' il cancello facendolo appena cigolare e nel buio vide mani che da dietro i vetri salutavano. Rispose quasi distratto. Quattro passi e cautamente chiuse la porta della cappella dietro di se'.

Un assistente paffuto e trafelato aveva portato anche i fiori per la cerimonia e adesso dava le dritte al fotografo per inquadrare i profili migliori. I banchi occupati, i fiori sull'altare, un lenzuolo grande a coprire la sorpresa e il rettore in mezzo alla navata. Allargo' il torace sotto i paramenti dorati per intonare un inno solenne in onore dell'ospite, ma si dovette bloccare al primo la.
Con la coda dell'occhio vide l'onorevole sgattaiolare dietro l'assistente, scalare il piccolo pulpito scricchiolante e allungarsi come un cristo degli abissi.
In questa posizione, nello sbigottimento generale, indico' prima il gruppo di gesso simil-marmoreo, poi, con un gesto da illusionista, segnalo' all'assistente che poteva procedere allo svelamento. Fu tutto un biancore, amplificato dai flash del fotografo. Da un punto imprecisato, pero', i bagliori venivano rilanciati verso tutte le direzioni.

Martino si alzo' in piedi, seguito da tutti gli altri: il loro sguardo era rivolto al punto imprecisato e sorridevano. Sorrideva anche la Giustina con quel luccichio negli occhi, sussurrando: "la losna".
L'onorevole, persa la posa regale, si incurvava di qua e di la' per poter osservare meglio, da prospettive diverse, che cosa fosse l'oggetto estraneo al complesso. Alla fine vide e capi' l'imboscata. Si sporse, due manate a vuoto, annaspo' nuotando nell'aria, tre, quattro bracciate, la piccola balaustra cedette facendolo rovinare abbracciato al gesubambino.
Si', ora la vedeva bene la falce nelle sue manine, bella, infida e sinuosa come una losna, fissata di sicuro la sera prima, al posto del chiodo, con almeno due tubetti di attac. E tutto al rallentatore.
Il bambino gli sorrideva con i grandi occhi bianchi; sorrideva la lama. No, la lama luccicava, con riflessi amaranto di piccoli grumi di sangue antico, color mattone, piu' evidenti sui bordi spessi. Luccicava la punta, come un dente d'oro, un lampo che si confuse improvvisamente con ombre lattiginose. La falce affondo' come nel burro, fermata solo dalla scapola quando, ancora avvinghiati, si fermarono ai piedi dell'altare in una nuvola di gesso sbriciolato e legno tarlato. Martino gli passo' vicino. Aveva gli occhi che guardavano in su, proprio come quelli della Cascina del Pane, ma a lui non glieli chiuse.

Uscendo, costeggio' distrattamente il tavolo imbandito. Per niente al mondo avrebbe lasciato le bignole con la glassa color zafferano. Erano le sue preferite.

 

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