Il Ricettacolo letterario



Spazio riservato alle scritture degli amici
de

" IL GIORNALACCIO "

 

 

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(maggio - ottobre 2005)


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Gabriella Garofalo
" SETTE POESIE "

John Taylor
" UN SOGNO AD OCCHI APERTI "
" UN SOGNO "

Elias Papadimitrakopoulos
" LA GRANATA "
dalla traduzione inglese di John Taylor
Nicoletta Minola
" ETTORE E OLIVIA"
" BENITO"

 

 




GABRIELLA GAROFALO

Sette poesie

08/03/'05 - a Michael

Quasi inaspettata luce, una mattina
appena più gelida del solito:
la fine del mito, dei tuoi anni -
se non intende lasciarti sola mia città
se di vento di domande t'insegue il freddo
certo non può risponderti
ambigua luce d'insegne di fanali
e non pensa neanche di risponderti
l'ammuffita paura di uno sguardo,
anima che corre le tue strade.


10/04/'05 - a Francis

Non fermare, anima, al primo bagliore
tu, luna, non braccarla
non esploderle dentro esistenza -
nei giorni rami di anima perdono le foglie:
così perdono vita
se corrono altre strade luce l'esistenza -
di rado sfiorandosi.

11/06/'05

Solare luce che ti è dentro
un'allegria vigorosa disseta l'anima di verde
e non importa se la fame di cielo
mangia impura luce dove ti rigettano
corpo di madre, corpo di un amante -
amore, dicono,
se proprio non c'è altro.

12/07/'05

Forse verrà un vento padre di esistenza,
forse ti spintonerà paura di suo mordere
a correre per sopravvivere
ma inerti sono membra della tua città
ti nega asilo non offre rifugio
e finirai come sempre per chiederle aiuto -
ma non è detto che ti risponda
che l'anima t'insegni la tua luna.

15/04/'05 - a Michael

Tu esisti, luce, ma ti spezza sete di anima
muro, irta esistenza -
non affretti né ansimi di affanno
il desiderio se l'anima in ricerca:
viene scompare infrange -
così l' acqua, levarsi di un'onda,
livida luce cruda
contratta luce a intermittenza:
perché non segua l'anima sue ombre
perché non s'inventi suoi fantasmi
se cede nel silenzio verde di alberi
se di verde abbatte la città -
sono indifesi.

* * *

18/04/'05

Stasera la solitudine è vento d'inverno,
morde -
inutile cercare di nasconderti, luna,
dietro veli di molte nubi -
il luogo che l'anima vive saprà come stanarti,
e l'anima ferma comunque
ferma per mali forse incurabili
forse oscure primavere.

17/08/'05 - A dl

A verde di erba verde di acqua
accoglie la città dove tu vivi
la tua parola tramante di graniti e cieli -
ma la spaventano tue stelle,
ombrano di paura.
E' molto più di amore -
se aspri fuochi corrono
non può che irrompere esistenza.



 

JOHN TAYLOR

UN SOGNO AD OCCHI APERTI
da "Misteri del Corpo e della Mente" (1998)

Ho sognato ad occhi aperti che stavo in piedi di fianco a un'insegnante che avevo temuto tanto tempo prima. Voltai la testa a destra. La Signorina Hamilton stava lì silenziosa, senza muoversi, con le braccia lungo i fianchi. Indossava, come c'era da aspettarselo, un vestito scolorito tipo sacco con su una miriade di fiorellini. I capelli erano tagliati cortissimi, da ragazzo.
La guardai per un bel po'. Adesso appariva innocua, persino vulnerabile, e in più (presto compresi) era fatta di cera.
"E' la volta buona", pensai.

Non ero più in piedi, ma stavo alzandomi dal mio posto in classe. Ero invisibile. Con i libri sotto il braccio avevo deciso di uscire dall'aula in punta di piedi. I miei compagni scoppiarono in un riso irrefrenabile quando i miei due libri iniziarono a fluttuare davanti ai loro occhi.
"Cosa dovrei fare adesso ?", volevo chiedere a Rex, il mio migliore amico quell'anno, che aveva un talento per farci ridere. "Cosa dovrei fare per un bis ?".

Con questa domanda il mio sogno ad occhi aperti svanì, lasciandomi col disappunto di aver fallito, come al solito, ad essere un leader, fallito (letteralmente) ad essere all'altezza della situazione. Il vento faceva scricchiolare le persiane di legno, il sole splendeva sull'edificio accanto. Mi chiedevo (di nuovo sognando ad occhi aperti) se la Signorina Hamilton avesse intenzione di punirmi per tutte le buffonate che avevo fatto mentre ero invisibile.
Ma quali buffonate ? Non avevo fatto praticamente nulla tranne starmene lì, immobile, reggendo i libri. Erano stati i miei compagni che avevano riso istericamente, facendo intervenire la Signorina Thorme, la preside, dal suo ufficio. Ero davvero colpevole ? Se lo ero, non lo era altrettanto anche la signorina Hamilton ? Era per causa sua che avevo voluto sgusciare fuori dall'aula: non visto, non udito. Era per colpa sua che ero diventato invisibile. Avevo desiderato di meritare un bis, questo è vero, ma avevo solo pensato di chiedere a Rex un consiglio su come fare a ottenerlo. I libri che avevo preso dal mio banco erano miei.

Non sembrava derivare alcuna conclusione da questi pensieri, e in un momento iniziai a sentirmi dispiaciuto: non per la Signorina Hamilton, ma piuttosto perché i nostri rispettivi cammini sulla terra si erano incrociati. Sarebbe stato meglio, molto meglio, non ci fossimo mai incontrati. Immaginai come avrebbe potuto essere il mondo, se fossi nato in Birmania. Per quanto concerne la Signorina Hamilton e me, sarebbe stato un mondo molto migliore.
L'idea di essere nato e cresciuto in Birmania mi fece pensare ai templi, che mi fecero pensare al fuoco. All'improvviso (ancora sognando ad occhi aperti) tenevo in mano una candela e non c'era altro che la notte intorno a noi: io e l'enorme statua di cera della Signorina Hamilton.



UN SOGNO
da "La Presenza delle Cose Passate" (1992)

Mi trovavo nel mio vecchio liceo di Des Moines. Camminavo giù per il lungo corridoio che portava alla Scuola Media Meredith. Alla fine del corridoio mi imbattei in una stazione del Métro, una di quelle entrate antiquate in stile Art Nouveau, e scesi per le scale. C'era poca gente in giro. Sulla banchina, aspettando la metropolitana, toccai qualcosa e un pezzo di cicles mi si attaccò a un dito. Cercai di grattarlo via sul fianco di un portarifiuti; mentre torcevo e ruotavo il dito guardai in su: Billy Bowers mi stava osservando.
"Billy !" dissi. "Quanto tempo è passato !"
Billy pronunciò il mio nome con un tono di voce che fece sembrare il nostro incontro naturale e atteso.
Lui sembrava aver acquistato fiducia in se stesso.
Parlò di sua sorella che stava per risposarsi con un uomo più vecchio, anche lui divorziato e con tre figli. Lei faceva la veterinaria.
Lo guardai parlare. Solo la pelle era invecchiata, fragile, traslucida come pergamena. Portava i capelli biondi da un lato, e vestiva ancora in blue jeans, con una maglietta bianca che faceva sembrare più scarne le sue braccia. Adesso si radeva: puntini scuri di peli rasati gli coprivano guance e mento. Gli chiesi:
"Billy, vivi ancora coi tuoi genitori ?"
(Si scherzava spesso sul fatto che dopo essersi diplomato al liceo Billy Bowers viveva a casa, né lavorando e né andando al college.)
A quel punto Billy scomparve, ma la sua presenza indugiava, come un'emozione, invisibile. Pensai:
"Dopo tutti questi anni ho di nuovo ferito i sentimenti di Billy Bowers."
L'autobus si fermò all'angolo della 48esima con Urbandale Avenue.
Scesi, m'incamminai sulla collina e mi svegliai.

(Traduzioni dall'inglese di Marco Morello)

 

 

Elias Papadimitrakopoulos

LA GRANATA

da "Bagni caldi di mare" (1980)
dalla traduzione in inglese di John Taylor (1992)

Quando mi accusano di essere un effeminato o un pusillanime (mi hanno anche detto "cacca-di-gallina" in faccia) spesso resto indifferente, sorridendo sotto i baffi in segreto tra me e me.
Il che fa sapere, penso, e riportare alla mente a quell'altro tizio risoluzioni segrete, congetture, atti o, fosse stato così, tentativi di atti. In cuor mio, comunque, mi sento solo e amareggiato; il tempo è passato; è finita da tanto la mia stagione eroica. Perciò invidio quei bei giovani, come si vedono nei film odierni, che riescono ad approfondire difficili opere filosofiche (o almeno trattati rivoluzionari) e a parlarne senza il benché minimo sforzo, di solito dissentendo rumorosamente oppure decollando per sentieri ideologici sottilmente divergenti. E penso a quanto soffrivamo noi, penetrando cinque o sei classici insignificanti, e in traduzioni sciagurate, per giunta!

I giochi e le letture di libri per bambini, come anche gli sport, quegli ornamenti della vita, sono caratterizzati specialmente da questa dimensione manifestamente eroica. Recentemente, mentre facevamo un'escursione ai piedi di una montagna vicina, Yioryis ed io ci imbattemmo in una vecchia e arrugginita cassa di mine italiana abbandonata. Ci ricordò immediatamente della zona in cui vivevamo dopo l'Occupazione: che paese dei balocchi era diventato ! I residuati che trovavamo là, le munizioni che trascinavamo via dagli edifici, dai campi e dalle trincee ! Le mine innescate le cullavamo tra le braccia come ortaggi quando toglievamo la dinamite da dentro. Qualche bambino fu ucciso, ma molti se la cavarono con ferite leggere: qui un Thanassis perse un occhio, là un Prodromos una mano. Io ero stato l'unico alla fine che aveva osato disinnescare la granata, che a casa fu trasformata in uno splendido vaso di piume di struzzo. Decorava da solo la sommità di uno speciale trespolo in salotto. Alle feste mia madre la lucidava con orgoglio e io stesso mi sentivo pieno di me tutte le volte che pensavo agli altri bambini che si erano accucciati terrorizzati a una certa distanza, mentre io picchiettavo delicatamente e sapientemente l'involucro del proiettile fino ad allentarlo, per poi tirar fuori l'esplosivo.

Ma ero destinato a non rallegrarmi a lungo per l'unico atto eroico della mia vita. Un piovoso giorno d'autunno ero nella nostra casa, malato di febbre tifoide. Quella sera un attacco di diarrea mi colpì così terribilmente che non me la sentii di avventurarmi nella tempesta fino al gabinetto esterno. Nel panico l'occhio mi cadde sulla granata. La raggiunsi di corsa, vi defecai dentro, la raccolsi, aprii la finestra e la gettai fuori nel giardino: la pioggia, pensai, l'avrebbe sciacquata un po'; in ogni caso me ne sarei occupato più tardi. Caddi in un sonno pieno di incubi. La mattina dopo c'era il sole, ma io scottavo di febbre. Rimasi a letto per un lungo periodo, in effetti per i quaranta giorni prescritti dal dottore. La prima mattina in piedi mangiai una crema piuttosto acquosa. Poi uscii in giardino per vedere i fiori e, naturalmente, per recuperare la granata, la cui scomparsa aveva causato nel frattempo un bel finimondo in casa. La cercai dappertutto, invano. Chissà chi era passato e l'aveva fregata?

Da allora, ogni volta che entro in un ufficio pubblico, dove per caso qualcuno di rango e importanza usa una tale granata coma vaso o trofeo, immediatamente sospetto che sia la mia. Dopo averla esaminata attentamente e non senza, vorrei aggiungere, qualche provocazione, scaltramente sottopongo il suo proprietario a diverse domande trabocchetto, miranti a rivelare la sua vera origine. Ma ricevo sempre risposte molto vaghe e generiche, e il mio dispiacere e la mia nostalgia per la granata persa tuttora rimangono.

(Traduzione dall'inglese di Marco Morello)

 

 

NICOLETTA MINOLA

Ettore e Olivia

Le luci della sera si sparpagliano sull’acqua, il battello accosta, la giornata lavorativa è finita. Ettore lancia la cima d’ormeggio, almeno stavolta l’ha azzeccata. La biondina in divisa della Navigazione Laghi fa scivolare la passerella con qualche scossone.
"Nadia, ci verresti alla festa?"

Ettore si è preparato la domanda mille volte, provandola davanti allo specchio, col berretto della divisa, senza berretto, con il piglio del viveur e con il sorriso ampio del ragazzino in vacanza. Niente da fare, quando finalmente può scendere, la domanda non va né su né giù.
"E’ Halloween, io vado alla disco con gli amici, tu Ettore che cosa fai?"

Ettore farfuglia qualcosa, la biondina dei suoi sogni gli volta le spalle con uno squillante ciao, ci vediamo. Improvvisamente la sera sembra aver barattato le stelle per nebbia e freddo. Ma figuriamoci, proprio con me dovrebbe uscire, con tutti gli amici che ha. Ettore lascia l’imbarcadero in compagnia della sua rassegnazione. A casa lo aspettano i genitori, la polenta bollente. I fratelli se ne sono andati da tempo. Beh, mica tanto lontani, la sorella abita al piano di sopra, si sentono sempre gli strilli dei bambini. Solo lui non riesce a schiodarsi, mai una ragazza da portare al McDonald's o a ballare. Figuriamoci poi una ragazza da portare a casa, da far sedere davanti al piatto di polenta, sotto gli occhi inquisitori della madre e lo sguardo compiaciuto del padre.
La piazza è deserta, solo due occhi gialli lo fissano immobili e saggi, un gatto, un gatto nero dai riflessi rosso-bluastri.
"Nemmeno tu verresti con me, scommetto!"

Accidenti, una stringa della scarpa si è slacciata, Ettore si china per riallacciarla con una doppia gassa perfetta. Quando si rialza il gatto nero è sparito. Al suo posto se ne sta seduta una ragazza. Capelli lunghi nerissimi, vestito lungo nero, occhi dorati e aria preoccupata.
"Le corse dei battelli sono finite?"
"Sì, la mia era l’ultima."
Un sussulto di orgoglio gli fa aggiungere:
"Sai, io ci lavoro, sono imbarcato proprio su quel battello. Io mi chiamo Ettore, e tu?"
"Olivia. Ma io adesso come faccio?"
"Come fai a fare che cosa? Dove devi andare?"
"Ai castelli laggiù"
"A Cannero vuoi dire? Ma non ci abita nessuno! Poi a quest’ora non ci sono più mezzi, nemmeno l’autobus."
"C'è una festa, mi aspettano. E per la Rocca?"
"Anche lì niente da fare!"
"Ti prego, fai qualcosa, io devo andarci stasera, è importantissimo. Ma non hai nemmeno un motorino?"
Ettore si ricorda del motoscafo dello zio, di giorno porta i turisti alle isole, alla sera non gli serve proprio.
"Aspetta un momento."

A Ettore sono spuntate le ali ai piedi, corre dallo zio, non servono troppe spiegazioni, è una sera di festa, finalmente Ettore ha una ragazza da portare da qualche parte.
Il motoscafo vola, le luci si allontanano, la scia bianca si fonde poco a poco con l’acqua scura e ferma. La fantasia di Ettore lotta con i limiti della realtà, sta finalmente cercando di volare come il motoscafo, verso le promesse della sera.
"Ecco i castelli, siamo arrivati."

Accosta al molo cercando disperatamente di ricordare tutte le istruzioni, i vecchi pneumatici che ammortizzano attracchi troppo disinvolti fanno il loro dovere. Solo uno scossone. Ettore lascia il timone, si gira verso la passeggera. Di sicuro, adesso lo bacerà per riconoscenza, se non fosse stato per lui come avrebbe fatto a raggiungere i castelli a quell’ora? E poi la festa, il ritorno sul lago di notte …

Ma a bordo c’è solo un gatto nero, occhi gialli che lo fissano calmi, senza curiosità.
E’ la notte di Halloween.

 

* * *

Benito

Da più di trent’anni la giornata di Benito comincia al porto, con l’arrivo del traghetto. Se ne sta fermo sul molo, un punto interrogativo stagliato contro il cielo. Poi, ancora più curvo per la delusione, si avvia verso il suo negozietto, verso il profumo di origano, il bagliore delle bottiglie e il verde dei capperi. Si siede ed inizia l’ennesima lettera di protesta. Contro le poste, alle quali affida malvolentieri pomodori essiccati al sole, passito color miele, acciughe e bottarga, odori di terra e di mare. Contro il governo. Già, contro tutti i governi che hanno imposto regole su regole alla sua timida ed educata anarchia, a dispetto del nome impostogli nel lontano ventennio.

Un giorno, tanto tempo fa, il traghetto aveva sbarcato sull’isola Lynn, zaino in spalla e nemmeno una parola di italiano. Ma le parole non dette hanno il fascino di uno sguardo avvolgente. Poi un’altra estate, e un’altra ancora. Il ritorno della moglie dai genitori, l’allontanamento dai figli e dal lavoro nei vigneti dei suoceri.

Benito apre un negozietto, organizza una rete di fornitori, i clienti non mancano. Si mette a studiare l’inglese. E sogna l’Australia, una democrazia illuminata, figlia della tradizione inglese, contagiata dalla libertà americana, questa per lo meno è l’idea che si è fatta Benito di questo continente lontano. L'ultima estate con Lynn si appanna, lo scirocco e il libeccio lasciano spazio al maestrale, un traghetto la porta via insieme ai sogni. "Se non torni ti raggiungo". Tutto un inverno a progettare, ma il biglietto costa un patrimonio, sia per nave che con l’aereo. Anno dopo anno, lettera dopo lettera, lira su lira. Ma le lettere di Lynn cominciano a perdersi nell’oceano, la nebbia comincia a velare l’Australia e i ricordi felici. Rimane l’abitudine, Benito continua ad incontrare il traghetto in ogni stagione, prima di avviarsi al negozio. Il punto interrogativo è sempre più curvo, i capelli più bianchi, lo sguardo velato dalla tristezza e dalla cataratta. Alla cataratta c’è rimedio, per la tristezza il discorso è diverso. I turisti continuano ad affollare il negozietto di domande stupide e scelte assurde. Vende controvoglia i capperi di grosso calibro, comprati solo per stupire e non per condire, trasformando un hamburger banale in un piatto di alta cucina.

Forse cederà il negozio, è tempo di riposare. Ma Benito sa che i ricordi, per quanto lontani, lo perseguiteranno ogni giorno, dall’arrivo del traghetto alla solitudine della sera. Si può provare nostalgia per un continente mai conosciuto? Rimane di sicuro il rimpianto per una scelta mancata, per un amore spento dalla lontananza e dal troppo vento. Il rimpianto di non avere avuto il coraggio di aprire una porta nuova su un mondo sconosciuto.

Ma la vita non ha regole. E’ mattino, il punto interrogativo sempre più curvo si staglia sulla banchina. Sul ponte i turisti hanno fretta di scendere, di visitare l’isola così scura sul mare tanto azzurro. E gli occhi appannati del punto interrogativo incontrano altri occhi, si fermano stupiti su un viso familiare, un po’ velato dai troppi anni passati ad aspettare.

E come in una telenovela arriva il lieto fine, la vita di Benito, che si stava chiudendo su di una solitudine non voluta, si riempie di progetti da condividere. Il vento è girato, il maestrale ha lasciato l’isola, lo scirocco sta tornando.

 

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