Il Ricettacolo letterario



Spazio riservato alle scritture degli amici
de

" IL GIORNALACCIO "

 

 

Pagina 5
(2007
- 2008)


  1
2
Vai alle pagine 3
  4
  6

 

Rino Sanna
Perchè Narciso nella città dell'autoritratto

 

 





Perchè Narciso nella città dell'autoritratto

"La critica è veramente critica solo se diventa storia, e la storia letteraria è impossibile se, pur mantenendo la piena consapevolezza della relativa autonomia del suo oggetto, non affonda di continuo le radici nel terreno della storia civile e culturale della società; se non è insomma, pur nel quadro di una sua prospettiva specifica e senza ridursi mai ad uno schema di astratta causalità sociologica, storia in senso totale."
Così scriveva Natalino Sapegno a proposito della Storia della letteratura italiana di Francesco De Sanctis.

Poco dopo le 7 del mattino di domenica 20 giugno, risalendo per Via Toledo, leggevo la targa della via Francesco De Sanctis.
Mi sembrava già solo quello molto più di una proposta.
"Vedi Napoli e poi muori" mi suggeriva Enrico Caria, raccontando il "rinascimento alla Bassolino" dell'ultima camorra, quella legalizzata dall'ultimo stato che impone l'ultima servitù sulla vita e la morte del presepe vivente.
E allora, camminando, comincio a sentire il "frastuono degli innamorati", quello che ti riempie i timpani senza rumore.
Cresce l'ovatta incolore nella tua testa, la saliva comincia a mancare e ti si impasta la bocca.
Cammini un pò in salita, fa caldo, c'è poca gente. A sinistra della via Toledo si aprono i vicoli dei Quartieri Spagnoli. La planimetria appesa e ormai sfregiata disegna sul muro 34 Edifici Religiosi, 19 "civili"... I conquistatori spagnoli barricati nei palazzi di spade, vogliono ai loro piedi il reticolo dei vicoli pezzenti, pieni di militi, donne e servitori di corte.
Cammini e il frastuono degli innamorati cresce sempre più acuto, insieme alla percezione che ti separi sempre un pò di meno dal reale e dall'immaginario che ti circonda.
Ti immergi e ricordi che soltanto ieri, durante la marcia del pomeriggio - seguita alla Napoli-Acerra della mattina - da Piazza Garibaldi a piazza Dante Alighieri, il tuo narciso non c'era.
Oggi ti accompagna e ti confonde, perchè ti ami di più. Per non morire. A Napoli.
E a Napoli non muori solo se riesci a dipingere il tuo autoritratto: se capisci che tu sei la città.
Solo se ti innamori e diventi tu la città, solo se ti riconosci, ti innamori per non rifiutarti.
Autoritratto urbano. Autoritratto del rifiuto. Autoritratto del riconoscimento.
Abbiamo bisogno di raccontarci, per non morire mentre ci stiamo incontrando e confondendo dentro di noi, dentro la città nostra.
Mi viene in mente un titolo,"
Narciso infranto - L'autoritratto moderno da Goya a Warhol - un libro di A. Boatto - Editori Laterza
"
Autoritratto della città che ha il profumo dell'ego e l'inadeguatezza del superego, il profumo del mio narciso.
Ora stai passando nel silenzio della città interiore.
Oriente, Grande Oriente, 34 edifici religiosi, 19 civili... Denaro , camorra. Il presepe.
Il kitch dell'immagine è reale, gli edifici ti passano a fianco in una stratificazione impossibile, che solo la distorsione riesce a ordinare.
Amagraficamente fortunato sei nato quel giorno e quell'altro giorno morirai.
Quì vicino a te, sotto di te, la storia ha già inghiottito tanti presepe nella morte violenta, senza nome e senza connotati.
Tu spettatore, incapace di essere attore, incapace di impadronirti della tua vita.
Ti specchi in una pozzanghera come il ragazzo del quadro di Caravaggio.
Eppure, lì fuori, nel disordine incomponibile e non razionalizzabile della storia e della strada, c'è anche la tua presenza.
E se la cerchi , la trovi purchè tu distorca l'immagine fino a comprenderti, per poi ricomporla, deforme e contorta.
Ancora e come sempre, come all'improvviso e per la prima volta, capisco che amo Picasso.
Altrimenti chi avrebbe potuto mai liberare l'ansia esplosa e incontenibile di Francis Bacon ?
La sublimazione tra sopravvivenza e rifiuto sarebbe stata impossibile.
E tu, cercando Prometeo, non ti saresti riconosciuto.
Non ti saresti mai ricompreso, se non contorcendo l'immagine del reale che ti circonda.
Saresti stato altro e diverso e ti saresti amato di meno.
Devi innamorarti di quel narciso e di Eco, la sua ninfa.
Adesso puoi materializzare la tua responsabilità di appartenere alla storia.
Alla storia del quotidiano, come quei palazzi di un'architettura quasi priva delle due dimensioni dello spazio e del tempo.
Se vuoi vivere devi riconoscere di essere tu stesso Napoli.
E se ti allontani la devi portare con te, la città tua, la tua città.
O rimanere.

Rino Sanna
Luglio 2008

 

 

Ivano Mugnaini
LA FERITOIA

 

 


LA FERITOIA

Oggi la gente è più pazza del solito. Sotto questo cielo grigio velato di piombo ogni macchina che incrocio è un proiettile scagliato contro il vetro, contro il petto. Percorro la strada che mi porta al paese dove sono stato assunto come impiegato comunale, archivista per la precisione. Sposto volumi ogni tanto da uno scaffale all'altro ed annoto, ancora su enormi fogli di carta, nascite e morti. Ho ben poco da fare. Non accade niente, da settimane. Proseguo, lento, la strada in salita. Schivo volta per volta macchine e sguardi ad ogni curva, ogni strettoia. Schivo, sudo, impreco e vado avanti.
Improvvisamente lo vedo. Rassicurante e terrificante, normalissimo, micidiale. Seduto immobile nello spicchio di sole di questo novembre livido, Emilio scruta il traffico come un monumento. Senza riso né disgusto regola il tempo, lo blocca, lo cristallizza. Rarissime macchine gli scorrono a fianco e pensano di correre. Ma nulla cambia. E' tutto fermo, statico. Come lui, a causa di lui. Se si muovesse, forse, se si spostasse appena, magari cambierebbe tutto.
A volte, lo confesso, ho sognato di eliminarlo, di essere io il più pazzo dei pazzi. Fingere di perdere il controllo della macchina e colpirlo in pieno. Per vedere se sa urlare, ridere, piangere, per vedere se ha sangue, rosso, nelle vene. Ma forse ha ragione lui; il posto unico sulla panchina al sole è ambitissimo, ha diritto di erigere giorno dopo giorno un busto a se stesso per la gioia e l'orgoglio di averlo conquistato. Ha il diritto di credere di essere Alessandro Magno, Napoleone, Tamerlano. Di crederlo o di esserlo veramente. Che differenza fa?
Già, ma oggi il cielo inocula davvero liquido gelido nelle vene. Mi fermo. Mi fermo e penso, o meglio smetto di pensare, mi avvicino a lui e gli sorrido. Riesco a parlargli oggi, ne trovo la forza, la ragione. Gli chiedo se è vivo o morto, deformazione professionale con ogni probabilità. No, molto più semplicemente gli chiedo perché rimane lì immobile per ore ogni maledetto giorno, cosa pensa, cosa fa.
"Non sono io che penso, è la Morte che pensa a me. Vive e mi fa vivere di un amore inappagato".
Parole ripescate dagli abissi degli occhi che mi si spalancano davanti, dal fluido torbido dei suoi anni. Lo guardo con una smorfia sospesa tra gelo e sarcasmo. Vorrei andarmene via all'istante, ma ora che non voglio, ora che non vorrei, mi scruta, ghigna a sua volta, e mi parla. Mi racconta una storia, la sua.
"Tu sei arrivato qui da poco, amico mio, ma devi sapere che questo scialbo paese un tempo era pieno di sole e di voci, accogliente come il seno di una ragazza e vivo come gli occhi, il canto, il riso di lei.
C'erano gerani rossi d'estate su ogni terrazzo, legna nei camini, fuoco e vino caldo nelle sere d'inverno. C'erano sguardi, parole e incontri di amici e amanti lungo il corso, quello con le pietre antiche, il selciato sfiorato da centinaia di piedi, tanto liscio e robusto da sembrare vivo, allora, persino lui. Sudava, respirava, stillava lacrime e perle di bocche spalancate in un grido o in un bacio. Ascoltava il respiro della gente, le storie, le passioni, le lasciava traspirare dalla pelle porosa degli anni.
Io passavo rapido per le strade, attraverso i vicoli e le stradine. Passavo ed osservavo con occhi fermi, ignari di sorrisi. Con occhi da straniero. Sì, a te posso dirlo. A te che vieni da fuori, che sei estraneo, anche tu, a questo luogo, al suo mistero e alla sua realtà. Avevo occhi da straniero, lo ammetto. Nato e cresciuto in questa valle, in mezzo alle facce, ai gesti e alle parole di questa terra, sentivo un altro battito, cercavo un luogo, un tempo lontano. Giravo per le vie come un criceto nella gabbia e sognavo una meta, un altrove, uno spazio diverso, fuori e dentro di me. Ero e sono uno straniero. Non me ne vanto e non me ne lamento, in ogni caso. E' il mio destino, la mia realtà, la donna aspra e fedele che mi è toccata in sorte.
Il tempo trascorreva lento e furtivo, identico a se stesso. I vecchi uguali ai figli e ai nipoti, stessi occhi, stesse gambe spalancate sul muro davanti al bar, stesse urla che echeggiavano sorde nella vallata, laggiù, verso la pianura, verso il verde dei prati e l'azzurro del mare dove si perdevano gli sguardi, il filo dei discorsi, le labbra sospese in una speranza annegata in un grappino. Correvano gli anni in fila ordinata come formiche nere, come soldati muti armati di moschetto. Correvano, ma non abbastanza da poter scappare, estate dopo estate, all'invasione dei turisti. Tedeschi, inglesi, romani, milanesi, negli alberghi e nelle pensioni, nelle case e nelle tende, a portare nuova vita alla vita, la gonna di una ragazzona di Amburgo a cui tutti cercavano di parlare la lingua dell'amore, di un amore stagionale, dissolto dalle piogge. Io guardavo e sorridevo, più rapido del tempo, ma uguale, anch'io, a me stesso. Lieto della vita estranea che mi si affannava accanto e in cui mi specchiavo tenace e distratto nella gioia malinconica di vedermi diverso.
Un giorno come tanti, in un mattino d'autunno, la vidi. La notai, nitida, netta. Il filo di nebbia che avvolgeva la valle si dissolse presto al calore del sole ed apparve, comica, terrificante. Nel muro di pietra che costeggia la strada principale del paese c'era una crepa, una feritoia. Nel muro che regge la piazza, le case, i terrazzi, i balconi, c'era un varco, uno spazio vuoto. Una fessura minuscola in fondo, ma non così minuscola da non lasciare intravedere, al di là, l'aria rarefatta dello strapiombo. Non così minuscola da non consentire a chi ha occhi attenti di vedere la calce stanca, fragile, desiderosa di tornare polvere per adagiarsi al suolo.
Il giorno successivo la feritoia si era ingrandita, altre pietre erano cadute, dissolte, sfarinate. Nell'argilla e nel granito che reggono il paese si era aperto un tetro accenno di sorriso. Ogni giorno un po' più ampio, ogni volta più raggelante.
Provai in più occasioni a segnalarlo, ad indicarlo ai miei compaesani. Vinsi la ritrosia, la mia fame di silenzio, e parlai, gridai forte indicando le mura che si sfaldavano. Nessuno sembrava ascoltare, nessuno vedeva né capiva. Un breve cenno con il capo, poi ognuno tornava beato alle proprie occupazioni, i vecchi nei bar e nei campi, i giovani sui motorini e i tedeschi a ridere e urlare davanti ad enormi grigliate di salsicce.
Ogni mattina le aperture lungo il muro erano più vaste. Anche le facciate delle case iniziavano a sgretolarsi. Il mosaico perdeva una ad una le tessere. Lento ma inesorabile il vuoto si espandeva, puntiforme dapprima, come una subdola malattia cutanea, un parassita che divora cellula dopo cellula e lascia strie e cicatrici, macchie biancastre prive di linfa vitale.
Loro continuavano a non vedere. Non dicevano né facevano niente. Neppure quando, una dopo l'altra, saltarono le tubazioni, l'acqua, il gas, il metano. Le condutture si squarciavano in più punti, schizzavano e sibilavano. Le riparazioni tenevano per un tempo comicamente breve, poche ore dopo si frantumavano anch'esse. Il paese ingurgitava se stesso. Si divorava a poco a poco come un enorme serpente affamato che si inghiotte la coda e risale squama dopo squama al corpo, alla testa, alla sua stessa bocca. Si annichiliva il paese, la terra assorbiva la terra e la pietra triturava la pietra.
Avrei potuto sentirmi bene. Avrei dovuto, forse. Avrei avuto l'occasione di sedermi comodo a guardare lo spettacolo in qualche punto panoramico e morire lento nel sorriso di chi osserva l'annientamento di ciò che gli è estraneo. Avrei potuto nutrirmi della polvere e del sangue della parte avversa. Il dissolversi del mondo altro avrebbe dato consistenza al mio, alle mie braccia, ai piedi, ai sogni, ai pensieri. Avrei potuto, ma sarebbe stato privilegio vano.
Corsi da lei. Sapevo cosa faceva e dove abitava, la conoscevo bene. Sapevo che solo lei avrebbe potuto arrestare il processo di dissolvimento, solo lei, capace di sfidare il tempo, di incantarlo, di renderlo schiavo. Lei, vecchia e bambina, zuccherosa nel riso d'assenzio, nella lingua che si insinua nelle voragini brune della bocca.
Mi riconobbe all'istante. Le labbra rimasero immobili ma gli occhi si accesero di luce intensa d'odio subito rincorsa dall'ombra di un amore ancora in grado di eclissarla. Eravamo stati insieme un tempo, anni addietro, prima di renderci conto di essere troppo diversi, o troppo uguali, prima di correre via ognuno verso il suo amore più vero e profondo, la solitudine. La mia, una camminata muta tra strade affollate, e la sua, coltivata palmo a palmo in un eremo distante, nell'angolo più desolato della collina, in una stanza buia zeppa di libri e ragni, gioielli di bigiotteria e scatole di cibi precotti, cani e gatti sulle sedie e nel cortile e una finestra eternamente sbarrata sul lato della casa esposto al sole.
Mi lasciò entrare, non servirono molte frasi. Sapeva tutto, o forse lo aveva intuito fissandomi negli occhi. Sapeva anche lei, persino troppo bene, del disfacimento progressivo, la lenta agonia della vallata. Mi guardò a lungo, senza ansia, senza la rabbia vorace di troppe ragioni e troppi silenzi. Si sedette su una poltrona e mi invitò con un ampio cenno a porgerle un cuscino. Dal suo viso emanava un calore che avvolgeva e repelleva, un biancore di corsia d'ospedale, caldo e malsano, capace di assorbire le forze e prosciugare il midollo: le spalle, il seno, la faccia, il profumo di lei, melassa densa, fermentata. La sfiorai, quasi per caso, per gustarne l'opprimente inconsistenza, per verificare con tetro sarcasmo la sua realtà, il tepore del corpo, il battito, il respiro. Mi invitò a sederle accanto, a contatto con i suoi vestiti, i capelli, i fianchi. La baciai. Lo so, può sembrare assurdo, incredibile. La baciai con lo stesso gusto con cui a volte ci si ferisce, si ingoia un cibo rivoltante, ci si getta nella pioggia gelida e nel fango, si respira l'odore di un fiore putrescente.
La abbracciai, la strinsi a me, la cullai nella morsa di un amplesso. Sentii l'odio, la passione, la spina dorsale, lo stomaco, il cervello, l'essenza vitale del corpo esplodere in lei.
Sorrise. Quasi bella, quasi viva. La donna che avrei voluto, per un istante. Sorrise quieta, appagata. Non disse niente, neppure allora. Mi prese per mano e mi fece sentire la carezza delle unghie lunghissime, diafane. Mi condusse alla finestra sbarrata, lo schermo di legno e ferro, la barriera eterna ai raggi del sole. Mi fissò negli occhi, in uno sguardo rubato, breve, infinito, inseguito una vita intera ed ora suo, per sempre. Suo soltanto, nel tempo e contro il tempo. Senza via di fuga, eternamente suo.
Mi scrutò, rise forte poi si fece seria, solenne. Pose la mano sulla finestra con gesto calmo e preciso, la aprì e mi invitò a guardare. Cercai istintivamente l'orizzonte, il mare, lo spazio libero. Capii solo dopo di avere sbagliato prospettiva. Sotto di noi il paese era illuminato dalle ultime luci del tramonto. Un chiarore tenue che consentiva tuttavia di distinguere ancora gli alberi, le vie, gli edifici. Guardai meglio ed un sorriso strano, simile a quello delle labbra brune che avevo di fronte, mi si aprì sulla faccia. Si era ricompattato il paese, era tornato solido, integro. Le mura erano di nuovo salde, l'argilla, la calce e la pietra si stringevano in un abbraccio possente.
Guardai bene, mi godetti a lungo il senso ristabilito di pienezza, la completezza della visione. Mi voltai verso la donna della mia gioventù e provai un istante di attrazione, un affetto agro ma intenso. Mi avvicinai a lei per abbracciarla, per avvolgerla nel calore della gratitudine. Mi fermò le braccia con le dita distese, con le unghie appuntite disposte a cuneo, a testuggine come una legione romana. Mi fermò le braccia con le mani e con un riso glaciale. La riconobbi, la vidi di nuovo. Ritrovai le coordinate, le forme, gli odori, la presenza più vera di lei. Ritrovai lei e me stesso nell'attimo esatto in cui il suo indice mi indicò un punto preciso in mezzo alla radura. Laggiù, poche decine di metri sotto alla sua casa, si scorgeva uno spazio vuoto, un rettangolo di terra nuda che interrompeva il verde uniforme del prato. Un rettangolo grande abbastanza per contenere il corpo disteso di un uomo. Una tomba aperta, spalancata come una bocca avida di carne. Ebbi l'impressione che l'argilla che era servita per ricompattare le voragini del paese fosse stata ricavata da lì, da quella fossa minuscola ma priva di fondo, da quel solco che attingeva alle viscere della terra.
La guardai ancora, la donna della mia eterna pazzia, il dolore senza tempo. Distesi le braccia. Per afferrarle, con tutta la forza che avevo in corpo, il collo raggrinzito stavolta. Sorrise di nuovo, serena, inattaccabile, e pronunciò le sue prime parole.
'Hai messo in gioco te stesso - mi disse - e le regole del gioco le stabilisco io. Hai dato tutto ciò che hai per salvare qualcosa che ti era estraneo. Ora sei diventato ciò a cui hai voluto ridare vita. Sei pietra e carne, forme ed esistenze a te aliene. Non c'è spazio per due esistenze parallele, lo sai. Il paese è tornato integro ma non ancora vivo. Ci sono le mura, le case, le strade, ma non ancora la vita. La vita vera, intendo. C'è solo l'ombra della vita, o il riflesso baluginante della morte, se preferisci. Non chiedermi perché, non saprei risponderti, così come non so dirti perché ti amo ancora e perché ho atteso per anni il momento per poterti distruggere. Non chiedermi perché, so soltanto che la vita, l'armonia, la gioia, sono preziose, costano care.
Quella fossa spalancata che vedi laggiù anela a ricongiungersi a te. Anela, si consuma nell'attesa proprio come ho fatto io per decenni. Solo che a me è stato concesso di averti per una sera, a lei per sempre. La invidio, è un privilegio raro. La invidio ma non posso oppormi, appartieni a lei ormai, sei suo. Suo, come suo è il paese. Quando avrà te deciderà di concedere la vita a coloro che lo abitano. Tocca a te, amore mio. Tu, lo straniero di sempre, l'eterno forestiero, hai in mano il destino di tutti quelli che hai odiato, schivato e fuggito per anni. E' stato bello per me ritrovarti, ma ora va da lei. Ti attende laggiù, aperta in un interminabile abbraccio. Quando sarai suo, quando deciderai di stringerla a te, la morte apparente del paese avrà fine.'
Adesso sai tutto, amico mio. La storia che ho voluto raccontarti è tutta qui. La Morte, te lo confermo, mi ama con passione sconfinata e non corrisposta. Vive e mi fa vivere di un amore inappagato. Non ho mai trovato il coraggio di unirmi in amplesso con la terra gelida che mi attende ai margini della radura. Giorno dopo giorno aspetto qui, su questa panchina, la volontà, la forza. Non ci riesco, non ne sono capace. Sono straniero anche a me stesso ormai, o forse non lo sono a sufficienza, non ancora, non abbastanza.
Ti chiedo perdono per averti raccontato questa vicenda. Tu non sei nato in questa vallata, sei qui per un periodo limitato di tempo, per la durata del tuo contratto con il Comune. Puoi farcela forse, puoi uscirne. Te lo auguro di cuore, amico. Io avevo bisogno di parlare a qualcuno della mia storia. Riviverla con te mi ha dato un po' di energia, ho sentito di nuovo per qualche istante il calore del sangue nelle vene. Scusami ragazzo, e, se puoi, dimenticami in fretta, dimentica queste colline, questo paese, questo silenzio che nasce dalle fessure, dalle fontane gelate, dai solchi dei campi e delle fosse".
Nell'istante in cui l'uomo smette di parlare gli sono già di spalle. Una ben misera scortesia se confrontata con lo spreco di tempo ed il fastidio subdolo che mi ha inflitto raccontandomi la sua strampalata odissea. Vorrei dirgli ciò che si merita e mandarlo davvero a qualche diavolo, uomo o donna che fosse. Preferisco allontanarmi in fretta però. Gli nego gli occhi e la faccia e mi allontano in silenzio, a passi rapidi, sdegnati.
Risalgo in macchina e metto in moto. Decido di lanciargli un'ultima occhiata, così, per archiviarlo definitivamente su qualche scaffale di poco conto della memoria. Lo cerco con lo sguardo e lo intercetto nell'attimo in cui, incredibilmente, si alza dalla panchina con espressione compiaciuta e se ne va. Si dirige a passi lievi verso il fondo della strada. Ha la faccia e l'atteggiamento di chi si prepara a camminare a lungo senza sosta.
Metabolizzo dopo qualche minuto anche questa stranezza. Il vecchio si conferma bizzarro oltre ogni misura, non c'è niente di nuovo né di sorprendente in tutto questo. Riprendo con sollievo il viale che conduce fuori dal paese, verso la strada statale e la pianura, verso la civiltà. Costeggiando il muro che sostiene le case, la piazza e il municipio, mi cade l'occhio su un dettaglio. Uno spazio vuoto, una fessura. Poco più avanti un'altra ed altre ancora, una fioritura di tagli e ferite nella calce e nella pietra. Vorrei riderne. Vorrei poter sghignazzare di gusto, schiacciare a fondo l'acceleratore e correre verso la città. Vorrei, ma non ne ho la forza. Mi sento svuotato, abbattuto, roso all'interno da denti acuminati che sfilacciano, rosicchiano, divorano. Mi sento stanco, stordito. Ho bisogno di sedermi, ne ho il desiderio, la necessità. Non ho altro sogno, meta, volontà o speranza, ora. Voglio solo sedermi, per tutto il tempo che potrò. C'è una panchina vuota nel centro del paese. Una panchina preziosa illuminata da uno spicchio di sole. Sole di novembre, esile, fragile. Un sole livido, anemico, non mi disturberà.

Ivano Mugnaini

 


 

 

Valeria Serofilli
NEL SENSO DEL VERSO
Poesia

 

Nel senso del verso

Ricordo cominciare un tempo alterno
e dal fulcro sgorgarne il riassumibile

scandivan le parole / il loro senso
ed ecco a questi loro sensi aprirsi:
io ore a rovistarne gli interstizi

Parole stese al sole / ad essiccare
magma di come, quando
magma di parole
per farne uscire il senso il verso il canto

Arresta il perfetto / l'ansia
di superamento / ma noi
la cui misura è l'imperfetto
la ricerca intraprendiamo di quel senso
per rivestire larve di non detto!


La poesia è ispirata ai testi di Mario Luzi "Vola alta parola", "Auctor" e "Genia", queste ultime in Frasi e incisi di un canto salutare, Passigli, 1990 ed è stata pubblicata nell'antologia del premio Il molinello 2006 e in siti web tra i quali Il Narratore Audiolibri di M. Falghera.

 

Resoconto
(In morte di Mario Luzi)

L'eredità non so / del mio strano rapporto
con la vita / o meglio, il suo diporto
Ora / altro poco conta / caro
né più né meno, di come ti ricordo
Col vivere si versa / al vivere un acconto
ma sempre infine ti si riversa il conto
in scomodo ritardo, prolisso contrattempo
Fili di carrucola dipanano / strane circostanze / meccanismi
Ricordi a branchi / brancolano il buio
ed io qui in attesa di dire / cosa? Quello che è stato, o quel ch'essere poteva?
Qui con i miei fantasmi / (a) tracimare
sciogliendo il giusto, il vero dal superfluo / scandagliandone il ritmo
ed il meandro / scindendo l'essere dal non , l'ora dal quando
Lo strano riversarsi / lo strasogno
tra annichilimento e resoconto / catarsi , a summa del percorso,
quel tuo darsi - strano a dirsi - in fogli sparsi
aspersi di consenso, di non detto
Discorsi - quanti, (ricordi?) - sui corsi e sui ricorsi:
il pessimismo / bicchiere mezzo vuoto; l'ottimismo, se è bicchiere mezzo pieno
l'altra metà / è fine del sentiero

Ed ora qui / a riflettere se è vero /se esista un senso
al verso del pensiero / o se tutto è già scritto / falso e vero
Se è nel libro che ti addossi contro / in quel palmo riverso
nascita e mescita / rimescolìo d'intenti / fraintendimenti
E noi assuefatti (ad) ossigeno e certezze / in bilico / tra un sé stessi e il niente…
Se potessi / al vivere
non dover mai / dare un resoconto!

La lirica è stata composta in occasione della scomparsa di Mario Luzi ed è vincitrice del primo premio di poesia" Le parole per dirlo - 2006" di Montemurlo, con giuria presieduta da Marco Marchi e da altri docenti universitari toscani.

 

Il chiodo

A rallentarmi il passo
nel tacco malmesso
un chiodo di traverso
nella carne lo stesso
che al legno fissa.
Chiodo ferreo / corona della festa
acume di dolore
o posticcio / vernice rossa
in capsula:
per falsi convertiti
una finta passione.


Prologo

Inventar 'favole' non è mestiere da poco,
così ho ripreso materia collaudata
facendo come Fedro con Esopo.
Tramutato ho i senari in versi sciolti
con rima o no, molto più disinvolti
anche se servono, me l'auguro davvero,
anch'essi alla prudenza dar consiglio
anch'essi alla tristezza porre freno.

Chi disapprova al gioco stia
di questa mia esuberante fantasia!


Fedro, I prologo




Ritratto di Mario Luzi
Mippia Fucini Catarzi

 
Falso pretesto

Dell'acqua unico il corso,
due gli assetati:
intente le fauci potenti
allo sgorgar del rivo,
accusano dall'alto
chi s'abbevera passivo.

Diversamente posti
da contrari intenti mossi
diverse e opposte le sorti.

Cala l'accusa ingiusta
da gola spinta
e d'eco risposta giusta:
"Non io t'inquino il sorso
che da te a me
segue il suo corso!"

Ma dall'una all'altra sponda
lesta si sposta la menzogna
per farsi mero crimine
e vergogna.
"Se non tu, tuo padre
o chi per lui,
comunque non più tu,
che ad annientarti agogno!"

Ad animo arrogante
si stringa il morso
nell'atto di schiacciare
con pretesto
l'innocente, che il misero
non ha torto né infin rimorso:
a belva certo
non ha tolto il sorso!


Fedro I, 1

 

 

 

Maria Grazia Casagrande
PIANEROTTOLI

 

 


PIANEROTTOLI


Quella mattina ero giunta a scuola con un po' di ritardo. Dopo aver indugiato per qualche secondo sulla soglia mi ero infine decisa ad entrare furtivamente in classe con la testa bassa, tentando in qualche modo di nascondere il disagio che avevo bello stampato sulla faccia. Ma la Prof. che stava giusto facendo l'appello con quella sua voce stridula, non si era certo lasciata sfuggire l'eccellente occasione per sottolineare la mia negligenza, ed aveva quindi interrotto per una frazione di secondo la sua litanìa di nomi al solo scopo di lanciarmi uno sguardo, così esplicito e tagliente da non contemplare repliche di sorta.
Quindi mi ero diretta al mio solito banco, in fondo a sinistra accanto alle finestre, fra le occhiate di complicità delle mie compagne che ridacchiando applaudivano silenziosamente nella speranza di una possibile ramanzina nei miei confronti, che sì, ci avrebbe nauseato all'inverosimile, ma sarebbe stata al contempo motivo tàcito e certo di rinvio del compito in classe a data da destinarsi...
La Signorina Pietropaolo, così si chiamava l'anziana insegnante di Italiano, Storia e Geografia era a perfetta conoscenza di tutti i nostri schérni riguardo al suo buffo modo di parlare che prevedeva l'inserimento di una S sibilante al fondo di ogni parola, dettaglio che nei suoi ingenui intenti educativi avrebbe dovuto riportarci al silenzio. Il suo espediente però, come spesso accade, sortì tutt'altro effetto e divenne per noi motivo per una vera e propria burla che storpiava tutte le sue frasi in una lingua che molto vagamente ricordava una specie di Spagnolo, e che pressapoco suonava così :" Allora...sss...ragazze vogliamo...sss...aprire il libro...sss..."

Va da sé che ogni suo discorso diventasse per noi una spassosa barzelletta da mimare ogni volta in modo diverso e sulla quale scompisciarsi per tempo indefinito.
Quella mattina però la Pietropaolo sembrava non essere affatto in vena di sibilare poichè distribuì velocemente dei fogli sui quali era prestampato un unico, lungo titolo per un tema da svolgere in classe.
La cosa provocò non poco scalpore visto che normalmente tutte le altre prove in classe avevano sempre previsto la scelta fra due se non addirittura tre argomenti. Ma quella volta lei non si lasciò intimorire dal nostro brusìo, non proferì parola e semplicemente scrisse alla lavagna :" consegna entro due ore! "
Dopo un primo momento di smarrimento mi decisi infine a prendere il foglio che avevo sul banco, e lessi quello strano titolo che si snodava come un lungo serpente di parole, dicendo più o meno così:" La casa vista come porto sicuro. Tana profonda in cui ripararsi dal rumore del mondo esterno. Contenitore-alveare di molte esistenze. Finta socializzazione e solitudine dell'individuo scaraventato fra la folla. Mi guardo intorno e descrivo."
Risollevai lo sguardo in cerca di conforto ma vidi intorno a me solo occhiate interrogative miste ad espressioni confuse. Tentai di sdrammatizzare il momento cercando di immaginare come la Pietropaolo avrebbe pronunciato l'espressione 'contenitore-alveare' utilizzando il suo solito sibilo, ma non funzionò e dovetti arrendermi all'evidenza dei fatti. Avevo solo un'ora e mezza scarsa di tempo per consegnare il tema in bella copia, - 'con una scrittura possibilmente leggibile...' - come era solita puntualizzare con tono sarcastico la Prof.

Iniziai quindi a pensare a com'era casa mia. Un grande condominio incolonnato accanto ad altri, tutti rossi tutti uguali, nel quale convivevano la bellezza di ben quaranta famiglie. Ed il bello era che nonostante i titoli inquietanti dettati dalla Prof., nel nostro micromondo invece c'era molta solidarietà, ci si conosceva bene tutti quanti e ci si aiutava l'un l'altro.
Capitava spesso infatti d' incontrarsi su e giù per le scale quando gli ascensori eran guasti, ed era un vero piacere rallentare appena la propria corsa per chiacchierare un pò con due, tre persone, finché non arrivava qualcun altro e allora la conversazione si allargava sempre di più fino a diventare una sorta di mini assemblea condominiale, il cui rimbombo rotolava allegro giù per la tromba delle scale insieme a risate ed espressioni dialettali fra le più disparate. Trascinando verso l'androne d'entrata l'eco di pillole di saggezza riguardo l'educazione dei figli e le loro disastrose esperienze in materia scolastica, nonché preoccupazioni relative ai soldi ed al solito problema di come arrivare alla fine del mese. A scansioni costanti qualcuno ripartiva ed altri arrivavano, e la magia stava racchiusa tutta lì, in quel sentirsi complici viaggiatori di un'esistenza comune. In quello scorgere sui volti e nelle parole degli altri gli stessi precisi affanni. Conforto profondo che ci regalava ogni volta la consapevolezza di non esser soli.
Certo si era anche a conoscenza dei vari pettegolezzi relativi ai personaggi ritenuti un po' 'stravaganti' ed in effetti ce n'erano parecchi...

Le 'Case Fiat' erano alti palazzi di nove piani esternamente abbelliti con rossi mattoni a facciavista. Ogni piano ospitava quattro famiglie in appartamenti dotati di stanze luminose, grandi terrazze, ed una stranissima cappa in vetro che occupava gran parte della cucina. Così grossa che, uno dopo l'altro, tutti quanti gli inquilini decisero di eliminare sostituendola con una più piccola e moderna.
Per noi bambini ovviamente fu una perdita enorme poiché quella cappa così capiente era l'unica spiegazione logica riguardo al fatto che la Befana riuscisse tutti gli anni ad entrare in casa nostra riempiendo le lunghe calze di lana colorata, mie e di mio fratello, con caramelle, torroncini e grossi pezzi di carbone...
Le porte d'entrata degli appartamenti si affacciavano su un pianerottolo completamente finestrato sui due lati e così ampio che noi bambini a volte si fantasticava di piazzarci delle tende per dormirci dentro proprio come al campeggio, oppure di utilizzarlo come pista per i pattini a rotelle.
Oggi forse in un simile spazio ci ricaverebbero addirittura un monolocale, ma allora costituiva un vero e proprio punto di aggregazione. Un luogo di incontri, pettegolezzi e litigi.

Nell'appartamento di fronte al nostro, ad esempio, viveva una famiglia a mio avviso molto divertente, composta da cinque persone in netta maggioranza di genere femminile.
Il padre, come molti capifamiglia di quel condominio, era stato assunto in Fiat in qualità di sorvegliante addetto alla custodia delle buste paga e di conseguenza era stato dotato di una specie di arma d'ordinanza, in quel caso specifico di una Beretta 7,65.
Vivevano con lui la moglie, la suocera e le due figlie ormai grandi che sin dall'età di quindici anni lavoravano come dattilografe negli enormi uffici Fiat. Unico elemento maschile di bilanciamento era un cane lupo, vecchiotto ed un po' spelacchiato, al quale lui era affezionatissimo.
E' facile immaginare come in una simile situazione le discussioni non mancassero, quindi al primo insorgere di uno screzio che avrebbe potuto in qualunque modo mettere a repentaglio la sua credibilità, lui abilmente metteva in scena una 'pièce' tutta sua molto ben collaudata, che chiaramente funzionava sempre!
Per cui non appena realizzava che stava perdendo il controllo della discussione e che le donne di casa stavano coalizzando tutte contro di lui, estraeva velocemente l'arma dal cassetto ed usciva sul pianerottolo urlando e gesticolando in modo confuso, tenendo al contempo a bada gli altri componenti della famiglia che nel frattempo eran corsi fuori anche loro nel tentativo di fermarlo dal fare gesti spropositati.
-" Basta, adesso la faccio finita una volta per tutte! Voi mi esasperate, non vi sopporto piùù... Attenti!!... State lontano che mi sparo..." - minacciava lui indietreggiando appena e cercando di essere il più credibile possibile.

Le prime volte noi tutti si apriva l'uscio incuriositi dal frastuono ed allarmati dalla situazione, affollando letteralmente il pianerottolo con la nostra presenza e tentando di tranquillizzare quello scalmanato, chi cercando di riportarlo alla ragione, chi semplicemente tentando di togliergli la pistola di mano...
La moglie allora inscenava un finto svenimento e così tutti distoglievano momentaneamente l'attenzione da lui per correre da lei nel tentativo, inutile, di rianimarla. Le figlie declamavano frasi di rimprovero mentre la suocera alternava frasi sconnesse ad ammonimenti del tipo:" ti prego... non farlo, abbi pietà di noi!..." E la cosa andava avanti così per un bel po' di tempo, finché la moglie non cominciava a guardarlo con occhi languidi e sottomessi e lui quindi decideva che lo spettacolo era durato a sufficienza. Tornato di colpo molto serio e pacato rimetteva l'arma nella tasca destra della vestaglia e rientrando in casa in buon ordine si congedava velocemente dicendo :" Va bene, va bene, ho esagerato. Scusate... non lo faccio più!...Buonasera a tutti..." La famiglia quindi lo seguiva in fila indiana, senza fare alcun commento. Solo il cane non usciva mai.
Noi bambini le prime volte stavamo ad ascoltare con le orecchie appiccicate alla porta ed il fiato sospeso per la paura che da un momento all'altro succedesse l'irreparabile. La nonna allora, senza neanche sollevare lo sguardo dalla calza che stava rattoppando servendosi di uno stranissimo uovo di legno, trovava subito il modo di tranquillizzarci borbottando fra sé :" Uff! Che stùfia...turna l'aut ca veul masèse..."

Quindi una volta capita la situazione, non appena avvertivamo tutta quella serie di rumori e movimenti che avevamo imparato a riconoscere come 'preliminari', qualsiasi cosa stessimo facendo la interrompevamo per catapultarci sul pianerottolo ad assistere di nuovo a quella stessa scena, seguendo la sequenza dei fatti ora ridendo ora prevenendo le battute a volte forse anche aspettando di vedere se, finalmente, succedeva qualcosa di diverso...
Naturalmente quel 'qualcosa di diverso' non avvenne mai e le buffe, ingenue minacce del tenero signore di fronte servirono solo a lenire la sua profonda inquietudine, ed il suo immenso bisogno di coinvolgere tutti noi nel suo dramma personale, affinché lo aiutassimo ad affrontare quella che lui riteneva essere ormai un'esistenza difficile. Probabilmente sentiva il peso degli anni e sopportava sempre meno la fatica del dover discutere ogni cosa con quattro donne. Ad un certo punto forse aveva deciso che da solo non ce la faceva più, e così si era inventato una platea. E poi una volta passata la buriana, il giorno dopo lo s'incontrava per strada che portava a spasso il cane, e salutandoti con fare d'altri tempi s'inchinava sorridente togliendosi il cappello.
Ma io potevo mai scrivere tutto questo in un tema in classe, tenendo conto che la signorina Pietropaolo arrivava da una famiglia della ricca borghesia torinese, non tollerava che nei temi si alludesse a problemi familiari o comunque troppo personali e soprattutto non faceva che parlarci di Leopardi annoiandoci a dismisura con il 'pessimismo cosmico'...
Avrei voluto consegnare il foglio in bianco, per protesta, oppure scrivere esattamente ciò che pensavo, anche a costo di ritrovarmi in Presidenza.

Poi pensai che non l'avrei data vinta alla Pietropaolo e avrei scritto esattamente quel che lei voleva leggere. Peggio per lei se preferiva vivere a contatto con persone prive di sentimenti ma da lei definite come 'culturalmente appaganti', o peggio ancora se non era in grado di stabilire alcun tipo di rapporto umano con il prossimo cullandosi nelle tenebre del pessimismo cosmico... Non sarebbe certo stato il mio tema a farle cambiare idea.
Tirai giù quattro scemenze e consegnai il tutto entro il tempo stabilito, quindi schizzai fuori come una scheggia.
Ma una volta giunta a casa non feci neppure in tempo ad entrare nell'androne che fui bloccata dalla portinaia che con tono lagnoso cominciò a blaterare la sua solita ramanzina - :" voi ragazzine la dovete smettere di sporcare i marciapiedi con i gessetti per fare i vostri 'giochetti salterini'..."
Proprio così li aveva chiamati. Giochetti salterini. Ed io non sapevo se potevo ridere oppure no. Però ero talmente contenta d'aver imparato una parola nuova e così bella che ero corsa via cantando, senza neanche lasciar finire il discorso alla portinaia che era rimasta ferma lì, a parlar da sola con la scopa di saggina in mano e l'aria minacciosa...

Maria Grazia Casagrande

 

 


  1
2
Vai alle pagine 3
  4
  6

 


Torna alla homepage