Il Ricettacolo letterario



Spazio riservato alle scritture degli amici
de

" IL GIORNALACCIO "

 

 

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(
2010 - 2012)


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Danilo Tacchino
Scoppio di Luna

 

 


SCOPPIO DI LUNA

Mi urge un pensiero:
la chiazza d'inchiostro
si allarga.

S'allippa una strega
che inforca la scopa
volando d'intorno alla Luna.
Là in fondo
si sente ululare dei lupi.

Trabocca l'ammasso carnefice
di cento cadaveri informi:
la pozza d'argento
non brillerà più.

La lunga mandata di ferro
continua a sputare Carbonio
e tossine, che anelano
verso la Luna piangente.

In fondo,
è latrare di cani.

Danilo Tacchino

 

 

Andrea Tamburrini
0-0 !

 

 


H. Alfvén postula il Big Bang scaturito dall'annichilazione di due singolarità, di materia e antimateria. Einstein equipara il tempo allo spazio e quindi, potremmo dire, alla materia.

Sicché il Big Bang potrebbe esser scaturito da due singolarità di tempo e antitempo!

Essendo il tempo "ab initio" presumibilmente nullo, queste "nostre" due singolarità sarebbero state due zeri tra i quali una fluttuazione quantistica, che in generale dura tanto meno quanto maggiore è la sua energia, avrebbe quindi avuto energia infinita…. Big Bang, appunto. A esplodere sarebbero stati dunque tempo e antitempo: ne sarebbe simbolo l'orologio che va in frantumi del celebre quadro di S. Dalì. Dopodiché "si formarono in gran quantità elettroni" (S. Weinberg, "I PRIMI TRE MINUTI"): gli atomi di Epicuro?

Come ben noto questo grande filosofo ammetteva un moto rettilineo di atomi "dall'alto verso il basso": deviando da tale moto gli atomi si scontravano, generando il mondo.

Ma in che modo, se il loro moto era rettilineo?

Abbiamo visto che l'ipotesi di Alfvén si fonda su materia e antimateria: agli atomi di Epicuro corrispondevano antiatomi con moto rettilineo "dal basso verso l'alto"?

Proprio come atomi e antiatomi muovono i pedoni bianchi e neri degli scacchi!

Gli atomi-pedoni "si scontrano-catturano in diagonale", sicché deviando dai loro moti rettilinei avrebbero generato il mondo.

Ma perché gli scacchi? Perché Epicuro ammetteva gli dei, e "gli dei amano gli scacchi".

Gli dei sono, come per Epicuro, incuranti del genere umano, oppure lo scrutano così come Hitler cercava l'ariano puro in tutto il Reich?

Nel primo caso è come se non esistessero, il che nel secondo caso è… auspicabile.

D'altronde, come ogni cosa, la vita umana avrebbe un principio, una durata, una fine…

Per citare sempre Epicuro: "non dobbiamo temere la morte, perché quando ci siamo noi, non c'è lei, e quando c'è lei, non ci siamo noi".

Andrea Tamburrini
Roma, 10 novembre 2012

 

 

Matteo Bianchi
"Mio inferno bagnato"

 

 


Mio Inferno bagnato

Sul bordo dell'avello di casa, due tazze a bagno; una scura e una chiara, divise da una bufera che non sbaglia. Una donna, che persevera e non torna sui suoi passi trasparenti farsi ghiaccio, e non può permettersi altro che sentire il presente stretto tra le gambe come un'ascia, e andare avanti, inesorabile, allo scopo che ha creduto fosse suo … uno scolo buio, dirupo del secchiaio è legge di gravità. Liberi di decidere… la disperazione è scolpita negli occhi lascivi dei dannati e così le troppe fauci dei diavoli da perderne il conto alla fine di un sogno. Ma l'incubo concede un ricordo: due corna, una fredda e una calda, cresciute ai lati del collo stagliarsi allungato sul volgo coi piedi nella melma; due mani che aprono e chiudono il conto dei giorni, i ritorni ad essere uno e il tempo degli storni. Eterna necessità di un contrario.

Uno soltanto,
Matteo Bianchi

 

 

Mario Vassalle
Aforismi da "Aghi di pino"



 


I misteri della simmetria. “Se io non sono d’accordo con te, questo non significa necessariamente che io abbiamo ragione” è un’affermazione che trova il consenso generale. Ma se si aggiunge “Se tu non sei d’accordo con me, questo non significa necessariamente che io abbia torto”, l’affermazione è ricevuta da un silenzio freddo.

Il pericolo di pensar troppo è di non vivere abbastanza.

La forza dell’amore risiede nel fatto che non è obbligato ad essere logico. Il che ne facilita l’universalità.

Si può avere un veduta panoramica solo dopo un’aspra salita.

Se il grasso potesse pensare, ci sarebbero molti grandi pensatori.

Non è sufficiente cercare se stessi: bisogna trovarsi. O forse, è meglio di no.

Nel cercare di sminuire gli altri ingiustamente, si sminuisce noi stessi meritatamente.

Le glorie degli antenati sono un’eredità pesante per i loro discendenti. Ma sarebbe molto peggio essere diseredati.

Possiamo essere infelici perché si desiderano cose che, se si ottenessero, ben presto ci farebbero molto più infelici.

Non si capiscono le cose oscure o perché sono troppo profonde o perché non c’è nulla da capire. La parte difficile è capire quale sia il caso.

Per essere gelosi di chi si ama, non occorre neanche amare. È sufficiente essere gelosi di natura.

Non si può ottenere più di quello cui la nostra inerzia aspira.

Non sempre le virtù rendono virtuosi. Si può essere solo le vittime della loro acidità.

La razionalità non si rende conto della miopia d’essere solo razionali, come se l’essenza della mente si esaurisse nella logica.

L’identità del nostro passato è affidata alla nostra memoria.

Se non è vero, un aforisma “brillante” è come un diamante falso.

Qualche volta, uno commette i peccati perché attratto dalla torbidezza della loro impurità.

Mario Vassalle
Marzo 2011

 

 

Maria Grazia Casagrande
dall'antologia "Quando ero piccolo"



 

Fiocchi di neve

L'ora di religione, l'ultima della giornata, era in assoluto la più noiosa per tutti, e Cate cercando disperatamente di far passare quel tempo che sembrava non finire mai, disegnava buffe caricature del maestro soprannominato con pieno consenso di tutta la classe 'Barbarossa', per via di tutto quell'ammasso di pelo fulvo che ricopriva quasi interamente quel viso già di per sé rubicondo. Finché, sazia di tutta quella ricerca di particolari grotteschi nel viso del maestro, la Cate s'era girata verso il banco della Franci, una bambina timidamente simpatica con il viso ricoperto di lentiggini e i capelli rossi sempre legati in corte treccette.
La Franci stava proprio dietro alla Cate ed era a sua volta compagna di banco della Rossa, che non si chiamava Rossa per via dei capelli, ma unicamente perché il suo nome per intero era Rossella - "Un nome mieloso..." - diceva sempre lei quando si presentava agli altri, - "e io odio il miele, mi fa venir la nausea! Se potessi scegliere un nome che mi si addice mi farei chiamare 'Jessica', quello sì che é un nome da femmina!" - E così nell'attesa di diventare una famosa cantante rock con un nome da schianto, la Rossa aveva temporaneamente accettato che 'le due' la chiamassero con quel diminutivo che sapeva tanto di fuoco, e che quindi ben si adattava a quel che scorreva nelle sue vene.
La Cate e la Rossa stavano spettegolando su Ugo, un bambino dai folti capelli corvini dotato d'uno sguardo incredibilmente magnetico per quell'età; sguardo che le lasciava incantate ogni volta che lui passava loro accanto, in compagnia degli altri due unici maschi della classe.
E lui, ignaro d'essere portatore di tanta inquietudine, con grande imbarazzo abbassava gli occhi non capendo bene perché quelle tre stessero lì, tutte imbambolate a fissarlo. E per evitare le solite battute idiote dettate dalla gelosia dei compagni, se la filava più in fretta che poteva, lasciandole lì come delle prugne secche.

Un profondo senso di nausea si stava come impossessando dell'aula, e intanto che la Rossa confabulava fitto fitto con la Cate quasi schiacciando la Franci contro il termosifone, s'udì dal fondo della classe l'urlo soffocato di Ugo e tutti oziosamente si voltarono quasi infastiditi, per vedere cosa mai stesse succedendo...
- "Guardate... guardate fuori... Nevica!!!" - gridò infine la Franci rompendo quel silenzio ingombrante.
Come risvegliata da un lungo sonno oppiaceo quella mandria di bufali scavalcò velocemente i banchi e buttando maldestramente le sedie per terra, si affollò disordinatamente davanti alle alte finestre dell'aula per osservare in religioso silenzio quei grossi fiocchi che, come per magia, scendevano dal cielo ricoprendo d'un candido bianco i marciapiedi, i tetti delle case e le macchine che silenziose scivolavano lungo le strade.
"Allora bambini!... sì, ho visto che nevica... ma non vi sembra di esagerare? Cosa ne dite di rimettere in ordine sedie e banchi e di tornare ai vostri posti?"
Il maestro di religione aveva un bel daffare nel tentare di riportare l'ordine fra gli alunni servendosi di un tono pacato, purtroppo però non aveva tenuto conto d'un particolare non trascurabile, e cioè che dopo pochi minuti sarebbe anche suonata la campana, segno evidente che la giornata scolastica era davvero giunta al termine. E non appena quel suonò metallico riecheggiò nei lunghi corridoi accadde l'inevitabile...
Urlando a squarciagola i bambini schizzarono fuori dall'aula senza neanche vestirsi, e buttandosi malamente le cartelle sulle spalle corsero in cortile come cavalli imbizzarriti.
I rami dei pini appesantiti dalla neve, nel giro di poche ore erano come raddoppiati di volume, e ricoperti com'erano da quella spessa coltre bianca parevano quasi irriconoscibili.

La Franci - ormai era da tutti risaputo - ogni giorno prima di entrare in classe si fermava accanto agli alberi che si ergevano austeri nel cortile della piccola scuola elementare di Via Bossoli, e dopo aver accuratamente controllato lo stato della corteccia verificava, contandole una per una, le foglie nate nottetempo; girando tutt'intorno al tronco parlava sottovoce raccontando sogni e svelando segreti, per poi congedarsi tutta soddisfatta con un morbido, affettuoso abbraccio.
La piccola Franci aveva perso il padre solo l'anno prima e ancora non riusciva a manifestare gesti d'amore verso le persone, né tantomeno le riusciva di condividere con le sue coetanee tutto quel dolore e quel disagio profondo. E quando con grande sorpresa scoprì, in un caldo pomeriggio d'estate, quale enorme conforto le desse l'abbracciare gli alberi ritrovò nel calore di quel gesto un senso di sicurezza, una strana idea di famiglia e di casa.
Ma ora che quegli alberi erano tutti ricoperti di neve come li avrebbe abbracciati?

Le femmine giocavano in cortile a far pupazzi ghiacciandosi le dita con quei guanti di lana infeltrita; e anche le orecchie - nonostante fossero coperte da enormi, buffi berretti fatti a mano con la lana avanzata di qualche maglione - erano così intirizzite e violacee che se qualcuno le avesse mai toccate sarebbero cadute in mille pezzi come vetri infranti.
I maschi erano ben più terribili e certo non usavano mezze misure; anzi, s'ingegnavano ad escogitare sempre nuove furberie come il nascondere minuscole pietre dentro le palle di neve che avrebbero tirato contro gli avversari, innescando così delle risse furibonde; e per meglio menar le mani le pesanti cartelle venivano buttate rovinosamente per terra, in mezzo a neve marcia mista a fango, impiastricciando indelebilmente già sgualciti quaderni e sussidiari.
I visi già paonazzi per il freddo si coloravano ancor di più con il sangue che colava da quei piccoli nasi insolenti, e mille fogli quadrettati o a righine sottili, sporchi dall'inchiostro di addizioni sbagliate o verbi mal coniugati, piovevano da quelle luride cartelle che dopo esser rimaste lungo tempo a galleggiare in quella poltiglia melmosa, venivano poi prese al volo e scagliate violentemente sulle spalle del malcapitato di turno.

Allora interveniva il bidello che col suo grembiulone blu e la sciarpa a strisce, usciva in cortile agitando la scopa e minacciando di chiamare il preside; ma non riuscendo quasi mai nell'intento si avvicinava infine ai più testardi cercando di dividerli, col pericolo di prendersi qualche bel pugno in faccia.
Le bambine guardavano tutta quella dimostrazione di fisicità maschile con un senso di disprezzo e superiorità; alcune lanciando gridolini di orrore, altre incitando il loro prediletto, altre ancora coprendosi gli occhi per non guardare tutto quel sangue e quel fango mischiato insieme.
Giungeva veloce la sera in quelle corte giornate d'inverno, ed era bello soffermarsi ad osservare la neve scendere copiosa alla luce gialla di quegli alti lampioni.
I maschi allora si ripulivano i nasi con le maniche fradice delle giacche, dandosi delle spallate di complicità come se tutto fosse stato un gioco da nulla; mentre le bambine tornando a casa spettegolavano dell'uno o dell'altro, fantasticando sui regali di Natale che non avrebbero ricevuto.
Passando in gruppi sparsi accanto ai quei pesanti portoni in legno, si sentiva l'eco di voci esasperate che urlavano contro quei figli tornati di nuovo a casa con i nasi rotti e i vestiti zuppi; e le risate rimbombavano nelle vie deserte della sera, mal soffocate nelle mani indolenzite dal freddo, intanto che nuvole sparse piene di sogni fuoriuscivano da quelle piccole bocche.

 

 


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