LA STORIA DELL'ITALIA CHE FU





 


Giochiamo ai
corsi e ricorsi storici

Vogliamo rivisitare assieme, con qualche piccolo adeguamento in rosso, questo articolo che potrebbe essere comparso su "Libero" in data 8 maggio 2009 senza che nessuno degli estimatori della testata sia riuscito a trovarci alcunché di obsoleto, anomalo o fuori luogo?
Suvvia, proviamoci!


- Una delle due disgrazie dell'Italia è rappresentata dai raffinati dell'intellettualità (di sinistra). Diremo di più: sono una vera lebbra nazionale. L'intelletuale malato di estetismo è, nella pluralità dei casi, un uomo mancato (un comunista?), un uno scrittore senza idee (comunista?), un artista senz'arte (e quindi comunista). E' colui che ama considerarsi un decadente, colui che giudica le cose del mondo con affatta ironia e con insopportabile aria di sufficienza.

Fra questi esteti l'antifascismo (l'antiberlusconismo) fa proseliti numerosi. Il fascismo (Il Popolo delle Libertà) è troppo plebeo per costoro. La Nazione come espressione di giovane forza fisica e di intellettualità sana e completa deve considerare questi geni in aspettativa alla stregua dei seminatori di anarchia e trattarli di conseguenza (cioè come?).

Il duca Tomaso Gallarati Scotti appartiene alla schiera degli intellettualoidi dei quali si è discorso più sopra. Anche lui ha voluto gettare la sua pietra contro il Fascismo (antiberlusconismo) scivendo sulla rivista della 'Opera Cardinal Ferrari' una novella dal titolo "La disgrazia di Renzo"
.

Nell'operetta letteraria è raccontata l'avventura di un giovane contadino brianzolo (ma immigrato), bastonato dai fascisti (leghisti?) in giornata elettorale, che non riesce ad ottenere giustizia. Il duca scrittore viene a concludere che Renzo Tramaglino in lotta con le angherie spagnolesche di don Rodrigo (del cavalier Berlusconii?) rivive proprio in questi tempi, nei panni del contadino dell'Alta Lombardia dominata dal Facismo (Popolo delle Libertà). La novella finisce con una frase nella quale è detto che, se il Manzoni avesse scritto oggi il suo romanzo, "non avrebbe calcato tanto la mano su don Rodrigo" (sul cavalier Berlusconi).

Il duca Tomaso Gallarati Scotti è un'anima in pena. Il suo estetismo intellettuale trova il naturale regno nel chiacchiericcio da salotto (ovviamente di sinistra). Vi fu un tempo in cui si parlò di lui come rinnovatore religioso e la sua notorietà germinò al riverbero dell'ondeggiante astro di Fogazzaro. I suoi atteggiamenti spirituali non erano, in effetti, che estetismo. La sua produzione letteraria è quanto di più noiosamente bolso si possa immaginare e neppure l'arte sublime di Eleonora Duse (Mara Carfagna o Iva Zanicchi?) potè dare un soffio di vita a un suo misero lavoro di teatro.

Allorquando l'ottimo duca si volle occupare di politica estera, fu rinunciatario jusqu'au but. Egli fece
parte di quel gruppo di astiosi antidalmatici (democratici) che attorno al Corriere della Sera, a Borghese, a Salvemini e altri simili figuri, prepararono gli argomenti che gli stranieri (Unione Europea) unsarono poi per contestare i diritti italiani sull'Adriatico (e sui barconi dello Ionio).

Adesso il duca Tomaso è antifascista (antiberlusconiano). Ciò è perfettamente logico. Il suo femmineo estetismo non capisce le idee di forza e di volontà, e non può capire quel che vi è di grande e di veramente spirituale nel movimento fascista (Popolo delle Libertà).
Il fascismo (PDL) penserà un giorno a trattare come si conviene con santa grossolanità (olio di ricino o solo esilio dalla Tivvù)? ) questa intellettuale spuria che non capisce la storia e neppure la vita. -

 

Questo pezzo redazionale è stato pubblicato, invece, su
"Il Popolo d'Italia"
in data 8 maggio 1924

 

 



 

Mussolini: processiamo un modello intellettuale


Se i bipedi pennuti sono minacciati da un virus asiatico, i bipedi umani, sottospecie homunculus pollitintelletualiticus italicus, sono minacciati dal virus della pansite, nella cui sintomatologia si inscrive anche l'esternazione di Bruno Vespa, 'Vincitori e vinti', del cui lancio mediatico un volto è l'esternazione dalemiana sulla fine di Mussolini: sarebbe stato meglio processarlo.

Un'affermazione ben bizzarra, perché Massimo D'Alema, per trasmissione di partito, le cose come andarono in quei dì che il Mascellone finí a quel modo nei paraggi di Dongo dovrebbe saperlo molto meglio dei tanti storici che cercano, congetturano, indagano, senza riuscire a stabilire esattamente né quando né come, né da chi fu risolta la pratica Mussolini, e soprattutto risolta a quel modo a vantaggio di chi?

Il sospetto forte, ribadito da tutti gli storici è: a vantaggio degli inglesi, che da un processo al Duce non ci avrebbero guadagnato. Soprattutto non ci avrebbe guadagnato il loro Duce di quella guerra, Wiston Churchill. Ma aggiungiamo noi, anche a vantaggio del Vaticano, che da un processo al Duce ci avrebbe guadagnato ancor meno, come ci accingiamo a dimostrare, a discendere dall'allora contingente: la necessità, per il CLN di affermare la propria legittimazione politica con un atto perentorio.

Il CLN lo cercò, offrendo, il 25 aprile 1945, a Mussolini di arrendersi nelle sue mani, attraverso la mediazione dell'arcivescovo di Milano. Il Duce rifiutò, in uno rifiutando legittimità al CLN. Questo rifiuto ne decise la condanna a morte, attraverso una decisione politica unanime del CLN, del quale i comunisti erano solo una voce: fu quello che poi diverrà l'arco costituzionale a prendere, a quel punto, la sola decisione politicamente possibile, a salvare un relitto di iniziativa politica al Paese, dopo la rottura della trattativa dell'arcivescovado milanese, abdicando a quello che era stato il sogno prima di tanti antifascisti, e poi il progetto del CLN Nord Italia: un processo al fascismo attraverso il processo al suo capo.

Una traccia concreta di quest'aspirazione a un grande processo nazionale, dal quale emergessero le gravi colpe contro la nazione e l'umanità del suo capo e del Fascismo, la troviamo in quell'insostituibile documento che è il 'Diario 1939-45' di Piero Calamandrei, grande giurista e poi uno dei padri della Costituzione, non meno tenacemente avverso al comunismo che al fascismo, come risulta da molte note del diario.
In questo Diario, nel gennaio 1941, troviamo una notazione, durante un incontro a Roma con Grandi, per il nuovo Codice di Procedura Civile: "Carnelutti mi ha detto che morrebbe contento, dopo aver fatto il pubblico ministero nel processo al Duce.", ma doveva essere un processo gestito dal potere sorto dalla lotta di liberazione: il CLN alta Italia. Lo rese impossibile la decisione di Mussolini: consegnarsi agli Alleati per giocare ancora una sua partita politica contro la Nazione che per vent'anni aveva occupato e devastato: "Stuparich mi ha detto: <<Se i tedeschi torneranno a Trieste, mia madre si ammazzerà.>> Ecco la nostra straziante tragedia. Finora questo crollo poteva apparire soltanto come il crollo del fascismo e basta: ora, da Trieste comincia il crollo dell'Italia …. Finora questi assassini liquidavano i risparmi di Giolitti e re Umberto: ora si incomincia a dilapidare il patrimonio di Cavour e di Mazzini… - P. Calamandre, op cit 7.IV.41"

A ben riflettere, il processo fu ugualmente fatto dall'inesorabile meccanica degli eventi, messa in moto deliberatamente da Mussolini intorno al 1920, riprendendo il nefasto progetto dannunziano, dopo che Giolitti ebbe disinnescato la minaccia di una guerra civile, almeno al nord, tra comunisti e stato italiano risorgimentale.

L'occupazione operaia delle fabbriche aveva suscitato paure attraverso le quali ripresero forza le correnti antirisorgimentali intorno alla chiesa cattolica: alla quale Mussolini guardò con formidabile lungimiranza tattica. Già nel suo primo discorso alla Camera del giugno 1921, attaccò violentemente la massoneria e rinnegò il suo passato carducciano anticlericale, rendendo omaggio al Vaticano come fattore di civiltà. Mussolini, da quel discorso, si proporrà sistematicamente al Vaticano, e con ben altra efficacia dei Popolari, come garante di un ordine filocattolico; ordine che avrebbe trovato, strada facendo, le sua struttura attraverso una crescente violenza, prima mirata alla conquista dello stato; e poi attraverso l'uso della forza repressiva dello stato contro i modelli di garanzia liberale di costruzione risorgimentale: che il fascismo demolisce progressivamente, con la complicità del re. E processare anche il re per alto tradimento è un altro dei desiderata, impossibili poi, di Piero Calamandrei e del gruppo azionista, e reso impossibile, questo sì, dalla strategia comunista.

Ritornando a Mussolini, egli raggiunge e poi mantiene il potere attraverso una ventennale guerra civile, come descrive l'ininterrotto esercizio sistematico della violenza. Il ventennio fu un rosario di crimini, dei quali la memoria ricorda soltanto gli eccellenti: i Gobetti, Matteotti, Rosselli, don Mazzolari, ma gli eccidi, i pestaggi continuarono sistematici per tutto il ventennio. Sempre dal diario di Calamandrei apprendiamo di una analitica capacità del regime fascista di trascegliere tra i suoi possibili oppositori, mandandoli al fronte in prima linea a morire. Un giovane giudice non nasconde il suo sdegno per l'aggressione alla Grecia, e poi si rallegra per le sconfitte dell'esercito in Albania: viene richiamato, mandato in prima linea, dove muore. Nota dopo nota, giorno dopo giorno, il diario di Calamandrei restituisce la memoria locale di pestaggi, arresti, persecuzioni: una concertata repressione capillare feroce che la nostra storiografia non ci tramanda.
E questa violenza capillare e calcolata diventa possibile soltanto per una vera decadenza morale del ceto intellettuale, un cui disgustoso esempio si trova in un passo della nota datata 7 aprile 1941 del diario di Piero Calamandre: "Papini ha detto: <<Una riprova della divinità di Cristo è questa: ch'esso per incarnarsi è andato a scegliere un alveo ebreo, cioè la feccia dell'umanità.>>"
Dopo aver costruito un tale clima, Mussolini poteva attendersi altro destino?
Fin nel dettaglio egli se lo era costruito entro lo schema dantesco del contrappasso. Lui e i suoi gerarchi furono appesi a quel distributore di benzina in piazzale Loreto perché là, a quel modo, erano stati appesi quindici partigiani pochi giorni prima. Il suo corpo era un cadavere che aveva prodotto con atroce ferocia centinaia di migliaia di cadaveri, a sostenere la propria tirannide. E soprattutto aveva condotto a morte caina una decina di migliaia di camice nere, povere menti accecate da un mitologema criminale di odio per la libertà.
Gli antifascisti almeno furono liberi nella morte, ma i fascisti restano con più cupa ferocia perduti all'essenza profonda della natura umana, per aver combattuto contro il sentimento e il valore che la fonda: la libertà.

Il fotogramma di Piazzale Loreto va tramandato e ricordato, monumento alla ferocia che le dittature costruiscono nei popoli che sottomettono: questo è il valore assoluto che emerge nella caduta del fascismo. Un fascismo che non è stato che la forma contingente transeunte di qualcosa di molto più profondo, che percorre tutta la storia d'Italia: il disegno di sottomettere i suoi popoli a una trascendenza assoluta, dove tutto è stabilito e determinata, e rispetto alla quale i fatti contingenti o sono conferme o sono tradimenti da reprimere.

Il processo va fatto a questo modello intellettuale, con al centro la chiesa cattolica, che ha celebrato ieri per grandi pensatori i Papini e oggi, nelle sue periferie, vuol ricelebrare quella parodia di teologo in maschera di filosofo che fu Gentile. Se non ci sarà questo processo, i Mussolini torneranno, e torneranno, in un eterno moto pendolare, le piazza Loreto perché comunque una società deve trovare una sua forma di restaurazione morale; che sarà tanto più connotata dal tragico quanto più le saranno vietate le modalità ordinatrici della ragione politica democratica.

Piero Flecchia
 

 


Quando la politica cambia pittura

La linea politica USA sull'arte nella Guerra Fredda
di
Piero Flecchia


Nel 1948, ormai in piena crisi tra mondo bolscevico e democrazie liblab, compaiono tre libri che avranno un ruolo decisivo nel determinare la politica della Guerra Fredda dal versante dell'occidente. Sono la celeberrima antologia curata da R. Crossman 'Il dio che è fallito', raccolta di testimonianze, già comparse sulla rivista tedesca 'der Monat', contro il bolscevismo scritte da ex comunisti, tra i quali, sotto pseudonimo anche Caren Blixen; il romanzo sull'inquisizione bolscevica 'Buio a Mezzogiorno' di A. Koestler; il saggio di A. Schlessinger 'The vital Center', dove l'autore teorizza sulla obiettiva convergenza di interessi tra la classe politica USA e la sinistra non comunista.
Queste tre opere convincono la CIA ad adottare una strategia di appoggio della sinistra mondiale antistalinista, che però non è assolutamente disposta a ricevere aiuti da tale mano. Per la sinistra non comunista accettare interferenze della CIA significherebbe ridursi a strumento subalterno di una politica giudicata imperialista nelle sue linee direttrici, e quindi da combattere, ma con quali strumenti portare avanti il proprio progetto, alternativo tanto al bolscevismo che all'imperialismo USA? Dove, soprattutto e come trovare soldi per le pubblicazioni, a diffondere le proprie idee?
La soluzione del dilemma è la brillante mossa tattica dei servizi segreti USA, che evangelicamente decidono: "Non sappia la tua mano destra quello che fa la sinistra".
Nati nella guerra al nazismo, con il supporto di quelli inglesi, i servizi segreti USA sono, alla fine degli anni novecentoquaranta, un'accolita di brillanti intelligenze, spiriti colti con una forte inclinazione per l'arte. E tra questi agenti spicca Daniel Joelson, incaricato di inquisire sul grado di nazistificazione dei dirigenti tedeschi. Sarà lui a salvare la capra della propaganda USA contro il bolscevismo e, a un tempo, il cavolo dell'intellighenzia di sinistra, facendole per vent'anni convivere entro una sua brillante invenzione istituzionale: il "Congresso per la Libertà della Cultura", con sede a Parigi, e filiali in tutti i paesi del mondo non comunista. Una istituzione retta da un comitato di personalità prestigiose quali D. de Rougemont, I. Berlin, M. Mc Carty, R. Aron, H. Arendt, R. Caillois … e i nostri Silone, Chiaromonte, Codignola, sotto la presidenza di B. Russel, il Congresso svolgerà un importante ruolo in difesa della libertà di pensiero e per la denuncia della natura oppressiva del bolscevismo, attraverso congressi, dibattiti, pubblicazioni.
Intornoal Congresso graviteranno per vent'anni tutta una serie di peroidici (der Monat, Encounter, New Leader, Preuves, Tempo Presente, ecc…), che determineranno la connotazione a sinistra, ma liblab, del paesaggio culturale democratico occidentale, però attarverso il portafogli della CIA . Congressi, pubblicazioni, viaggi, sono per vent'anni principescamente possibili perché un flusso di denaro fluisce dalla CIA ai gruppi della sinistra anticonumista, ma che lo ignora, o più spesso finge di ignorarlo, perché il denaro della CIA giunge al Congresso e alle sue iniziative, come alla riviste dal congresso sostenute attraverso un gioco complesso di lavaggio del denaro sporco CIA attarverso istituzioni culturali quali la Fondazione Ford e affini istituzioni. Abbiamo così da una parte la CIA (che paga, ma nessuno deve saperlo) e, dall'altra, le grandi personalità intellettuali dell'area liblab, che occupando il centro del proscenio, hanno le prime pagine dei giornali. Una spartizione dei ruoli che non piace per nulla ai bravi ragazzi della CIA, che vorrebbero anche loro un po' di applausi, ma il gioco in commedia non lo consente: per spremere propagandisticamente la sinistra non comunista, la CIA deve restare nell'ombra. A tenerla in questo ruolo oscuro ci pensa il brillante ufficiale pagatore della CIA Joellson, che si è appartato in Svizzerta, da dove stabilisce la distribuzione di un fiume di denaro, che fluisce per vent'anni ininterrottamente; denaro in gran parte della CIA, ma reso rispettabile attraverso passaggi intermedi di banche varie e fondazioni, che ocultano la fonte dei contributi.
Questo scambio proficuo, iniziato nel 1948 e mediato dal denaro, tra propaganda politica anticomunista della CIA e cultura della sinistra anticomunista, durerà per tutto il ventennio della guerra fredda, elemento essenziale nello scontro di etiche che quel conflitto significò. Fino alla distensione, la CIA ebbe vitale necessità del contributo della sinistra non bolscevica nella difesa dei valori della democrazia, soprattutto in Europa e nel terzo mondo. Questa sinistra era la garanzia della credibilità del progetto liblab. Una funzione che incominciò a venir meno con la fine degli anni Novecentosessanta, nel clima della cosiddedetta 'distensione', mentre una nuova sinistra ecologica, misticheggiante, imprevedibile incominciava ad affacciarsi. E, significartivamente, è proprio da una rivista di questa sinistra "dei fiori' che venne il primo colpo di piccone al cunicolo segreto attraverso il quale la CIA sosteneva la cultura di sinistra.
Nel 1967 in California una locale rivista, espressione del clima hippy, inizia una indagine sui contributi elargiti all'Arte e alla Letteratura dalle fondazioni culturali, canale attraverso il quale la CIA ha fin qui sostenuto, anche in USA, la cultura della sinistra non comunista.
Per l'Agenzia il vero pericolo dell'inchiesta è non tanto nella scoperta del denaro che ha elargito, quanto nel fatto che l'inchiesta di Ramparts proverebbe la sua ingerenza nella politica interna USA, che le è vietata per legge. La CIA ha dunque violato la legge versando contributi anche a correnti artistiche e riviste nazionali, come il periodico trotschista 'Partisan Review', rivista dove hanno scritto, e si sono formati, i pensatori politici più brillanti degli USA, a discendere da J. Burnham.
Per quanto cercasse in tutti i modi di bloccare l'inchiesta di Ramparts, per la CIA l'operazione fu un'altra Baia dei Porci, ma vistasi scoperta deciderà di rendere pubblico il suo ruolo di ufficiale pagatore, soprattutto in Europa. Un suo affiliato pubblicherà sul 'Saturtday Evenig Post', nel giugno 1967 un dettagliato resoconto dei commerci tra CIA e "Congresso per la Libertà della Cultura", provocando la fine della commedia, perché i vari gruppi intellettuali di sinistra non potranno più fingere di non sapere. I leader della sinistra europea lascieranno in massa il Congresso. Per mancanza di fondi, vi sarà una moria di riviste della sinistra democratica liblab, che inizierà una lunga e sofferta eclissi, mentre parallelamente si avrà una inarrestabile deriva, negli USA, di molti pensatori di matrice trotzschista verso la destra, ad apportarvi un decisivo elemento radicale per la nascita del pensiero neocons.
Questo singolare intreccio di intelligenze 'libere' e di denaro CIA lungo il ventennio della Guerra Fredda è stato, nelle sue linee essenziali, ricostruito da Frances Stonez Sanders 'La guerra fredda culturale - la CIA e il mondo delle lettere e delle arti',
ed. Fazi, (€ 12,50, pp. 400). Una ricerca opportuna, che mentre chiarisce le radici remote del pensiero neocons, e le ragioni economiche della frantumazione ed eclissi del pensiero liblab, proprio mentre il suo progetto storico stava vincendo, offre nuovi significativi elementi a chiarire il decisivo problema dei rapporti tra pensiero e potere politico entro le democrazie liblab. Una questione che possiamo così articolare: l'intervento della CIA attraverso le fondazioni USA, fu un puro intervento economico che non influì sul pensiero della sinistra democratica, o ne decise il corso, l'evoluzione?
Generalizzando: il capitale resta separato e neutrale, rispetto ai percorsi della ricerca intellettuale, o non invece il peso delle scelte intellettuali personali fondate su una visione morale, quanto possono restare a distanza e autonome, rispetto ai progetti di chi economicamente la sostiene?
Per abbozzare una minima riflessione sul punto abbiamo a disposizione un capitolo chiave del libro della Sanders sulla Guerra Fredda culturale: quello sulle arti figurative.
"
… il MoMA era collegato, in una forma in qualche modo ufficiale, al programma governativo (USA) di guerra culturale segreta. Questa voce fu presa in considerazione e analizzata per la prima volta da Eva Cockroft, nel 1974, in un fondamentale articolo per 'Artforum', intitolato 'Espressionismo astratto: arma della guerra fredda', in cui concludeva: 'I legami tra la politica della guerra fredda culturale e i successi dell'espressionismo astratto non sono per nulla casuali … Furono consapevolmente messi a punto … da alcune delle più influenti figure che controllavano la politica museale e che sostenevano tattiche intelligenti di guerra fredda per ottenere l'appoggio degli intellettuali europei.' - op. cit. pg 236" E ancora; 'È difficile sostenere che gli espressionisti astratti semplicemente si trovarono a dipingere 'durante' la guerra fredda, e non 'per' la guerra fredda.2 - Op. cit. pg 248"
Che cosa determinò, in pittura, questo orientamento della élite USA a favore di quella forma particolare di astrattismo che si saviluppò a New York negli anni Novecentoquaranta e gli storici dell'arte hanno etichettato come espressionismo astratto o, con vocabolo nato in Europa, come la variante USA dell'informale?
La corrente artistica dell'espressionismo astratto non era nata per suggestioni dei centri politici. Di più, il MoMA, che doveva diventarne, dagli anni Novecentocinquanta e per tutta la seconda metà del XX secolo, il tempio, subito faticò a registrare il ruolo decisivo dell'evento che segnò il passaggio anche dell'egemonia artistica dall'Europa agli USA. Piuttosto, nella guerra fredda, il potere USA vide in questa corrente un elemento decisivo per controllare il linguaggio dell'arte, rendendolo integrato e subalterno alla sua strategia antibolscevica. Lo chiarisce nel concreto un bell'episodio accaduto nel 1933 tra Nelson Rockefeller e i pittore Rivera, incaricato dallo stesso di eseguire per il MoMA un murale.
Riferisce la Sanders: "Un giorno, Nelson, guardando Rivera lavorare, scorse che uno dei personaggi stava assumendo inequivocabilmente i tratti di Lenin. Chiese educatamente a Rivera di cancellarlo e Rivera educatamente rifiutò. Il giorno dopo a Rivera fu consegnato un assegno di ventunmila dollari, il prezzo pattuito per l'opera (e allontanato dal MoMA dove stava dipingendo). Nel febbraio del 1934 il murale fu demolito dai martelli pneumatici. -
Op cit. pg. 251"
La guerra fredda è anni a venire, ma Nelson Rockefeller ha già scelto quale tipo di arte deve imporsi in quel MoMA che, creato da sua madre, considera il museo di famiglia. Incomincia a collezionare arte astratta e poi espressionismo astratto, fino ad accumulare oltre 1200 opere di questa scuola newyorkese, che dagli anni cinquanta monopolizzerà gli spazi del MoMA, e che il MoMA esporterà in Europa come l'arte americana, condannando, secondo la critica americana contemporanea, due generazioni di artisti figurativi USA a una condizione catacombale, dalla quale soltanto all'alba del nuovo millennio incominciano a uscire, in un paesaggio artistico fatto di rovine e di perdita di contatto con la tradizione. Quale vantaggio vide la élite USA in questa rovina della pittura ad arredamento di interni e piazze?
Grazie all'espressionismo astratto nessun politico USA, incorse in infortuni come quello capitato a Stalin a causa del cosidetto realismo socialista. In un concorso per un monumento a Pusckin la giuria attribuì il premio all'artista che fece un bozzetto di Stalin seduto con un libro in mano e il titolo didascalico: 'Stalin che legge Pusckin'.
Con una mossa geniale la classe dirigente USA liquidò il problema del consenso in pittura, condannando tutti il realismo sociale a una esistenza marginale e subalterna, ma questo risultato non fu per nulla facile da raggiungere perché, quando nel 1947 il Dipartimento di Stato promosse una mostra da mandare in Europa, antologia di opere dell'avanguardia USA tra la O'Keeffe e Gorky , in Senato insorse una resistenza così violenta da bloccare i fondi per l'operazione culturale. Di più, il senatore repubblicano del Missouri G. Dondero accusò in blocco tutta l'arte moderna di essere comunista, e quindi uno strumento per distruggere la civiltà USA, proponendo una legge che ne vietasse ogni sostegno pubblico.
Davanti a una classe politica così radicata nel pregiudizio, diffuso e alimentato nel paese, per la élite dirigente USA non rimase, nella guerra fredda, che ricorrere alla CIA per imporre l'arte informale newyorkese, facendone nel contempo un vertiginoso affare.
Certamente l'informale non sorse come risultato di una manovra politica, ma da un crogiolo di autentica ricerca artistica, che però si era già esaurito negli anni Novecentoquaranta, e invece avrebbe durato e trionfato per altri sessant'anni circa per pressioni politiche. Fu soltanto per ferme pressioni del direttore della CIA A. Dulles che il proprietario di "Life" H. Luce dedicò nel 1954 un servizio con foto a piena pagina di Pollok, mentre l'articolista lo declamava il genio USA della pittura. E sempre soltanto per le stesse pressioni, in Europa irrompe negli anni Novecentocinquanta l'espressionismo astratto newyorkese, presentato dalla critica come la sola forma di arte USA, e la forma più avanzata di arte. Un'arte che aveva, dalla parte del potere politico, l'incomparabile vantaggio di una necessità di costante interpretazione e traduzione, per cui il primato passava dal creatore, il pittore, all'interprete, il critico: arte del tutto asservita, così - ed anche contro la propria volontà - a una gestione di potere, come sempre quando l'interpretazione passa per canoni e mediatori ufficiali, e quindi preselezionati dal ceto dirigente.
Con l'espressionismo astratto newyorkese si chiude quel progetto illusorio, avviato nella seconda metà dell'800, di un'arte capace di vita autonoma e separata, in opposizione, se necessario, alla classe dirigente.
Dalla guerra fredda anche l'arte trae una lezione decisiva: non esiste come opera isolata di singoli individui, azione titanica contro l'ordine olimpico.
Questo non è che il sogno del modello romantico, che può prendere forma soltanto in momenti di democrazia avanzata. In condizioni di tensione politica esasperata anche il contenuto universale dell'arte diventa subalterno alla sua funzione contingente di propaganda. E in condizioni di tensione la classe dirigente privilegerà quelle forme artistiche che meglio svolgono la funzione di propaganda.
Questa è la fondamentale lezione che si deve trarre dal successo dell'espressionismo astratto newyorkese entro la dialettica della Guerra Fredda, che reca seco un altro non meno decisivo insegnamento: nella lotta con un totalitarismo, inevitabilmente, i gruppi democratici impegnati tendono a reagire assumendone gli strumenti, come appunto la élite USA, che impegnata nella Guerra Fredda, privilegiò la segretezza e quindi la CIA.
Un nodo drammatico sul quale è bene riflettere davanti alla guerra al totalitarismo islamico, le cui idee sul progetto di 'burka artistico' sono state tutte esposte nell'assassinio di Theo Van Gogh, che realizza soltanto il discorso teologico islamico sull'arte avviato da Komejni attraverso la sua glossa alla vita dell'autore dei "Versetti Satanici".


 

 



 

Francesco Melzi e il potere militare nella Repubblica Italiana

di
Nino Del Bianco

La conquista francese della Lombardia nel 1796 provocò una serie di sostanziali mutamenti politici nel paese. Le due Repubbliche Cisalpine, susseguitesi fino al 1801, furono lo specchio di un clima rivoluzionario, radicale nelle intenzioni, spesso abboracciato e velleitario nei fatti.
Napoleone, cui premeva una Italia tranquilla, pacificamente disposta ai suoi ordini, diede vita nel 1802 a un nuovo regime, la Repubblica Italiana, ponendovi alla guida, con la carica di vice presidente, un nobiluomo moderato, Francesco Melzi d'Eril.
C
ostui si rivelò in realtà, checchè Bonaparte avesse sperato, tutt'altro che uomo di paglia.Il breve scritto che segue accenna appunto alla sua politica militare.

 


Il 14 aprile del 1802, due mesi appena dopo la nomina a vicepresidente della repubblica italiana Francesco Melzi d'Eril scriveva a Ferdinando Marescalchi suo ministro degli esteri, di stanza a Parigi: "Piano della mia condotta: rimettere l'equilibrio nel 1802. Nel 1803 creare mezzi per i fondi dell'armata, aumentare questa in proporzione della diminuzione della francese. Nel 1803 avere 25 mila uomini nostri, 30 mila per il 1804 ed i fondi militari per un campagna, quando prima del 1803 si diminuisca il mensile."
In queste poche righe si trova racchiuso un intero programma: una ipotesi di conduzione della cosa pubblica dove la costituzione di una armata nazionale rappresentava, e non a caso, un peso primario. Dove la sua creazione avrebbe costituito il dato essenziale di identità del nuovo Stato.
A quel tempo tutti gli Stati europei socialmente ed economicamente caratterizzati da una similare struttura basata in grandissima parte sull'agricoltura, presentavano identità singolarmente affini. La loro importanza nell'arengo internazionale era data in buona parte dalle forze armate che erano in grado di mettere in campo. L'esercito costituiva in effetti la premessa necessaria per il riconoscimento della validità dello Stato stesso ed era uno degli elementi fondamentali per determinarne il peso relativo.
E del resto quanto sarebbe stata determinante una forza armata al servizio di uno Stato per giustificarne l'indipendenza indipendente divenne chiaro alla fine del regno italico. Se ne rese conto Federico Gonfalonieri che, inviato a Parigi per implorarne l'autonomia dalle potenze vincitrici, lo esperimentò a proprie spese. Lo confermò amaramente in una lettera alla moglie:"per arringar la causa di una nazione voglionsi baionette e non delegazioni"
L'armata nazionale fu quindi uno dei primi obbiettivi di Melzi. Nelle sue intenzioni:
- doveva raffigurare la credibilità esterna della repubblica; era la carta di identità del nuovo Stato, e giustificava in campo internazionale la sua ragione d'essere.
- poiché rappresentava la nazione nel suo complesso doveva dare agli italiani il senso di appartenere a una comunità unitaria, e quindi costituire insieme alla scuola e alla giustizia uno degli elementi distintivi dell'unione nazionale
- doveva gradualmente sostituire l'armata francese in Italia con un sostanziale alleggerimento del bilancio riservato al ministero della guerra. La spesa per il mantenimento dell'armata francese presente in Italia costituiva il 40% dell'intero bilancio statale, e quindi una sua ipotetica riduzione avrebbe consentito nuove possibilità di sviluppo alla società civile.
- doveva infine, e non minore motivo codesto, dar vita a un organo centrale unico, capace di raggruppare sotto un rigido controllo disciplinare elementi dispersi, anche riottosi e turbolenti, sempre presenti nel corpo sociale.
Si mise quindi subito all'opera promulgando una legge sulla coscrizione militare obbligatoria. I risultati all'inizio e per qualche anno furono molto modesti causa la resistenza vivissima della popolazione, soprattutto nelle campagne, dove l'allontanamento della mano d'opera giovanile minacciava di incidere sull'efficienza del lavoro.
La contrarietà era dovuta inoltre anche al timore dei coscritti di essere impegnati in guerre esterne. A tale proposito il vicepresidente si sentì in obbligo di diramare una circolare ai prefetti nella quale assicurava che l'armata non sarebbe stata impiegata fuori del territorio nazionale.
Comunque renitenze e diserzioni furono, sia pure in misura calante, presenti durante l'intero periodo napoleonico. creando oltre a tutto gravi problemi di ordine pubblico. I coscritti dovevano venire accompagnati nelle caserme sotto la scorta di militari francesi per impedire le fughe e la stessa organizzazione logistica, caserme, armi, vestiario, fu all'inizio gravemente carente.
L'arruolamento trovò invece un clima molto più favorevole negli ufficiali. Costoro, tutti volontari, provenienti in buona parte dalle file dei patrioti, scoprirono nell'armata il mezzo più aperto e sicuro per affermare il loro credo politico. Essa inoltre si rivelò per buona parte degli intellettuali di allora un rimedio alla diffusa disoccupazione. E furono essi, animatori del giovane esercito repubblicano, a fornire la più convincente identità nazionale sia in pace sia sui campi di battaglia.
Quando poi si verificò un soprannumero di ufficiali rispetto alle esigenze fisiologiche dei reparti, Melzi, che si rendeva conto della loro specifica importanza, preferì conservarne i quadri piuttosto che ridurre la loro presenza.
A una parte tanto importante del suo programma di governo Melzi, già accentratore di natura sua, si trovò però a dover superare oltre che le difficoltà obbiettive tipiche di un organismo affatto nuovo, quale era la coscrizione obbligatoria, sconosciuto ai più e spesso inviso a buona parte della popolazione, anche due ostacoli di grande rilievo.
Il primo fu di ordine interiore, da riferirsi in modo specifico alla sua persona.
Egli era un uomo fisicamente debole e malato, tendente a considerare nei problemi politici la ricerca del successo per via diplomatica. Fu uomo che rifuggì da ogni attività fisica: era cioè di suo naturale meno vicino alla mentalità militare di quanto si possa immaginare.
Il secondo fu un ostacolo esterno: egli si trovò responsabile di un corpo dello Stato che veniva direttamente guidato da una onnipossente guida d'oltre confine anche se per l'interposta persona di Gioachino Murat comandante francese in Italia. Costui poi, per parte sua, era convinto che un forte esercito italiano, capace di gestirsi in modo autonomo, sarebbe stato contrario agli interessi della Francia.
La creazione dell'esercito repubblicano va in ogni modo vista come parte integrante di quel tutto che era il nuovo "governo costituzionale". E Melzi ebbe sempre cura di coordinare l'esercito a questo insieme. L'armata lasciata a sé stessa sarebbe potuta divenire un corpo avulso dal contesto civile, una specie di gigantesca compagnia di ventura atta a percorrere in guerra l'Europa e identificabile come unico punto di riferimento nel rapporto di dipendenza da Bonaparte. Essa divenne invece una tipica espressione della nazione fino a costituirne una delle poche caratteristiche positive; venne contemperata cioè la funzione dell'esercito con la quotidianità dello sviluppo civile facendo di quella una parte integrante di questo. Da ciò la creazione della gendarmeria per dare tranquillità alle campagne dove pullulavano le diserzioni, da qui i numerosi condoni, anche per rendere meno invisa ai giovani la permanenza nell'armata. Da qui infine la netta presa di posizione di Melzi in favore della società civile, quando si profilò il disastro delle armate napoleoniche. Scriveva il 31 dicembre del 1812 a Eugenio con il ricordo bruciante della sconfitta in Russia: "la generalità degli uomini considera lo stato delle cose attuali da un punto di vista molto affligente e la sola idea di una nuova campagna spaventa già tutti". E con ben più aperta franchezza il primo febbraio del 1814, a proposito della coscrizione militare : "io credo più che mai, visto lo stato delle cose in questo momento, che converrebbe per lo meno sospenderne la chiamata per calmare il dolore delle numerose famiglie che vi sono interessate". Anche questa frase è la riprova di come Melzi considerasse l'esercito parte non avulsa dalla comunità nazionale della quale avrebbe dovuto indissolubilmente seguire gli eventi e la sorte,
Ma Melzi era prima di tutto un uomo di Stato in grado di capire le priorità del suo compito e si mise quindi all'opera cercando di penetrare e padroneggiare la situazione. Vide subito le carenze di vertice tanto da denunciarle a Napoleone nella relazione del 15 ottobre 1802 " Il nostro stato maggiore é debole nell'istruzione e forte nel numero"
Già nella scelta del titolare del ministero della guerra sorsero i primi problemi. Nella lettera di Melzi a Napoleone del febbraio del 1802 cioè appena dopo la sua nomina, sono già chiari gli elementi di confidenza e di franchezza nei loro rapporti. Fu assoluta la fiducia da parte del Primo Console. Bonaparte credeva più in lui che negli stessi suoi generali tanto che gli scrisse di segnalargli in modo riservato quali ufficiali fosse il caso di allontanare dalla facile vita di Milano. Spesso Napoleone si rimetteva a lui anche per i trasferimenti degli ufficiali e per le promozioni.
Ed ecco questa prima lettera: " quanto alla Guerra ci sono i più grandi intrighi. E' il ministero che non si é potuto ancora mettere in ordine" Passava poi a esaminare i pretendenti: di maggior peso. " Giuseppe Lechi - lavora molto per diventarlo e trova protezione in rapporti di famiglia ma ha un piccolo partito nell'armata e uno grande fortemente contrario. D'altra parte si dubita molto della sua capacità e ancor più della sua moralità. Pino che é forse il più militare dei nostri non é amministratore e lui stesso me l'ha confermato.Resta Triulzi che é soltanto un buon nome senza macchia."
E Trivulzi sarà il prescelto.
Appena avviata la costituzione dell'esercito cominciarono presto le difficoltà determinate dai comandanti dei reparti e dai rapporti tra di loro. Egli concludeva con Marescalchi nel maggio dello stesso 1802: "insomma i generali buoni per la guerra non sono tutti buoni per la pace"
L'azione di Melzi nel campo militare sarebbe potuta caratterizzarsi soltanto nei limiti del potere che gli era stato concesso: organizzare bene e tenere sotto controllo la parte logistica cercare di evitare protezionismi e frizioni tra i comandanti, eliminare abusi e ruberie, con particolare attenzione in questo campo alle iniziative dei singoli comandanti francesi.
Nella realtà egli fece molto di più: contribuì a infondere nell'armata un impronta di carattere patriottico che non doveva andare più perduta e che doveva caratterizzarla anche negli anni futuri. Il merito di tutto questo non é certo esclusivo di Melzi. Giocò il carisma di Bonaparte che diede vigore all'esercito suscitando in esso l'impegno militare e l'emulazione con le altre armate al servizio della Francia. Fu poi merito dei patrioti, presenti come si è detto in gran numero tra gli ufficiali, tenere alto attraverso lo spirito di corpo l'orgoglio dell'identità nazionale.
Il quadro d'insieme fu quindi di grande e serio impegno, anche se i rapporti del vicepresidente con i vertici militari nella routine giornaliera furono non di rado costellati di puntigli, di invidie, di pettegolezzi.
E a questo proposito bisogna tenere presente che l'armata italiana nei tre anni della repubblica non fu impiegata in azioni di guerra. L'organizzazione dei quadri, la distribuzione dei comandi e delle sedi, le priorità reciproche dei reparti, furono quindi il compito maggiore da assolvere. Nacquero così, in un clima più burocratico che bellicoso, continue incertezze per le pressioni, le denuncie, le raccomandazioni. E prosperavano le fazioni contrapposte .
Gli ufficiali facevano vita di guarnigione, costituivano un corpo sociale molto invidiato (anche di riflesso alle vittorie napoleoniche) e con la spada nel fodero impiegavano molto del loro tempo a tessere alleanze, a discutere di promozioni, con lunghe soste ai tavoli da gioco, che provocavano in molti di loro croniche mancanze di denaro. Da qui la tentazione di metter le mani nei fondi pubblici che amministravano e le continue richieste di premi straordinari.. Frequenti gli intrallazzi con l'aiuto di spie e di donne compiacenti. Il ruolo delle donne, mogli o amanti, non di rado accomunato nella stessa persona, ebbe un certo peso in quel periodo. Fu famosa tra le altre la moglie di Sigismondo Ruga chiamata a Milano la Rugabella e definita da Stendhal "la belle foudroyante" che divideva equamente le sue grazie tra il generale Pino e lo stesso Murat.
Naturalmente lamentele e richieste finivano col piovere sul tavolo di Melzi che se ne lamentò con il solito Marescalchi nell'ottobre del 1803 " ma per fatalità di tutte le classi dello Stato la militare é la più trecassiera per la rivalità che nutre costantemente d'uomo a uomo, da corpo a corpo, d'autorità a autorità, ed io non mi sarei accorto dell'esistenza della Repubblica durante la mia malattia se le brighe di questa gente non m'avessero rotta la testa dalla sera alla mattina."
E tuttavia una volta tanto espresso il proprio compiacimento per i risultati ottenuti. Scrisse a Marescalchi nel 1803 "Pino e il battaglione della guardia sono partiti. Tutto é nuovo e si sente, ma un anno fa questo non sarebbe arrivato e un pò di indulgenza in questo caso non é altro che giustizia. E'' giusto incoraggiare gli sforzi della gioventù..."
Tra parentesi tutta la corrispondenza sua con Marescalchi risente dello scopo non nascosto di informare Napoleone attraverso interposta persona. Siccome Marescalchi era timido di fronte a Bonaparte e cercava di alleggerire richieste e problemi, così Melzi appositamente tendeva a drammatizzarli per averne una specie di risultato compensativo. Il vicepresidente era irritato della timidezza del suo ministro degli esteri tanto che una volta nel febbraio del 1803 gli scrisse: voi avete un bel talento per essere sempre riconoscente perché argomentate doverlo a chi, tagliandovi le orecchie, non vi tagli il naso".
Questo fu il quadro generale nel quale il vicepresidente della repubblica italiana si trovò a operare, e questi sommariamente i termini del confronto tra potere militare e potere politico nella repubblica italiana
Vediamo ora in modo specifico i rapporti diretti tenuti da Melzi con i vertici militari .Murat prima di tutto.
Sceglierò per brevità tre figure emblematiche dimilitari: la più rilevante di tutti, cioè Domenico Pino, poi un nemico dichiarato di Melzi quale fu Giuseppe Lechi e infine un amico altrettanto fedele cioè Pietro Teullié.

Murat
Murat, generale in capo dell'armata francese in Italia, ebbe un primo periodo di felici relazioni col vicepresidente durante lo spazio di pochissimi mesi, salvo poi mutare completamente il proprio atteggiamento. Dopo pochi mesi ostentò una freddezza palese nei riguardi di Melzi, facendolo oggetto di continue accuse nelle corrispondenza con il potente cognato. La prima occasione fu la mancata acquiescenza di Melzi alle continue richieste di Murat di denaro per la sua cassa privata.
I rapporti peggiorarono rapidamente col tempo, ma Melzi, come era del resto d'obbligo, continuò ad appoggiare a Murat tutte le questioni di sua competenza, chiedendone anche l'aiuto per quanto necessitava all'armata italiana. La corrispondenza tra i due, cordiali all'inizio, assunse presto un tono agrodolce.
Esistevano ragioni di fondo per le quali il contrasto non sarebbe potuto non esplodere. I due avevano caratteri affatto opposti. Murat era ambizioso, impulsivo, spaccone, di animo naturalmente cordiale, di grossolana furbizia, apriva i suoi salotti a tutti, ivi comprese conoscenze di dubbio gusto, pur di essere al centro dell'attenzione illudendosi anche in questo modo di acquistare preziose amicizie. E questa facilità di dare ascolto alle opinioni di quanti correvano a lui, anche perché esclusi dal circolo dell'aristocratico e riservato Melzi, lo collocarono obiettivamente in una posizione frondista.
Inoltre Murat era colmo a tal punto di diffidenza verso tutto ciò che sapeva di italiano che un giorno essendogli stato detto per burla che il poeta Filicaia si era espresso nei suoi versi contro la Francia voleva immediatamente procedere al suo arresto. Gli fu poi spiegato che costui era nato nel 1642 e morto nel 1707.
Si aggiunga l'onere di una polizia privata che il francese manteneva al suo servizio a spese della repubblica italiana con l'incarico ufficiale di controllare la propria armata. In realtà questo reparto era un suo personale organo di informazione che si trovava, e non a caso, in posizione antitetica rispetto a quello analogo del vicepresidente. Nel complesso la posizione di Murat, in apparenza ostile soltanto alla persona di Melzi, in realtà finiva col risultare in opposizione a quella ufficiale dell'intero governo.
Murat contava anche sulla solidarietà dei circoli italiani a Parigi, dove, insieme con veri patrioti come Filippo Buonarroti, si muovevano nell'ombra figure ambigue, primo fra tutti l'ex capo della seconda Cisalpina Sommariva, contrarie al governo di Milano.
Murat non riuscì mai a capire completamente perché l'onnipotente suo cognato facesse più affidamento sull'italiano che su di lui. Egli era notoriamente un valoroso in battaglia e riteneva di poter trasferire anche nel ben più intricato campo della politica i suoi successi militari. Da qui la speranza di ambire al posto di vice Bonaparte in Italia . Non perse perciò occasione già nel primo anno di mettere Melzi in cattiva luce a Parigi., e continuò nella sua campagna denigratoria definendolo "un uomo imbelle che non ha il coraggio di montare a cavallo"
Arrivò a tentare di macchiarne la figura. Nel luglio del 1803 scrisse infatti al cognato:" Mio generale, quest'uomo non vi ama, l'avvenire ve ne convincerà" Napoleone però non si mosse dal suo atteggiamento e tentò di mettere pace tra i due spiegando a Murat le ragioni della popolarità del vicepresidente.
Tra i tentativi di rappacificazione ci fu quello da parte di Melzi che si propose come padrino alla nascita del figlio di Murat, Breve parentesi di sereno tra i due, ma anche il destino parve mettersi di mezzo, perché l'infante venne a morte dopo un paio di settimane.
Murat, vista sbarrata la strada verso Melzi, imperturbabile nella sua inimicizia, tentò anche un avvicinamento diretto con Marescalchi. Il ministro degli esteri italiano, giornalmente in contatto con Napoleone, ove fosse stato persuaso ad accettare un rapporto di amicizia esclusiva con il generale francese, avrebbe potuto molto contro Melzi.
Il motivo di fondo del malcontento di Murat era in realtà l'assoluta autonomia dell'autorità civile nei suoi confronti che Melzi aveva saputo mantenere. e che il francese considerava una esautorazione alla sua persona.
Napoleone infine, dopo avere tentato con espressi e reiterati inviti ai due di andare d'accordo, vista la impossibilità di vincere la reciproca idiosincrasia, scelse di mantenere Melzi e trasferì a Parigi Murat.

Pino
Domenico Pino fu il più brillante soldato italiano del periodo napoleonico. Melzi era il primo ad ammetterlo e così come ne lodava le doti di coraggio, di decisione e di patriottismo così ne riconosceva i difetti del carattere, impulsivo, influenzabile, e gravemente macchiato dal vizio del gioco e dall'insaziabile bisogno di denaro.
I rapporti tra i due, ferme le premesse di quanto sopra e le riserve di Melzi, non furono in sostanza mai cattivi.
Ci furono però fin dall'inizio grane provocate anche dagli atteggiamenti di Pino. L'esercito della repubblica era costituito su due divisioni comandate rispettivamente da Pino e da Giuseppe Lechi. L'inimicizia tra i due generali era pubblica e proverbiale e si spingeva a tali eccessi che gli appartenenti ai due corpi non si scambiavano nemmeno il saluto militare. Melzi era fortemente preoccupato per questo diverbio che si stava rivelando insanabile. Ne scrisse a Napoleone " raccomando di allontanare in un modo e nell'altro Pino e Lechi. Hanno fatto nell'armata due partiti che scassano l'armata che é piccola" e suggerendo di allontanare i due dando loro un incarico fuori dell'Italia.
Lo stesso Pino, malcontento del soggiorno a Milano, ansioso di combattere come del resto lo spingeva il suo carattere, nel gennaio del 1803 Pino chiese di essere mandato a San Domingo dove i francesi erano impegnati in una guerra locale. Vero anche che dopo soli due giorni fece una nuova richiesta per essere mandato a Napoli.
Pino trascinava anche Murat nei suoi problemi. Questi intervenne presso Melzi perché ne sanasse i debiti . Scrisse poi al vicepresidente dicendo che era stato ringraziato con le lacrime agli occhi.
Col tempo sembrò che la condotta di Pino divenisse meno inquieta. Melzi ne scrisse a Marescalchi nel giugno del 1803: "da alcuni mesi a questa parte egli si é mostrato attaccatissimo al governo ed a me, in modo che merita tutta la nostra attenzione , ed é infatti, sebbene rozzo e di testa leggera, buono per altro di cuore, suscettibile di essere sedotto e sviato, ma non capace di una porcheria"
Ma l'idillio sembrò non durare a lungo. Napoleone come é noto richiese un contingente di truppe italiane per unirle ai centomila uomini pronti a Calais per lo sbarco in Inghilterra. (la vittoria inglese di Trafalgar e la distruzione della flotta francese mandò poi come è noto a monte l'impresa). Pino chiese di farne parte e nell' agosto del 1803 fu prescelto a guidarne le sorti.
Si trattava ora di preparare adeguatamente il corpo di spedizione. Fu scelta per l'addestramento la sede di Monza. Pino si dimostrò attivo e capace ma chiedeva continuamente nuovi fondi. Melzi esasperato prende una decisione radicale e la comunica a Marescalchi: "ammazzato dalle tracasserie, dalle vessazioni, dalle domande replicate, intralciate, imbrogliate di Pino per il corpo che parte sotto i suoi ordini", provoca una riunione generale di tutti i capi del corpo alla presenza di Pino e ne discute singolarmente le richieste. Essi rispondono di avere ricevuto tutto l'occorrente e di non avere bisogno d'altro.
Ma Melzi sa bene che la sua vittoria sarà di breve durata e aggiunge: "chiederà ancora perché debolissimo in questa parte si lascia metter su dall'ultimo tamburino" e più avanti " il generale Pino si é talmente scaldata la testa per questa spedizione che credo immagini di andare alla conquista del Messico e del Perù." Riguardo poi agli avanzamenti che il comandante nel suo entusiasmo richiedeva in continuazione:" egli vorrebbe portare tutta la divisione sua, cominciando dall'ultimo tamburino, al grado di generale o sopra generale";
La spedizione parte infine per la Francia. Giunto a Ginevra Pino chiede altri fondi che a suo dire aveva dovuto anticipare. Melzi scrive a Marescalchi che rivolga la richiesta a Napoleone. Questi rifiuta. Ne nasce una querelle infinita. Melzi riteneva che le spese del soldo alla truppa italiana in Francia fossero a carico della Francia appunto. Napoleone non ne vuole sapere anche se aveva lasciato sperare il contrario. Da qui lamentele infinite di Melzi che non dimenticherà e accumulerà anche questa tra le sue disillusioni progressive.
Ma avviene un fatto nuovo e imprevisto. Pino si rompe una gamba. La frattura é grave e Marescalchi teme addirittura per la sua vita. Pino non vuole lasciare il comando e, disperato, tenta due volte addirittura il suicidio. Poi ci ripensa e chiede ancora denaro. Melzi scrive a Marescalchi fuori dei denti: " quanto al generale Pino dopo avergli pagato, per compiacere a Murat, i suoi debiti con una grandiosa somma che neppur oso dire, gli regalai di mio Lire 15,000. Per la spedizione gli feci pagare 10,000 lire. Gli pagai la carrozza. Nelle attuali circostanze della disgrazia occorsagli gli mandai del mio Lire 12,000. Pino é una testa pazza di cui non c'é la simile; e ritenete per norma che egli non ha mai conosciuto ne leggi ne regolamenti" Aggiunge che ha avuto nel 1803 più di 50,000 franchi di straordinario. Chiude poi melanconicamente: "mi fa cascar le braccia il vedermi da tutte le parti così mal corrisposto mentre io mi sacrifico e mi sfascio per tutti"
Marescalchi risponde "Ne parlerò al Console , che é già prevenuto, e farò fissare un limite perché altrimenti ci costerà come un intero reggimento"
Pino stenta a guarire e deve cedere il comando. Il 3 agosto del 1804
Napoleone comunica a Melzi con l'abituale folgorante secchezza:" E' impossibile a Pino far parte della spedizione; l'ho nominato ministro della guerra. Voi conoscete lo zelo del generale Pino; é energico e sembra attaccato alla mia persona" La lettera a una prima lettura sembra dettata da un moto quasi irragionevole di capriccio. Non é così. Napoleone rimproverava al generale Trivulzi ministro della guerra la sua debolezza e voleva sostituirlo con uno più energico. Mise Melzi davanti al fatto compiuto perché lo sapeva contrario a Pino e voleva eludere inevitabili discussioni.
Melzi conosceva bene la debolezza di Trivulzi, ma fu violentemente contrario alla nuova nomina sia per la scelta sia per il modo come era stata fatta, passando sopra la sua testa. Scrisse il 23,8,184 a Napoleone e non potendo andare oltre si limitò a fare le riserve sulle capacità amministrative di Pino " ha dell'energia senza dubbio, ma se Trivulzi trascinava a stento la macchina del ministero ( quindi aveva capito benissimo le ragioni del cambiamento) Pino la ribalterà in pochissimo tempo se lo si lascia fare. E chi lo fermerà? Io ne sono incapace. " Fece poi seguire l'immancabile richiesta delle proprie dimissioni.
Ebbe invece uno sfogo violentissimo con Marescalchi :" Sospetterei da tutto ciò che questa nomina contiene di straordinario, di contraddittorio ed implicante, che sotto vi covi qualche altra idea, giacché é impossibile che S.M. si dissimuli l'assoluta e piena incapacità del nominato giacché lo scredito di Pino é troppo pubblico e solenne. Ma siasi comunque io riguardo questo tratto come una nuova prova solenne della impossibilità per me di tenere questa situazione. quando l'uomo da me designato per pazzo e da tutti conosciuto per tale invece di mandarsi all'ospedale si manda a governare, vedo che tocca a me ad andare a occupare la sua piazza in ospedale".
Il buon Marescalchi si spaventa e teme l'ira di Napoleone: "voi ci fate correre il pericolo che monti una volta sulle furie davvero e faccia di noi dio sa che cosa? Pensateci ve ne scongiuro di nuovo".
Ma tutto sommato i rapporti con il nuovo ministro non sono cattivi. Appena nominato Pino va a presentarsi a Melzi. Lui se ne lamenta poi con Marescalchi: " Ma se aveva detto a me che era incapace di amministrare? con tutta freschezza ora si sente capacissimo". A Milano inseguono Pino cinque cambiali protestate per un complesso di 28 mila franchi.. Pochi giorni dopo lui torna da Melzi e dice che nel ministero c'é confusione e che lui non si raccapezza.
Melzi bada di tenerlo a freno e gli scrive addirittura nel febbraio del 1805 da Parigi mentre la repubblica e quindi il suo mandato stava per terminare: " vi prevengo che alla vigilia come siamo di politici cambiamenti nelle attuali circostanze é opportuno che non facciamo promozioni salvo quelle strettamente necessarie al servizio anche per non caricare nelle attuali circostanze il tesoro di spese al di là delle urgenti"
Nonostante questa altalena di lodi e di rimbrotti tra i due si può tutta via concludere che i rapporti personali tra Melzi e Pino non furono mai decisamente cattivi. Il secondo nutrì per il primo ininterrotta considerazione e rispetto e non si schierò mai contro di lui, nemmeno quando Melzi cadde in disgrazia. Anzi, nei giorni convulsi della fine del Regno italico, quando Melzi era sospetto all'opinione pubblica dominante e addirittura inviso ai politici del partito italico, lo difese in prima persona, e in forma più aperta di altri che si reputavano amici, scagionandolo dalle accuse che gli erano state mosse.

Giuseppe Lechi
Veniamo ora a un avversario dichiarato di Melzi: il generale Giuseppe Lechi. La nobile famiglia dei Lechi di Brescia diede all'esercito italiano ottimi militari fra i quali Teodoro comandante la guardia reale di Eugenio. La figura di Giuseppe sembra invece mostrare un lato meno felice della famiglia.
Egli aveva già rivelato il lato venale del suo carattere nel 1797 quando era entrato alla testa della legione italiana a Città di Castello. In qualità di liberatore chiese ai patrioti locali un concreto riconoscimento per la sua persona. Essi gli fecero dono del famoso Sposalizio di Raffaello sottraendolo al convento dei frati francescani. Lechi appena di ritorno a Milano si affrettò a vendere il dipinto che, dopo varie vicende, rimase proprietà dell'Ospedale Maggiore. Da qui lo fece acquistare il vicepresidente Melzi nel 1803. Il quadro trovò posto alla pinacoteca di Brera dove ancor oggi viene ammirato come una delle opere più preziose.
Alla creazione della repubblica italiana Giuseppe Lechi si aspettava di ottenere l'incarico di ministro della guerra. Non sappiamo se si trattasse di un suo mero desiderio oppure ai Comizi di Lione il posto gli fosse stato promesso. La mancata nomina venne comunque considerato da lui come un affronto personale del quale non si dimenticò mai e del quale diede tutte le colpe a Melzi. Si mise quindi subito a far la fronda al vicepresidente cercando appoggio presso Murat del quale divenne amico fedele e confidente. Probabilmente questa scelta di campo così palese e così definitiva fu dovuta anche alla convinzione non taciuta di Murat che presto o tardi Napoleone avrebbe sostituito Melzi con lui; da qui possibili promesse a Lechi che si attendeva adeguate ricompense.
Cominciò così il braccio di ferro con Melzi.
Lechi comandava una delle due divisioni italiane; abbiamo già accennato della rivalità con Pino e delle preoccupazioni di Melzi al riguardo. Egli scrive a Marescalchi il 25 marzo del 1802 proponendo Lechi quale addetto militare presso la Corte di Napoli. "Starà là meglio che qui. Voi conoscete l'uomo e i rapporti e dovete sapere quant'egli sia piccato di non essere quello che bramava." Per il momento il tentativo di allontanarlo da Milano non ottenne l'esito sperato. Scrisse ancora a Marescalchi:" Pazienza se non si può mandarlo a Napoli. Non lo credo qui terribile ma imbarazzante. Non ho temuto dal conservare Lechi; amato o no dai suoi, non é perciò men vero che la massima divisione non esista tra le due divisioni e che é pur forza di riunirle. Da tutte le parti stiamo male, ma conviene istare col meno peggio"
Il vice presidente passò in breve alle accuse vere e proprie contro di lui, insistendo ancora con Marescalchi per ottenere da Napoleone l'assenso al suo trasferimento. "Quest'uomo, avido e ambizioso, é circondato dalle peggiori teste e sarà sempre d'ostacolo e di grave imbarazzo. Se non vuole mandarlo a Napoli lo mandi dove vuole". Conclude pregando di "allontanare il capo della banda".
E ancora il 25 giugno " Murat protegge Lechi e si tiene in pericolosa corrispondenza anche da lontano" La protezione del generale francese era altrettanto palese. Lo propose a Napoleone per la Legion d'onore con la singolare motivazione che "E' Lechi che mi informa di tutto." Lechi ricambia il favore riferendo che inviati da Roma, da Napoli e dalla Svizzera avevano complottato per spingere Melzi a gettarsi nelle braccia degli inglesi.
Lo stillicidio tra i due é continuo. Melzi arriva a definire la famiglia Lechi " quasi tutti intriganti, odiosi, immorali ed esecrati." Non gli perdona poi di chiudersi ore intere nel salotto privato con Murat "non potendo essere ministro della guerra é diventato ministro dei suoi divertimenti"
Lechi ha poi una parte di primo piano nell'apertura della casa da gioco voluta da Murat e che Melzi si affretta a far chiudere .
Melzi commenta di lui : "gli é al segno esecrato che é giunto a dolersi egli stesso che con insulto lo notano a dito donnicciole e ragazzi nelle strade"
L'inimicizia tra i due si tramutò in guerra aperta per il cosiddetto affare Ceroni. Il capitano Giuseppe Ceroni, noto più come poeta che come militare, scrisse un mediocre poemetto nel quale si poteva adombrare nella figura di un tiranno quella di Bonaparte. Melzi fece immediatamente sequestrare la pubblicazione e non diede altro peso alla cosa. Ma Lechi vegliava e denunciò il libro e l'autore a Murat ottenendo un mandato di perquisizione presso l'abitazione del Ceroni. Qui furono scoperte lettere di indirizzo e di risposte elogiative all'autore del prefetto Magenta, del consigliere Cicognara e del generale Teullié. Seguì l'invio di tutto il materiale a Parigi con adeguato commento che coinvolgeva in qualche modo Melzi. Napoleone infuriato ordinò l'immediato arresto dei tre. Melzi offrì le dimissioni.
L'affare presto si sgonfiò con una curiosa appendice. Ceroni in carcere, a dimostrazione di quanto sia difficile far zittire i poeti, scrisse un sonetto con l'inizio 'triste carcere lurida mi chiude" e riescì a farlo uscire di nascosto e a diffonderlo in città. Lechi, comandante la piazza di Milano e quindi responsabile del carcere, ci va di mezzo e Melzi gli ricambia lo sgambetto sostenendo che tra le carte sequestrate a Ceroni era stato fatto sparire un vecchio invito a lui rivolto da Lechi perché scrivesse la storia della Cisalpina in funzione antifrancese. .Lechi offre le dimissioni. Murat si mette di mezzo, va da Melzi e afferma di considerare le eventuali dimissioni del generale "suo disdoro personale". Si soprassiede.
La Consulta sostituisce infine al comando della divisione Lechi col generale Fiorella. Lechi non vuol lasciare il comando. Murat si rivolge invano a Melzi. Il vicepresidente che aveva lanciato il sasso nasconde la mano e dice che é affare della Consulta. Murat scrive chiedendo se c'erano e quali erano i gravi motivi della decisione. La consulta risponde che si tratta di normale avvicendamento.
Lechi viene alfine allontanato e mandato a comandare la truppa sul Rubicone. Melzi commenta con Napoleone per la disposizione "infinitamente savia e delicata".
E del resto non sono diverse nemmeno le opinioni di Marescalchi sull'individuo:" io conosco quest'uomo in tutta la sua estensione. Io lo tengo per il più cattivo degli esseri per il più mentito e, nell'istesso tempo, il più capace di commettere qualunque anche assassinio col maggior sangue freddo del mondo";
Melzi lo considera militarmente mediocre. L'uomo é intrigante e provoca malumori dappertutto. Non si sa dove collocarlo. Nel 1804 si trova a disposizione del comando francese a Calais. Si sente trascurato e fa una lettera di protesta al generale Saint Cyr comandante il corpo sulla Manica. Questi, con l'insolenza elegante tanto tipicamente francese gli risponde "J'ai lu votre lettre et je vous la renvoi en original"

Teullié
Melzi era preoccupato delle spese del ministero della guerra, ingenti e soprattutto da lui incontrollabili; Propone quindi a Bonaparte di scindere il ministero stesso in due dicasteri distinti , uno organizzativo e l'altro amministrativo. Le identiche ragioni che muovono Melzi, di poter cioè avere un controllo sulle spese, spingono Bonaparte a rifiutare. Comunque é questa la prima volta che Melzi, proponendo la candidatura del generale Pietro Teullié, dimostra la sua fiducia in lui. Scrive: "Caldo patriota, ma onesto, (in quel ma c' é tutto Melzi) ha talento ed applicazione, é amato nell'armata". Esclusa la scissione, Teullié finisce capo divisione al ministero della guerra
Il vicepresidente definisce Teullié bensì democratico "in modo esaltato ma non commise indegnità alcuna mai" Avere la stima di Melzi vuol dire porsi immediatamente nel mirino dei suoi avversari. Murat lo accusa di essere nemico dichiarato della Francia.
Il fatto era che Teullié semplicemente non si occupava di politica, non si mescolava negli intrighi, era pieno di zelo e conosceva bene il suo mestiere.
Teullié ricambia affetto rispetto e riconoscenza. per il suo protettore, si indirizza sempre a lui come "l'ottimo Melzi"
Gli manda gli auguri per capodanno nel 1805 " si degnerà di accettare i sinceri auguri miei , i voti miei, i più vivi per la sua gloria, per la felicità sua." E nelle sue lettere non dimenticava mai di aggiungere la parola riconoscenza.
Quando viene arrestato per l'affare Ceroni tanta é la stima di cui gode nell'armata che il comandante la guarnigione del castello sforzesco dove viene rinchiuso gli mette a disposizione il proprio appartamento personale . Melzi in quell'occasione scrive a Napoleone ancora adirato:" i suoi torti derivano solo dall'imprudenza. Gli uomini cambiano; può essere utile all'armata; buon comandante, tiene la disciplina"
Teullié viene scelto dallo stesso Pino come suo secondo nella spedizione sulla Manica. Quando questi deve ritirarsi Teullié lo sostituisce ma solo temporaneamente perché essendo soltanto generale di brigata non può assumere il comando effettivo. Viene scelto a capo del contingente Trivulzi ma muore poco dopo di malattia a soli 32 anni. Teullié allora ottiene la promozione e la nomina definitiva al comando. Melzi commenta "vale assai più di Pino stesso".
Pietro Teulliè si rivelò infatti un ottimo comandante adorato dai suoi soldati dei quali cura in modo particolare il benessere. Da Calais chiede a Melzi un prestito di 30,000 franchi per poter fornirli di vestiario adatto, assicurando che verranno restituiti quando riceveranno il soldo.
. Il vicepresidente acconsente e inoltre manda con esborso personale 1,600 capotti.
L'accordo tra i due, esemplare e quasi unico come affiatamento, derivò soprattutto dal fatto che Teullié faceva soltanto il suo mestiere di soldato e lo faceva bene, era un patriota ma non si mescolava nelle varie consorterie, e Melzi gliene era riconoscente.

Conclusione

In periodo di pace si danno come si dice non colpi di spada ma colpi di spillo e questi abbiamo riferito. Tuttavia anche attraverso queste vicende all'apparenza abbastanza contingenti si costruì in quegli anni il futuro dell'armata nazionale.
Nella realtà quella che poteva sembrare una banda di chiacchieroni e di profittatori si dimostrò poi un esercito efficiente durante le guerre del regno italico, in Spagna, in Germania in Russia. E gli ufficiali intriganti diedero un alto esempio del loro valore a dimostrazione della loro tempra.
Ceroni morirà combattendo nella campagna di Russia.
Teullié era. nel 1807 in Germania e comandava il corpo italiano all'assedio di Wokelsberg. Fu colpito a morte da una palla di cannone mentre era sugli spalti incitando i suoi uomini. Quando vennero fatti i funerali sul campo i tedeschi che si affacciavano sulle mura della città assediata cessarono di combattere e spararono a salve per onorare la sua memoria.
Pino in Russia nel 1812 sulle alture di MaloJaroslavez tenne testa durante l'intera giornata con 15,00 uomini all'assalto di 70,000 russi. E i suoi soldati andarono all'assalto gridando ' viva l'Italia".
Melzi nella primavera del 1805 era ormai esautorato e il 27 marzo diede definitivamente le dimissioni. Tuttavia fino all'ultimo conservò l'autorità del suo posto e ancora in aprile e fino al 3 maggio continuò a dare ordini a Teullié e a Pino. Finché l'8 maggio Napoleone lo sospese dall'incarico e lo nominò gran cancelliere dell'Impero. E qui si apre un nuovo capitolo di storia.


Nino Del Bianco

 

Nino Del Bianco è uno studioso dell'epoca napoleonica. Ha pubblicato, con l'editore Corbaccio, "Fermo Solari" (1990) e "Il coraggio e la sorte. Gli italiani nell'epoca napoleonica". Collabora a riviste e giornali sull'argomento.

La sua più recente opera (2002) è "Francesco Melzi d'Eril: la grande occasione preduta", sempre edito da Corbaccio, nella collana storica diretta da Sergio Romano.
 

 

 

 

 

 

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