LA STORIA DELL'ITALIA CHE FU

( E della geografia più inedita, s'intende! )

 





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Un Buddha romanico

La cosiddetta arte greco-buddista del Gandhara, nata dall'incontro dell'arte greco-ellenistica con il pensiero e le leggende buddhiste, è un fenomeno che condizionò e influì anche sull'arte del medioevo occidentale. Invito ad osservare la statua del santo presente all'esterno della Cattedrale romanica di San Lorenzo a Genova. Si possono notare il nimbo, il volto tipicamente centro asiatico e le vesti del Buddha Vajrapani gandharico; questa iconografia, filtrata nel mondo romano fin dal tempo di Costantino e poi a Ravenna e a Bisanzio, comparve e si diffuse in epoca altomedievale.


Cattedrale di San Lorenzo (Genova)


L'arte greco-buddista del Gandhara si può dire sia espressione di una religiosità che presenta forti analogie, nel campo dell'etica, con quella cristiana. È indubbio che l'arte del Gandhara, agli albori della nostra era, abbia dato visibilità al buddhismo e alla sua vocazione ecumenica; questo soprattutto grazie all'impero culturale che l'ha generata, l'impero kushana.
Il nome Kushana deriva dal cinese Guishuang, designante una delle cinque tribù degli Yuezhi, un'ampia federazione di genti indoeuropee che parlava una lingua iranica, il Tocario. Provenienti dalle aride regioni della Cina esterna, quali il Bacino del Tarim (oggi Xinjiang), gli Yuezhi vennero sospinti ad Ovest da un'altro popolo nomade, gli Xiongnu, finché nel 150 a.C. giunsero ad occupare la Battriana greca, cioè le attuali regioni ai confini di Iran e Afghanistan.
Tra il I secolo a.C. e il I d.C., il capo kushana Kujula Kadphises unificò le cinque tribù Yuezhi, fece loro valicare l'Hindukush e le trascinò alla conquista dell'India, allora dilaniata dalle guerre tra dinasti (gli khsatrapa) Saka, l'etnia tribale del Buddha, e piccoli sovrani locali.

Dal I al II secolo d.C., i sovrani kushana arriveranno a controllare un vasto regno che si estende dalla Battriana (bacino dell'Oxus) al Gandhara e al Panjab (bacino dell'Indo), raggiungendo il bacino del Gange, almeno sino a Patna (Bihar) e forse sino al golfo del Bengala. Un grande impero dunque, un mosaico di genti, lingue e religioni in cui convivono iranismo, buddhismo, ellenismo e induismo. L'impero kushana è il primo esempio (probabilmente anche l'unico) di tolleranza religiosa, da parte di un potere che condivide con i suoi sudditi una molteplicità culturale, soprattutto religiosa.

All'interno di questo variegato intreccio etnico e linguistico, i dinasti kushana tendono in ogni caso a porre in risalto la propria origine centroasiatica e la cultura iranica, senza dubbio acquisita nel corso della lunga permanenza in Battriana.
Insediandosi nella Battriana, gli Yuezhi abitarono un paese le cui tradizioni e la cui tecnologia erano state profondamente segnate da due secoli di occupazione greca. La regione, conquistata dalla campagna di Alessandro Magno, col tempo era passata nelle mani dei suoi successori, i cosiddetti diadochi. I Kushana, ereditando di fatto questa situazione, si trovarono così a governare una popolazione in cui l'elemento greco o ellenistico era ormai dominante. Non solo: la presenza di vestigia buddhistiche e shivaite attesta l'estensione dell'influenza indiana in Battriana a partire dal I secolo d.C. Una presenza talmente forte da indurre l'imperatore, il maharaja kushana Kanishka, a convertirsi al buddhismo.

Molto vicino agli autori sanscriti, il regno di Kanishka è conosciuto anche per aver dato i natali alla prima statua del Buddha. Una raffigurazione che ha due punti di riferimento e di ispirazione: le statue del dio greco Apollo e l'idea iranica dell'aureola, del nimbo luminoso, lo xvarnah, che si irradia dal capo degli esseri eletti. Un' iconografia a cui la statua della cattedrale di San Lorenzo rende testimonianza.

Ezio Albrile




 


 

 

UNA CHIESETTA ALCHEMICA

Quasi al centro della Val di Susa (Torino) sul lato sinistro del fiume Dora, si stende il paesino di San Giorio, un piccolo centro abitato legato alla devozione di San Giorgio, il mitico uccisore di draghi. Il paesino è noto ai cultori di antichità medievali per la presenza di un significativo monumento, la cappella di San Lorenzo Martire, detta Cappella del Conte, situata a pochi metri dalla chiesa parrocchiale.
Nel 1328 il castellano di San Giorio, il conte Lorenzetto Bertrandi, fece erigere una cappella cimiteriale dedicandola al suo protettore san Lorenzo. L'area su cui sorge è sin dai tempi antichi ritenuta sacra, testimonianza è la presenza sul lato sud della chiesetta di una roccia coppellata utilizzata a fini rituali dalle autoctone popolazioni celtiche sin dal VI-V secolo a.C.
Il conte fece completamente affrescare la cappella da un anonimo pittore franco-piemontese. L'interno è completamente decorato da un ciclo pittorico restaurato, ma in fase di ulteriore, progressivo deterioramento. Dei dipinti murali esterni rimane soltanto un frammento sul lato meridionale, mentre quelli all'interno offrono una preziosa testimonianza del gotico francese in Val di Susa.
Raffigurate sulle volte si possono ammirare l'Annunciazione, la Natività, la Presentazione di Gesù al Tempio, l'Ultima Cena, le Marie al Sepolcro. Al centro dell'abside la Crocifissione e alla sinistra il martirio di san Lorenzo, sempre nell'area absidale è visibile san Lorenzo che presenta il committente Lorenzetto Bertrandi e la moglie Guglielmina. Oltre a questo trovano posto la raffigurazione di sant'Agata e di sant'Orsola con le Undicimila Vergini.
Altre figurazioni sono quelle Adamo ed Eva accanto all'entrata laterale e sullo stesso lato un dipinto molto danneggiato raffigurante un anonimo abate. Lo stile e la tecnica pittorica di questi affreschi risentono fortemente tanto dell'influenza bizantina (in particolare nella figurazione degli angeli all'Annunciazione e all'episodio delle due Marie), quanto della scuola di Giotto.
Il ciclo di affreschi è di grande valore iconologico. Infatti, le storie rappresentate trattano temi che dalla semplice devozione si estendono alla vita culturale del tempo nei suoi addentellati mitologici e simbolici. Tre in particolare hanno attirato la nostra attenzione. Dapprima osservando la scena del martirio di san Lorenzo, notiamo il possibile riciclo di un motivo iconografico caro all'antichità classica. Le catene ricordano infatti il destino cui è incorso uno dei più importanti dèi del pantheon ellenico, Kronos.

Kronos è l'imberbe Titano figlio di Uranos e Gaia, pargolo di una prima generazione divina, anteriore agli dèì olimpici. Diventa padrone del mondo castrando il padre, cioè recidendo il flusso spermatico e generativo (Hes. Theog. 175 ss.). Una sorte che nei vaticini di un oracolo, sarebbe toccata anche a lui. Spaventato, per allontanare la profezia, Kronos inizia a cibarsi dei propri figli man mano che nascono.
Tra di essi c'è anche Zeus, che con uno stratagemma riuscirà ad evitare di essere mangiato (Hes. Theog. 485 ss.). Lo stesso Zeus, raggiunta l'età adulta e aiutato da Metis (o dalla stessa Gaia), farà bere a Kronos una pozione che lo costringerà a vomitare tutti gli dèì ingurgitati (Ps.-Apoll. Bibl. 1, 2, 1 ss.; Hes. Theog. 493 ss.). Evirato, sarà ridotto in catene. Anche le catene ai piedi di Kronos hanno valore simbolico (Macr. Sat. I, 8, 5), poichè legano nello stesso tempo Kronos a Uranos e Zeus a Kronos: stabilendo così un contatto tra il mondo "intellegibile" (to noeton) di Uranos e quello "intellettivo" (to noeron) di Kronos, impedendo a quest'ultimo di cadere in basso, verso il mondo sensibile. Anche tale aspetto del mito è illustrato da Plotino (Enn. V, 8, 13) e, con maggiore ampiezza, da Proclo nonché da Damascio nel Commento al Parmenide.
Uno dei possibili riferimenti è il mito platonico di Er (Resp. 10, 614 a 4-616 a l4) : Er, figlio di Armenio, muore in battaglia, ma ritorna miracolosamente in vita, raccontando di aver visto nell'aldilà un'immensa colonna di luce che discende dall'alto e attraversa il cielo e la terra. All'interno si scorgono le catene del cielo, dal momento che questa luce è come un legame che tiene unito tutto l'universo e regge l'intera sfera celeste. Ancora, secondo il Fedone platonico (67 c-d), in vesti che qualcuno ritiene orfiche, il purificarsi è liberare l'anima "dal corpo come da catene".
Kronos appare riabilitato dagli Orfici: libero dalle catene, riconciliato con Zeus, dimora nelle Isole dei Beati. Buon dinaste di un paradiso endorfinico, Kronos è il re dell'età aurea (Plat. Pol. 269 a; 276 a). Egli dorme in un isola al centro del mare e da quella magione crea il cosmo.
Secondo Porfirio, Kronos dimorerebbe in un antro in mezzo all'Oceano (De antr. 7,15). Quanto dice Porfirio sembra riecheggiare il mito narrato nel 'De facie in orbe lunae' (26: 941 A ss.) di Plutarco. Leggiamo in Plutarco che Kronos dimora in un'isola in mezzo all'Oceano: egli dorme, rinchiuso in una profonda caverna risplendente come oro, e dormendo "vede in sogno ciò che Zeus" premedita (prodianoeitai).

La figura di Kronos ha un posto di rilievo in una conventicola gnostica tardo antica, i Perati. È unanimente riconosciuto come il pensiero gnostico, in quanto ritenuto "eretico" e liminale dai Padri della Chiesa, sia la fonte più o meno indiretta di molte delle figurazioni simboliche che alimentano il Medioevo cristiano. Ne caso dei Perati, una setta del III secolo d.C., apprendiamo da un loro misterioso libro come all'adepto, allo gnestikos in possesso di un "sigillo" (sphragis) sia possibile dominare le acque che s'innalzano invisibili dal Caos primigenio. Esse corrispondono alla potenza del Mare, Thalassa, che i profani chiamano Kronos "in vincoli dopo aver chiuso con possenti catene il denso, nebuloso, oscuro e tenebroso Tartaro". Segue nel libro dei Perati una ulteriore spiegazione: "la potenza che custodisce Thalassa è androgina" , il suo nome è Chorzar, la "figlia tifonica", fedele guardiana delle acque che ammansisce con dodici piccoli flauti, e che i profani chiamano Poseidone. Poseidone/Chorzar è circondata dalla dedekagenios pyramis, la "piramide dai dodici angoli", cioè il dodecaedro zodiacale , e con il suo movimento "oscura la soglia della piramide con diversi colori, compiendo il tempo notturno (nyktochronos)". Un chiaro riferimento al tempo scandito dai cicli lunari.
Già presente in Omero e in Esiodo, Kronos è progressivamente assimilato al concetto di tempo, e quindi sovrapposto e confuso con Chronos. Su questo tema la trasformazione inizia già con i Pitagorici e prosegue con Platone, sino a giungere nel mondo latino dove il dio è identificato con Saturnus (Saturno), cioè con il tempo più felice della storia dell'umanità, la mitica età dell'oro, i Saturnia regna di cui parla Virgilio (Georg. 2, 538).
Non solo, ma Kronos è anche un Pianeta, il settimo, il più lento e il più rilucente. La trasformazione in asterismo, fa di Kronos un dio del tempo e dei pianeti: il più lontano e il più maestoso fra essi. Saturno apice dell'ebdomade e guida cosmica per le anime.

Nella chiesetta di San Giorio all'ingresso laterale sovrastato da una croce di probabile derivazione templare, troviamo l'affresco di Adamo ed Eva tentati.


Chi legge il testo biblico (Gen. 2, 9) apprende che fra tutti gli alberi rigogliosi nell'Eden ve n'erano due particolari: "l'Albero della Vita in mezzo al giardino e l'Albero della Conoscenza del Bene e del Male". Dio vieta all'uomo di mangiare i frutti del secondo albero, quello della Conoscenza. Il testo però cade in contraddizione. Infatti, poco oltre, Eva, in risposta al serpente tentatore, asserisce: "Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare, ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto: "Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete"" (Gen. 3, 2-3). Ora, nella precedente pericope, abbiamo letto che l'albero al centro del giardino di Eden non era quello della Conoscenza, a cui è vietato alimentarsi, bensì quello della Vita. Verisimilmente, all'inizio l'albero edenico è uno solo, chiamato in due modi differenti. I commentari rabbinici confermano tale congettura: originariamente i due alberi si ergevano entrambi al centro del giardino, uniti per le radici. Altre versioni descrivono l'Albero della Conoscenza cingere come una siepe l'Albero della Vita . Alcune fonti sostengono che Adamo, per aver mangiato il frutto, ebbe il dono della profezia; egli preferì il dono della conoscenza piuttosto che quello dell'immortalità. Ciò significa che si trattava di un frutto enteogeno, capace di dilatare i limiti della percezione.

Nel nostro affresco un serpente tentatore di colore bluastro si avvolge sinuoso fra i rami dell'Albero edenico. Da altre fonti apprendiamo che un verde bluastro è il colore di Saturno (Mart. Cap. De nupt. 1, 70). Al serpente (in greco ophis), si ispirano i cosiddetti Ofiti, una cerchia gnostica molto nota nell'antichità cristiana. Origene, che attraverso il pagano Celso ne confuta un presunto cosmogramma, parla di una loro liturgia in cui Kronos "astro splendente" è invocato come primo e settimo Arconte planetario (Contr. Cels. 6, 31). Ha forma di leone ed è segretamente chiamato Ialdabaeth.
Nelle conventicole gnostiche l'opposizione al Dio dell'Antico Testamento si radicalizza al punto di dare valutazione positiva a personaggi che nella Bibbia vengono rappresentati come nemici di Dio. In questo ordine di idee gli Ofiti venerano il serpente quale elargitore agli uomini della gnesis, la "conoscenza" del Bene e del Male che il Dio dell'Antico Testamento aveva vietato ad Adamo ed Eva. Alla gnosi cosiddetta "ofitica" appartengono i già citati Perati, prescelti nel conoscere le segrete vie che hanno portato l'uomo nel cosmo e che dal cosmo lo possono liberare. La principale di queste vie è il flusso generativo, spermatico, riconosciuto nel dio Kronos: sue sono le "acque corrosive" che avvolgono e dissolvono gli universi, le acque dello Stige, il fiume oltretombale avvolto in sinuose spirali nell'Ade e ritenuto un ramo di Ekeanos, il dio liquido che circonda la terra, e precisamente quello che scaturisce dalla nona delle sue sorgenti. Il potere dello Stige - secondo il commentatore peratico - sarebbe talmente esiziale da atterrire gli stessi dèi: così intenderebbe anche Omero quando parla di un giuramento grande e tremendo stipulato sulle sue acque abissali.

Accanto al martirio di san Lorenzo, l'affresco del misterioso Abate appare circondato da simboli riconducibili all'alchimia. Pur nella sua frammentarietà, causa un incipiente degrado, si riconoscono i segni convenzionali presenti nei manoscritti dell'alchimia ellenistica.

La vicenda di Kronos ha infatti un significativo riflesso nell'alchimia ellenistica, a partire dal neoplatonico Olimpiodoro. Passando per Zosimo di Panopoli, nello scritto incentrato sulla sacertà della "Lettera Omega", in cui esprime le virtù della theion hyder, l'"acqua divina", o "acqua sulfurea" : la lettera e, tonda, suddivisa in due emisferi speculari, ha il dominio della settima zene planetaria, l'epiciclo di Kronos, il Saturno prima materia dell'opera alchemica, l'abisso ultimo e oscuro cui giunge la coscienza all'inizio della metamorfosi. Secondo il "senso corporeo" (ensematon) la lettera e raffigura ekeanos, il fluido germinale inteso quale acqua primigenia: in ciò sta il segreto operativo dell'"acqua divina".
Ancora, nel "Dialogo di Cleopatra coi filosofi" possiamo leggere di una Cleopatra che illustra all'iranico mago Ostanes e ai suoi discepoli una manipolazione alchemica nella quale le acque benedette, santificate, scendono a visitare il defunto tratto in catene e vessato dalla tenebra di Ade, e come farmaco di vita lo risvegliano, traendolo dal sonno (CAAG II, 292, 18-293, 2). Lo scenario è presente nell'Apokryphon Johannis, uno tra i più importanti testi gnostici a noi pervenuti (II, 30, 32-31, 25 [recensione lunga]): il Salvatore/Pronoia scende per ben tre volte nel mondo del caos; nell'ultima di queste compie un rito soterico: libera lo gnostico dalle catene del fato e di Ade, lo immerge nelle acque di luce e lo "segna" (sphragizein) con cinque "sigilli" (sphragis), affinchè la morte non abbia più alcun potere su di lui.

Ad Alessandria d'Egitto la gnosi alchemica si era consolidata in una cerchia ermetica molto esclusiva già nei primi secoli della nostra era ed aveva conosciuto la sua epoca aurea alla fine del III secolo. Decaduta Alessandria, la diaspora degli alchimisti toccò Bisanzio: lì l'Arte regia fiorì e si trasmise anche con il beneplacito di imperatori quali Eraclio. È plausibile che in una fase arcaica la prassi della manipolazione degli elementi venisse illustrata e tramandata unicamente attraverso diagrammi e non per iscritto. Consuetudine ben nota al mondo antico, se pensiamo alla cosmologia del Timeo platonico, strutturata in una successione di forme geometriche . Ma di questi cosmogrammi non è rimasto quasi nulla.

Non ci si deve quindi stupire di trovare figurazioni riconducibili alla cosmologia alchemica in aree iconografiche apparentemente lontane. Ad esempio, una rara rappresentazione dell'Ouroboros alchemico, il Drago avvolto su se stesso, come sottolineato in studi recenti , si ritrova in un manoscritto della 'Consolatio philosophiae' di Boezio, conservato nella Biblioteca Apostolica Vaticana (Vaticano Greco 328).
Da sottolineare infine come i manoscritti di alchimia greca siano giunti sino a noi grazie anche alla comunità cristiana: la parola "alchimia" è una combinazione dell'articolo arabo al- con la parola greca chemia, il tutto attraverso la mediazione del siriaco kemeye, cioè dall'aramaico di Edessa, un idioma sostanzialmente cristiano; la cosa poi è complicata dal fatto che gran parte dei testi alchemici siriaci in nostro possesso sono tali solo in quanto alla grafia, poiché la lingua usata è l'arabo, secondo un sistema di scrittura adoperato dagli arabi cristiani che prende il nome di "karshuni".

Ezio Albrile




 

 

 

 

Magoi a Torino

È grazie all'acribia del dr. Salvatore Amato, erudito funzionario della Biblioteca Nazionale di Torino che sono venuto a conoscenza di questa miniatura tratta da un Libro d'Ore. Si tratta di una Adorazione dei Magi con un singolare adattamento.


In alto a destra il più giovane Mago, Gaspare, attorniato da minacciose lance di guerra, porge la mano a un personaggio indiademato, un dinaste, il Signore di questo mondo. Qui i Magi evangelici non portano corone, ricordando che il Vangelo di Matteo (2, 1-12) parla solo di "Magi" e non di "Re": "Nato Gesù in Betlemme di Giudea al tempo del re Erode, dei Magi giunsero dall'Oriente a Gerusalemme dicendo: "Dov'è il neonato re dei Giudei? Abbiamo visto infatti la sua stella in Oriente e siamo venuti per adorarlo".

La figura del Re del mondo si rifà inoltre alla formulazione originaria, iranica, del credo dei Magi. Una figura cardine del mito iranico, Zurwan, il Tempo, è il padre di due gemelli, Ohrmazd e Ahriman. Poiché egli ha promesso di dare lo scettro del mondo al primogenito, ed essendo Ahriman venuto alla luce prima di suo fratello, Zurwan, fedele al suo impegno, fa di Ahriman una sorte di princeps huius mundi, ma nello stesso tempo stabilisce la durata del suo dominio, il "Tempo limitato" (in pahlavi Zurwan i kanaragomand). Il Tempo, cioè Zurwan, è il principio che domina la formula di un rinnovato dualismo iranico, che vede contrapposti il dio luminoso Ohrmazd e il Signore di questo oscuro mondo Ahriman.

La storia dei Re Magi e l'attesa di un Salvatore è però anche la storia dell'incontro fra il mondo greco e quello iranico. E il punto di unione è il Saoshyant, il Soccorritore, il Salvatore futuro. Una figura che lo zoroastrismo condivide con la religiosità dell'India antica: nell'induismo si parla infatti degli Avatara quali manifestazioni, incarnazioni cicliche del dio Visnu. In questo contatto tra Occidente e Oriente è da cogliere il formarsi della leggenda di Alessandro quale sovrano universale. Plutarco lo descrive come signore del cosmo (De Alex. Fort. 2, 13: ton tes oikoumenes basilea kai kyrion), un inviato divino, mediatore e unificatore dell'universo, il Saoshyant iranico. Alla morte del Macedone i successori, i cosiddetti diadochi, faranno proprio quest'aspetto regale e salvifico nelle loro titolature. Primi fra essi i potentissimi Seleucidi. Antioco VII Evergete (138-129 a.C.) si ritiene inviato della "stella di Iside" (to astron to t?s Isidos), cioè di Sothis = Sirio (a Canis Majoris). Antioco VIII Gryphius (125-95 a.C) è nominato come Epifanes, e si rivela quale "manifestazione" di Zeus Ouranios, lo Zeus che ordina e presiede al movimento degli astri, il signore del cielo, riflesso del Baal Shamim semitico.

Più esplicita è la dinastia lagide che controlla l'Egitto: i Tolemei portano infatti la titolatura ufficiale di Seter; si ritengono Redentori, incarnazioni umane di dinasti celesti, Theoi Seteres "Dèi salvatori". Nel Ponto, Mithridate I e suoi successori traggono il nome direttamente dal potente dio iranico Mithra. La nascita di Mithridate Eupatore è annuciata da una stella, che ne segna anche la grandezza e la natura divina e redentrice (theon kai setera), messianica (cfr. Iun. Iust. 37, 2, 1-3; Plutar. Quaest. conviv. 1, 6, 2).

L'attesa saoshyantica, dopo aver contaminato la Grecia e l'Oriente ellenizzato tracima nel mondo latino. È il noto tema della IV Egloga virgiliana, che parla dell'avvento di un puer, di un dio bambino, incontro fra iranismo e apocalittica latina. Virgilio ha in mente una divinità salvatrice, la stessa che un altro grande aedo imperiale, Orazio, invoca nelle fattezze di un Ottaviano Augustus (Odi I, 2): Roma è nel caos dopo la consumazione di un delitto nefando (Caesaris ultor al v. 44), un mondo fluido in cui prendono forma aspettative apocalittiche; si auspica l'avvento di un Salvatore che riporti nell'Urbe i fasti dell'età aurea. Questa attesa di un Salvatore giunge con i disordini e le calamità suscitate dall'assassinio di una figura carismatica, Giulio Cesare. La fine di un tiranno collima con le aspettative di un rinnovamento, il ritorno di un mondo aureo che avrà le fattezze di un monarca (Augusto) mendacemente nato sotto gli auspici del Capricorno (Svet. Div. Aug. 94, 12), cioè al Solstizio d'inverno, nella ricorrenza del Sol invictus. Augusto è una Stella salvatrice giunta per la salvezza del mondo. L'unicità divina di Augusto passerà nei successori Tiberio ("Signore della terra e del mare, salvatore del mondo"), Caligola ("Nuovo Sole") e nel "divino" Claudio.

Hieronymus Bosch (1453-1516) nel cosiddetto Trittico dell'Adorazione dei Magi o Trittico dell'Epifania, un dipinto a olio su tavola datato 1510 e conservato al Museo del Prado di Madrid, dilata lisergicamente quest'idea. Accanto al gruppo dei Tre Magi, nascosto in una capanna precaria, sta apparentemente un quarto Re Mago, un Mago sacrilego, seminudo, avvolto in un manto rosso, indiademato con una tiara di sterpi metallici contorti. La gamba destra è stretta alla caviglia da un paio di ceppi metallici che proteggono un vetro da cui si intravede una piaga ripugnante e purulenta. Nelle mani stringe il diadema strappato a Baldassarre: è il quarto Mago colpito dalla lebbra e trasformato in Arconte, nascosto nella capanna-mondo in sfacelo. Il panorama mostra un tono di sinistra malvagità. Inoltre degli eserciti percorrono la scena in lontananza e le costruzioni sullo sfondo hanno un aspetto antropomorfo e inquietante, irreale. È incoronato con una tiara di rovi, empia replica della corona di spine del Salvatore, e nella mano sinistra regge il diadema rubato al Mago Baldassarre, espressione del potere spirituale. È l'Arconte, lo archon tou kosmou toutou, il "Principe di questo mondo" del Vangelo di Giovanni (12, 31).

Ezio Albrile




 

 

 


CAVAGNOLO: LO ZODIACO DELL'ABBAZIA DI SANTA FEDE

Situata in una piccola valle tra vigneti e boschi accanto all'abitato di Cavagnolo, nei pressi di Chivasso (provincia di Torino), l'Abbazia di Santa Fede fu voluta dai monaci Benedettini di Saint-Foy-de-Conques (Alvernia-Francia). Venne edificata verso la metà del XII secolo in prossimità del santuario dedicato a Santa Fede, la fanciulla martirizzata sotto Diocleziano nel 303 ad Agen in Francia. Oggi è uno dei più originali ed enigmatici monumenti romanici del Piemonte.



La facciata ha uno splendido portale con colonnine e capitelli scolpiti, archivolto strombato con motivi simbolici, architrave e lunetta ornata di un rilievo con Gesù pantokrator fra due angeli, e ai due lati due semicolonne. Nell'interno, a tre navate, si può ancora ammirare l'abside centrale.

L'elemento più interessante e suggestivo della costruzione sono i motivi che ornano l'arco del portale. Si tratta di uno Zodiaco simbolico , un esempio quasi unico nell'arte romanica, che riflette una fase arcaica nello sviluppo dell'iconografia astrologica, in cui la zoologia fantastica è fusa ad insegnamenti ermetici. Il termine Zodiaco deriva dal greco zodiakos, derivato a sua volta da zodion, diminutivo di zoon, "animale"; zodion significa letteralmente "animaletto", ma anche "figurina che rappresenta un animaletto". Quindi zodiakos, cui si sottintende il kyklos, "cerchio, ruota", sarebbe il "circolo delle figure animali", con esplicito riferimento a quelle costellazioni la cui forma suggerisce l'immagine di un animale e che nel contesto dello Zodiaco sono da ritenersi la maggioranza.

All'inizio (in basso a sinistra di chi guarda) c'è una Rosa, il primo segno dello Zodiaco di Santa Fede. C'è un'etimologia antica che lega il greco rhodon "rosa" con il verbo aporrhein "scorrere, fluire, emanare" e all'aggettivo rhoodes "agitato dalle onde, solcato dalle correnti". Il depotenziarsi del profumo emanato dal fiore è immagine, figurazione dello scorrere e del mutare di ogni cosa sottoposta a dissoluzione, in balìa dei flussi mareali. Origine e cangiamento del tutto è quindi simbolo dell'"inizio".
La Rosa, spesso associata al compasso, è uno degli emblemi dei maestri costruttori medievali, qui sta a significare l'inizio dell'opera e quindi del percorso del Sole nello Zodiaco, collocato nel segno del Toro. Il simbolo seguente, i due animali sovrapposti, permette di riconoscere il segno dei Gemelli, che l'astrologia classica identifica in una coppia (Arat. Phain. 147), sovente identificata nei Dioscuri o in Eracle-Apollo.

Questi aspetti simbolici sono rafforzati dall'Ariete che quindi si colloca all'altro estremo dell'arco, sicché l'incipit zodiacale, cioè il punto vernale nella lettura astrologica si pone in basso destra di chi guarda, determinando così un senso antiorario alla ghiera. Moto che è poi quello siderale in chi osservi il cielo avendo per obiettivo la Stella Polare. Poiché l'asse delle chiese romaniche era quello equinoziale con l'abside a Oriente e, sul terreno, tale disposizione era appunto stabilita il giorno dell'equinozio, cui seguivano il tracciamento del perimetro e lo scavo delle trincee di fondazione, può ben darsi che, trascorrendo circa un mese nell'esecuzione di quei lavori, la posa della prima pietra, sempre nell'angolo di Nord-Est, fosse nel Toro; da ciò la Rosa in corrispondenza di quell'asterismo. Tutto molto coerente: del resto la posa della prima pietra segnava l'inizio della costruzione vera e propria, mentre la fase precedente oggi la definiremmo "geomantica".

La coincidenza della suddetta posa col Toro s'incontra con un'altra importante ricorrenza, le cui origini si rintracciano nella terra da cui provenivano i monaci di Santa Fede: il calendario liturgico di Cluny dava grande rilievo al culto della Santa Croce; sia l'Exaltatio il 14 Settembre (Vergine), sia l'Inventio il 3 Maggio (Toro) ed è quindi probabilmente proprio quest'ultima data quella che, nella nostra abbazia, vide svolgersi quello specifico rito. Altra caratteristica di Cluny era il rilievo che avevano le fraternitates, sia laiche, sia monacali, le stesse a cui probabilmente appartenevano i mastri costruttori di Santa Fede.

Queste maestranze codificarono nei simboli sul portale un libro di astrologia ermetica che raccontava le vicende del Gesù-Eracle nelle stazioni zodiacali. Successivo ai Gemelli è il segno del Cancro qui effigiato da una Lepre. La disciplina astrologica identifica nella costellazione del Cancro la dea Hera/Giunone (Eratosth. Cat. 11); è un segno liquido e lunare. La numismatica antica lo rappresenta spesso congiunto alla Luna . La lepre è un animale lunare, "oscuro", perché dorme di giorno e si muove di notte. La mitologia egizia dà sembianze di lepre al dio risorgente Osiride, smembrato e gettato nelle acque del Nilo. Ancora oggi nell'Islam gli sciiti di area iranica spiegano l'interdizione alimentare relativa alla lepre sostenendo che questo animale è la reincarnazione di 'Ali, o di altra figura eminente della storia religiosa. Il retaggio di queste concezioni è molto antico: un animale incarna l'idea di durevolezza e di eternità, così in alcuni miti greci la lepre che bruca l'erba di immortalità è legata alla dea cacciatrice Artemide, epifania di Demetra.

Una tra le opere più significative per la storia naturale dell'Alto Medioevo sono le 'Etymologiae' di Isidoro di Siviglia, composte attorno al VI-VII secolo; il dodicesimo libro è interamente dedicato al mondo animale (De animantibus), preziosa fonte di zoologia fantastica. Da questo testo apprendiamo infatti come la definizione di genere animale sia molto fluida e segua una logica associativa, più che un rigore empirico. Così risulta più agevole comprendere alcune figurazioni del nostro Zodiaco.
Un enigmatico animale ibrido è posto nel segno del Leone, la costellazione che la disciplina astrologica classica riconosce nel Leone di Nemea (Eratosth. Cat. 12; Hyg. Astr. 2, 24, 1): Gesù sposa qui la vicenda di Eracle. Le Etymologiae collocano il Leone fra le "Bestie", una definizione molto variabile da cui apprendiamo come il Leone sia anche una sorta di drago. Un animale abbastanza coerente con la nostra figurazione.
Anche il segno successivo, la Vergine, è un ibrido: testa d'uccello, coda leonina e zampe artigliate, una Sfinge. Nella letteratura antica la Parthenou koras, la "giovane Vergine" è un motto che designa la Sfinge (Eur. Phoen. 1730). L'astrologia classica riconosce nella Vergine la Tyche/Fortuna (Hyg. Astr. 2, 25, 2), anch'essa come la Sfinge legata alla sorte e al destino dell'uomo.

Al sommo dell'arco c'è la Croce, la costellazione della Bilancia, che dà un significato di equilibrio e di congruità all'intera rappresentazione. Il segno della Bilancia è una tarda acquisizione della disciplina astrologica, in origine sono le chele dello Scorpione, la costellazione successiva, (Hyg. Astr. 2, 26; 4, 5). Gli ammaestramenti ermetici ne fanno la porta di Ade, la soglia oltepassata dal Sole nella sua discesa agli inferi, verso l'occultamento vernale. Da questo punto in poi lo Zodiaco di Santa Fede lega i simboli astrologici con la catabasi, la discesa di Eracle-Gesù agli inferi.

Non a caso, quindi, il segno successivo lo Scorpione è figurato nelle fattezze di un Grifone, l'animale che secondo Isidoro di Siviglia nasce sui picchi Iperborei. Secondo la cosmografia antica, i Grifoni (Grypes) sono uccelli favolosi con la testa fornita d'un becco d'aquila, ali potenti e corpo leonino, nati nella terra Iperborea; sono consacrati ad Apollo, del quale custodiscono i tesori contro gli attacchi di un'avida popolazione mitologica, gli Arimaspi (Herod. 3, 116, 1-2; Paus. 1, 24, 6). Tradizioni più recenti narrano che i Grifoni si opponevano ai cercatori d'oro nei deserti a nord dell'India, sia perché erano incaricati di sorvegliare il metallo, sia perché nidificando sulle montagne da cui si estraeva il minerale difendevano i loro piccoli da ogni possibile pericolo (Aelian. Nat. anim. 4, 27). Grifoni si trovano spesso, come a Santa Fede, nell'arte romanica sui portali, soglie e architravi degli edifici di culto, confermando questa loro funzione di custodi e testimoniando la diffusione di un simbolo le cui origini rimandano alle remote antichità iranico-mesopotamiche.

Nel percorso agli inferi il Sole entra nell'ultima soglia, la Bocca che inghiotte il fanciullo, la costellazione del Sagittario, usualmente rappresentata come una creatura metà uomo e metà cavallo, un Centauro nell'atto di scoccare una freccia, Chirone (Hyg. Astr. 2, 27; 3, 26). La porta è quella del solstizio invernale, punto di massimo occultamento del Sole ma anche momento di rinascita e di vittoria contro le tenebre. Così la costellazione successiva, il Capricorno è rappresentata nel Gallo, animale il cui canto annunzia il nuovo giorno sconfiggendo l'oscurità della notte.
Un serpente è il segno successivo, corrispondente alla costellazione dell'Acquario. Il significato è duplice, nuovo e antico al medesimo tempo. È Gesù innalzato sulla croce (Giov. 3, 14) come lo fu il Serpente di bronzo di Mosè in Numeri 21, 8-9; ma secondo l'astrologia classica è anche Cecrope, primo leggendario re di Atene rappresentato metà uomo e metà serpente (ps.-Apoll. Bibl. 3, 177 ss.; Paus. 1, 5, 3).

La costellazione dei Pesci è un quadrupede: la testa riconducibile alla forma di un pesce. La zoologia altomedievale ha un'idea abbastanza ampia della fauna ittica e immagina le creature del mondo acquatico una replica della fauna terrestre (ex similitudine terrestrium) ; non solo, ma sono ascritti al genere dei "pesci" anche animali come l'ippopotamo, il coccodrillo e altri rettili anfibi.

Lo Zodiaco di Santa Fede si chiude con il primo segno dell'astrologia classica, l'Ariete, qui figurato in un'Aquila che stringe nel becco un rametto di ulivo, simbolo di rinascita. L'Aquila è il messaggero di Zeus, reca negli artigli fulmini e saette; simbolo, come l'Ariete, di forza e resistenza, l'apoteosi del nostro Zodiaco, il Cristo risorto, Eracle vittorioso sugli inferi.

L'importanza dello Zodiaco nella cultura e nell'arte cristiane, consiste essenzialmente nel fatto che esse divennero una sorta di paradigma sulla base del quale organizzare le conoscenze del mondo. Sebbene in un primo tempo anatemizzata dal Concilio di Laodicea nel 320 d.C., l'astrologia entrò a far parte del retaggio culturale della cristianità antica, tanto che i segni zodiacali vennero assimilati agli angeli, come rivela una nota miniatura della Topographia christiana di Cosma Indicopleuste (IX sec.). Nel caso del portale dell'Abbazia di Santa Fede, i materiali astrologici arcaici sono stati rielaborati in chiave ermetica per raccontare la vicenda di Gesù come un cammino che dalla luce porta verso le tenebre e le sconfigge per sempre, come in un tempo mitico era capitato ad Eracle.

Ezio Albrile

 

 

 

 

Sant'Antonio di Ranverso e il tema astrologico indiano

Nella sacrestia della chiesa abbaziale di sant’Antonio di Ranverso si conserva questa “Salita al Calvario” di Giacomo Jaquerio, uno dei maestri del gotico piemontese (1430 ca.). Gesù è umiliato da una torma di armigeri e sgerri, espressione di un caos mondano e preludio al sacrificio ultimo.
In alto sopra alla croce, da sinistra verso destra, si riconoscono tre asterismi. Un’albarda a forma di stella e due stendardi rispettivamente con gli emblemi di un drago e di uno scorpione (il secondo ripetuto in basso a sinistra). Si tratta di tre immagini che riconducono al pensiero astrologico.


La vicenda di Gesù, Salvator mundi e Sole del mondo, è anticipata astralmente dal Sole nel suo percorso verso l’occultamento invernale, verso gli inferi e il segno della sua discesa è la costellazione dello Scorpione. La stella, la costellazione del Serpente (effigiato dal drago) accanto a quella dello Scorpione esemplificano questo tragitto. La stella, poi, rappresenta una terza costellazione, Eracle; personaggio ben noto nell’antichità per essere disceso nei penetrali di Ade a caccia del suo guardiano, Cerbero. Eracle-Serpente-Scorpione raccontano una vicenda sacrificale presente nella più antica astrologia indiana. Ma com’è finito un tema astrologico indiano in un affresco della Val di Susa?

Gran parte delle conoscenze astrologiche del mondo antico sono infatti trasmigrate nell’Occidente latino attraverso la mediazione dell’Introductorium maius ad astrologiam (= Kitab al-madkhal al-kabir ‘ala ‘ilm ahkam al-nujum) di Abu Ma‘shar, meglio noto come Albumasar, scritto a Bagdad nell’848 e tradotto in latino prima da Giovanni di Siviglia, nel 1133, e in seguito da Ermanno di Carinzia, nel 1140. Un compendio di disciplina astrologica che lo stesso Abu Ma‘shar probabilmente ricavò da una traduzione pahlavi (cioè persiana) dei Paranatellonta di Teucro di Babilonia (I sec. a.C.), nei quali era inclusa una versione del Brhajjataka di Varahamihira, astrologo e astronomo indiano vissuto a Ujjani, presso la corte di Vikramaditya.

Verisimilmente, le dottrine astrologiche dalla Grecia sono passate al mondo iranico e da lì sono ritornate in Occidente. A seguito dell’editto del sassanide Shabuhr I (240-270 d.C.), in Iran venne infatti portata a termine una «secolarizzazione» degli scritti greci disseminati nelle più remote province dell’ecumene mazdea. Un processo di assimilazione iniziato probabilmente secoli prima, in epoca achemenide, quando i dotti iranici avevano già avuto tutte le opportunità di addentrarsi nei misteri delle cose celesti, apprendendo dai maestri della Mesopotamia tecniche, terminologie e dottrine, ma non necessariamente l’astrologia in senso stretto.


Ezio Albrile

 

 

 

 


METTI LO DIAVOLO TUO NE LO MIO INFERNO
Spigolature sul fascino indiscreto dello gnosticismo

di
Ezio Albrile

Se guardiamo alla definizione originaria di Surrealismo, uno dei più significativi movimenti artistici del Novecento europeo, essa si presenta come "Automatismo psichico puro" , entro il quale emerge il reale flusso del pensiero, al di là del controllo della ragione. Si afferma che la realtà onirica dev'essere collocata sullo stesso piano della realtà nello stato di veglia, considerando il sogno come qualcosa che fonda l'esistenza. La rivoluzione operata dai surrealisti nel campo del sentire è quindi stata quella di aver colto nell'atto percettivo, l'aspetto dinamico e vitale delle emozioni. In questo senso la realtà dischiusa allo sguardo surrealista è una realtà in movimento che si fluidifica, si scompone, rompendo ogni fissità del reale . I segni precursori erano già in quel Filippo Tommaso Marinetti che nel maggio 1910 vomitava strali contro i "professori passatisti" rei di aver assassinato la cultura, auspicando un ritorno al flusso incontrollato di una "indomabile energia" .

Nel mondo antico forse i primi ad aver percepito la realtà sotto tale modulazione, elaborata in una coerente visione cosmologica, sono stati i cosiddetti "Gnostici" dei primi secoli, esponenti di un grande fenomeno religioso nel cui alveo sono confluite le più svariate fascinazioni misteriche provenienti dal mondo ellenistico e vicino-orientale. Un tempo conosciuti solo nelle fonti degli avversari, cioè nei Padri della Chiesa che li combatterono aspramente, anni addietro hanno avuto una nuova riscoperta grazie al ritrovamento, nelle sabbie del deserto egiziano presso Nag-Hammadi (l'antica Chenoboskion), di una importante biblioteca in lingua copta. Si tratta dei cosiddetti manoscritti di Nag-Hammadi, una cospicua serie di trattati gnostici che per la prima volta rivelavano nelle fonti originali i testi di quest'antica religiosità.

Tra essi il più lungo e il più intricato è un'apocalisse scritta in copto sahidico ma in realtà tradotta da un archetipo greco, la Parafrasi di S?em. Essa occupa gran parte del settimo codice manoscritto, e in apparenza sembra una rivisitazione del primo capitolo della Genesi, in realtà i fini che si prefigge sono ben altri .

Il testo si presenta come una rivelazione fatta dal Salvatore gnostico Derdekeas - un nome derivato dall'aramaico dardaka "giovane, fanciullo" - a S?em e si apre narrando dello smarrito equilibrio iniziale tra Luce (phos), Spirito (pneuma) e Tenebra (skotos). La Tenebra, famelica di Luce, dilaga nei regni spirituali rendendo necessario l'intervento di Derdekeas, il quale prima "solidifica" e tempra lo Spirito intermedio, e in seguito scende nella Tenebra stessa inducendola con l'inganno a procreare. Con questa generazione la Tenebra, definita "utero" (metra) e "natura" (physis), inconsciamente separa da sé le particelle luminose. Il lessico usato è esplicitamente sessuale: esito di queste eiaculazioni cosmogoniche è il genere umano. Affinchè possa ristabilirsi l'equilibrio iniziale è necessario che la Tenebra annienti l'umanità, e il primo tentativo è rappresentato dal Diluvio. Ma Derdekeas, manipolando il demone incaricato di liberare le acque alluvionali, riesce però a salvarne la parte spirituale.

Fallito il tentativo del Diluvio è la volta di Sodoma, che gli Gnostici, reinterpretando il testo biblico, ritengono la "città dei giusti". Un "demone in forma umana", cioè Lot, obbedendo a un ordine della Tenebra si "allontana" dalla città che verrà distrutta dal fuoco. I sodomiti "testimoniando la testimonianza universale" ottengono così "la pace, che è lo Spirito ingenerato". Il demone però continua il suo apostolato di morte inventando il battesimo, il lavacro impuro immagine del Diluvio, il vincolo oscuro che lega l'umanità alla "Fede". Derdekeas decide così di manifestarsi ulteriormente "nelle membra del pensiero della Fede", cioè di immergersi nelle acque battesimali per sottrarre potere alla Tenebra.
Nelle righe successive apprendiamo che il demone ha un nome, Soldas, esito copto del nefando demiurgo Esaldaios, il quadriforme deus igneus raccontato dai Naasseni (Hipp. Ref. V, 7, 30-31) . Soldas è la prigione del Salvatore gnostico, è la realtà psichica che appare nelle acque per battezzare Derdekeas con un battesimo impuro, ma è anche la luce spirituale a cui Derdekeas unisce il proprio manto invincibile. Soldas e Derdekeas divengono un tutt'uno: l'abominio si unisce alla suprema beatitudine. Così facendo Derdekeas può sottrarre "la Luce dello Spirito all'acqua di terrore", l'hydor phoberon, l'"acqua terribile" dei Sethiani.

Il Salvatore è disceso, s'è incarnato nel demone Soldas per recuperare le particelle di Luce imprigionate nell'acqua oscura. Nel tempo stabilito egli si rivela nel "battesimo ingannatore del demone… per manifestare, attraverso il verbo della Fede, una testimonianza per coloro che le [alla Fede] appartengono", cioè i giusti legati alla catena psichica della devozione.
La physis, la Natura, che aveva aggredito l'umanità con l'acqua del Diluvio e con il fuoco che distrusse Sodoma, ora raduna tutte le forze per l'assalto finale, che fallisce ancor più dei precedenti: difatti Derdekeas, dopo aver indossato la "Luce della Fede e il fuoco inestinguibile", "riemerge dall'acqua", avendo ormai tratto da essa "quella potenza dello Spirito che era stata seminata nella creazione" attraverso il coito "con i venti, i demoni e le stelle". Con il battesimo del Salvatore la ierostoria si è conclusa: "e con essi sarà compiuta ogni impurità", suggestiva espressione che è il rovesciamento del "compiamo ogni giustizia" del Vangelo di Matteo 3, 15.

Il battesimo in una parte delle cerchie gnostiche è ritenuto immagine dell'unione sessuale , cioè del "toccamento impuro". L'acqua rappresenta l'elemento caotico, notturno, embrionale, in cui sono contenuti i germi del cosmo; essa contiene i vari "uteri" (metrai) acquei primordiali, da cui ha avuto origine l'umanità. Le nuvole nascondono l'acqua, come gli uteri nascondono gli embrioni fetali.

Un testo di Nag-Hammadi a impronta valentiniana, la Testimonianza Veritiera (IX, 31, 1-5), riscrive l'episodio del battesimo di Gesù in chiave sessuale: l'acqua del fiume Giordano è la concupiscenza (epithymia) del coito, mentre Giovanni è l'"Arconte dell'utero", Signore della prigione psichica entro la quale è relegato il Salvatore. È il demone Soldas della Parafrasi di S?em, trappola corporea, involucro fisico in cui discende il Salvatore Derdekeas.

Forme e moduli espressivi dello gnosticismo antico, s'è visto da studi comparativi, attingono a un patrimonio simbolico interiore comune a molte esperienze mistiche. Il grande san Giovanni della Croce (1542-1591) codificò, nell'alveo della mistica cattolica, un certo concetto di "lussuria spirituale" gnosticheggiante, in cui la pratica dell'amor divino non era disgiunta da moti sensuali, rappresentazioni erotiche e atti umilianti prodotti nel corso di esercizi spirituali . Uno tra gli esempi più evidenti di questo misticismo erotico è Angela da Foligno (1248?-1309). Nel suo "Memoriale" leggiamo come l'evento della crocefissione rivesta contenuti sessuali; nel corso dell'estasi, quasi un'aura di fuoco carnale s'effonde tutt'intorno la croce, al punto - afferma Angela - "che, stando vicino alla croce, mi spogliai di tutti i miei vestiti e mi offrii totalmente a lui" . L'amplesso mistico sfiora la blasfemia.

Un centinaio di anni prima, tra il 1112 e il 1114, un eretico di nome Tanchelmo celebrava una ierogamia simile dalle parti di Utrecht, in Olanda. Tanchelmo, stanco di una logora gerarchia ecclesiastica, decide di proclamarsi "Figlio di Dio" e di sposare, mano nella mano in un sacro incesto, la statua della Vergine Maria . Così facendo, egli seguiva le orme di uno gnostico eccellente come Simon Mago, il "Padre di tutte le eresie", che ritrovò la Madre celeste, Sophia o Ennoia ("Pensiero"), affacciata alla finestra di un bordello di Tiro; era una prostituta e si chiamava Helena. Congiungendosi ritualmente con Helena, Simon Mago restituiva il cosmo alla purezza originaria (Hipp. Ref. VI, 19, 5), così probabilmente facevano anche Tanchelmo con la sua statua e Angela con il suo crocefisso.

La vicenda di Simon Mago è simile a quella di Faust: la storia di una mente divisa fra spazi contrapposti, che nel tentativo illusorio di travalicarne i limiti, si trova in realtà confinata nel medesimo punto. I ripetuti spostamenti di Faust, i viaggi magici sulle ali dei draghi di Mefistofele negli spazi contrapposti dei cieli e dell'inferno, nonché il suo peregrinare per le città e le corti d'Europa, non sembrano in realtà condurlo in nessun luogo, se non al punto di partenza, luogo in cui scadrà il tempo concessogli dal patto stipulato con il diavolo. Così la ricerca della Sophia = Helena è in realtà un pellegrinaggio nei bordelli del Vicino Oriente; Simon Mago visita le città famose per la prostituzione sacra, alla ricerca di quel divino "pensiero" che è la via del ritorno alle origini, del rammemoramento. Gli adepti di una cerchia gnostica siriana, i Quqiti, faranno lo stesso quando permetteranno che le proprie mogli si uniscano con chicchessìa, poiché in ogni straniero potrebbe celarsi un "promesso sposo", un Figlio di Dio inviato a salvare la vergine celeste incarnata in ogni donna.
È il racconto del sentire gnostico di Angela da Foligno. La mistica percepisce Dio nella sua vacuità, apofaticamente, negandolo. Sprofonda in una "orribilissima tenebra", nel nulla dove rivivono i vizi e le passioni più inconfessabili. Ritroviamo lo scenario rappresentato cosmologicamente nella Parafrasi di Seem. I mondi vaginali (nam in locis verecundis) di Angela sono i luoghi segreti entro i quali arde un fuoco apparentemente inestinguibile , un oscuro piacere: "Quando mi trovo in quella tenebra, preferirei essere arrostita che patire quei mali".

In Angela rivive la vicenda di un personaggio cruciale nel misticismo antico, misterico, Baubo. Baubo è colei che offre riparo a due personaggi chiave del mito eleusino, il piccolo Iacco e la mater dolorosa Demetra. Entrambi sono alla ricerca di Persefone, la giovane figlia di Demetra sturprata e rapita dal dio infero. Baubo per rifocillare la dea cucina una minestra, ma tale è l'afflizione che ella rifiuta il cibo. Allora Baubo, forse per esprimere il proprio scontento o forse per rallegrare la dea, solleva le vesti (l'anasyrma) rivelando le proprie intime nudità. Iacco eccitato applaude, mentre Demetra divertita scoppia a ridere e accetta la minestra.

La versione della vicenda di Baubo-Iacco è basata su due fonti cristiane: Clemente Alessandrino (Protrept. 2, 20, 1-21) e Arnobio (Adv. nat. 5, 25), entrambe sono alla base del frammento orfico 52 (nell'edizione di KERN, pp. 126-128). L'interpretazione del gesto di Baubo è problematica e sfocia verso tecniche di autoerotismo femminile. Il testo di Clemente specifica che si tratta dei "genitali" (ta aidoia). Il frammento orfico nella sua integralità accenna all'esibizione non già della vulva in natura, ma di un'immagine oscena (oude preponta typon), che è forse nella regione pubica o certamente nella parte del corpo al di sotto dei seni (hypo kolpois), o nella quale la regione pubica o la vulva è stata conformata. Questa immagine rappresenta il fanciullo Iacco che appare ridente quando, scotendolo con la mano (cheiri te rhiptaske) lo distende. Arnobio dettaglia minuziosamente l'operazione, su una fonte ignota, diversa da quella di Clemente: Baubo esibisce certamente i genitali, dopo una toilette intima, e ha fatto assumere, stendendola o manipolandola (levigari), alla vulva la forma di un fanciullino. Iacco quindi non sarebbe presente in persona, ma evocato nelle pieghe del sesso muliebre, a partire da un'icona vaginale.

S
econdo un'ipotesi lessicale attendibile Iacchos equivarebbe a choiros, la "maialina", la "fica" di Aristofane (Ach. 792), e quindi Baubo mostrerebbe soltanto la vulva che assume l'aspetto di un volto fanciullesco ridente dopo che essa stessa ha corrugato la fessura con le mani. In un passo di Eronda (6, 19) il termine Bauben con la terminazione di genere maschile, che è una variante in rapporto al nome femminile Baubo, designa lo olisbos ovvero, nel lessico erotico latino, il penis coriaceus, uno strumento di forma fallica adoperato nella masturbazione femminile, l'odierno "fallo di gomma" , allora fabbricato in cuoio.
Il desiderio della luce intelligibile è quindi pericolosamente mutato in un sentire uterino.

Riferimenti Bibliografici:

A. BRETON, Manifesti del Surrealismo, Einaudi, Torino 1987, p. 30.
Cfr. R. PRINCIPE, Corpo e immagine nella cultura surrealista (Biblioteca di Cultura, 643), Bulzoni, Roma 2002, p. 61.
F. T. MARINETTI, Guerra sola igiene del mondo, Edizioni Futuriste di "Poesia", Milano 1915, p. 7.
Edizioni/traduzioni: F. Wisse, in B. A. PEARSON (ed.), Nag Hammadi Codex VII (Nag Hammadi and Manichaean Studies, XXX), E. J. Brill, Leiden-New York-Köln 1996, pp. 70 ss.; M. ROBERGE (ed.), La Paraphrase de Sem (NH VII, 1) (Bibliothèque Copte de Nag Hammadi - Section "Textes", 25), Les Presses de l'Université Laval- -Éditions Peeters, Québec (Canada)-Louvain-Paris 2000.
Cfr. E. ALBRILE,"Il nome del Demiurgo", in Asprenas, 51 (2004), pp. 163-190.
A. COSENTINO, Il battesimo gnostico. Dottrine, simboli e riti iniziatici nello gnosticismo (Hierá. Collana di studi storico-religiosi, 9), Edizioni Lionello Giordano, -Cosenza 2007, pp. 211 ss.
Notte oscura I, 4, 2-8; I, 13, 2.
G. POZZI (cur.), Angela da Foligno. Il libro dell'esperienza (Piccola Biblioteca Adelphi, 290), Adelphi, Milano 1992, p. 177.
POZZI, Angela da Foligno. Il libro dell'esperienza, p. 72.
E. VOOSEN, "L'hérésie de Tanchelin", in Revue Diocesaine de Namur, 15 (1961), pp. 144-151.
G. SILVANI, "Luoghi teatrali e metateatrali nel Doctor Faustus di Christopher Marlowe", in A. DEGL'INNOCENTI-G. MORETTI (cur.), Miscillo flamine. Studi in onore -di C. Rapisarda (Dipartimento di Scienze Filologiche e Storiche - Università di Trento / Labirinti, 25), Editrice Università degli Studi di Trento, Trento 1997, p. 287.
H.J.W. DRIJVERS, "Quq and the Quqites. An Unknown Sect in Edessa in the Second Century A.D.", in Numen, 14 (1967), pp. 121-122; E. ALBRILE, "Zostriano e i -Quqiti: fenomenologia di una setta gnostica", in Nicolaus, N.S. 20 (1993), pp. 17-18.
POZZI, Angela da Foligno. Il libro dell'esperienza, pp. 180-181.
Arist. Hist. anim. 541 b 8.
H. DIELS, "Arcana cerealia", in AA.VV., Miscellanea Salinas, Palermo 1908, pp. 10 ss.
Cfr. H. FRISK, Griechisches Etymologisches Wörterbuch, Heidelberg 1954, s.v. "ba

 

 

 

 


SMERALDI SOGNANTI
Un'altra ipotesi sul professor Culianu
di
Ezio Albrile

De Sade, il "divino marchese" condotto a Napoli dal Grand Tour nel 1776, parla del prodigio di san Gennaro come di una ridicola farsa, una "sciocca insulsaggine" per imbrigliare lo spirito di un popolo superstizioso, calato nelle tenebre dell'ignoranza alla pari dei suoi capi, ciechi e senza scrupoli . È uno splendido esempio di riduzionismo a cui fa eco, due secoli dopo, Benedetto Croce: per il filosofo la "gherminella napoletana della liquefazione del sangue" è un inganno inconsapevole, un misto fra dabbenaggine e furberia. Da sempre chi studia i fenomeni religiosi e devozionali, si è trovato ad aver a che fare con il pericolo di cancellarne la realtà a fronte di un inganno o di una messinscena. La storia delle religioni, sin dalle sue origini (massoniche) è la storia di questo dilemma, risolto con artifizi più o meno convincenti ed "epistemologici". Mircea Eliade, il grande storico delle religioni, era stato il portavoce di un metodo di ricerca "ierofanico", i cui intenti metafisici si scontravano nel reale con il pericolo del riduzionismo. I grandi scenari fenomenologici proposti da Eliade deragliavano nella comparazione più spregiudicata e "new age": tutto assomiglia a tutto e quindi, per assurdo, a nulla. La storia scompariva, ma scompariva anche la "fede" in senso tradizionale.

Gli esiti riduzionistici del metodo eliadiano, vennero portati alle estreme conseguenze dal suo più brillante discepolo, Ioan Petru Culianu. Culianu, molto più spregiudicato e privo delle ultime inibizioni "devozionali", spingeva il sistema verso la dissoluzione, riducendo il fenomeno religioso a una mera logica combinatoria o, se vogliamo, computazionale . Più che un metodo, il suo pareva l'esito di una condizione interiore, un nichilismo fondato scientificamente, un misto di filologia e cinismo illuministico. Per paradosso, il materialismo marxiano - tanto avversato dal Culianu - conduce ad esiti ermeneutici più "positivi" e sicuramente più fondati storicamente.

La sua cruenta e misteriosa morte hanno, negli anni, alimentato varie e vane ipotesi: di volta in volta si sono chiamate in causa la magia, l'erotismo, i complotti e gli "intrighi di corte", i legami con la Securitate, il servizio segreto rumeno, senza giungere a nulla di fatto. L'ultima ipotesi è stata scandagliata poco e male, certamente con il timore di sollevare chissà quali e quante reazioni allergiche. Che ci sia stato un "percorso comune" tra Culianu e la Securitate non sembra un mero "delirio" giornalistico, bensì fondato in una tragica realtà .
Partiamo dal ritratto che fa di Culianu l'amico filosofo e scrittore Elémire Zolla (1926-2002): apologetico e inquietante, glorifica lo studioso ma prende le distanze dall'uomo. L'occasione del primo incontro fu nel 1989, in margine a una recensione di Culianu al libro di Zolla Archetipi, pubblicata sulla rivista Tempo Presente. Subito tra i due nacque una grande simpatia, una relazione fra spiriti eruditi.

Leggendo però fra le righe del "non detto", Zolla descrive il Culianu come un personaggio geniale per il quale la storia religiosa non ha segreti, un talento eccelso, ma freddo, distaccato, capace di qualsiasi cosa: "Ebbi occasione di osservarlo: miope, allegro, quieto come avesse i nervi recisi, capace di sfiorare ogni argomento con voce mielata, capo chino, sottomesso, alla maniera amabile e terrificante d'un funzionario cinese antico. Il suo carattere non riuscii ad afferrarlo in pieno…"
Il riferimento ai dignitari e burocrati cinesi, i mandarini appunto, svela il tratto metodico e inesorabile del nostro. Una complessione, un temperamento molto ricercato fra gli adepti o aspiranti dell'intelligence di ogni paese.
Se la congettura fosse vera, il ruolo di Culianu al servizio della Securitate, in un momento molto delicato per la politica italica, negli anni a cavallo fra il '70 e l'80, i cosiddetti "anni di piombo", porterebbe verso nuovi scenari . Culianu è in Italia con una borsa di studio per ciò che oggi definiremmo un "dottorato di ricerca", ma che di fatto all'epoca equivaleva a una nuova laurea. Gli studi erano coordinati dal prof. Ugo Bianchi (1922-1995), un maestro riconosciuto a livello internazionale per gli studi sulle origini dello gnosticismo e sulle religioni misteriche. Il punto di riferimento era l'Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, dove il prof. Bianchi teneva un corso di Storia delle Religioni (in contemporanea ai corsi alla Sapienza di Roma). Bianchi riteneva che la mitologia gnostica riprendesse e rielaborasse materiali arcaici, individuabili attraverso la ricerca etnologica e folklorica. A quest'ultimo aspetto del problema egli aveva dedicato uno specifico studio (Il dualismo religioso, Edizioni dell'Ateneo, Roma 1958), un importante lavoro che mette a nudo le analogie ed i possibili rapporti tra i miti gnostici e il mondo dell'etnografia religiosa.

La recente pubblicazione di una parte dell'epistolario fra Culianu e il Bianchi, getta nuova luce sui possibili rapporti intercorsi, durante la permanenza in Italia, tra il nostro e segmenti dell'estrema destra.
Culianu legge Evola, consigliato forse da una studentessa, ma rimane deluso poiché ne trova l'opera "poco fondata scientificamente" . Si tratta forse della stessa accalorata ammiratrice di Evola, alla quale circa un anno e mezzo dopo egli non osa ribadire le proprie remore sull'opera del filosofo "per paura di offenderla" . In una lettera al maestro di sempre, Mircea Eliade (datata 15 luglio 1977) Culianu descrive la pulzella in questione: ventunenne, molto bella, colta e intelligente, la quintessenza della seduzione, "lei è la ragione dei miei frequenti viaggi in Italia, poiché ne ero - e probabilmente ne sono ancora - innamorato". Fermiamoci un attimo, Culianu afferma che lo studio non è la ragione principale della sua presenza in Italia, bensì una affascinante ragazza di nome Paola, militante nelle file della destra extraparlamentare. Asserzioni che stridono fortemente con il tono questuante e inchinevole delle lettere al prof. Bianchi: "io studierei qualsiasi argomento da lei proposto, con lo stesso interesse e pazienza", dice in una missiva del 16 novembre 1974, nella quale auspica l'aiuto dell'onnipresente e potente Rotary Club per intraprendere il viaggio di studio negli USA.

L'incarico e le mansioni di professore, impediscono formalmente ogni contatto erotico con le studentesse , Culianu si lamenta di ciò nella lettera ad Eliade, e confessa di essersi arrovellato nel desiderio, macerandosi per lungo tempo, resistendo "a tutte le tentazioni". Paola è l'attrazione fatale, la dama cortese a cui dedicare ispirati versi. In una strana e forse troppo ingenua lirica, è descritta come la sublime donna avvezza all'epica e ai misteri tantrici, conosciuta "prima dell'arrivo dei comunisti in Italia". Un inciso dissonante, riferito al momento più oscuro della storia politica di quegli anni, il rapimento del presidente della Democrazia Cristiana on. Aldo Moro. Periodo entro il quale, curiosamente, il prof. Culianu preferisce allontanarsi dall'Italia e prendere dimora ad Amsterdam, in Olanda. Perché?

L'Italia degli anni '70 è la zona franca dei servizi segreti, spazio in cui i due blocchi contrapposti ordiscono trame e acquisiscono informazioni, ma è anche l'Italia di Gladio, l'organizzazione segreta nata per contrastare una possibile invasione sovietica. Il ruolo di Culianu in tale guerra occulta è sicuramente marginale, confinato nel mondo dell'accademia, tra scartoffie, passatempi "gnostici" e fantasmatiche fanciulle evoliane. Le ultime sono forse l'anello di congiunzione fra il nostro professore e segmenti impazziti della destra estremista come ad esempio i NAR (Nuclei Armati Rivoluzionari), un letale gruppo di fuoco che servì anche al "Palazzo" per regolare molti conti in sospeso.

Il 18 ottobre 1990 il governo italiano ammetteva ufficialmente l'esistenza di un'organizzazione occulta chiamata "Gladio": subito dopo la Seconda Guerra Mondiale, il timore e l'inferiorità delle forze NATO rispetto a quelle del blocco sovietico convinsero le nazioni dell'Occidente ad organizzarsi in forme non convenzionali di difesa; creando nei loro territori una rete occulta di resistenza, destinata ad attivarsi in caso di occupazione nemica attraverso la raccolta di informazioni, il sabotaggio, la propaganda e la guerriglia. Ma l'organizzazione Gladio, ideata per contrastare un'ipotetica invasione sovietica, si allontanò ben presto dagli intenti originari, trasformandosi in una rete di potere occulto e repressivo; una struttura legale, sicuramente dipendente dalla CIA, usata principalmente quale copertura per operazioni inconfessabili.

Il 16 marzo 1978 l'onorevole Aldo Moro era sequestrato dalle Brigate Rosse e la sua scorta sterminata. Dopo 55 giorni di prigionia il presidente della Democrazia Cristiana venne ucciso e il suo corpo fu fatto ritrovare in via Caetani, a due passi dalle sedi del Partito Comunista Italiano e della Democrazia Cristiana. Recenti ricerche hanno dimostrato come la presenza dell'organizzazione segreta Gladio fosse molto vicina al rapimento Moro.

Ma non solo. Sappiamo dalla storia recente che Ronald Stark, un grande trafficante di LSD e altre droghe psicoattive, collaborava con i servizi segreti americani . Arrestato a Bologna nel 1975, Stark sarà il contatto tra la CIA e alcuni esponenti delle Brigate Rosse, con i quali in carcere stringerà amichevoli relazioni . Relazioni che saranno anche alla base di una tecnica di "manipolazione della sinistra" il cui apice sarà proprio il rapimento dell'on. Aldo Moro.
Culianu non nasconde una certa simpatia per la destra più compromessa. A Parigi è ospitato e utilizza la sterminata biblioteca di Philippe Lavastine (1908-1999) , un gurdjieffiano dai trascorsi movimentati. Indologo e sanscritista, amico di Eliade, il Lavastine durante la Seconda Guerra Mondiale, negli anni dell'occupazione tedesca, era un collaborazionista : condannato a morte dalla Resistenza, dopo la liberazione riuscì a sottrarsi e a fuggire.

Tutte queste circostanze possono essere fortuite, ma possono anche rappresentare un precedente, una traccia nel ricostruire la carriera di un infiltrato in una organizzazione molto potente qual era Gladio. Un morbo letale, infatti, affligge inesorabile, gli aderenti di organizzazioni segrete quanto gli affiliati a bande criminali, il senso clandestino di onnipotenza e il disprezzo - "gnostico" oseremmo dire - verso la gente comune, il "popolo bue". Un'attitudine ostentata dal Culianu in tanti scritti, anche se ufficialmente classificati come "scientifici". Ma l'autunno delle spie non sarebbe durato a lungo e anni dopo, quando il nostro si starà godendo forse un meritato riposo nella nuova cittadinanza americana, qualcuno sarebbe giunto a presentare il conto.
Culianu era caduto in un abbaglio , non aveva valutato la lunga e implacabile mano della CIA nelle rivoluzioni dell'area balcanica e il patto scellerato e "democratico" fra la CIA e il KGB, il cui momento decisivo furono gli incontri di Malta nel 1988. Culianu aveva sempre considerato il KGB l'unico artefice di queste rivoluzioni ma si era sbagliato.

Se è un dato acquisito che il golpe per rovesciare Ceausescu abbia dinamiche endogene - parte dei membri del "Fronte di Salvezza Nazionale" (Frontul Salvarii Nationale) erano infatti nell'area di influenza della Securitate - non si può passare sotto silenzio l'apporto dei servizi segreti statunitensi. Un personaggio chiave in questo senso è stato Silviu Brucan (1916-2006), il cui vero nome Saul Bruckner tradisce l'origine ebraica. Membro dissidente del Partito Comunista Rumeno fu uno dei firmatari nel marzo 1989, assieme ad altri cinque membri della nomenklatura, della cosiddetta "Lettera dei Sei", l'alba del golpe vergata in una dura critica alla politica di Ceausescu.

Ma Brucan è un personaggio ambiguo al limite del romanzesco: ex-professore dell'Università di Bucarest, ex-ambasciatore ONU e di casa negli ambienti del KGB moscovita, è il doppiogiochista necessario. Culianu invece non era più necessario, aveva completamente trascurato la funzione degli USA nel golpe rivoluzionario rumeno, emulazione della stessa Perestroika. E l'ultima folle idea di prendere contatto con l'esule re Mihai - persona non gradita nella Bucarest degli anni tra il 1990 e il 1991 - ne fu la prova evidente e fatale.

Riferimenti Bibliografici:

1) M. NIOLA, Il corpo mirabile (Gli Argonauti, 28), Meltemi, Roma 1997, pp. 75-76.
2) B. CROCE, La rivoluzione napoletana del 1799, Laterza, Bari 1948, p. 80; inoltre F. STRAZZULLO, Il miracolo di S. Gennaro visto dai viaggiatori stranieri tra il Seicento e l'Ottocento, Arte Tipografica, Napoli 1989.
3) Il riduzionismo di Culianu è stato recentemente al centro delle ricerche della dr.ssa Daniela Dumbrav?, cosi come mi comunica in una lettera del 7 settembre 2011.
4) Ad esempio, leggiamo attentamente il necrologio di Giovanni Casadio apparso in Religioni & Società, 8 (1993), pp.85-95.
5) E. ZOLLA, "Culianu", in La filosofia perenne. L'incontro fra le tradizioni d'Oriente e d'Occidente, Mondadori, Milano 1999, p.190.
6) ZOLLA, "Culianu", p. 191.
7) I.P. CULIANU, "I mandarini", in Tempo Presente, nr. 73-74 (Gen.-Feb. 1987), pp. 119a-120b.
8) E. ALBRILE, "Diafane sovversioni. Ioan Petru Culianu e la disintegrazione del sistema", in Archivi di Studi Indo-Mediterranei (archivindomed.altervista.org/alterpages/Albrile-Diafane.pdf).
9) D. DUMBRAVA, "The Unpublished Correspondence between Ugo Bianchi and Ioan Petru Culianu", in Archæus, 14 (2010), pp. 93-120.
10) Lettera del 18 agosto 1974 (DUMBRAVA, "The Unpublished Correspondence", p. 102).
11) Lettera del 11 febbraio 1976 (DUMBRAVA, "The Unpublished Correspondence", p. 114, n. 16).
12) DUMBRAVA, "The Unpublished Correspondence", p. 106.
13) Una circostanza che ritornerà in uno dei suoi racconti initolato Miss Emeralds, in I.P.CULIANU, Il rotolo diafano e gli ultimi racconti, trad. it. di R. Moretti-M. De Chiara, Elliot Edizioni, Roma 2010, pp. 49 ss.
14) G. CIPRIANI - G. DE LUTIIS - A. GIANNULI, I servizi segreti, Avvenimenti, Roma 1993, pp. 15-17; G. CIPRIANI, Lo Stato invisibile. Storia dello spionaggio in Italia dal dopoguerra ad oggi, Sperling & Kupfer, Milano 2002, pp. 121 ss.
15) M.A. LEE-B. SHLAIN, Acid Dreams. The Complete Social History of LSD: the CIA, the Sixties, and Beyond, Grove Press, New York 1985, pp. 194 ss.; da cui dipende D. BLACK, Acid. Storia segreta dell'LSD, trad. S. Vischi, Castelvecchi, Roma 2005.
16) PH. WILLAN, Puppetmasters. The Political Use of Terrorism in Italy, Authors Choice Press-iUniverse Inc., Lincoln (NE) 20022, pp. 315 ss. (trad. it. I burattinai, Pironti Editore, Napoli 1993).
17) WILLAN, Puppetmasters, pp. 179 ss.; non a caso appartenenti a gruppi come "Lotta Continua" o "Potere Operaio" negli anni a venire approderanno a posti di rilievo della politica culturale e istituzionale italica
18) Lettera da Parigi del 24 settembre 1974 (DUMBRAVA, "The Unpublished Correspondence", p. 103).
19) J. EVOLA, Lettere a Mircea Eliade (1930-1954), cur. G. De Turris-C. Mutti, Controcorrente Edizioni, Napoli 2011, p. 39, n.61.
20) Per quanto segue mi rifaccio alle illuminanti riflessioni della dr.ssa Daniela Dumbrava espresse in una lettera del 4 settembre 2011, che ringrazio.

 

 


 


Iranica valsusina
di
Ezio Albrile

A Casellette, ai piedi del Musinè, si venera la memoria di Abaco, martire romano di origine persiana, nipote di Ardaxshir I, fondatore della dinastia sassanide.

La notizia deriva dal martirologio di un agiografo latino del V-VI secolo. Si narra che Mario, o Maris, nobile di origine persiana giunse a Roma nel 270 d.C. per venerare i sepolcri dei martiri cristiani insieme alla moglie Marta e ai due figli Audiface ed Abaco. Scoperti, vennero interrogati. Rifiutarono di abiurare e di sacrificare agli idoli e furono condannati a morte.
Mario, da Marius, forma latinizzata di Mares (genitivo Maris), risale al nome Mari, diffuso presso i cristiani di Persia (dal mediopersiano Mariy "parola sacra"). Il testo del martirologio dice che Mario era figlio del dinaste persiano detto "Imperatoris Maromeni".

La paternità di Mario, per coerenza cronologica, dovrebbe riferirsi ad Ardaxshir I (circa 225-241), il re fondatore della dinastia sassanide. Il nome Maromen rinvia infatti a un epiteto o soprannome di questo re. Da un'analisi filologica, il testo latino sembra adattare il nome Wahuman, che in scrittura pahlavi mediopersiana <whwmn> rimanda a Wahman/Vahman (avestico Vohu Manah "Buon pensiero").
Un autorevole testo mediopersiano riferisce circa la genealogia di Ardaxshir I che il suo avo era " Ardaxshir chiamato Wahman". Anche Ardaxshir I, erede dell'avo, poteva quindi essere soprannoninato Wahman, o essere designato nella cerchia famigliare come il Wahmanide. In tal caso, quale principe sassanide, Mario era fratello di Shabuhr I, il figlio successore (circa 241-273) di Ardaxshir I.
Nei riguardi dei cristiani, la cui religione si diffondeva in Persia durante il III secolo, Shabuhr I svolse una politica benevola. Impresa memorabile di Shabuhr I fu la vittoria campale sull'imperatore romano Valeriano, preso prigioniero con le sue legioni (nel 260). L'espatrio di Mario era quindi dovuto a una lite dinastica, una epurazione a cui seguì l'esilio. Forse dovuto al fatto di aver abbracciato la fede cristiana (non si sa se prima o dopo il litigio col fratello).

L'imperatore romano del martirio di Mario e della sua famiglia era Claudio II il Gotico, che si gloriava di aver combattuto l'esercito iranico. Egli si fregiava dell'epiteto di Parthicus maximus su un'epigrafe latina trovata in Numidia proconsolare. Secondo il martirologio Claudio II scoprì, catturò e fece giustiziare
Mario, un principe nemico di sangue reale, e famiglia.

Il nome Abaco rimanda all'ebraico Habbaquq (greco Ambakoum), il profeta che soccorse Daniele nella fossa dei leoni
(Daniele 14, 32-38). L'opera di questo profeta è molto legata alla Persia imperiale antica e alle interazioni tra religiosità iranica (zoroastrismo) e giudaismo.
In Susa, sua capitale di sud-ovest, dove egli ebbe una visione (Daniele 8, 2), si venera la tomba di Daniele.
Il nome Audifax sembra la resa latina del mediopersiano Abdwaxsh, con il significato di "dotato di spirito mirabile".

Riferimenti bibliografici:

A. M. Piemontese, La memoria romana dei santi martiri persiani Mario, Marta, Audiface e Abaco, Aracne Editrice, Roma 2003.
C.Cereti, La letteratura pahlavi, Mimesis, Milano 2001.
F. Justi, Iranisches Namenbuch, N. G. Elwert, Marburg 1895.
Ph. Gignoux, Noms propres sassanides en moyen-perse épigraphique, Wien 1986.

 

 

 

 

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