LA STORIA DELL'ITALIA CHE FU
( E della geografia più inedita, s'intende! )

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La
cosiddetta arte greco-buddista del Gandhara, nata dall'incontro dell'arte
greco-ellenistica con il pensiero e le leggende buddhiste, è
un fenomeno che condizionò e influì anche sull'arte
del medioevo occidentale. Invito ad osservare la statua del santo
presente all'esterno della Cattedrale romanica di San Lorenzo a Genova.
Si possono notare il nimbo, il volto tipicamente centro asiatico e
le vesti del Buddha Vajrapani gandharico; questa iconografia, filtrata
nel mondo romano fin dal tempo di Costantino e poi a Ravenna e a Bisanzio,
comparve e si diffuse in epoca altomedievale.
Ezio
Albrile |
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UNA CHIESETTA ALCHEMICA Quasi
al centro della Val di Susa (Torino) sul lato sinistro del fiume Dora,
si stende il paesino di San Giorio, un piccolo centro abitato legato
alla devozione di San Giorgio, il mitico uccisore di draghi. Il paesino
è noto ai cultori di antichità medievali per la presenza
di un significativo monumento, la cappella di San Lorenzo Martire,
detta Cappella del Conte, situata a pochi metri dalla chiesa
parrocchiale.
Kronos
è l'imberbe Titano figlio di Uranos e Gaia, pargolo di una
prima generazione divina, anteriore agli dèì olimpici.
Diventa padrone del mondo castrando il padre, cioè recidendo
il flusso spermatico e generativo (Hes. Theog. 175 ss.). Una
sorte che nei vaticini di un oracolo, sarebbe toccata anche a lui.
Spaventato, per allontanare la profezia, Kronos inizia a cibarsi dei
propri figli man mano che nascono.
Chi
legge il testo biblico (Gen. 2, 9) apprende che fra tutti gli
alberi rigogliosi nell'Eden ve n'erano due particolari: "l'Albero
della Vita in mezzo al giardino e l'Albero della Conoscenza del Bene
e del Male". Dio vieta all'uomo di mangiare i frutti del secondo
albero, quello della Conoscenza. Il testo però cade in contraddizione.
Infatti, poco oltre, Eva, in risposta al serpente tentatore, asserisce:
"Dei frutti degli alberi del giardino noi possiamo mangiare,
ma del frutto dell'albero che sta in mezzo al giardino Dio ha detto:
"Non ne dovete mangiare e non lo dovete toccare, altrimenti morirete""
(Gen. 3, 2-3). Ora, nella precedente pericope, abbiamo letto
che l'albero al centro del giardino di Eden non era quello della Conoscenza,
a cui è vietato alimentarsi, bensì quello della Vita.
Verisimilmente, all'inizio l'albero edenico è uno solo, chiamato
in due modi differenti. I commentari rabbinici confermano tale congettura:
originariamente i due alberi si ergevano entrambi al centro del giardino,
uniti per le radici. Altre versioni descrivono l'Albero della Conoscenza
cingere come una siepe l'Albero della Vita . Alcune fonti sostengono
che Adamo, per aver mangiato il frutto, ebbe il dono della profezia;
egli preferì il dono della conoscenza piuttosto che quello
dell'immortalità. Ciò significa che si trattava di un
frutto enteogeno, capace di dilatare i limiti della percezione. Ad
Alessandria d'Egitto la gnosi alchemica si era consolidata in una
cerchia ermetica molto esclusiva già nei primi secoli della
nostra era ed aveva conosciuto la sua epoca aurea alla fine del III
secolo. Decaduta Alessandria, la diaspora degli alchimisti toccò
Bisanzio: lì l'Arte regia fiorì e si trasmise anche
con il beneplacito di imperatori quali Eraclio. È plausibile
che in una fase arcaica la prassi della manipolazione degli elementi
venisse illustrata e tramandata unicamente attraverso diagrammi e
non per iscritto. Consuetudine ben nota al mondo antico, se pensiamo
alla cosmologia del Timeo platonico, strutturata in una successione
di forme geometriche . Ma di questi cosmogrammi non è rimasto
quasi nulla.
Ezio Albrile |
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Magoi a Torino È grazie all'acribia del dr. Salvatore Amato, erudito funzionario della Biblioteca Nazionale di Torino che sono venuto a conoscenza di questa miniatura tratta da un Libro d'Ore. Si tratta di una Adorazione dei Magi con un singolare adattamento.
La
storia dei Re Magi e l'attesa di un Salvatore è però
anche la storia dell'incontro fra il mondo greco e quello iranico.
E il punto di unione è il Saoshyant, il Soccorritore, il Salvatore
futuro. Una figura che lo zoroastrismo condivide con la religiosità
dell'India antica: nell'induismo si parla infatti degli Avatara quali
manifestazioni, incarnazioni cicliche del dio Visnu. In questo contatto
tra Occidente e Oriente è da cogliere il formarsi della leggenda
di Alessandro quale sovrano universale. Plutarco lo descrive come
signore del cosmo (De Alex. Fort. 2, 13: ton tes oikoumenes basilea
kai kyrion), un inviato divino, mediatore e unificatore dell'universo,
il Saoshyant iranico. Alla morte del Macedone i successori, i cosiddetti
diadochi, faranno proprio quest'aspetto regale e salvifico nelle loro
titolature. Primi fra essi i potentissimi Seleucidi. Antioco VII Evergete
(138-129 a.C.) si ritiene inviato della "stella di Iside"
(to astron to t?s Isidos), cioè di Sothis = Sirio (a Canis
Majoris). Antioco VIII Gryphius (125-95 a.C) è nominato
come Epifanes, e si rivela quale "manifestazione" di Zeus
Ouranios, lo Zeus che ordina e presiede al movimento degli astri,
il signore del cielo, riflesso del Baal Shamim semitico. L'attesa
saoshyantica, dopo aver contaminato la Grecia e l'Oriente ellenizzato
tracima nel mondo latino. È il noto tema della IV Egloga virgiliana,
che parla dell'avvento di un puer, di un dio bambino, incontro
fra iranismo e apocalittica latina. Virgilio ha in mente una divinità
salvatrice, la stessa che un altro grande aedo imperiale, Orazio,
invoca nelle fattezze di un Ottaviano Augustus (Odi I, 2):
Roma è nel caos dopo la consumazione di un delitto nefando
(Caesaris ultor al v. 44), un mondo fluido in cui prendono
forma aspettative apocalittiche; si auspica l'avvento di un Salvatore
che riporti nell'Urbe i fasti dell'età aurea. Questa attesa
di un Salvatore giunge con i disordini e le calamità suscitate
dall'assassinio di una figura carismatica, Giulio Cesare. La fine
di un tiranno collima con le aspettative di un rinnovamento, il ritorno
di un mondo aureo che avrà le fattezze di un monarca (Augusto)
mendacemente nato sotto gli auspici del Capricorno (Svet. Div.
Aug. 94, 12), cioè al Solstizio d'inverno, nella ricorrenza
del Sol invictus. Augusto è una Stella salvatrice giunta per
la salvezza del mondo. L'unicità divina di Augusto passerà
nei successori Tiberio ("Signore della terra e del mare, salvatore
del mondo"), Caligola ("Nuovo Sole") e nel "divino"
Claudio.
Ezio Albrile |
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Situata
in una piccola valle tra vigneti e boschi accanto all'abitato di Cavagnolo,
nei pressi di Chivasso (provincia di Torino), l'Abbazia
di Santa Fede fu voluta dai monaci Benedettini di Saint-Foy-de-Conques
(Alvernia-Francia). Venne edificata verso la metà del
XII secolo in prossimità del santuario dedicato a Santa Fede,
la fanciulla martirizzata sotto Diocleziano nel 303 ad Agen in Francia.
Oggi è uno dei più originali ed enigmatici monumenti
romanici del Piemonte.
Ezio Albrile |
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Sant'Antonio di Ranverso e il tema astrologico indiano Nella
sacrestia della chiesa abbaziale di santAntonio di Ranverso
si conserva questa Salita al Calvario di Giacomo Jaquerio,
uno dei maestri del gotico piemontese (1430 ca.). Gesù
è umiliato da una torma di armigeri e sgerri, espressione di
un caos mondano e preludio al sacrificio ultimo.
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Se
guardiamo alla definizione originaria di Surrealismo, uno dei più
significativi movimenti artistici del Novecento europeo, essa si presenta
come "Automatismo psichico puro" , entro il quale emerge
il reale flusso del pensiero, al di là del controllo della
ragione. Si afferma che la realtà onirica dev'essere collocata
sullo stesso piano della realtà nello stato di veglia, considerando
il sogno come qualcosa che fonda l'esistenza. La rivoluzione operata
dai surrealisti nel campo del sentire è quindi stata quella
di aver colto nell'atto percettivo, l'aspetto dinamico e vitale delle
emozioni. In questo senso la realtà dischiusa allo sguardo
surrealista è una realtà in movimento che si fluidifica,
si scompone, rompendo ogni fissità del reale . I segni precursori
erano già in quel Filippo Tommaso Marinetti che nel maggio
1910 vomitava strali contro i "professori passatisti" rei
di aver assassinato la cultura, auspicando un ritorno al flusso incontrollato
di una "indomabile energia" . |
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De
Sade, il "divino marchese" condotto a Napoli dal Grand Tour
nel 1776, parla del prodigio di san Gennaro come di una ridicola farsa,
una "sciocca insulsaggine" per imbrigliare lo spirito di
un popolo superstizioso, calato nelle tenebre dell'ignoranza alla
pari dei suoi capi, ciechi e senza scrupoli . È uno splendido
esempio di riduzionismo a cui fa eco, due secoli dopo, Benedetto Croce:
per il filosofo la "gherminella napoletana della liquefazione
del sangue" è un inganno inconsapevole, un misto fra dabbenaggine
e furberia. Da sempre chi studia i fenomeni religiosi e devozionali,
si è trovato ad aver a che fare con il pericolo di cancellarne
la realtà a fronte di un inganno o di una messinscena. La storia
delle religioni, sin dalle sue origini (massoniche) è la storia
di questo dilemma, risolto con artifizi più o meno convincenti
ed "epistemologici". Mircea Eliade, il grande storico
delle religioni, era stato il portavoce di un metodo di ricerca "ierofanico",
i cui intenti metafisici si scontravano nel reale con il pericolo
del riduzionismo. I grandi scenari fenomenologici proposti da Eliade
deragliavano nella comparazione più spregiudicata e "new
age": tutto assomiglia a tutto e quindi, per assurdo, a nulla.
La storia scompariva, ma scompariva anche la "fede" in senso
tradizionale. Riferimenti
Bibliografici: |
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A Casellette, ai piedi del Musinè, si venera la memoria di Abaco, martire romano di origine persiana, nipote di Ardaxshir I, fondatore della dinastia sassanide. La
notizia deriva dal martirologio di un agiografo latino del V-VI secolo.
Si narra che Mario, o Maris, nobile di origine persiana giunse a Roma
nel 270 d.C. per venerare i sepolcri dei martiri cristiani insieme
alla moglie Marta e ai due figli Audiface ed Abaco. Scoperti, vennero
interrogati. Rifiutarono di abiurare e di sacrificare agli idoli e
furono condannati a morte. L'imperatore
romano del martirio di Mario e della sua famiglia era Claudio II
il Gotico, che si gloriava di aver combattuto l'esercito iranico.
Egli si fregiava dell'epiteto di Parthicus maximus su un'epigrafe
latina trovata in Numidia proconsolare. Secondo il martirologio Claudio
II scoprì, catturò e fece giustiziare Il
nome Abaco rimanda all'ebraico Habbaquq (greco Ambakoum), il profeta
che soccorse Daniele nella fossa dei leoni Riferimenti
bibliografici: |