L'interSvista a
ALESSANDRO BROGGI
![]()
| D. | Per scrivere da professionisti, basta il talento innato? |
| R. |
Il 20% è talento, ma il restante 80% è lavoro, lavoro e ancora lavoro. Finnegans Wake non sarebbe così grande se non ci fosse stato tutto quel lavoro, e nemmeno la poesia di Giampiero Neri, per fare un esempio di tutt'altro genere, più vicino a noi. Spesso poi la consapevolezza del proprio gusto e talento può essere un handicap, può favorire la pigrizia nei confronti di una percezione aperta e verso la ricerca. Chi ci appare dotato di talento oggi, potrebbe non apparire più così domani. Ci sono autori talmente dotati che la loro opera non è di alcun interesse. Jasper Johns, scherzando, si lamentava perché ci vedeva troppo bene; il compositore americano Morton Feldman, a proposito di un espediente tecnico affermava "Lo faccio anche troppo bene; forse è per quello che non lo uso spesso".
|
| D. | Su per giù quanti libri hai letto per ogni opera che hai scritto? |
| R. |
Penso che non sia tanto importante quanti, ma "come" i libri vengano letti. Comunque non si legge mai abbastanza. Non esistono scrittori autenticamente naif, nemmeno i poeti della Beat Generation o quelli della oral poetry americana attuale lo sono. Personalmente sono uno che scrive poco e lentamente: per completare un'opera, spesso breve e smilza, ci vogliono anni, e in essa entrano, oltre naturalmente all'esperienza umana e sociale reale, tutti i libri aperti durante quegli stessi anni. Un elefante che partorisce un topolino.
|
| D. | Poesia, narrativa, saggistica, giornalismo: se un genere ti ha catturato più degli altri, sai il perchè? |
| R. |
La narrativa e la poesia senza dubbio, e molto teatro d'oggi. Dove, al contrario dei saggi, sociologici, filosofici o d'altro genere (che conosco per formazione), le cose vengono dette "attraverso" e le verità appaiono, pur nella finzione, "in situazione". I saggi che leggo di più riguardano comunque l'arte contemporanea (concettuale e non), che forse oggi si interroga ed è testimone dei tempi più della parola scritta. Quanto al giornalismo, è invece legato alla mia attuale professione.
|
| D. | La scrittura di oggi esige una differente preparazione culturale rispetto a quella necessaria ieri? |
| R. |
In una società complessa che richiede la selezione continua delle informazioni, società però fondata sull'intrattenimento effimero (in cui vigono l'edonismo di massa e il televisore sempre acceso), è più difficile trovare la propria voce e farsi ascoltare. Difficile anche conservare la sensibilità e la profondità di pensiero nel contesto di vite accelerate, in cui il soggetto scompare. E se ha ragione Raffaele Simone a denunciare la crisi attuale del testo a stampa e della scrittura sequenziale a favore della simultaneità dei nuovi media della visione e dell'ascolto, questo fa riflettere su quanto cambierà il concetto di preparazione (e di cultura/e) nel prossimo futuro, o forse di quanto stia già cambiando.
|
| D. | Come lo vivresti un eventuale insuccesso di critica e successo di pubblico? |
| R. |
Con preoccupata euforia.
|
| D. | Il tuo rapporto con l'editore è generalmente più d'amore o di odio? |
| R. |
Laddove possibile, di dialogo, di fiducia e di stretta collaborazione.
|
| D. | Vincere oggi un importante premio letterario, appaga l'Ego dell'Autore tanto quanto soddisfa la sua borsa? |
| R. |
L'Ego soltanto, se non altro perché valorizza il suo discorso e ne diffonde l'opera. Quale pazzo camperebbe sui premi letterari?
|
| D. | Incide, nel successo di uno scrittore, l'appartenenza ad una corrente politica o ideologica? |
| R. |
Non credo che una certa consapevolezza (da cui uno scrittore non distaccato dal reale non può prescindere) debba corrispondere necessariamente a una collocazione politica. Tanto più oggi che appartenenza politica significa appartenenza partitica, e la politica è soltanto "politica dell'economica". L'intelligenza è altrove. E le ideologie? Brutta parola, meglio "idee".
|
| D. | E' possibile, oggi, che un grande scrittore non venga mai scoperto e resti per sempre nell'ombra? |
| R. |
Può capitare solo nel caso arrivi al momento sbagliato, se cioè il suo percorso non è quello dei tempi, o non li precorre. Oppure succede a chi, per quanto valido, nelle relazioni umane si fa intralciare dal proprio carattere personale. Comunque, generalmente, chi vale, prima o poi viene scoperto.
|
| D. | Qual è il tempo massimo di fama per un mediocre scrittore asceso agli allori per ragioni "promozionali"? |
| R. |
Coincide con la durata della promozione editoriale della sua opera, ed è proporzionale ai soldi per essa investiti. Passa come una moda.
|
| D. | Quando metti la parola fine a una tua opera, hai la consapevolezza di quanto sei riuscito a dare o a non dare? |
| R. |
Ho, per lo meno, la consapevolezza di quello che ho scritto e di come vi sono arrivato.
|
| D. | Hai mai provato il desiderio di rinnegare qualcosa che hai scritto? |
| R. |
Dopo che un'opera è stata pubblicata e da me promossa per un certo periodo di tempo, non ha più bisogno di essere approvata o rifiutata, se vale camminerà da sola, se no no. L'arte della scrittura deve essere distaccata, altrimenti non è arte; le emozioni te ne possono dare una visione distorta. Non so fino a che punto le mie raccolte di poesia e prosa si assomigliano e non mi interessa neanche saperlo. Mi sembrerebbe più un limite che un pregio se un mio prossimo progetto fosse immediatamente riconoscibile come mio: "Le parole si deono molto discretamente sostenere e lasciare" scriveva Dante.
|
| D. | Leggere un'opera altrui che giudichi eccellente ti stimola o ti scoraggia? |
| R. |
Gli autori che, per qualsiasi aspetto della loro opera, giudico eccellenti sono i soli che mi stimolano e mi interessano.
|
| D. | Hai già scritto l'opera che hai sempre voluto scrivere? |
| R. |
Non credo all'idealismo di un'"opera che ho sempre voluto scrivere dal principio"; ci sono invece progetti parziali - anche molto diversi tra loro - che ho realizzato e realizzo nel corso di diversi momenti di crescita umana e artistica, in un apprendistato continuo.
|
| D. | Cosa ami del mondo e del tempo in cui vivi? Cosa detesti? |
| R. |
Ne amo le possibilità che offre a chi sa vederle, e ne detesto
certa superficialità
|
| D. | Quale luogo comune, imperante nel nostro tempo, vorresti sfatare? |
| R. |
Un tipo di comunicazione accelerata come quella attuale (oggi "solo la prospettiva a brevissimo raggio è sopportabile" per citare Updike) spesso non permette l'analisi delle cose e delle situazioni nella loro specificità. Meno tempo si ha per la percezione di un nuovo oggetto, di una nuova persona o di una nuova situazione, più facilmente questi possono venire erroneamente assimilati ad altri oggetti, persone e situazioni già familiari: ricorrere all'idea di somiglianza è più semplice, rapido e consono al metabolismo dell'epoca. E non porta a conoscere. Quando poi le famiglie di oggetti, situazioni o persone simili vengono trasposte nella lingua d'uso, allora nascono i luoghi comuni, che sono perciò costitutivi del modo di comunicare imperante nel nostro tempo. Questa attitudine al luogo comune va almeno smascherata e messa a nudo, anche con l'ironia, e non sfatata (altrimenti, compito donchisciottesco, i luoghi comuni andrebbero sfatati tutti).
|
| D. | Qual è il valore più importate che ritieni vada difeso o recuperato? |
| R. |
Per lo scrittore, la dedizione, l'immaginazione (a vari livelli) e la precisione. Per l'uomo, la sincerità e la serenità, e poi razionalità e sentimento, che li comprendono tutti.
|
| D. | Dando un voto da 1 a 10, quanto sono della persona e quanto del "personaggio" le tue risposte in questa interSvista? |
| R. | Ottima domanda. "Ognuno è libero di elaborare le proprie opinioni a riguardo" (Botho Strauss). |
![]()
Torna all'indice delle
InterSviste