L'interSvista a
SANDRO MONTALTO
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| D. | Per scrivere da professionisti, basta il talento innato? |
| R. |
Non esiste uno scrivere "da professionisti": esiste
un unico modo di scrivere ed è lo scrivere restando fedeli
a se stessi, nel bene e nel male, palesando i propri pregi e i propri
difetti, indagandoli e cercando le connessioni con il proprio scrivere
proprio in un meccanismo circolare che serve a pervenire ad una fedeltà
sempre maggiore. E' tra l'altro un meccanismo che consente a volte
di scoprire che alcuni dei propri pregi sono in realtà difetti,
e viceversa. Ed è una visione tutto sommato pragmatica dello
scrivere, anche se assolutamente non cinica, siccome non credo, come
credeva Ben Jonson, che solo un uomo buono può scrivere una
cosa buona (la storia della letteratura, della musica, dell'arte ci
porterebbero anzi a credere al contrario
): solo l'uomo che accetta
se stesso (pur cercando di migliorarlo senza snaturarlo) può
scrivere una cosa degna di appartenere alla letteratura.
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| D. | Su per giù quanti libri hai letto per ogni opera che hai scritto? |
| R. |
La questione non è quanto si scrive (scrivere molto è
a mio avviso anche terapeutico) ma quanto si seleziona, si salva,
si pubblica. E pubblicare poco è importante, anche se la nozione
di "poco" dipende da quanto si è scritto; voglio
dire che se un autore avesse nel cassetto cento romanzi e ne pubblicasse
nell'arco di alcuni decenni diciamo una decina di un certo valore
non avrebbe esagerato, mentre esagererebbe chi ne pubblicasse tre
su cinque scritti durante la vita. Può apparire una aridità
aritmetica, lo riconosco, ma l'attuale sovrapproduzione e l'alfabetismo
di massa (e conseguente arcinoto analfabetismo di ritorno) richiedono
operazioni urgenti e una certa inflessibilità.
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| D. | Poesia, narrativa, saggistica, giornalismo: se un genere ti ha catturato più degli altri, sai il perchè? |
| R. |
(Vedi sotto)
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| D. | La scrittura di oggi esige una differente preparazione culturale rispetto a quella necessaria ieri? |
| R. |
Rispondo in una soluzione unica alle due domande.
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| D. | Di chi è la maggiore responsabilità se in Italia si legge così poco? |
| R. |
Secondo Arnoldo Mondadori è del sole: la gente preferisce
farsi delle passeggiate siccome qui c'è bel tempo. Secondo
me invece in Inghilterra leggono di più non perché piove
ma perché i libri costano meno
Ci sarebbe da fare un
discorso molto ampio, però, che coinvolgerebbe la scuola, l'editoria,
il mercato, la famiglia
un discorso per fare il quale non ho
né i dati né la competenza. Resto però convinto
che la base del problema sia la mediocrità, e che la radice
della mediocrità sia la pigrizia.
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| D. | Come lo vivresti un eventuale insuccesso di critica e successo di pubblico? |
| R. |
Ho lottato così a lungo contro la critica che potrei persino
sopportare un successo di pubblico. E poi dipende dalla portata del
successo
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| D. | Il tuo rapporto con l'editore è generalmente più d'amore o di odio? |
| R. |
Di collaborazione con tutti gli editori con i quali ho rapporti, nel rispetto reciproco delle esigenze (quelle dell'uno appaiono sempre piuttosto assurde all'altro e viceversa ) e senza dare troppo peso alle rispettive episodiche sfuriate.
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| D. | Vincere oggi un importante premio letterario, appaga l'Ego dell'Autore tanto quanto soddisfa la sua borsa? |
| R. |
Purtroppo lo appaga ben di più di quanto lo rimpingua,
siccome gli autori sono quasi tutti così stupidi da esaltarsi
anche se vincono il tradizionale terzo premio a Roccacannuccia.
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| D. | Incide, nel successo di uno scrittore, l'appartenenza ad una corrente politica o ideologica? |
| R. |
Non dovrebbe, ma talvolta è un bene che succeda. Ben diverso è, ovviamente, il caso di scrittori servi, vassalli, puttane, cortigiani: essi non servono un'idea né un'ideologia ma solo la propria pancia.
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| D. | E' possibile, oggi, che un grande scrittore non venga mai scoperto e resti per sempre nell'ombra? |
| R. |
Certo! Rimando alla risposta seguente.
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| D. | Può durare oltre la sua generazione la fama di un mediocre scrittore asceso agli allori per ragioni "promozionali"? |
| R. |
Eccome! Basta guardare le antologie scolastiche, le antologie
di poesia Mondadori, Einaudi, Garzanti etc. di questi decenni, i tascabili
|
| D. | Quando metti la parola fine a una tua opera, hai la consapevolezza di quanto sei riuscito a dare o a non dare? |
| R. |
Devo dire di sì: mi capita sempre di trovare difetti che non avevo notato, ma mi capita anche di trovare pregi (ossia aderenze al mio essere) che ormai disperavo di essere riuscito ad infondere.
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| D. | Hai mai provato il desiderio di rinnegare qualcosa che hai scritto? |
| R. |
Rinnegare forse no, ma certo vedo difetti ovunque E' una predisposizione psicologica, credo, comunque.
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| D. | Leggere un'opera altrui che giudichi eccellente ti stimola o ti scoraggia? |
| R. |
Mi eccita, e mi induce subito a farla conoscere: questo penso sia l'essenza del fare critica letteraria, come cerco sempre di far capire nei miei interventi su questo argomento. Questo deve valere anche per le opere non eccellenti ma che si distinguono nell'attuale e desolante panorama letterario, e il critico deve renderne conto con obiettività e passione. Quanto al mio essere lettore - diciamo - edonista prima che critico, ci sono ovviamente moltissimi casi di libri che avrei voluto scrivere (da Borges a Manganelli, da Auster a Barnes, e moltissimi altri ) e che per un momento mi annichiliscono, ma poi è necessario tramutare il colpo in uno stimolo a meglio operare.
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| D. | Hai già scritto l'opera che hai sempre voluto scrivere? |
| R. |
No, ma sento che libro dopo libro mi avvicino un poco a ciò
che vorrei fare. A pensarci bene credo che uno scrittore possa ambire
a mettere insieme negli anni un'opera (un corpus) come la desidera,
non un singolo libro. |
| D. | Prima, durante, dopo il parto letterario: cambi umore durante queste tre fasi della scrittura? |
| R. |
No. Siccome trovo deleterio che un autore si dedichi sempre allo scrivere sono lieto di scrivere nei ritagli di tempo, quando ne sento l'esigenza, mentre le contingenze non permettono per fortuna atteggiamenti da frustrate primedonne. Come ha scritto Auden nella poesia Musée des Beaux Arts gli antichi maestri molto bene facevano, come ad esempio Bruegel, a rappresentare Icaro che precipitava in mare da altezze vertiginose e contemporaneamente un contadino che continuava a zappare la terra indifferente al grido, e la nave che pur avendo visto la tragedia "aveva una meta da raggiungere e proseguiva calma la sua rotta".
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| D. | Cosa ami del mondo e del tempo in cui in vivi? Cosa detesti? |
| R. | Odio quasi tutto, ma amo la
possibilità di odiarlo. Odio l'incapacità generale di
coltivare l'individualità, a favore dei due beceri opposti: l'individualismo
e la massificazione. |
| D. | Quale luogo comune, imperante nel nostro tempo, vorresti sfatare? |
| R. |
Quello secondo il quale gli artisti sono persone migliori delle altre. E quello secondo cui i versi non rendono: andare a dirlo agli editori-truffa (ossia quasi tutti!), o a quei poeti ormai canonici a cui non si fa altro che regalare generosissimi premi letterari.
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| D. | Qual è il valore più importate che ritieni vada difeso o recuperato? |
| R. |
L'individualità di cui parlavo prima.
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| D. | Dando un voto da 1 a 10, quanto sono della persona e quanto del "personaggio" le tue risposte in questa interSvista? |
| R. |
Appartengono 9 alla persona, siccome per il 10 sarebbe servito uno spazio enorme ma anche una voglia di parlare di me che ho sempre tenuto a bada, e 0 al personaggio, che non c'è: mi diverto troppo a vedere gli stupidi e i bigotti scandalizzati dalla sincerità per sentire l'esigenza di costruirmene uno!
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