“Camminare fino all’orizzonte: il più diabolico inganno”
(Alfredo Rienzi, Partenze e promesse. Presagi, Puntoacapo, 2019)

Alfredo Rienzi conferma in questo nuovo libro tutte le sue qualità. In effetti il libro non è completamente inedito riprendendo testi già pubblicati in “Simmetrie” (2000), in “Custodi e invasori” (2005) e in “La parola postuma, antologia e inediti” (2011). E’ come se il poeta avesse bisogno di ritornare continuamente sui propri passi per ricollocare i testi entro nuove cornici, nuovi scenari. Cosa che finisce per dare alle singole poesie persino un nuovo tratto, una voce via via cangiante eppure riconoscibile.

Alfredo Rienzi è un poeta dal linguaggio elegante, raffinato carico di risonanze, dotato di uno stile ricco di grazia e densità espressiva che non va confusa con l’oscurità autoreferenziale. In questo libro egli continua il confronto tra il sé e il mondo, tra necessità e libertà, tra vittime e carnefici, tra luce ed ombra intrecciando toni onirici e salmodianti con folgorazioni d’esperienza personale; collegando riflessioni persino esoteriche con pensieri filosofici razionali; accompagnando il lettore in un labirinto capace di stupire quando si apre all’ineffabile e di illuminare quando l’impeto poetico si placa nel concreto.

Come sempre la sua poesia necessita di una stratificata e successiva lettura proprio perché siamo di fronte ad una scrittura capace di farsi carico dell’emozione e del pensiero, che allude mentre rivela, che consola mentre sferza, che mostra consapevolezza nel momento in cui si libra in volo. Come era accaduto per “Notizie dal 72° parallelo” (2015) l’apparente frammentarietà del libro si ricompone, verso dopo verso, in un affresco sempre molto efficace, in cui emerge il tema fondante della sua poesia: la compresenza degli opposti nel gioco dei “trapassi, dei rovesciamenti, a volte vertiginosi (Dario Capello) tra luce ed ombra, positivo e negativo, tempo ed eterno, giorno e notte… La poesia di Rienzi è poesia di confine, verso sempre in bilico, che sorprende nel suo ripetersi, che conforta nel suo stupire.

E come nel libro precedente sopracitato, Rienzi sa coniugare una propria specifica forma di necessaria saggezza con una lucida comprensione dei limiti dell’esistenza e della conoscenza (che spesso per il poeta Rienzi coincidono). Alfredo Rienzi ha ben chiaro che la posizione del poeta è scomoda: posto ai margini del mondo “ufficiale”, da un lato vede meglio di altri lo scorrere delle vicende umane; dall’altro lato egli ne è parte, in un gioco inevitabile di specchi e illusioni. Vero è, come ha notato sempre Dario Capello nella bella prefazione a “Partenze e promesse. Presagi”, che “qui sembra tutto più urgente e severo, non dilazionabile in figure a specchio” e che qui “è venuto su il grido, l’intensità di una parola davvero urgente, assetata di cose ultime, tradotta in sapienza”.
Ma dal mio punto di vista la poesia di Rienzi va colta proprio nel gesto continuo della torsione del senso, nello sbilanciamento composto della lingua, nelle rifrazioni delle immagini che non necessariamente sono “maschere”. Anzi, credo che questa sia “la forma” del verso che il poeta predilige: una forma che si fa agguato, che procede per successive approssimazioni, incerta cangiante nella sua ossimorica fermezza.

Si torna dove si è già stati. /… ritrovare l’orma è dono inatteso…/Mi dici: il monte si è fatto più alto:/so invece d’essermi fatto io più piccolo”. Questa è la prima poesia che è come una spiegazione per la struttura del libro. ”Nascondersi o smarrirsi/ è un’esigenza come tutte le arti” scrive Rienzi in “Nigredo”: ed è questa una dichiarazione di “poetica” che si completa subito dopo quando scrive “Dicono questi versi/di nulla che succede, /non descrivono fatti. /Resiste qualche raro verbo fossile:/ sta, aspetta, disperde” e ancora “ci serve notte, ancora/di radice e di seme/ci serve buio, dentro…/ Qui in superficie, i verbi rinunciano/ i presagi non dicono”. Rienzi così si mette in cammino, sottovoce, sottotraccia “senza vanto procedere, e senza/timore… /Non comprendo di chi è la mano/che mi porta e che seguo”.

Poesia carica di interrogativi, esitazioni che esprimono una condizione umana incerta che la natura stessa condivide: “la robinia, irriverente e invasiva/ ancora non pronuncia/ le vere sue intenzioni”. Ci si muove in un universo in cui “la latitudine non è indicata… Non riconosco le costellazioni/aspetterò il chiarire dell’aurora”. Il poeta si limita a porre “un passo innanzi all’altro” senza aspirare a verità definitive. E’ questo stato di incertezza e di allerta costante che costituisce una delle cifre della poesia di Rienzi. Che non rinuncia alla sfida: “Alzati adesso! / fiducioso come dell’aria l’ala:/ sta la tua partenza davanti a noi/ seguine i passi, nell’ora dell’alba / quando la notte rinuncia a se stessa”. Perché “la parola insiste/ non vuole perdersi”.

La poesia dice lo stato delle cose, indica il passaggio possibile, è necessaria la sua funzione proprio perché non illude, ma sostiene, perché “… occorre/ che ascolti la strada…”. In un bellissimo gioco di rovesciamenti, Rienzi apre una sua poesia con i versi “A nulla serve all’uomo la memoria/ I luoghi visti ci hanno abbandonato/” e pare così che ci si perda nel buio. Ma la chiusa è speciale: “La luce/imbrunita, a nulla serve. / Qui è ancora alba”. Ma subito dopo ecco un altro rovesciamento di prospettiva espresso da un verso in esergo alla poesia “Passi”: dal tono aforismatico: “Camminare fino all’orizzonte: il più diabolico inganno”.

Nella sezione “Partenza e prima promessa” è pervasa da un tono diverso. Prevale la nostalgia, la tenerezza, l’affetto per i propri cari, ma la lingua resta elevata, attenta al gusto dell’allusione, della metafora dominata dalle figure del viaggio, della notte e del tempo. La vita è fatta di promesse non mantenute, di spiragli di luce, di alibi e certezze smarrite e forse mai davvero necessarie: “Non basta il primo sguardo/per dire se il sole sorge o è al tramonto/…poche volte la conoscenza nasce/ adulta e levigata dall’esatta pendenza dei cateti”.

Il presagio” è una sezione fatta di sette poesie in cui domina invece un tono salmodiante, quasi di preghiera che si snoda e si dipana passo dopo passo, verso dopo verso. Atmosfere immobili, versi interrogativi sono il segno di una ricerca infinita che la poesia di Rienzi continua a intraprendere. Qui Rienzi dà spazio alla sua filosofia fatta di simboli e figure a cavallo tra il mito e la realtà: il profeta accucciato che si chiede “vedere per sé soli è come essere ciechi? ’”… “Dimenticare/ cancellerà il presagio?” …” l’ora era errata? / resta il presagio, cupo e disperante” … “Scendere allora a valle/ nel campo minato, nel buio covo? /astersi in un non luogo a casa/ mentendo strade per l’interiora terrae?” … “Tentare un’impermanenza d’orma sulla neve?”. Qui la fatica del vivere e l’arte della poesia si confondono in un cerchio che non si spezza e placa l’impeto: “L’aurora e il tramonto dicono di un solo rosso in cielo:/l’identico presagio/ la stessa circostanza che ritorna”. Il cerchio nicciano e quello orientale si abbracciano per indicare la necessità d’accettare le leggi cosmiche dell’esistenza.

Tutta la raccolta, come detto, ruota attorno a questo tema del presagio, della promessa metafora della vita stessa che si svolge e si consuma sospesa tra desiderio, illusioni, incertezze, esitazioni e slanci. “Sembrava un’attesa/ma non capivano di cosa”. Nella sezione “Cinque più due profezie postume” troviamo altre sette (numero magico della tradizione esoterica di molte culture) poesie tutte che ruotano attorno al tema dell’attesa, stato dell’essere che apre al mondo della possibilità, condizione incerta che apre a nuove domande. Questa è una poesia che ha l’ossessione dell’interrogare, che non nasconde l’urgenza dell’infinita questua del vivere, che sa come questa sia da correlare al senso del limite, salutare pensiero da coltivare con cura anche nella e con la scrittura. Con le Scritture Sacre verrebbe da dire, visto che in questa sezione Rienzi crea un collegamento metaforico ed esegetico tra la poesia e alcuni testi della Bibbia tratti dai libri dei Profeti o dall’Apocalisse, estrema profezia, nonché dal Vangelo. Nulla di religioso in senso canonico o, peggio, chiesastico; ma qualcosa di “religioso” in senso alto, in senso etimologico: come legame con qualcosa di profondo e di arcaico rappresentato, come detto, dallo stato di attesa e di allerta dell’esistenza.
La cosa interessante, sotto il profilo del contenuto mentale (e poetico) è che qui Rienzi si apre ad una visione più apocalittica ed utopica. L’attesa è “attesa di qualcosa” che non si afferra, ma è anche l’attesa per il Novum che va oltre la sopportazione di false aspettative e si proietta verso il futuro, verso “il gesto sconosciuto /di mutazione”, gesto che revochi l’attesa e ci liberi da una triste condizione in cui “Si giura, si mente, si uccide. /Si ruba, si vendono umani/ Si fa strage. Si versa sangue su sangue/ si spostano confini/ si inventano armi e si ammucchiano/ (e scorie, biossidi, /frutta e latte/ scaduti). /Lasciamoci dormire, su questi rami”. Perché “chi ha orecchi, ascolti/ ascolti ciò che il vento dice…”. C’è un tono profetico, un ritmo sapienziale e orante in queste poesie che restano in equilibrio precario tra la notte e l’alba, tra lo sprofondare e il risorgere, tra la pace e la guerra.

In “Conosco la data della mia morte”, sezione che segue, Rienzi elabora ulteriormente il tema profetico e si fa esplicitamente più inquietante. Così come non scegliamo la data della nostra nascita così non scegliamo quella della nostra morte, ma possiamo conoscerla. Proprio perché “tanto un po’ si è tutti morti/anche i vita e ce ne s’accorge/se non nei lampi storti di follia/ nelle più dure lame dei poeti/ o alle sepolture degli amici”… L’esperienza della morte: la grande rimozione dello svanire, la necessità di elaborare in tempo il lutto preventivo della nostra stessa morte. Difficile, ma necessario per Rienzi. Necessario sul piano ontologico e storico per andare oltre le “cronache ingannevoli dei sogni”, per sottolineare che comunque la vita “è stata”, che è sempre qualcosa di già-stato e quel che sarà presto sarà passato. Estremo limite è la morte che ci deve far riflettere sulle nostre illusioni di onnipotenza, estrema certezza che rende tutto inevitabilmente incerto e quindi desiderabile perché “il tempo è il nostro gioco prediletto” anche se “durerà poco, come i giochi belli”. Una forma di heideggerismo (l’essere per la morte che apre al possibile) nella esplicita illuminazione del dasein, dell’esser-ci, oltre la chiacchera?

Il libro si chiude con la sezione “Presagi minori”. Dopo la meditazione laica sulla morte, il poeta torna sulla terra, alla propria condizione di essere in ricerca (se mai l’aveva abbandona…), e così ci dice che “continuo (persevero) a guardare/ senza vedere – e questo non è / un verso, né lirico né prosastico/ è la cornice dell’immagine bianca/… e ci accompagna tra le sue immagini preferite: “giungo sull’arenile a notte fonda/ (come un’oda bassa: inavvertita)” – “Sto fermo nella notte innanzi al fiume/ dal ponte immagino le curve scure/ nell’assoluto nero…/giungerà inavvertito un altro legno abbandonato al mare” – Le luce sulla pianura diranno/di cieli capovolti… Sarà chi voce nel luogo che vorremmo?” – “Non dissi quella notte la parola/ che da me attendeva, non la pensai/ neppure, che non restasse orma/ nella sabbia né forma nell’aria” – “…In quale stanza d’acqua dimoro? / in quale cavità della stagione/ morente io e te aspetteremo?” – “Tutto il mio tempo è un singolo granello/ di sabbia, la certa caduta, all’attesa/ di nuova mano che riazzeri il mondo. / – “Vagavo, al confine tra i due mondi.” – “Una differente orgone del giorno/ è ancora possibile/ è possibile, ancora/ se infinita è la notte”. – “Fiorite fiorite fiorite/ magnolie nei cortili… Fiorite, almeno voi senza il dubbio/ tra la resa e la vita”.