“Cent’anni di solitudine” di Gabriel G. Marquez, riletto decenni dopo.
(Ediz. Feltrinelli, 1968) 

Per celebrare il mezzo secolo del capolavoro marqueziano l’abbiamo riletto nella prima edizione (Feltrinelli, maggio 1968, pp. 426) per la traduzione di Enrico Cicogna, la stessa “ereditata” da Mondadori nel novembre ’82, senza correzioni di sorta alle molte sviste lessicali presenti.
Già perché magari qualche oscuro editor, magari prima, magari poi, magari mai, avrebbe potuto darvi un’occhiata un minimo accorta per rilevare quanto segue:

a pagina 10 i mitici zingari di Melquìades tornarono “Questa volta traevano un cannocchiale…” Recavano? Esibivano? Proponevano?

A pag. 14 “Quell’odore pungente sarebbe rimasto per sempre nella sua memoria, vincolato al ricordo di Melquìades”. Associato?

A pag. 15 “Ursula aveva predisposto contro di loro tutta la popolazione…”. Messo in guardia? sobillato?

A pag. 17 “gli zingari confessarono di essersi guidati col canto degli uccelli.” Orientati?

A pag. 18 “un uomo dall’aspetto ciondolone”. Non è un aggettivo!

Ibidem, clamoroso errore storico: “Sir Francis Drake si dava allo sport di cacciare i caimani a cannonate (…) per portarli alla regina Isabella.” (sic!) Era Elisabetta!

A pag. 19 si trovano dei “polmoni oppressi da un soffocante odore di sangue”. I polmoni?!?

Alle pp. 61/62 “Melquìades si approfondì nelle interpretazioni di Nostradamus.” Immerse? Specializzò?

A pag. 68 Ursula dà il via al primo ammodernamento e ingrandimento della casa di Macondo e “lavorò come un galeotto mentre si realizzavano le riforme …”. Ristrutturazioni?

A pag. 89 “Fu la culminazione di quattro settimane di soprassalti in casa.”  Culmine! Cosa c’entrano gli astri allo zenit o al nadir?

A pag. 90 probabilmente una svista dell’Autore: “Da quel giorno si rivelò il senso della sua responsabilità, la grazia naturale, il tranquillo dominio che Remedios avrebbe sempre avuto di fronte alle circostanze avverse”, ma sei pagine e pochissimi mesi dopo la prima Remedios già muore tragicamente.

A pag. 93 una totale assurdità: “Ma allora fu José Arcadio Buendìa a prendere l’iniziativa e a cercare di infrangere la fede del prete con martingale razionaliste.” Voleva dire tiritere? Elucubrazioni?

A pag. 95 “… un filo di sudore gelato le scese lungo il cavo della spina dorsale.”  L’incavo?

Astrusità di Gabo a pag. 139: “Ma due giorni dopo, un telegramma che arrivò quasi contemporaneamente al precedente…”. (sic!)

A pag. 202 Aureliano Secondo “si era svegliato di umore smargiasso. NON è un aggettivo!

A pag. 206 “Pietro Crespi al suo lato sarebbe sembrato un settimino”. Di fianco a lui, in confronto.

A pag. 207, a parte un ‘faceva’ che doveva essere un ‘fece’ e un ‘sorprese’ che doveva essere un ‘sorprendeva’.  Aureliano Secondo “non riuscì a vulnerare la sua ostinazione”. Scalfire ?

Ibidem: “si trasformò in abietto e straccione”, che NON è un aggettivo.

A pag. 229: “eternizzato”. NON esiste: basta ‘eternato’.

A pag. 234: “convulsionò” (?!) Magari sconvolse.

A pag. 241: “mentre si illimpidiva”. Si schiariva?

A pag. 246: “Remedios la bella era indiafanata da un pallore intenso”. Comprensibile, ma NON esiste!

A pag. 263: “con gli occhi intigriti dal fuoco della rivendicazione.” Fa molto Blake, ma NON esiste.

A pag. 264: “… le partoritanze dei suoi animali”. Parturizioni, se mai.

Ibidem: “si fece grasso, violaceo, intartarughito.” Altro neologismo animalizzante.

A pag. 269: “esuberanze ospitaliere”. Cioè ospitava eccessivamente?

A pag. 271 un’esagerazione dell’Autore: “Quello non era il suo ricordo più antico, ma l’unico della sua fanciullezza”.

A pag. 272: “erano loro gli unici membri della famiglia che sembravano vincolati da affinità.” Legati, uniti?

A pag. 293: “La sconcertante emozione dell’azzecco…” Dell’averci preso, indovinato, azzeccato.

A pag. 298: “… voltò le spalle alle buone creanze…” Nel senso di maniere, ma creanza al plurale (?!)

A pag. 301: “Un proiettile incrostato nella colonna vertebrale…” Come un diamante?

Alle pagg. 304 e 360 c’è del limo rimosso dalla ruota del battello e della terra rimossa per seppellire una gallina viva: preferibile smosso e smossa.

Alle pp. 307 e 348 si parla di ‘sgavazzate’ intendendo ‘gozzoviglie’.

A pag. 319 Aureliano Secondo gioca “ai naufragi coi bambini”. Forse ai naufraghi.

A pag. 326: “…la tentazione di sedentarismo e di domesticità che lo stava aggirando…”. Aggredendo?

A pag. 332 c’è un ‘allora’ per ‘ancora’.

Ibidem: “… da quando spuntava Dio fino all’ora di mettersi a letto.” Il Dio-Sole?

Alle pp. 337/338 “Ursula impostava sempre una domanda”. Magari formulava (a voce).

A pag. 338: “… ogni sorta di detettori di metalli.” Anglismo per rilevatori o rivelatori.

A pag. 350: “… alternative mentali di Ursula.” L’ultra-centenaria ha forse delle alternanze (come poi quelle della morte in Saramago…).

A pag. 375 troviamo delle ‘dita parassitarie’. Bah!

A pag. 386 altra oscurità: “Amaranta Ursula tornò coi primi angeli di dicembre.” Quelli di Wim Wenders, direttamente da Berlino?!

A pag. 390: “…un capriccio transitorio che era meglio defraudare in tempo.” Sminuire, sconfiggere, ma con la frode?

A pag. 401 di nuovo “il futuro diafanizzato per reso diafano.

A pag. 403 “La primitiva pietà di Aureliano si trasformò in un’animavversione virulenta.” Ma il temine lambiccato significa riprovazione, castigo: NON avversione dell’animo!

Alle pp. 406 e 407 vengono coniati un ennesimo neologismo, ‘donnolando’ e il suo contrario, ‘sdonnolando’, che dovrebbero significare pressappoco ‘avviticchiarsi come una donnola’ e smettere di farlo.

Insomma: sull’onda del successo planetario del libro, Feltrinelli, Mondadori e tutti noi, giovinastri di allora, ci bevevamo qualsiasi stupidaggine, basta che avesse l’etichetta di ‘realismo magico’.

M.M.

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