Riportiamo da: “Il Foglio volante” di aprile 2014

La pubblicità di un nuovo programma televisivo:

A “The Voice of Italy” ascolteremo grande musica, italiana e internazionale, con brani leggendari e hit contemporanee, in un percorso che si svilupperà in quattro fasi: le Blind Audition, le Battle, la novità del Knockout e i Live Show. Tra novità e grandi conferme i quattro coach sono: Raffaella Carrà, J-Ax, Noemi e Piero Pelú.”

Ecco cosa è diventato l’italiano. E qui parliamo di un programma che si presenta come “The Voice of Italy”, ovvero “La voce dell’Italia”. Quindi: la voce dell’Italia non è italiana.

La televisione – che purtroppo è ormai la prima agenzia formativa per i bambini e i ragazzi, piú della scuola, piú della famiglia – sta distruggendo la nostra lingua.

Apro in Internet una guida dei programmi televisivi della giornata ed ecco alcuni titoli di programmi presi a caso:
The Walking Dead, Agents of S.H.I.E.L.D., Euronews, Heroes, Safe house, Morning News, Night News, Switch, My Life, Media Shopping, Cartoon Flakes, Winx Club, Phineas and Ferb, Desperate Housewives, The Good Wife, America today, Shownet, Serial Webbers, Musiclife, Lost World, Private Practice, Brothers and Sisters, Rush, One Tree Hill, Fumettology, Three Rivers, Law & Order, Sworn Secrecy, Rewind, Chips, My Life, Friends, Dr House – Medical Division, Dragon Ball Gt, Big Bang Theory, Coffee Break, Night Desk, Movie Flash, e mi fermo qui per non annoiare oltre.

Anche per quanto riguarda le categorie, annotate a fianco ai programmi, si può leggere: Series, Talk Show, Current Affairs, Docu-Reality, Reality Show, Movie, ecc.

È questo l’andazzo della televizione, è questo l’andazzo dei giornali e anche degli ambienti politici, ufficiali e burocratici. Il Presidente è ormai Premier, il biglietto è ticket, lo stato sociale è welfare, e poi question time, badge, day hospital, election day, social housing, e, piú di recente, da parte di chi si appresta a rottamare la lingua italiana: Jobs act.

Scrive Corrado Augias in un articolo intitolato “Quel goffo cosmopolitismo linguistico”:
“Lo so, è diffusa la voglia di ostentare una disinvoltura cosmopolita quando non si possiedono nemmeno le conoscenze più elementari. Spending review, service tax, ministero del Welfare, personale dedicato, esempi grotteschi unici al mondo. Ma siamo diventati matti? La regola sarebbe che quando parli una lingua la devi usare tutta, idem se ne parli un’altra.”

Ma siamo ormai schiavi della colonizzazione linguistica angloamericana. Gli Stati Uniti e il Regno Unito, investono milioni di euro per la diffusione della lingua e quindi per portare acqua al loro mulino. E io più che una ridicola ostentazione di “disinvoltura cosmopolita” o, meglio, di un malinteso senso di sprovincializzazione, direi da parte di molti si tratta dell’atavica tendenza ad adulare i potenti.

E, per quanto riguarda coloro che hanno potere decisionale (in politica, nell’economia, nell’apparato burocratico, nel giornalismo, ecc.), non riesco a pensare che non si rendano conto che siamo ormai alla dipendenza psicologica e alla schiavitú culturale. È che l’oppresso diventa complice dell’oppressore e suo connivente.

Amerigo Iannacone

 

L’italiano: una lingua-arlecchino?
di Daniele Mazzacani

Nel centocinquantesimo anniversario dell’unità nazionale l’italiano festeggia, pur tra mille ombre, la sua definitiva affermazione: già lingua madre degli abitanti della penisola, nonché – secondo l’ultimo censimento di Ethnologue – di circa 7 milioni di italofoni sparsi principalmente tra Svizzera, Francia, Croazia e Slovenia, l’italiano espande oggi il suo bacino di utenza come lingua straniera. I corsi di italiano sono da anni in lento, ma costante aumento in tutta l’Europa orientale, in Sudamerica e negli Stati Uniti, dove le cattedre di lingua e cultura italiana si moltiplicano.

La lingua si tutela da sé?
Perché preoccuparsi, allora, dell’idioma di Dante? Nonostante la sua crescente diffusione e la popolarità oltreconfine, l’italiano appare in maggiore difficoltà proprio nello stivale natio. Una lingua è di fatto legata all’immagine dei paesi in cui viene parlata, ed è generalmente ritenuta espressione della cultura e della identità degli stessi: su questa considerazione condivisa, nel corso degli ultimi vent’anni, tra gli intellettuali italiani si è affermato il deciso rifiuto di qualsiasi proposta normativa guidata da istituzioni culturali, contrariamente al resto d’Europa e del mondo, nella convinzione che “la lingua si tutela da sé”, e che le uniche regole accettabili siano quelle dell’uso e della diffusione. Qualsiasi proposta differente, come l’istituzione di un “Consiglio superiore della lingua italiana” viene, viceversa, inappellabilmente tacciata di fascismo linguistico. Una visione, quasi utopica, che ignora di fatto l’influenza quasi coercitiva dei mèdia sugli atteggiamenti dei singoli cittadini, e in generale i reali rapporti di forza alla base delle dinamiche socio-linguistiche.

Ben lontano dal garantire la libertà, la totale assenza di norme lascia le leve linguistiche in mano ai mezzi di informazione e alle agenzie pubblicitarie, che infarciscono la lingua di forestierismi a un ritmo sempre maggiore. Negli ultimi anni il fenomeno ha raggiunto livelli record, tanto che una consultazione di testi “italiani” richiede l’uso di un buon dizionario di inglese. Destino inevitabile a cui rassegnarsi? Al contrario. Basta guardare agli altri paesi europei, dove una migliore conoscenza e una maggiore identificazione con la propria lingua nazionale hanno portato a risultati ben diversi, nel pieno rispetto dei diritti fondamentali e delle libertà linguistiche.

L’invasione dei barbarismi informatici
Ai tentativi di traduzione di termini specialistici, quasi sempre in inglese, spesso si obietta l’assurdità del tradurre parole internazionali, uguali in tutto il mondo, e quanto sia ridicolo opporsi a una globalizzazione linguistica che coinvolge tutte le lingue del mondo: nella maggioranza dei casi, questo è assolutamente falso. Nell’anglicizzante campo informatico, per esempio, l’italiano è spesso la sola lingua ad accogliere integralmente quasi tutti i termini inglesi, che vengono invece tradotti o adattati nella maggioranza degli altri idiomi e creando, quando necessario, appositi neologismi. Una dimostrazione? Mentre l’italiano adotta file, i francesi parlano di fichier, gli spagnoli di archivo e i tedeschi di datei. Altra storia, obietterebbero i contrari, quelle sono lingue maggiori, diffuse in tutto il mondo. Che dire allora dell’olandese bestand, del finlandese tiedosto e del polacco plik? Paesi in cui, tra l’altro, la conoscenza media della lingua inglese è a livelli nettamente superiori. Che ci vuoi fare? Il passato è passato, si potrebbe ribattere. Certamente ragionevole: si tratterebbe di scalzare termini ormai acquisiti e dal significato conosciuto. Ma che dire del presente? Perché touchscreen, proposto (o imposto?) da martellanti campagne mediatiche e recitato come un mantra di modernità, non può essere più chiaramente uno schermo tattile? E il fumoso social network, tradotto in quasi tutte le lingue europee? Facebook viene in soccorso, chiarendo di essere una piattaforma sociale, ossia una piattaforma web a supporto delle (reali) reti sociali. Recente, poi, è la ribalta di (yield) spread , presentato come termine tecnico rispetto all’incompetente differenziale (di rendimento).

Nessuno vuole imporre un italiano puro, privo di ogni “barbarismo straniero”, perché lo scambio tra lingue è un corollario comune della globalizzazione. Pare però assurdo appoggiare quella “ignoranza colta” che ha contagiato molti italiani, portandoli a pavoneggiarsi e a riempire le proprie conversazioni con termini di lingue che, spesso, non sono neppure in grado di parlare. Senza pretendere di modificare il passato, ma restando nel presente, basterebbe guardarsi intorno per rendersi conto che la globalizzazione delle lingue, intesa come un’inevitabile e totale anglicizzazione alla quale non ha senso opporsi, è una favola alla quale crediamo solo in Italia.
da “Cogito ergo sum” – Fondazione Franceschini (http://www.fondfranceschi.it/cogito-ergo-sum)

UNA DIVAGAZIONE TUTTA ITALIANA DI GUIDO CERONETTI

Le espressioni inflazionate oggi, delle quali non se ne può più:

l contesto globale.
In quest’ottica.
Si assumano le loro responsabilità.
A trecentosessanta gradi.
Va focalizzato.
La piccola e media impresa.
È nel nostro Dna.
È calato nei sondaggi.
Al minimo storico.
Su base annua.
Fuori dal tunnel.
La locomotiva tira.
Giovani e meno giovani.
Lo Stato è presente.
Si sono chiamati fuori.
Un vera chicca.
Si sta ancora scavando in cerca di altre vittime.
Le sinergie presenti sul territorio.
Nel mirino degli inquirenti.
Poi l’affondo.
L’impatto ambientale.
Sette chilometri di coda.
Incasso record.
Pesanti apprezzamenti.
Un’Europa che guarda al futuro.
La fuga dei cervelli.

Vai su WU-WU-WU.
Siamo un polo di eccellenza.
Subito le riforme.
Le soglie di povertà.
Spalmati sul territorio.
Una gigantesca caccia all’uomo.
Le fasce a rischio.
La dieta mediterranea.
Di tutto e di più.
Tutto e il contrario di tutto.
Le criticità. Gli uomini-radar.
L’emergenza rifiuti.
Ci vuole un nuovo soggetto politico.
Non abbassare la guardia.
La microcriminalità.
Non va demonizzato.
La stragrande maggioranza.
Il colosso mediatico.
Il Made in Italy.
Pitti Uomo.
Più fondi per la ricerca.
È iniziato il controesodo.
Stuprata dal branco.
Dare un segnale forte.
Le sostanze dopanti.
Liberalizzare le droghe leggere.
Varato il piano.
La strada è tutta in salita.
Si commenta da sé.
Non ho la palla di cristallo.

Ci sono luci e ombre.
Approcciarsi alle problematiche.
Le quote rosa.
Bere molta acqua.
Gli intrecci mafia-politica.
Il presunto assassino.
La malasanità.
Errore umano.
Molta frutta e verdura.
A tasso zero.
Accetto per il bene del Paese.
È un Far West.
È un film dell’orrore.
L’ospizio-lager.
Da lasciare ai giovani.
Non arrivano alla fine del mese.
Più tecnologia.
La stanza dei bottoni.
La costituzione più bella del mondo.
Sull’orlo dell’abisso.
È stato segretato.
È stato desegretato.
È stato risegretato.
Assolutamente sì.

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