“A quale ritmo, per quale regnante” di Riccardo Olivieri
(Passigli, Firenze, 2017)

LA POESIA DEGLI AFFETTI

Riccardo Olivieri è nato a Sanremo nel 1969, dopo l’Università (Facoltà di Economia a Torino) ha lavorato tre anni in Piemonte, poi ha vissuto in Lussemburgo e in America Latina dai 26 ai 30 anni. È rientrato a Torino nel 2000, dove attualmente vive e lavora come ricercatore di marketing. Da allora vanta una rispettabile e significativa produzione poetica: nel 2001 pubblica la raccolta “Diario di Knokke” (Nuova Compagnia Editrice; prefazione D. Rondoni); nel 2006 l’editore Passigli pubblica “Il risultato d’azienda” (prefazione Stefano Verdino); nel 2008 Raffaelli Editore pubblica “Il disgelo”; nel 2012 esce per Passigli la raccolta “Difesa dei sensibili” (Pref. Davide Rondoni, con nota finale di Massimo Morasso).
È inserito nell’antologia “Storia militante della poesia italiana 1948-2008”  a cura di D. M.Pegorari, Università di Bari (Moretti&Vitali), uscita nel luglio 2009. Sue poesie inedite (poi pubblicate in “Difesa dei sensibili” hanno vinto il Premio Pavese 2010. Nel 2013 alcuni inediti hanno ricevuto il Premio Lerici-Pea per la sezione poesia inedita (in giuria: G. Conte, V. Zeichen, S. Verdino). Nel 2017 esce questa sua nuova raccolta poetica  “A quale ritmo, per quale regnante”, ancora pubblicata dall’editore Passigli, con una nota di Giuseppe Conte.

Come si può capire Olivieri è poeta impegnato nell’essere poeta che, come scrive Conte nella sua nota, “vive la sua poesia, e la sua vita, come un viaggio che nelle domande semplici e eterne di un figlio al proprio padre, trova il suo senso e la sua verità”.

Questo libro è carico della necessità poetica ed esistenziale di trovare un senso al vivere, attraverso un continuo, ricco di variazioni situazionali, interrogare e interrogarsi del poeta e dell’uomo su temi quali l’amore familiare, il rapporto coi padri e le madri, il lavoro, i propri luoghi. Ma non basta, Olivieri cerca anche un dialogo con “il mondo della poesia” e i suoi versi entrano continuamente in contatto con quelli di altri poeti che, in qualche maniera, gli fanno da “riferimento”, da “padri”. Ritroviamo contatti coi versi di Mario Luzi, Giorgio Caproni, Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, magari cripto citazioni da Volponi e Pasolini, sino a risalire a sonorità gozzaniane e pascoliane. Olivieri così come ha il coraggio dei propri sentimenti espressi in poesia, non nasconde il legame con quei poeti che lui sente vicini. Già il titolo rievoca atmosfere luziane, così come ricordano Luzi lo spiccato senso elegiaco del tono e del verso. Allo stesso modo la sua evidente propensione ad intrecciare situazioni personali, familiari, quotidiane con salti e indugi lirici che trasfigurano il materiale esistenziale in una forma di preghiera (come ha ancora rilevato Conte) o di sospensione riflessivo-poetica che, senza mai sfondare nel filosofico, lo rendono saldamente avvinghiato ad un pathos lirico poetico ben riconoscibile.

Da questo punto di vista, Olivieri ha una sua precisa cifra poetica che si esprime in un linguaggio capace di alternare registri “alti” con altri più “bassi”, parlati, persino quelli propri dello slang dialettale. Ma si tratta pur sempre di un linguaggio attento alla forma, alle sospensioni, all’indugio che lascia aperta l’immagine, che sfuma il sentimento; un linguaggio poetico che predilige il velluto e la dolcezza, la seta e la tenerezza delle tessiture. Questo in una linea coerente tra forma e contenuto: in questa poesia i due aspetti si rispecchiano, sono le due facce di una stessa medaglia che è la poesia “sentimentale” di Olivieri, in questo libro.

La prima sezione “Nel prato di Juan”, si apre con “Tra gli alberi e il mare” che ci introduce nel mondo del poeta e subito ci fa comprendere i poli tra cui fa la spola. Da un lato, il canto che abbraccia “venti aperti” nella “tesa sera d’acque nerviosas…”, che attende “la parola scalza”, dall’altro “il gioco e il fiato di tuo figlio”. Non solo il linguaggio, i temi ma anche il tono, realizzano un cortocircuito che flette e costringe il verso a farsi carne. Così si dipanano le situazioni: “io siedo comincio a leggere un libro;/dopo qualche minuto/in un sole fresco e leggero/la sua mano posa un caffè al mio tavolo”… ma poco oltre nella poesia successiva “la vita nuovamente ha il suo inizio/Respira e corri! Non temere nulla” e colpisce il collegamento tra dettagli apparentemente distanti, come la sorpresa felice del “sono tornati, passeri operati, rieccoli /al lavoro”…bevono l’acqua dai nostri bicchieri” e la possibilità che nasca qualcosa di nuovo e inatteso.

Olivieri è attento agli incipit, ma soprattutto a quelle che possiamo definire “le situazioni di partenza” delle sue poesie: “parliamo un po’/ di questo tepore di sole” così sembra quasi di entrare tra le righe del suo taccuino di poeta che ritrae e trascrive sulla carta le proprie impressioni e sensazioni. Questo tipo di approccio e di spunto lo ritroviamo in poesie come “Cortile interno “(Sono un albero chiuso tra le case. / Sono solo. Parlo coi muri e le finestre”); in “Fondazione” (“Ora starò qui. In questo campo straordinario d’alberi, /la schiena sul muro bianco di straniera memoria” / ….Potrebbe essere /Parigi, Berlino,/un sogno mattinale./Torino quasi mia, domenica”), in “Al sole, fermo l’auto per loro” dove l’incipit suona: “Guarda che bello/ il popolo del Toro/mentre fiuma alla partita”…), ma costella pressoché tutti i suoi testi poetici che sono come animati da uno spirito drammaturgico che, tuttavia, procede per situazioni e quadri e non per narrazioni estese.

Nelle sue liriche, infatti, appare dominante la propensione al verso breve, denso e spezzato, alla parola-frase (che ricorda l’insegnamento ermetico) molto spesso posta in sequenza senza virgole o altra punteggiatura. Questo approccio è rafforzato da un classico accorgimento proprio di alcuni importanti poeti della poesia novecentesca: la posizione spaziale delle parole è spostata sulla pagina secondo una scelta estetica e ritmica, posta a distanze diverse, evitando la sistematicità della regola dell’a capo creando così un respiro, un passo sospeso nell’incedere del verso e del significato, accentuato poi dall’uso dei puntini di sospensione:

“E la preghiera costante
…………………..Il tuo canto,
poi che ti muovi nel giorno
e sei
…..mia voce, fiato, salto!
…..Ma questi tuoi piedini… (pag. 18)

Oppure si veda

“ti fa crescere ed è
………………..scherma
lenza fioretto dama appiglio,
…………………ma anche forma
………………………..giusta parola
…………………………………risposta
…………………………………disegno…”. (pag 16)

Questo “metodo compositivo”, decisamente efficace sotto il profilo lirico, trova un suo terreno fertile proprio nelle tematiche familiari. E’ poetando della cerchia familiare che la poesia di Olivieri cerca e trova il suo fine. C’è un impulso impellente e profondo che coinvolge l’io poetico ad immergersi nelle acque degli affetti familiari. Così notiamo, ad esempio, un continuo gioco di ruoli tra se stesso e il figlio (al quale dedica diversi testi), tra se stesso in quanto figlio e il proprio padre, in un gioco labirintico di specchi. Che non ha solo una funzione di comprensione di sé e, forse, “curativa” ma che ha anche una funzione “pedagogica”, per così dire. Nel senso che per Olivieri fare poesia significa trasmettere esperienze, offrire spunti etici, esprimere e stringere legami. Lo indicano le poesie come “Istruzioni”, dedicata al figlio (“scriviamo/lettere d’amore/come non sono mai state,/mai così serie nostre lettere amorose. Non/c’è atra formula per fare la Rivoluzione/ che scrivere – ogni volta– lettere d’amore”; oppure le poesie “I piedi di 6 anni” , “Le tue domande” anch’esse rivolte al figlio. In questa linea è anche la poesia “Undici” dedicata ai cugini primi (“ecco il perimetro/che sto cercando,/dove condivise vite, fiati/tutto il riposo e la rabbia,/il necessario amore”); per non dire delle poesie “La tua voce” “che ricentra i pesi,/cerca l’atto,/scarta il male,/vede.”, dove il ritmo del verso brevissimo indica il respiro dell’emozione, il passo svelto del ritorno nella cerchia familiare e amicale (si vedano anche le liriche “Santo Stefano” e “Da molto lontano”. In questa poesia degli affetti incontriamo cosi una tendenza alla conversazione lirica, al diario intimo del dialogo coi propri cari, alla religiosità dei legami regolati da una passione etica e autobiografica.

L’acme di quest’ascesa lirica la si incontra, paradossalmente, in due testi in prosa: “Cara Roberta…” (pag. 46) e “Caro Papà” (pag. 71) che, pur in una nuova parentesi stilistica e formale, confermano le intenzioni e lo stile del poeta: esprimere la tenera e disarmata sfrontatezza dei propri sentimenti. Tutta la sezione “Gran Paradiso” ad esempio, è dedicata al padre ed al legame più o meno tormentato vissuto dal poeta. Olivieri è bravo ad alludere, ad accennare e al tempo stesso a rivelare quanto sia complessa la filigrana di una relazione, in questo caso, tra padre e figlio, impastata di rimpianti e ricordi, silenzi e momenti felici. Come ha scritto Alfredo Rienzi (in “Larecherche.it – 2016) “La poesia di Olivieri ha mantenuto, nelle varie tappe della sua opera, sempre una felice misura tra colloquialità e sospensione. “Intimo e civile come Vittorio Sereni” (che ne è stato il primo e ne è il più forte riferimento), diceva Stefano Verdino nella prefazione a “Il risultato d’azienda”. E questa sua dimensione si è confermata nelle raccolte successive, dove una parola accorata e limpida, ma non passiva, si cala in una quotidianità dai larghi confini, resa con sensibilità ed assoluta sincerità”.

La cifra più importante di questa raccolta risiede proprio nel senso dei “rinvenimenti personali” (pag. 75) che trattengono il poeta entro le mura familiari, solo apparentemente più serene, perché anch’esse, benché più calde e conosciute, non sono certo meno inquietanti di altri mondi esterni. Le poesie appunto dedicate al padre lo testimoniano, segnate come sono da sentimenti irrisolti, da interrogativi che ancora non hanno, né mai avranno forse risposta. Lo indica anche il linguaggio caratterizzato nella sezione finale da verbi al passato (“c’erano mani tenevano/le dita volte sopra”); al condizionale ”vorrei salire sul nostro/motore marino”; “vorrei riscrivere la tua lettera alla mamma”; “avrei voluto essere più grande…”, insomma forme verbali che esprimono un rammarico, un’assenza, ma anche un desiderio, un impegno per il futuro.

Olivieri è capace di non celare dietro lo schermo potenziale della poesia, la sua interiore necessità di mettere a nudo parti intime della propria esperienza. Al tempo stesso è grazie alla “struttura” poetica, che offre una sorta di corazza stilistico-formale oltre che linguistica, che egli riesce a compiere la sua operazione di trasparenza. Evitando di cadere nel rischio del bozzetto, dello stereotipo fusionale. Ma c’è dell’altro.

Affidandosi alla sua capacità di poeta che si pone dinnanzi alle cose con sguardo attento e orecchio teso, Olivieri, senza rinunciare all’abbrivio personale, ci offre i versi di “Mensa aziendale”: “Se chiudi gli occhi/tutto appare/come una folla/di artigli/all’attacco” o quelli di “Staff meeting” in cui un “Feroce Medioevo che ci assale,”… e dove “muore chimicamente/il nostro materiale cerebrale/una volta gioioso/ora le sinapsi spente,/; oppure ancora quelli di “Prima di un incontro faccia a faccia col potere” dove per “difendersi, auto conservarsi” il poeta consiglia “Prendi un bel respiro, salta”. E infine quelli propri di una riecheggiante “poesia civile: “Su lo striscione rosso la parola Lotta/ scritta in bianco,/impacchettata col loro banchetto” (“Romi chiusa”.) Qui l’affettività si sposta sulle relazioni del mondo del lavoro (come aveva già fatto in lavori precedenti) che però sono anche esperienze esistenziali universali che così entrano nel campo poetico del’autore.

Interessante notare come Olivieri si muova in una zona fluida fatta di visioni e pensieri temporaneamente coagulati e segnati, come detto, dal verso breve, che non sfociano mai nella narrazione, ma che colgono una prospettiva, un’angolazione che, come tale, invita ad una riflessione. Non è poeta “filosofico” Olivieri, ma non per questo la sua poesia rinuncia al “pensiero”. Un pensiero che resta in bilico tra impulso etico e folgorazione metafisica, tra sentimento e illuminazione esistenziale un po’ come accadeva nei suoi già citati maestri. Ed allora ecco versi come “E’ l’estate la stagione dei pazzi, /veniamo in movimenti/concentrici…/… a farvi paura./Perché la nebbia vera/ è solo vostra/” (pag. 51); o come quando, trasportandoci su una piazza deserta alle sei del mattino ci fa incontrare un uomo che “penso proponga al mondo la sua via,/ride cogli occhi,/ha il cuore colmo di silenzio” (pag. 52); e ancora a pag 53: “Forse da qui sono felice,/è ancora tutto così calmo, nulla è cominciato./Le ginocchia del mattino non si sono sbucciate”.

Olivieri tocca così anche il tema delle nevrosi: quelle del quotidiano della “perdurabile normalità degli altri” (pag. 56), quella scivolosa degli attacchi di panico: “di questo interno aggeggio ad autoinnesco”(pag. 57); quella più dura, ma anche patologicamente rassicurante della malattia mentale: “Sarò felice a sgretolarmi/in questa mia/meravigliosa cattedrale” (pag. 58); quella classica dello sdoppiamento: “Perch’io son uno/ch’è poi almeno due/ e uno è il mio nemico primo” (pag. 61). Quel che colpisce in questo gruppo di poesie della sezione “Abisso e la parola qui” è proprio il cambio di tono che da elegiaco diventa aspro, secco, sempre elegante, misurato nel suo equilibrio lessicale e linguistico, sobrio e colloquiale certamente, ma perforante nel suo essere semplice e diretto.

La poesia di Riccardo Olivieri è dunque capace di coinvolgere il lettore in un viaggio ricco di suggestioni e di temi, di spingendoci ad una lettura quasi-teatrale, fatta di pause, attese, immagini che pur nella loro chiarezza lessicale rimandano a mondi sommersi che la sua poesia sa evocare con maestria.

Stefano Vitale
31 gennaio 2018

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