“Addio” di Cees Nooteboom
(Iperborea, Milano, 2020)

Notizie dal silenzio al tempo del virus

…..Qui si vola altissimo. In questo libro ci si immerge in un altro mondo. O meglio, in un mondo che è sul limite della sua fine. Si sta come sulla soglia di un “mondo desolato”, che in parte è dentro di noi e in parte è fuori di noi.
Cees Nooteboom si spinge e ci trascina nel profondo del nocciolo delle cose, in quella zona rossa che è diventata il simbolo di una condizione umana che ci tormenta e che, nella realtà, vorremmo rifiutare. “Versi scritti al tempo del virus”, dice l’autore, quando la pandemia ci ha obbligato a rivedere i nostri parametri di comportamento, restando “chiusi” dentro confini insopportabili, limitando il nostro agire, i nostri movimenti. Il coronavirus è un fatto enorme, per molti versi inatteso, ma il blocco pandemico è l’estremo segnale di un processo che ha radici lontane: “Qui non c’è amore, solo violenza, / solitudine, malinconia, il profilo di / una bestia, in uomo in compagnia della sua / ghigliottina, un bambino senza bocca».

…..Va detto subito che Nooteboom nelle sue poesie non nomina mai il virus, la pandemia. Lui si concentra sullo stato dell’essere, sul dasein della nostra, della sua, specifica condizione posta di fronte ad un fatto estremo. Nooteboom fa una cosa notevole: affronta il vuoto che lo stato di emergenza ha determinato e si misura col silenzio che esso ha generato. Egli si carica sulle spalle il peso dell’immobilità e di fronte al possibile naufragio di un addio alla vita, erge un muro poetico di resistenza. Una barriera contro la marea del dolore, dello smarrimento cercando di attraversare la zona del pericolo che stiamo vivendo, prendendo sul serio il tema della fine.

…..Ma l’Addio del titolo non è un canto di morte: certo il poeta s’interroga sul “senso della fine”, su come avvicinarsi all’estremo svanire che è la morte, ma lo fa assumendo una postura consapevole attraverso gli strumenti umani dell’ascolto e del linguaggio. Diventa centrale l’ascolto di sé, della storia con le sue storture; del mondo della natura e del silenzio, quale dimensione profonda dell’essere che si manifesta nella poesia. «… Tante strade / ho percorso, sempre in cerca di qualcosa / che doveva trovarsi più lontano, che quando / infine scorgevo svaniva come un miraggio / o appariva come poesia».

…..L’ascolto poetico di Nooteboom ha un che di mistico, ma completamente privo di misticismo, non è una fuga dal reale: è un modo di immergersi nel reale. Il silenzio, che è fondante della mistica tout court, diviene spazio-tempo di riflessione: meditazione che conduce a forme più alte di lucida consapevolezza, di composta accettazione dei processi naturali, ma che genera riflessione critica fatta di domande per nulla rassegnate.
E qui entra in gioco il linguaggio, in particolare quello della poesia. Non si può afferrare il senso del silenzio, che è centrale in questa raccolta, senza cogliere il valore del linguaggio poetico e del linguaggio in sé. Non per gusto autoreferenziale, ma perché è attraverso la lingua, la parola che possiamo superare lo smarrimento. La poesia si fa scudo della nostra umanità ferita e isolata. Il silenzio, dice lo psicanalista Eugenio Borgna, è la voce di chi soffre e la cura è ascoltarlo: Nooteboom fa un passo oltre: il silenzio è il fondo ultimo di noi stessi e delle cose e si sforza di dargli senso, ascoltando e poi dandogli voce con la poesia. Non si tratta di negare il dolore, la sofferenza, la morte: si tratta di accoglierli, attraversandoli con la poesia. Così facendo si va oltre. La sua poesia nasce dal silenzio: emerge da quel silenzio che si deve ascoltare per essere poeti del proprio tempo

…..“Addio” è composto da trentatré poesie organizzate in tre quartine e un verso finale solitario, come già accadde nel precedente “L’occhio del monaco” edito da Einaudi. La traduzione, magistrale, è sempre di Fulvio Ferrari. Lo scrittore olandese scrive dal giardino della sua isola, immerso nell’inverno della pandemia. Nooteboom si chiude nel silenzio interiore della riflessione e nello spazio protetto della sua casa, con al suo fianco la poesia, per metterci in guardia dai rumori mortali di un mondo che cammina sull’orlo del precipizio.

…..Addio”  è un libro del congedo, ma non della rinuncia, non è un libro di morte, ma un libro di mappe di parole che sfidano gli errori e gli orrori del nostro tempo sbilenco e presuntuoso. «Addio, – scrive Andrea Bajani nella postfazione – il libro che avete tra le mani, sono quei dispacci diramati da dentro la sottrazione di tutto e la sottrazione a tutto».

…..Nooteboom, sul suo taccuino annota i disagi, i dolori del presente e del passato, si confronta con il male: “Niente qui è gratis, raccogli/ il morire in tutte le sue forme,/ il dolore, l’urlo, il malefico/ abbraccio, il bacio del tradimento/ calcolato». Ma lo fa ragionando poeticamente aggrappandosi alle parole, alla lingua che può condurci a sentire la vita altrimenti.
Nessun estetismo decadente, nessun ragionamento a supporto dell’art pour l’art o della presunta superiorità della poesia, della letteratura sulla vita. Al contrario, Nooteboom umilmente, come solo i grandi poeti sanno fare, accetta la sfida. Egli sa bene che “nessuno/ sarà più se stesso”. Nooteboom sa che ci siamo bloccati “senza una meta”: ma occorre rielaborare, decodificare, destrutturare, se così si può dire, questa condizione e cercare le ragioni profonde del nostro resistere, del nostro esistere. Perché il vero virus che affligge l’umanità è il niente di cui siamo fatti, è la sordità di noi stessi e della natura, fatto a cui ci siamo abituati. La pandemia mostra la nostra vulnerabilità davanti al nulla e ai deserti generati dal nostro agire. A meno che non si sappia valorizzare questa fragilità nella forza della parola, del linguaggio.

…..Cees Nooteboom pone da subito la domanda decisiva, nei primi due versi del libro: «Questo si chiedeva l’uomo nel giardino d’inverno, / la fine della fine, cosa poteva essere?». Già: che cos’è la fine della fine? E quando la fine finisce di finire? Per rispondere, Andrea Bajani, nella sua postfazione, fa il nome giusto, quello di T. S. Eliot: «”Addio” è The Waste Land di questo primo turno di millennio. A un secolo quasi esatto di distanza dal poema eliotiano, Nooteboom dice una cosa che Eliot non poteva sapere: la fine non finisce, si prolunga all’infinito». E poi: «Dopo la desolazione, dopo la siccità, la distruzione – che era la terra da cui era spuntata la pianta malata della poesia di T.S. Eliot all’inizio del XX secolo – c’è la fine. Ma quella fine può continuare per sempre, la si sperimenta da vivi», seppure non necessariamente «con una forma di sofferenza».

…..Nooteboom, scrittore di cose viste, viaggiatore instancabile, cittadino del mondo, in questo libro si è confrontato con l’invisibile e l’inesprimibile: Bajani scrive «Il silenzio non lo fronteggia. Lo attraversa senza paura, e da quel silenzio manda dispacci».
Le sue poesie sono segnali d’allarme, ma anche di una nuova apertura: della necessità di modificare i nostri pre-giudizi, gli stili di vita, le false certezze che ci hanno portato a questa tragedia globale. Nooteboom non predica la solitudine, l’isolazionismo. Al contrario ci sprona ad una nuova forma di solidarietà, di convivenza gentile, delicata, rispettosa di sé e degli altri, della memoria e della natura.

…..Poesia filosofica è quella di Cees Nooteboom immerso in una continua divagazione sull’essere e sull’apparire, nel registrare i mutamenti impercettibili della natura, egli è teso all’ascolto di suoni sommessi di nomi, stridii, notizie e passaggi in lontananza. Poesia fatta di improvvisi squarci, di riflessioni illuminati, di avvolgimenti dolenti, di momenti estatici di lucida serenità. Ognuna delle poesie di questa raccolta possiede un verso memorabile, ogni poesia è un passaggio vertiginoso sull’orlo di quell’abisso, tremendo e fascinoso al tempo stesso, che è la storia della nostra civilizzazione. Questo fa sì che il libro sia centrato sul tema della necessità della poesia e della letteratura quale forma di conoscenza, di memoria e trasformazione della realtà stessa.

…..Nooteboom è un poeta a cui “piace ascoltare i deliri/ dei pensatori …” che vivono in “stanze di impensabile semplicità” e cerca una via d’uscita dal tempo per vivere senza la paura della fine, nel silenzio della poesia, della parola. “Il poeta dorme. Questa è l’ora del giardiniere …./ tra un anno arriverà il fiore/ atteso da mesi …/ in questo/ giardino la durata/ non ha voce, il tempo non ha comando/… Questa è la sua famiglia, verde e ostinata,/mai timorosa della fine …”. Al linguaggio si affiancano le suggestioni del modello della natura: “… I miei amici non hanno/ bocche, ma punte e braccia ad angolo,/… aspettano con me le parole/ che vengono farsi rinchiudere/ in qualcosa che è una forma…”. Il poeta dialoga con la natura, con le piante del suo giardino, le oche del vicino, ma non è un dialogo tra sordi o un banale ripiego situazionale: perché le piante, gli “amici” “… raccontano se stessi / nelle loro forme, ma restano all’interno/ il nostro dialogo è il mio guardare/ sguardo come poesia”.

…..Così si apre un varco: “non ci sarà fine/ alle serie. Non può dare un nome a ognuna / delle immagini …”, un varco che di certo angosciato. “Quante vite stanno in una vita?/ Quante volte la stessa testa è qualcun altro?”. Noi viviamo in “un/ mondo pericoloso, sospeso tra il/ bianco e il nero della notte”; siamo “esseri che camminano eretti/ alienati dalla loro origine”; e ancora “qui non si costruisce / e non si restaura niente … una poesia del male/ che doveva esser visto/ perché è tra le cose/ che dobbiamo sopportare”.

…..I
l problema è “quanti enigmi si possono sopportare?” ci dice il poeta. Non c’è niente di nuovo, come diceva lo stesso T.S. Eliot.
Ma c’è una possibilità: “ … Resta su questa dolce/ visione di una sera d’estate, pace,/ conversazione sul bordo dell’acqua, sussurri,/ mormorii in cui la sventura/ svanisce… non aver paura delle forme/ del volto senza occhi…non lasciarli entrare nel sonno/ che è solo tuo”.

…..Nooteboom fissa una connessione tra poesia, linguaggio e leggi della natura per individuare una via d’uscita: “Il sasso/ ascolta? Mi sente quando chiedo cosa significa?/ Io me ne sto zitto, voglio sapere cosa sere e /sento il silenzio. Allora canticchio sottovoce/ e sogno che il sasso si muove”. Il legame con terra va ricostruito e così si chiarisce l’esigenza che l’uomo faccia un passo indietro: “Che rumore fa a Terra?….ronza, canticchia, /balbetta, piange tra sé senza mai/ arrivare.” Ma ecco che ritroviamo “… da qualche parte una dolce lingua per macinare/ il dolore, un futuro promesso/ e negato mentre il tempo veniva /contato”.

…..Nooteboom non manca di ricordare, come spesso fa nei suoi testi, le presenza delle “persone della mia vita” che se ne sono andate e che lo ricongiungono alla consapevolezza stoica che “deserti della mia / vita si consumano in questa musica / senza note”, ma sa anche che la memoria non è inutile: “resta solo / la luce che accanto a me/ si muove”. La poesia non ha e non dà soluzioni, né certezze definitive. Ma guardare oltre, con la poesia, è possibile: il mondo può “svanire come un miraggio” o può apparire “come poesia”.
Questa fiducia estrema nella parola, nel linguaggio è la conseguenza del nostro essere umani, del nostro essere quello che siamo. Prima o poi si dovrà dire addio al nostro sé individuale, ma si dovrà prima dire addio ad un Sé ipertrofico che ci ha portato al limite della nostra fine: ma grande sarà il vantaggio se avremo il coraggio di accettare, come ci dice Nooteboom, quella condizione in cui “lentamente divento/ nessuno”.
La morte può non farci paura, tutto sta nell’avverbio “lentamente”: la fine si prolunga così all’infinito, resterà utopicamente extraterritoriale a quell’essenza non ancor compiuta che siamo (come teorizzava il filosofo Ernst Bloch), se sapremo, come soggetti e come umanità, attestarci sul punto fermo che accoglie il senso del limite, senza assumere una postura di rinuncia o di presunzione.
C’è un desiderio, sia pur scettico, di trascendere in questa poesia, ma è un trascendere senza trascendenza, senza teologie né dogmi. E’ la capacità del dire, è la forza della letteratura, l’uso della lingua che nomina e indica le cose nascoste, rimosse, ad indicare una via d’uscita. Tutto sarà più chiaro e vi sarà “Luce, ovunque”.

…..Stefano Vitale

…..@@@

Questo si chiedeva l’uomo nel giardino
la fine della fine, cosa poteva essere?
Non gli sembrava affatto una forma di sofferenza,
guardò fuori, vide una nuvola dall’aspetto

di nuvola, grigio piombo, troppo pesante
per qualsiasi bilancia, il fico ormai spoglio
contro i sassi millenari del muro,
le oche del vicino, la loro censura,

come si doveva correggere la notte,
la grammatica dell’espropriazione, nessuno
sarà più se stesso, nessuna apparizione,
la ritirata dopo la sconfitta

ma senza una meta.

***

Il poeta dorme. Questa è l’ora del giardiniere.
Foglie morte, il terreno umido e nero, il cactus
cullato nelle sue spine, figlio
della tempesta. Tra un anno arriverà il fiore

atteso dai mesi, generato
da una sola ora e dal colore che l’accompagna,
il viola della nascita e del lutto. In questo giardino la durata
non ha voce, il tempo non ha comando.

Questa è la sua famiglia, verde e ostinata,
mai timorosa della fine, il silenzio
la poesia in cui si rispecchia il suo essere.
Al cancello del giardino piagnucola il mondo, il

rumore di un giornale.

***

Il mio strano territorio. I miei amici non hanno
bocche, ma punte e braccia ad angolo,
sorvegliano i muri, aspettano con me le parole
che vengono a farsi rinchiudere

In qualcosa che è una forma. Ho percorso
il mondo per arrivare qui. Loro
sono la meta che non conoscevo.
I loro nomi sono strani e musicali,

le loro forme dentellate, sanno molte più cose
di me, raccontano se stessi
nelle loro forme, ma restano all’interno,
il nostro dialogo è il mio guardare

sguardo come poesia.

***

Cosa volevo dire con quei versi petrosi,
in rime che cozzavano con le loro simili,
la metrica dell’oblio, il breve trionfo
della musica? Chi danzerebbe

a questo ritmo? Figure chiuse nate da una
profezia, una verità in forma d’arte.
Provaci di fronte alle stelle che
contemplano il peggio,

la nota di dolore infinito
che sale dalle vittime.
La visione venale dei molti
immagine corrotta di un recitativo,

l’abito della notizia.

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Note sull’Autore
…..Cees Nooteboom è nato a L’Aja nel 1933. È uno dei maggiori scrittori contemporanei. Si è rivelato a soli ventidue anni con Philip e gli altri e ha raggiunto il successo internazionale con romanzi come Rituali e Il canto dell’essere e dell’apparire.
…..Iperborea ha pubblicato tutti i suoi romanzi tra cui ricordiamo Le volpi vengono di notteAvevo mille vite e ne ho preso una sola; Tumbas e Cerchi infiniti e Tumbas, singolare resoconto di viaggio nei luoghi dove sono sepolti i poeti e gli scrittori più amati. Sempre da Iperborea è uscito il bellissimo 533. Il libro dei giorni (2019).
…..Nooteboom è ritenuto «una delle voci più alte nel coro degli autori contemporanei» (The New York Times), tradotto in più di trenta paesi e insignito di numerosi premi letterari, paragonato dalla critica a Borges, Calvino e Nabokov.
…..Fra gli altri suoi libri di viaggio: Verso Santiago (Feltrinelli). Una breve raccolta di sue poesie è stata pubblicata dalle Edizioni del Leone: Le porte della notte. Per Einaudi ha pubblicato le raccolte di poesia Luce ovunque (2016) e L’occhio del monaco (2019).

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