“All’altro capo” di Roberto Deidier
(Mondadori, Milano, 2021)

…..Ogni passato declina il futuro”, “Non valiamo più il peso di un ricordo, “Strano come lo sguardo complotti/Con ciò che resta una vita senza velocità” e “Sono sostanza e scudo di questa mia evidenza”.
Sono versi di Roberto Deidier, ma tratti dalla precedente, bellissima, raccolta “Solstizio” del 2014. “All’altro capo” riprende, inesorabile come un destino, quel filo fatto di malinconica lucidità, di sguardi sospesi, di cura appassionata per la dimensione esistenziale del ricordo. Ma attenzione, nella poesia di Deidier il ricordo non è mai semplice descrizione autobiografica, non assume mai la connotazione di un bozzetto memoriale, non scade nel prevedibile rewind dell’essere, ma il ricordo è una forma di meta-cognizione, di riflessione sui propri processi mentali. Il ricordo nella poetica di Deidier è controllo soggettivo della propria esperienza, è riproposizione attualizzata di una presenza-assenza, di una sensazione, un’esperienza che così, attraverso la forma della poesia diventa forza attiva, magari melanconica, ma pur sempre viva nel proprio essere-nel-mondo, qui ed ora.
La poesia di Deidier si colora di amore per “la poca polvere che a stento nasconde le cose” (Colasanti): il mondo di Deidier è colmo di “mite amarezza”, di “disarmante sofferenza”. Attraverso l’emozione della scrittura si determina “uno slittamento della pena”  (sono sempre parole di Arnaldo Colasanti tratte da “Braci. La poesia italiana contemporanea”, Bompiani, 2021) che permette al poeta , e a noi che lo leggiamo, di poter dire “si va incontro a un’improvvisa limpidezza” (pag 9). L’apparizione di uno stato di commozione non genera il fastidio del già-visto, ma ricrea una situazione di sospesa inquietudine, tipica postura della poesia di Deidier, che apre, come detto, a forme di inattesa conoscenza, di sé e del mondo. In questo modo la poesia si fa spazio dell’apparire di un’assenza, del vuoto di qualcosa che si è perduto, ma è in queste “incaute sospensioni” è in questo “percorso / Di accidentata felicità, di sorprese” (pag. 12) che si nasconde l’essenziale, oltre che la possibilità della poesia stessa.

…..La poesia di Deidier è “lingua degli addii” che assume un tono elegiaco in cui il linguaggio esprime poeticamente un pensiero ed il pensiero si dà come poesia: “la poesia e il suo pensiero, quasi un doppio specchiato / Nel miraggio dei lampi, nell’incendio dell’asfalto” (pag. 15). La realtà frana, tutto intorno, le cose perdono “il loro esatto disegno” (15) ed è l’immagine della memoria fermata dalla poesia che dipinge le cose sul muro e a sì che si conservi la luce, per non soffrire appunto della sua assenza.
Sempre Arnaldo Colasanti ha notato che “la poesia di Roberto vive da dentro il principio di questa non-esperienza. Dico l’uso dell’indeterminazione e della discontinuità, nello stato di una realtà immobile che non trova più il suo senso” (pag,267, op.cit.). Ma forse la questione è un’altra: la discontinuità, intesa come dimensione epistemologica che introduce incertezza, coscienza della probabilità, che offre una visione quantistica della realtà è proprio lei quel principio di cognizione che Deidier immette nella sua poesia. Il poeta si apposta, per così dire, alla finestra del mondo con lo sguardo strabico rivolto sia verso l’esterno che verso l’interno, al sé e trovando nello spazio-tempo discontinuo del ricordo, delle immagini dell’esperienza, il filo disperso del senso delle cose, ora prese appunto “dall’altro capo” così come arrivano, in un flusso.
In questo libro, il tempo si confonde tra la luce e l’ombra delle cose e dei paesaggi, si avvolge e svolge nell’apparire- scomparire delle sensazioni e dei ricordi e si perde la normale cognizione cronologica e quantitativa del tempo. In questo “teatro” senza età scorrono le sezioni del libro in un continuo rimanere sulla sempre aperta ferita del passato e dove l’io lirico ora guarda dentro se stesso ora incontra l’altro attraverso l’immedesimazione in personaggi via via evocati.

…..Le poesie di “All’altro capo” a sono cariche di sospensione lirica, si snodano attraverso eleganti passaggi di sviluppo per poi chiudersi in un finale improvviso quanto nuovamente sospeso, come in un movimento continuo di piuma sollevata e risollevata, abbandonata e poi ripresa da un vento leggero: le sue parole, semplici e ricercate al tempo stesso, descrivono il paesaggio, colgono un dettaglio, ci trasportano in un tempo passato, inanellano cerchi visivi di luci ed ombre intrecciandosi alle sensazioni di chi guarda generando così una poesia lirica, meditata quanto accesa di mite passione: “La bassa estate rischiara le quinte di una città,/Preme sulle mura come un esercito in assedio; / A sera l’orologio non inganna più il crepuscolo … Questa fine / Priva di rancore, come una lettera interrotta… (pag. 17) e ancora: “Ma del millennio poteva attraversare i campi, / Perdersi sui tratturi sena paura di forare / E fermarsi al ponte sui fiumi aspettando bisce. / Si orientava seguendo in lontananza le colline / Impaesate di finestre raggianti in pieno giorno. / Poi vennero i geometri, coi ferri del mestiere …” (pag. 18).

…..Le prime sezioni “L’arte della previsione”, Tre elegie” e “Dietro la sera” sono ricche di pagine intense quanto delicate che riverberano anche nella sezione “Atelier Valadon”, dieci poesie dedicate a Suzanne Valadon che riprendono episodi della vita di quest’artista madre del pittore Utrillo. Ed è proprio ultima delle poesie della serie a dare una direzione al ragionamento poetico (pag. 44):

Il mio desiderio non è chiaro
Ma il cielo dei mie quadri è finto.
Lì, sul cavalletto dei nudi, dei ritratti
L’ultimo vaso non è colmo dei miei fiori.

…..E’ un quadro non finito, segno tangibile di mancanza, di assenza, forse immagine di speranza, di desideri ancora da colmare. Così il dialogo col passato continua scandagliando le diverse “zone dell’assenza”: “A volte in sogno passano i miei morti” ma tutto è affrontato “con leggerezza e giusto rimpianto” (pag. 21); il poeta sente la sua posizione come distante, egli è immerso nell’immobilità di cui parlava Colasanti: “siamo solo / I testimoni del clima, una giornata /Di mobili spostati, memorie svuotate” (pag. 22) e ci si commuove se “Guardo le sedie riposte delle nostre cene / in una stanza ancora piena d’echi” (pag. 23) e quindi “si sopravvive così, senza argini, / Dentro un umore piatto, una costanza / Aspra disciolta in questo azzurro di aprile, / Resistendo all’ossessione / Di nulla amare, prendere, fermare” (pag. 24).

…..La poesia di Deidier vive di riflessi “di lamiere a colori” dove “lo sguardo vive già del suo ricordo… la cui innocenza ancora ci sorprende” (pag. 25). Ritroviamo allora melanconia e nostalgia di stampo montaliano in versi quali: “Quando amore volta le spalle o si nasconde, / Davvero cosa,a cosa crediamo di aver visto nel folto?” (pag. 30) mentre forti echi sbarbariani troviamo in versi quali “Mi accorgo dell’estate quando l’estate finisce” (pag. 103). Ci sono tagli di luce lunare in questi versi che non cercano effetti speciali, che puntano tutto sulla precisione della parola, sulla limpida forza evocativa della leggerezza, della nitida immagine poetica.

…..La sezione “Frequenze libere” è costellata di soste e sorprese in cui il quotidiano si fa scenario dell’imprevisto, teatro delle sorprese che si offrono allo sguardo sensibile, e talvolta sgomento, del poeta. Immagini che sono il sottile riverbero della cura che Deidier ha per la complessità del reale che mai si presenta in piena luce, ma sempre come colto di sghembo, di traverso, nella penombra. Come accade nella poesia di pag. 47 in cui ci offre un fotogramma poetico dei volti di chi è colto dal finestrino della metropolitana oppure nella poesia di pag. 48 in cui il tono si fa filosofico: “E quanto è uomo e quello che è natura / Scivola verso l’oscuro sempre nuovo / In un cielo nero senza memoria. / Il nulla è questa carezza inattesa / Che si confonde tra le macchine in fila”. O ancora nella poesia di pag. 49, davvero bella, in cui il poeta di restituisce il senso struggente del sentimento dell’amore che esprime però anche, in un certo senso, un importante aspetto della poetica di Deidier:

A volte fermo lo sguardo sul tuo sguardo
E tu fermi il tuo sguardo sul mio:
Lo spazio è un vuoto e quella linea invisibile
Da pupilla a pupilla su quel vuoto
E’ il nostro ponte sospeso. Per un istante
Distogliamo lo sguardo ma quel ponte resiste.

E’ allora che il vuoto si fa mondo. Laggiù

Sono voci, rumori, geografie
Promesse, climi inaspettati.
E’ un tuono quel boato improvviso
Lungo la costa, annuncia il temporale
Se la folla per le strade si disperde
E torna il vuoto. Sei tu che esisti.

…..La poesia sembra essere un “luogo dove si è sicuri”. Ma il poeta sa che anche questa è una illusione, forse necessaria, per un “futuro pensabile”, una sorta di “imprevisto, una terra promessa” (pag. 53), ma pur sempre una illusione. La parola può talvolta dare una bussola nel “bosco della mente” che “all’altro capo di questa radura / Mi trascina” (pag. 54). “Siamo un tavola bianca in un giorno di festa, / Un paesaggio vuoto che la luce / Non sa disegnare.” Ma il poeta dice “Attendo, / Per questo so che esistono i colori” (pag. 55). Ecco è nell’attesa che ci si sottrae al flusso delle cose, forse è qui che si cela l’altro capo delle cose.

…..Così è sempre il tema dell’assenza che preme e spreme l’anima del poeta: “Chimica dell’abbandono” è la sesta sezione: “Ho sempre trovato te, all’altro capo. / ora che te ne sei andato / Vivo un giorno alla volta” (pag. 60). Difficile trovare un tono più elegiaco e duro al tempo stesso per dire del senso di una perdita che si fa più cupa quando scrive “Ma di quale saggezza, se l’amaro / E’ in agguato a ogni curva della vita” (pag. 61). Ed è appunto il dolore, sia pure controllato dalla poesia, a prendere piede: “Di quella che è stata la nostra vera casa / Non restano che muri” (pag. 64) e ancora “Davvero è stato un lungo salutarci / Io a bordo tu a terra … ogni volta pensando / A te come a un riflesso mancato” (pag. 65) e infine “Tutto il mondo hai lasciato in queste mani vuote / E non so più, davvero non so cosa farne (pag. 67).

…..La sezione successiva “Una discesa all’Ade” resta su questo taglio di scene ora desolate ora più felici, ma sempre melanconiche e appassionate, fatte di ricordi personali, familiari, di luoghi amati e vissuti in cui Deidier dà prova di maestria formale e metaforica disegnando immagini con mano poeticamente felice “L’aria spessa d’agosto / Una musica da afferrare / con le mani” (pag. 73) o quando scrive “Devo uscire, non importa se novembre / Sarà il rame delle foglie o sarà pioggia” (pag. 75) oppure: “Una piccola tempesta omeopatica / Che ci costringe a misurare le abitudini, / Addestrare il circo inquieto dei giorni” (pag. 76).

…..Ma l’attesa non è sufficiente: “Siamo un territorio fluido, una città fantasma, / Siamo questa fuga verticale” (pag. 85). Non ci è permesso altro destino e la fuga, nella sezione “Le mura da abbattere” si sposta su frammenti e quadri improvvisi in cui la parola opera transizioni spazio-temporali intrecciando il piano dei ricordi personali con quello delle meditazioni di senso e poi con immagini e figure dell’arte, della storia, del mito chiamando a raccolta Caravaggio, Bacon, Medea, Giosuè, Tiberio: “come sfocia da ogni uomo il suo destino” (pag. 99).

…..E lo stesso accade nell’ultima sezione “In corsa sul treno fantasma” dove sono i luoghi a prendere più spazio: la campagna del Kent per i legami familiari, la città di Venezia, Procida, la Sicilia. Ma è sulla poesia, sulla parola che torna il poeta. E non poteva essere diversamente. In “Variazioni su una poesia di Nina Cassian” egli scrive “L’orizzonte è un alfabeto in viaggio” (pag. 123) e in “Scritto su un muro” (pag, 124) con un tono che mi ricorda Giorgio Caproni: “Dio, se ci sei, abbaia” – “Come un cane cieco annusa la strada, / Dio non parla, dio non parlerà. E’ soltanto una scritta, la ragione. / Non può parlare, non esiste (pag. 124). In questo mondo da cui anche Dio si è ritratto la chiusa finale del libro è chiara:

In corsa sul treno fantasma
I vagoni sfilano veloci come perle
Sul pavimento da una collana strappata
E ciascuna è una meta che si sosta,
La scheggia impazzita di un pensiero fisso
Quando non c’è più niente da pensare,
una stazione, una città, un pianeta
In fuga dalla sua origine, più lontani
Della distanza scritta su un biglietto.

E il fantasma è il treno, o la sua corsa,
L’ombra di una parola da una pagina all’altra.

…..All’altro capo” delle cose c’è ancora il silenzio, come accadeva in Solstizio, c’è il continuo apparire e scomparire delle cose stesse, delle nostre sensazioni. Luce e nebbia, desideri e amarezze, ombre e carezze delicate che corrono sul filo del tempo, senza una trama precisa e “la strada / E’un cane stanco che si trascina / Fino alla casa giusta” (pag. 112).
Ognuno forse ha dentro di sé la sua casa giusta e ancora la stiamo cercando. E’ forse questo quel che “manca”?

…..Stefano Vitale

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…..Note sull’Autore
…..Roberto Deidier nasce a Roma il 31 agosto 1965.Dopo gli studi liceali si iscrive alla facoltà di Lettere dell’università «La Sapienza», dove si laurea nel 1991. Nella stessa università consegue, nel 1997, il Dottorato di Ricerca in Italianistica. Il suo esordio poetico avviene nel 1989, sulla rivista «Tempo presente». Nell’autunno di quell’anno, con gli amici Marina Guglielmi e Fabrizio Bolaffio, inizia a pubblicare un piccolo quaderno di poesia, «Trame»: il titolo è suggerito da Amelia Rosselli, prima lettrice delle poesie di Deidier e prima collaboratrice della nuova rivista, che prosegue fino al 1996.
…..Tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta Deidier frequenta gli ambienti letterari tra Roma e Milano, legandosi in amicizia con alcuni scrittori e poeti, come Elsa de’ Giorgi, Anna, Cascella, Francesca Sanvitale, Dario Bellezza, Biancamaria Frabotta, Valerio Magrelli, Renzo Paris, Valentino Zeichen, Maurizio Cucchi, Antonio Riccardi, Milo De Angelis e Giovanna Sicari.
…..Nel 1992, a Macerata, in un convegno sulla nuova poesia, incontra Gianni D’Elia e Maurizio Marotta; nel 1994 è invitato da Giorgio Manacorda a collaborare al progetto dell’annuario di poesia, sponsorizzato dall’editore Castelvecchi. Dopo avere pubblicato su numerose riviste, italiane e straniere, alla fine del 1994 Deidier consegna il suo primo libro alle edizioni Sestante, per la collana «Il mare in tasca», diretta da Fernando Marchiori e Silvia Raccampo. Il passo del giorno appare nei primi mesi del 1995, con una prefazione di Antonio Prete e la copertina di Piero Guccione, e ottiene il Premio Mondello per l’opera prima.
Dopo una breve collaborazione con le università di Roma Tre, di Cassino e con l’Enciclopedia Italiana, nel 1999 Deidier passa stabilmente all’università di Palermo. Con l’amico editore e stampatore Gaetano Bevilacqua pubblica la sua seconda raccolta di poesie
, Libro naturale, arricchita da un’incisione di Giulia Napoleone, con la quale realizza altre plaquettes ed edizioni d’arte.
     Dal 2002 al 2017 si trasferisce a Palermo, alternando frequenti soggiorni a Roma, dove torna a vivere l’anno seguente. Anche in Sicilia incontra scrittori e poeti, come Domenico Conoscenti, Roberto Alajmo, Evelina Santangelo, Nino De Vita, Maria Attanasio. Dopo l’improvvisa chiusura delle edizioni Sestante, propone a Marco Monina per le edizioni peQuod di Ancona di raccogliere in un unico volume le poesie dei primi due libri. Appare così
Una stagione continua e nell’autunno dello stesso anno il nuovo libro, Il primo orizzonte, per le edizioni San Marco dei Giustiniani di Genova, con un’incisione di Piero Guccione.
…..Negli anni Duemila Deidier continua a pubblicare poesie in riviste, antologie, periodici, ma solo nel 2011 consegna a Marisa Di Iorio, per l’editrice Empirìa, un singolare quaderno di traduzioni,
Gabbie per nuvole, senza i testi originali a fronte: un viaggio sentimentale tra le poesie che sono state importanti nel suo percorso di formazione. Infine, nel 2014, il lungo silenzio editoriale è interrotto da Solstizio, che appare nella collana «Lo Specchio» di Mondadori. Il volume ottiene diversi riconoscimenti, tra cui il Premio L’Aquila-Laudomia Bonanni, il Premio Frascati-Antonio Seccareccia, il Premio Brancati Zafferana, il Premio Fogazzaro. Segue, nel 2017 e in edizione d’arte per Il bulino di Sergio Pandolfini, Dietro la sera, con acquarelli di Giancarlo Limoni. Nel 2021 appare il nuovo libro per Mondadori,
All’altro capo, con copertina di Giulia Napoleone.

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