“Altalena sui larici” di Daria De Pellegrini
(Interno Poesia, 2019)

La voce dentro

……“Altalena sui larici”, seconda opera in versi di Daria De Pellegrini, è il registro esistenziale, e perciò̀ legato al primo libro “Spigoli vivi”, di una quotidianità̀ a stretto contatto con la morte, ma anche rabbiosamente pervasa da pretese di vita. Ne deriva una contraddizione, che tenuta a bada dagli impegni diurni, esplode nel sonno: “Allora la nostra psiche si vendica, cancellando le quotidiane rimozioni” (Franco Buffoni). Tutto questo prende forma nella poesia, in uno svolgimento stilistico rinnovato e pienamente sicuro dei propri mezzi.

…..Così leggiamo nella presentazione sul sito della sua Casa Editrice. E certamente è così anche in questa nuova raccolta: il clima poetico è crepuscolare, coinvolto negli affetti familiari, nel paesaggio emotivo e geografico elettivo dell’autrice ed emana un’aura neo-pascoliana assolutamente interessante. I temi esistenziali si intrecciano con quelli della memoria, organizzati da versi sicuri e ben delineati sul piano della lingua, delle scelte costruttive.
Nella poesia di De Pellegrini, come accennavo prima, troviamo la rappresentazione poetica di un mondo che è certamente paesaggio reale, ma che è soprattutto paesaggio dell’anima. I testi sono così il “racconto” di una sorta di viaggio dentro sé stessi, nei propri affetti presenti e passati, accarezzati dalla gelida mano della morte o dal necessario desiderio di vita.

…..Se in un poeta è importante riconoscerne “la voce”, qui con Daria De Pellegrini possiamo essere certi di non sbagliare. La poesia è qui rivolta verso il mondo dei ricordi e certamente si proietta nel passato, come è naturale. Ma l’autrice sa provocare un felice cortocircuito: rivolgendo lo sguardo verso i ricordi, essi non sono qualcosa che semplicemente è “distante”, qualcosa oramai “fuori di sé”, ma si tratta di un mondo che resta ed è operante “dentro di sé”, nel presene-futuro che essi comunque rappresentano ed aprono.
La differenza poeticamente e stilisticamente non è da sottovalutare. Il ricordo si fa presente, si fa anche lettura ed autolettura di sé stessi aprendo improvvisamente nel poeta ed in chi legge, un varco nuovo che provoca una forma di condivisione empatica e spiazzante al tempo stesso. Troppo spesso nel nostro panorama poetico chi mette al centro della poesia il mondo dei ricordi, dell’esperienza familiare, cade nell’untuosa nostalgia tutta personalistica che crea come una barriera tra la poesia e “il mondo fuori”, che alza un velo tra chi legge e la materia del testo, lasciando di fatto indifferenti. Troppa soggettività, troppa distanza.

…..Non così in De Pellegrini: il ripiegamento è dinamico e i suoi versi sono sempre vivi e calibrati quanto basta per farsi ascoltare, seguire. Ciò è anche dovuto alla ricchezza dei versi stessi che sanno appunto dosare il discorso prosato con lampi poetici perfettamente integrati e viceversa; ciò è dovuto alla competenza lessicale, alla padronanza delle metafore, delle figure poetiche La poetessa è attenta nell’uso di allitterazioni, usa con cura la paronomasia, sa tenere viva la concentrazione del lettore con le sue assonanze e consonanze, le rime misurate, le allitterazioni, il gioco contrappuntistico della paronomasia. Anche la grafica dei testi non è casuale: serve ad evocare una sorta di flusso di coscienza che si snoda per quadri ritmati e successivi e tra loro connessi. I versi di De Pellegrini hanno il gusto della parola precisa, della bellezza che nasce dagli accostamenti fonosimbolici, dalla capacità di costruire architetture poetiche che procedono per arcate continue. C’è una sottile musicalità barocca in questi versi che li rende struggenti e caldi al tempo stesso.

…..L’altalena del titolo è un oggetto reale e rimanda ad un luogo preciso, ma essa rappresenta, o può rappresentare, un movimento, quello dell’oscillare tra le diverse dimensione temporali ed emotive dell’esperienza interiore ed esteriore della poetessa. Come detto il tema dei ricordi è centrale, probabilmente scatenato, come ci dice la stessa autrice in nota, da eventi familiari importanti e decisivi nella vita di una persona. I genitori, il padre e la madre sono evocati, come convocati a vegliare sul viaggio di “devozione domestica” che la poetessa intraprende.
Non è un viaggio agevole e confortevole: neve, fango, fatica, freddo, pioggia e sassi sono i lemmi che lo descrivono e poi ferire, strappare, agghiacciare, salvare, ansimare… sono alcuni dei verbi che segnano il viaggio. Così facendo Daria De Pellegrini sa restituirci sensazioni e situazioni colte come nell’attimo del loro porgersi: il ricordo è qui, adesso e per nulla congelato nella retorica della nostalgia. E questo approccio, malgrado il desiderio di saldare i conti con la materia che ha attraversato, è tanto più vero nella sezione finale “Alla porta del sonno” dove i versi colgono situazioni sul confine tra veglia e sonno, nel distacco/contatto tra realtà e riflessione.

…..Un tema ci colpisce, comunque, tra gli altri: quello della poesia che sa porsi come catarsi del lutto. Anche in questo caso non ci sono versi patetici nel senso comune del termine, ma versi che, controllando sempre lo slancio lirico, sanno circoscriversi e non debordano mai in forme di autocommiserazione. E ci colpisce anche, in una poesia che spesso si presenta in forma di “preghiera” o di illuminazione memoriale, tenera e dolente al tempo stesso, individuare il desiderio di non nascondere i non detti, i pensieri segreti di chi ha dovuto probabilmente fare i conti anche con la propria formazione: “in chiesa bambina aprivo le gambe/a sfida di Dio/impubere insetto/ già sapevo che era tutt’uno/ espiazione e peccato” (pag. 47). Perché importante è che si possa dire: “torno a ritrovarmi intera/ nelle cose mie non dette/ e radicata bene/ a terra/ come il papavero/all’apparenza fragile/ che trattiene gli sfasciumi.” (pag. 55).

…..Stefano Vitale

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ALTALENA SUI LARICI

zollette di zucchero rosso al sapore
di santuario / l’orso nel fosso e ginocchia
devote / io scimmia prodigio a ripetere
i gesti / nonno diceva che morivo
da piccola / al vecchio di debiti
e vino nessuno badava / nemmeno
il destino / difterite morbillo e tosse
asinina / a ogni botta di febbre crescevo
di un palmo / scompensata di gonne
e cervello / in giro a spiare / anche
nel sonno / che era come prestare il corpo
a una matta / attirata dai varchi neri
e dai pozzi / passi nudi tra i grandi
che dormono / sul corrimano una lama
di luna / e la tromba delle scale
sia cannocchiale / rosea la carne
appesa a frollare

*

non era gioco la neve / né candore
il silenzio / rare e preziose le sere
che sola in casa facevo per me
tutta nuova una fede / resistere
per essermi degna / sul balcone
offrire nuda la pelle alla crosta
gelata / amarne gli aghi come prova
d’amore / la bocca aperta trasfonde
la vita / in un punto / uno solo / è
disgelo / la lingua quando sente
bagnato il sapore del legno non teme
le schegge / si cede e si tace / impegna
al segreto la comunione coi santi

*

sfasciata dall’insonnia e dai crampi
notturni mi aggrappo a un lembo
d’estate/ di salvia e trifoglio l’odore
dei prati/ i primi falciati alla fine
di giungo/ fieno leggero/ fiorume
di fiori/ solleva ricordi a bracciate
l’idea di essere buona/ ma è spine
e veleno tra le palpebre/ il verde
in via di seccarsi/ e torna come
larga ferita il tentato rammendo

***

non voglio avere cura / nemmeno
di un vaso di fiori / se ci sono
bambini stringo a rifiuto le braccia
conserte / una madre spumosa di latte
mi forzò a tenere il suo nuovo / cortesia
come offrire una fetta di torta

la testa snodata cadde all’indietro

***

ruvidi e sporchi sacchi di juta
le notti a febbraio / salire portandosi
in spalla gambe e sentieri / la meta
un altrove di salici nani / estinto
il verde nelle lastraie / resiste
la vita in forma di croste sui massi
porfirici / senza radici né piedi
lambisce / tuo malgrado ti adatti
e aggricciandoti cresci / solo in arsura
poca cosa ma dura / restituita
dal neon al mattino / all’ora senza
giorno sul muro / alle mani alle voci
alle facce / di estranei
che pare ti sappiano

*

folle la luce di ottobre esaspera sensi
e spaventi nelle valli spazzate
dal föhn / scolpiti a rilievo i contorni
di cose / di facce e di offese / urlano
a raffiche aceri e frassini / frullato
di polvere e foglie per chi pretende
di renderti onore / tutta tua la rabbia
del vento / spinge e respinge / costringe
a terra gli sguardi / misuro i passi
sulle litanie dei santi / che a ognuno
si attacchi un pensiero blasfemo / tu
non riposi in pace / lo so / libera ora
e tu sola / mi verrai dietro / per le valli
incendiate dal favonio dell’anima
tua / fino a casa / fino ai miei panni
stesi e già grigi
nell’aria di braci

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…..Note sull’Autrice
Daria De Pellegrini è nata a Falcade nel 1954.
È autrice di romanzi (tra gli altri La locanda dei folli, Campanotto 1994, Fiorenza, Mobydick 2002, Ragazzi nel Bosconero, Mobydick 2002, premio Navile Città di Bologna, e Marion, Nuovi Sentieri Editore 2011) e di racconti (con Se fu tuo destino ha vinto il Gran Giallo Città di Cattolica nel 1998, con Nelle case dei Dorf il premio nazionale letteratura per l’infanzia Sardegna nel 2005, con Das Ersatzkind il premio Frontiere-Grenzen nel 2017).
Scrive poesie dal 2015; nel 2016 ha vinto il premio Leone di Muggia con la silloge Fare il pane; nel 2017 ha pubblicato con Interno poesia la raccolta Spigoli vivi (prefazione di Franca Mancinelli) che ha vinto il Premio “Città di Legnano – Giuseppe Tirinnanzi” e nel 2019 “Altalena sui larici” sempre per Interno poesia che ha già ricevuto diversi premi e riconoscimenti.

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