“ATTRAVERSAMENTI”, di Beppe Mariano
(Edizioni Interlinea, Novara, 2018)

 “Attraversamenti di spazi, di tempi (di tempo), di vite: questo tocca al poeta. Attraversare esperienze (la propria esperienza inclusa) per testimoniarne l’orma, l’ombra, la traccia che sono le parole a segnare, a sostenere, nonostante la debolezza del loro naturale statuto. In questa raccolta di Beppe Mariano a parlare è la voce di un migrante, che pone immediatamente la domanda cruciale («mi sono salvato: perché io fra i tanti?»), che è poi la domanda di ogni salvezza, la domanda dei reduci, la domanda di chi scampa alla maledizione che altri subisce e che altri sommerge (e come non pensare ai Sommersi e i salvati di Primo Levi)”
– Dalla nota di Giovanni Tesio

Il libro si apre con il poemetto eponimo che, come ha scritto Tesio nella sua nota introduttiva, pone una domanda terribile “Mi sono salvato: perché io fra i tanti?”. E’ il tragico interrogativo di una coscienza profonda, che sente la vicinanza con l’Altro come qualcosa di imprescindibile e fondante. Non si tratta di banale solidarietà, è qualcosa di più. E’ una dimensione ontologica che struttura e sostiene l’essere umano; è una sensibilità superiore, una seconda vista sull’orizzonte della storia. Ma è anche una domanda esistenziale che emerge nell’uomo nel momento in cui si chiede: “dove comincia il cielo, dove finisce? / L’antica domanda si riformula / in una mente diventata troppo logica: / indaga il cosmo, non più chi l’ha pensato.”

Attraversamenti nello specifico racconta, ad un primo livello, una storia attuale di migrazioni, disperazione e speranze, guerra e mari appunto da attraversare. Il tono del linguaggio poetico è narrativo, anzi ricorda l’epica delle storie popolari per andamento, gli intermezzi corali, i ritornelli. Il testo sottolinea il realismo dei fatti che riguardano le vicende collettive e la storia singolare di un viaggio tremendo, in una nuova Odissea però ormai demitizzata completamente benché si disegnino episodi classici del mito: l’omicidio, l’incesto, la cecità più o meno reale.
E’ un universo confuso quello dell’attraversamento, è l’epopea di un’epoca, la nostra, che viene narrata poeticamente affinché ve ne sia memoria: “Se puoi raccontarlo è perché sei,/come Ishmael, destinato a ricordare”. Sono queste le parole che chiudono il poemetto.
E si volta pagina su “Epifania” dedicata al poeta Giuseppe Conte. E’ come una coda, uno strascico del precedente componimento che sottolinea, in uno stile simile, l’importanza dell’apertura all’altro, del nomadismo culturale e concreto cui siamo chiamati e che caratterizza la parte migliore del nostro tempo. Questo nomadismo, intellettuale o reale che sia, è forse anche la metafora di una vita, quella di Mariano vissuto sempre all’ombra del Monviso, come lui stesso ama dire, ma che si è mosso tra esperienze letterarie e poetiche, tra incontri e scontri che hanno costellato la sua vita. Nella raccolta si può leggere infatti, in filigrana, non dico il ricapitolarsi di una vita, ma almeno l’inventario di una serie di episodi e figure che l’anno segnata. E dopo Conte ecco “Antropocene” dedicata a Barberi Squarotti. Molto bella questa poesia, perché caratterizzata da un gioco ritmico sia nel lessico che nella struttura che la rende non solo piacevole, melanconica, ma anche divertente e coinvolgente. E di nuovo fa pensare ad un canto popolare qui declinato in versi che esprimono anche il senso di un impegno civile, che è anche una cifra della poesia di Mariano. Bello il verso di apertura: “Si cammina per poter volare.” E il tono colloquiale s’incrocia con stilemi quasi di futuristica memoria (l’invocata velocitààà”) e il ricordo del passato condiviso si diluisce nella presenza viva di immagini potenti (“Il mare esploso” “Un’esplosione di stella arcaica/giunge in marezzevoli fotoni” “I fili elettrici spanciano da palo a palo”, il tutto sostenuto dalla litania del “Montacala calaMonta” davvero sorprendente. “L’angelo” chiude questa sezione confermando nel lettore l’idea che la dimensione della memoria legata ai luoghi, all’amata montagna è l’humus fondamentale della poesia di Beppe Mariano.

La sezione successiva ha in esergo un verso bellissimo “Chi s’accorge e si domanda/di un filo d’erba che manca?”. E’ come un filo che continua e introduce ad un nuovo “attraversamento”, quello dolente, ma anche allegro della vita stessa. Di nuovo, come in un caleidoscopio, s’illuminano non solo i temi prediletti del nostro autore, ma che il suo approccio laico e attento ai temi del presente. “Solo la poesia” è una preghiera laica del Natale, ma è qualcosa di più: è una dichiarazione d’impegno indomito, di cura per ciò che è marginale, di fiducia disincantata nell’uomo che possa finalmente capire un giorno che “Una donna in croce, per di più nera: un’ipotesi/ insensata. Solo la poesia può ritenerla vera”.
La poesia può dunque farci aprire gli occhi su realtà nascoste, può risvegliare le coscienze dal torpore delle consuetudini. Ma la condizione umana è difficile: “Ti so condannato a sospingere senza interruzione /su un piano inclinato il tuo masso fino in cima”; la vita ci mette di fronte alla sorpresa di “un pezzo misterioso” che avanza da montaggio-smontaggio di un motore, simbolo del “libero arbitrio” per il meccanico “lo smacco di un sistema” perché l’auto funziona lo stesso…
A questa condizione Beppe Mariano guarda però anche con arguzia e simpatia, forse dall’alto della sua esperienza e della sua età: stanno in questa prospettiva poesie come “Riflessione”, “Convito amoroso”, “Dal Parco”, “Egoica” , “Versicolite”, “Pavonessa” , “Moralità” ecc… dove il linguaggio alto si mischia con termini più quotidiani e dialettali, del parlato; dove il poeta ci restituisce pezzi di vita strappata al caso e all’oblio; in cui Mariano assume un tono gnomico, persino umoristico (come in “Performativo con vecchio” o in “A scuola”) oppure epigrammatico come in “Coronata” rendendo la lettura lieve e profonda al tempo stesso. Come diceva Simic “la poesia cerca d esprimere delle verità che poi in effetti tutti conoscono”, ma lo sa fare meglio di altre arti. Molto bella “Omaggio a…”: Mi sono, ben nudo, /tuffato/(tanto nessuno ci fa caso:/stanno tutti prendendosi/n per il naso)/ Ma poi il mare si è ritirato/tutto”.

La sezione che segue è “Sconfinamenti”. Qui ritroviamo ancora felici esempi della poesia di Mariano, come detto, abbracciata fortemente al ramo della memoria, della lucida visione del presente, dell’arguta lettura delle miserie umane, ma qui a mio avviso troviamo anche una delle chiavi del libro. In “Forse un dio nascosto” il poeta ha come un evidente ripensamento, una frenata. O sguardo ampio ora ripiega sul sé, sulla consapevolezza del tempo che rende però saggi e leggeri e quindi veri: “Dal mio binario quasi morto, /nell’ottundimento generale, ricerco l’intreccio/ di un tempo familiare, il suo grato pensiero, forse un dio nascoso, più autentico di quello vero”. La chiave sta nel fatto che ora il tono diventa più sfumato, ironico e melanconico come nella poesia “Il desiderio” in cui troviamo “un piccione scartato dagli altri… in attesa di un vento/ che lo sollevi fin dove possa, senz’ali, volare…” o in “La ragazza” che scrive con la biro qualche verso un notes anziché digitare un cellulare. Questa riflessione su di sé, sul tempo che passa la ritroviamo nelle poesie “L’indefinito” o in “La verità” e altri titoli lo indicano: “A sipario chiuso”, “Novant’anni tutti e due” ,”Danno terminale“, “Il congedo” sino a “In regione alte…” dove “la pellicola della vita/si riavvolge per calaMonta/e bolge, la tua vecchiezza corsara/ stride com un uccello di rupe/ a volar basso, irrassegnato: godrà del poco verde che rimane”.

Una descrizione del senso della vita che sfuma che ricorda i versi di Caproni e ancor di più di Fortini in un diminuendo poetico che non è un abbandono, che non una forma di finitudo rassegnata, bensì una laica visione che ci conforta per ampiezza e lucidità così necessaria in tanta poesia contemporanea talvolta troppo superficiale e tronfia.

Stefano Vitale

@@@

Note sull’Autore

Beppe Mariano vive ai piedi del Monviso, sua montagna totemica. È stato fondatore di riviste letterarie: tra queste “Pianura”, a metà degli anni settanta, insieme con Sebastiano Vassalli, che la diresse, Giorgio Bárberi Squarotti, Adriano Accattino, Cesare Greppi e altri. Nell’ultimo decennio del Novecento Mariano ha condiretto, prima a Milano poi a Roma, la rivista “Il cavallo di Cavalcanti”. Da qualche anno collabora a “In Limine”, redatta dall’Università di Tor Vergata, e a “Mosaico italiano”, redatta dai Dipartimenti di Italianistica delle Università brasiliane. Sue pubblicazioni recenti di poesia: nel 2007 Il passo della salita, con note di Giovanni Tesio e Sebastiano Vassalli (Interlinea); nel 2012 (ristampato nel 2013) Il seme di un pensiero (Poesie 1964-2011), con presentazione di Giuseppe Conte e contributi critici di Giorgio Bárberi Squarotti, Gianni D’Elia, Giovanna Ioli, Elio Gioanola, Barbara Lanati, Giorgio Luzzi, Giovanni Tesio e Sebastiano Vassalli (Aragno). Il seme di un pensiero ha vinto il premio internazionale “Sulle orme di Ada Negri”, il “Guido Gozzano” e l’“Arenzano-Rodocanachi” ed è stato premiato al “Sandro Penna”, al “Giovanni Pascoli” e al “Michelangelo”. Negli anni novanta Mariano ha vinto due volte il premio Cesare Pavese, per l’inedito e per l’edito. Nel 2014 è stata discussa all’università di Tor Vergata una tesi sulla sua poesia. È presente in una decina di antologie poetiche (l’ultima delle quali, edita nel 2017 a Rio de Janeiro da Comunità Editora, si intitola Vozes. Cinco décadas de poesía italiana, a cura di P. Peterle e E. Santi). Auspice il critico e pittore Albino Galvano, Mariano ha svolto negli anni settanta e ottanta attività di poeta visivo (catalogo edizioni Marcovaldo, 2002). Per il teatro ha scritto il dramma Il caso Molineri e alcuni monologhi.

***

 

CONDIVIDI