“Chiedi a ogni goccia il mare” di Antonella Sbuelz
(Stampa 2009, Azzate (Va), 2020)

 

…..Scrive Maurizio Cucchi nella presentazione del libro: “C’è una evidente, felice coerenza e continuità nell’attenzione al reale e nei modi del racconto, tra la narrativa di Antonella Sbuelz e la sua lirica … si tratta di quella sua insistita, penetrante ricerca di senso … del senso autentico nella realtà anche minima del nostro esserci, nell’orgoglio della sua fragilità … In questi percorsi lirici s’incontra la presenza degli affetti, magari elaborati o attraversati dalla storia e dagli ambienti. Si avverte, proposta con discrezione, la piccola avventura quotidiana dell’umana pazienza, il sapiente, umile racimolo delle forze da impegnare nell’esistere, ma con lo sguardo sempre pronto a cogliere gli innumerevoli segnali che ci vengono dall’esterno, quasi ora per ora. Antonella Sbuelz … introduce in questo libro una vera folla di personaggi vari, presi dalla realtà immediata, o affioranti dalla memoria o da qualche vecchia foto … fino all’attenzione per il primo, infantile approccio, in quella decisiva, ogni volta indimenticabile, “prima volta” del proprio rapporto con il mondo e le sue cangianti epifanie.”

…..La scrittura di Antonella Sbuelz da spazio agli affetti, alla memoria personale e storica e così la poesia sembra esprimere una sorta di volontà educativa: una forte spinta morale la attraversa, si fa “messaggio”, forma di dialogo, apertura verso gli altri. Le piccole cose della quotidianità non sono un ripiego, un semplice rifugio, ma lo specchio di un impegno, di un compito etico di bellezza e di coerenza che l’autrice persegue, senza temere la semplicità dell’espressione.
Non stupisce che lei utilizzi il lemma “elementare”, specie come aggettivo riferito al tempo, oppure associato al verbo “un trattenere elementare”, come aggettivo “i prati elementari”, “un abbraccio elementare”. C’è una sicurezza espressiva ed emotiva nel suo affrontare con apparente ingenuità le cose del mondo e dell’esperienza. Il linguaggio poetico ha uno spessore narrativo che gli conferisce chiarezza e distinzione di senso. Non ci sono ambiguità, e c’è sempre un messaggio che Sbuelz vuole inviarci per mezzo dei sentimenti e delle emozioni che prova e vuole condividere, attraverso le figure, i personaggi che incontra e ci propone. In tale direzione hanno una grande importanza poetico-stilistica le chiuse delle sue poesie: i versi finali, spesso espressi in distico isolato, esplicitano il senso del pensiero, del percorso poetico-narrativo assumendo la forma epigrammatica/aforismatica. E’ come se Sbuelz volesse stabilire un punto fermo, un finale definito al suo testo.

…..Nella sezione di apertura “Piccolo elogio della fragilità” Antonella Sbuelz ci offre un saggio della sua poetica: “Osserva/ come i fragili sussultano, come arretrano/ dal centro e dalla luce/. Sia per loro lo sguardo che non cede, la parola che nessuno ha pronunciato” (pag. 15). La fragilità diventa il centro, proprio nel paradosso della posizione che i fragili assumono. E la poesia è fragile cristallo a cui Sbuelz non può rinunciare e vuole maneggiare con cura: “Si scrive quando tutto è troppo grande/per la piccola cosa che siamo” (pag. 17). La sua volontà etica è chiarissima in poesie dedicate alla figlia come “E questo è tutto, credo” e in “Appunti per decalogo incompleto”, dove la chiusa recita: “Quanto alla vita, anche se non vola/ cerca solo di non farle troppo male” (pag.23). Oppure in “Oggi ho imparato” che si chiude coi versi: “Oggi non ho imparato niente. Oggi/mi sono regalata/ la rara euforia di chi impara” (pag. 29) o nell’incipit di “Prova“: “ma prova ancora a dare forma al tempo,/ stasera che il tempo è elementare” (pag. 37). Ma attenzione: lo sguardo non va solo verso gli affetti personali, ma si allarga al mondo, all’ umanità che soffre, che cerca un futuro.

…..Chi perdona l’inverno

Eppure dura ancora questo inverno,
nel suo durare di letargo e gelo.
E io penso che i nati in inverno lo perdonano
più facilmente: che dell’inverno è l’arte
dei rammendi, l’attenzione agli spacchi di neve
nella corteccia ferita, la lunga inspirazione
dei pensieri nel silenzio che cova la vita.
Dell’inverno gli spazi raccolti che il freddo
rifà elementari, la nuova misura del tempo,
l’attesa dell’attesa della luce.

Stasera ciò che resta dell’inverno
è per ogni pianto muto di chi ha pianto
girando svelto il viso verso il muro,
per tutta la fatica senza fiori
di chi stenta a trovare un suo maggio,
di chi inciampa
per entrare nel futuro.

…..Ma non basta. A questa spinta morale aperta al mondo, si associa la volontà dell’osservazione, tipica del narratore oltre che del poeta: “Lo sguardo a volte resta sulle cose/ come un insetto impollinatore.” (pag. 39).

…..Lo sguardo, a volte

Lo sguardo a volte resta sulle cose
come un insetto impollinatore.
E non è luce che riveli o dica.
Se è qualcosa, è spinta contro spinta.
E più ne fondo, storto,
forse è amore

…..Così la seconda sezione è “Paesaggi di tempo con figure” in cui l’anima narrativa vien fuori con evidenza: incontri, amici, esperienze vicine e lontane si rincorrono offrendo un vasto affresco fatto di storie singolari, che sono “voci del mondo” che intrecciano la vita personale con quella dei luoghi e della storia, fatto di guerre, dolori, rimpianti. Ma il tono è sempre delicato, lieve, senza ruvidezze. Sbuelz resta come sospesa tra i toni di Umberto Saba, quelli di Pierluigi Cappello al quale è dedicata la bella poesia “L’amen dei boschi” (pag. 74) e quelli di una Vivian Lamarque.

…..L’amen dei boschi

Se restasse qualcosa da dire
direi che troppo breve è stato il tempo,
il chiudersi dei giorni pronunciati. Direi
che quell’ultima notte
te tue mani erano aperte, i palmi
indifesi di un bambino.
C’era un settembre morbido, nell’aria.
L’inciampo delle ombre nella sera. C’era
uno squilibrio tutto nuovo
nella tua nuova immolata.
Un misura nuova di ferita.

Amavi il dio degli ultimi e dell’ombra, gli amen
di boschi e scalpellini.
La pioggia dentro la terra,
il suo dare alla vita altro fiato.
Sotto le tue palpebre chiuse
ho solo chiesto che vedessi il verde
delle tue montagne in cuore verde.
E l’assetto di altri voli sul tuo prato

…..Il percorso del libro non a caso va a chiudersi nella terza ed ultima sezione dal titolo “La prima volta delle cose (Pellegrinaggio all’infanzia)”. Qui l’infanzia non è vista tanto come spazio dell’innocenza perduta quando come luogo della formazione del sé. E’ un viaggio dolce, avvolgente quello che ci propone Sbuelz, un piccolo “romanzo” di formazione in poesia, una galleria di ricordi, di figure in cui possiamo rispecchiarci. La possibile autoreferenzialità, che spesso in questi casi allontana il lettore anziché avvicinarlo al testo, viene evitata proprio grazie alle capacità narrative dell’autrice.
“Libera dall’abitudine lo sguardo, /dall’usura dei giorni i tuoi pensieri” (pag. 79) perché così “la memoria sa rammendare i vuoti,/sa innescare una trama di dettagli” (pag. 81) e l’infanzia diventa quel luogo dove scoprire se stessi “perché tua era anche l’attesa:/chiedere sempre a ogni goccia il mare” (pag. 83). In ogni goccia di mare si cela il mare, tutto il mare. E non ha quindi paura Sbuelz di immergersi nelle piccole gocce della vita per trarre fuori (e-ducere…) tutto il senso della vita stessa. “Andrebbe chiesta a ogni goccia il mare./ A ogni uomo, forse, umanità”. (pg. 89)
In questa sezione si possono poi apprezzare alcune efficaci immagini metaforiche: “La luce esatta di aprile” (pag. 84), “vezzeggiativi friabili come pastafrolla” (pag. 86); “I punti esclamativi dei cipressi” (pag. 87); “Qui le luci confermano bellezze, sbucciano/ frutti proibiti”, pag. 95).
Antonella Sbuelz sa che “la perfezione delle cose” è “la loro eterna provvisorietà” (pag.97) ma non può, da brava poetessa narratrice, sottrarsi all’imperativo che dice quanto sia importante “ricordarsi di ricordare” (pag. 102)… “Così forse/ riusciremo a perdonare/ l’infezione di ogni incanto: /la realtà” (pag. 104).

…..Dell’infanzia

Dell’infanzia
salvare qualche luce.
Un dolce di attese e ciliegie.
Qualche nome. Una forza
di radici.
L’assoluto dell’età che non ha età.
E assolvere il buio che va e viene.
Così forse
riusciremo a perdonare
l’infezione di ogni incanto:
la realtà”

…..Nelle poesie di Antonella Sbuelz tutto è sempre ben levigato, messo al posto giusto, non ci sono sbavature, contorcimenti, tutto è in perfetta luce, anche quando essa si fa crepuscolare, talvolta notturna. Antonella Sbuelz si mostra affidabile, equilibrata, sicura nei suoi passaggi, ben definita nelle figure poetiche che ci propone e la lettura dei suoi testi scalda, rassicura, scaccia via le inquietudini.
In questo tentativo di saldare la luce dell’infanzia con l’esperienza della vita, in questa volontà di coltivare la memoria, di dare senso agli incontri umani, ai luoghi in cui si è vissuto, in questa sua spinta morale di comunicazione “educativa” si esprime quindi il messaggio di Antonella Sbuelz, il suo “umanissimo progetto, proposto in un libro la cui affabile pronuncia, nobilmente semplice e comunicativa, arriva subito alla sensibilità del lettore” (Maurizio Cucchi).

…..Stefano Vitale

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…..Note sull’Autrice
Antonella Sbuelz scrive di sé: “Sono nata e vivo a Udine. Amo la mia terra di confine, ma ho vissuto e studiato anche altrove: Verona, Trieste, Losanna.La passione per la scrittura mi accompagna fin da quando ero bambina. Scrivo narrativa –  soprattutto romanzi storici – ma anche poesia e saggistica, collaborando con riviste culturali e occupandomi di passioni/promozioni culturali in diversi ambiti, istituzionali e non. Insegno Lettere e Storia in un Liceo Scientifico….
Ho esordito in versi, ma la necessità di raccontare storie si è fatta via via più  prepotente, dando forma ai racconti lunghi di  “Amori minimi” (Mobydick, 1997) e poi al mio primo romanzo, “Il nome nudo” (Mobydick, 2001). Nel 2007, per Frassinelli, è uscito il secondo romanzo, “Il movimento del volo”, la cui storia si snoda attraverso il corso dell’intero Novecento, dalla grande guerra agli anni di piombo. “Greta Vidal” (Frassinelli, 2009) si concentra invece su un momento cruciale e controverso del primo dopoguerra: l’occupazione di Fiume dal parte del poeta Gabriele D’annunzio e dei suoi legionari…
Nel 2013 Greta Vidal è stato pubblicato in Inghilterra, nella collana Storia di  Troubador, che propone all’attenzione del pubblico inglese tre soli autori italiani all’anno (tra gli ultimi Vitaliano Brancati, Grazia Deledda, Paola Capriolo,  Tullio Avoledo, Francesca  Duranti).
E’ del 2016 “La fragilità del leone” (Forum) , ambientato tra Venezia e laguna friulana nei sussulto finale della Repubblica Veneta. Nel settembre 2018, per ‘Universitaria Forum, esce il mio ultimo romanzo, “La ragazza di Chagall” ( Postfazione di Gabriele Nissim), romanzo di formazione imperniato su uno dei momenti più cupi del nostro passato: la promulgazione delle leggi razziali. Naturalmente, non ho smesso di scrivere poesia. I primi amori non si dimenticano mai. Tra le mie ultime raccolte poetiche, Transitoria (Raffaelli, 2011; prefazione di Davide Rondoni; premio Colline di Torino, Città di Forlì, Città di Alberona), La prima volta delle cose (Culturaglobale, 2016) e La misura del vicino e del lontano (Raffaelli, 2016; Prefazione di Davide Rondoni…). (www.antonellasbuelz.it)

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