foto_cornia_vitaleUgo Cornia

” BUCHI ”

Narrativa

Feltrinelli

 

 

 


TRASLOCHI E MEMORIE DI FAMIGLIA

Ugo Cornia ci regala un libro breve, ma intenso. Un racconto emozionante nella sua disarmata semplicità. Diretto e profondo come è raro incontrare. Diretto perché ci parla di cose che tutti abbiamo vissuto, prima o poi, e che non sempre abbiamo avuto il coraggio di raccontare a noi stessi. Profondo perché scava, con la trivella del ricordo, nella scorza che ricopre il legame che ciascuno di noi costruisce, nel tempo, “tra cielo e terra” coi propri cari.

Cornia ci racconta della pena, leggera quanto incerta, che ci coglie nell’evocare i morti di famiglia. L’occasione nasce da un altro evento ferale: un trasloco. Lo scrittore ha deciso di cambiare casa e non sa se ha fatto bene o male a farlo. Sentiva la necessità di farlo, ma è un salto nel vuoto e tutto intorno di aprono dei buchi. Buchi di memoria, ma anche buchi da cui emergono, dantescamente, le anime dei defunti, dei lari di famiglia. Perché le cose ci guardano enigmatiche nei loro riflessi benché precise nei loro contorni. E così facendo ci assalgono, talvolta a tradimento, altre con delicatezza, ma sempre e solo se noi lo vogliamo.

Così lo scrittore desidera immergersi in questo flusso di coscienza in cui i ricordi si fanno carne e le lacrime e il riso ritornano a galla, veri. Nei cassetti delle scrivania “ci sono le potenze infere, non una cosa punitiva da inferno cristiano, una cosa tipo abisso, con le voci che ti chiamano giù – cosa resti a fare su”. Così si apre il racconto. Ma subito si chiude: “Basta adesso, finito tutto, tutto finisce sempre. Non smette mai di finire”. Un cerchio infinito, continuo che laicamente ci richiama ad una relazione inevitabile con la storia degli altri, i familiari per primi, ma che metafisicamente riguarda tutte le cose.

A volte si vuole evitare questo confronto. Infatti il protagonista si autodefinisce “il Grande Evitatore”. E’ meglio uscire, volgere lo sguardo altrove, ma non è sempre possibile. Basta una scrivania per aprire una “bella stradina per l’aldilà” che ci sta sempre accanto. Non si tratta di cedere ai rituali, il cimitero ad esempio, ma di conservare dentro se stessi il senso della vita intrecciato alla morte. Un modo per costruire delle forze anticaos. Allora una canzoncina, lo stare fermi, non pestare le righe del pavimento possono aiutare: tutti esercizi anticaos. Anche conservare le lastre delle radiografie dei figli può essere utile a questo. Come lo scrivere.

Negli oggetti, che ci domandano cura, c’è come un concentrato di vita invisibile e protettiva. I veri riti sono allora quelli che regolano i passaggi della vita: allestire una “stanza lumaca” per il parente che oramai non può più fare le scale è allora un modo per assorbire e preparare la tristezza che verrà. Perché il segreto, paradossale, del ricordare è il “dislocare”. Spostare e comunque non perdere di vista, dargli una nuova vita. Non è il museo familiare che ci salva. E si ritorna così al trasloco, alla necessità e al pericolo del cambiare casa come fatto reale e come metafora. Anche perché le case non sono mai davvero vuote.

Bellissimo il pezzo in cui l’autore immagina (ed è bravo a lasciarci il dubbio che non sia immaginato o reale) che nella casa paterna vuota vi vada a dormire un senzatetto, senza fare danni o crear disagi. Il tempo è qualcosa di mobile che confonde realtà e immaginazione. Il tempo arriva e se ne va, di continuo. Così i racconti dell’infanzia che riguardano il nonno, il padre, la madre, la zia, il rapporto con la sorella così diversa, si animano in una luce autobiografica che però non ha nulla di slavato e prevedibile.

Certo, tutto può esser banale e normale, ma è la scrittura narrata e come “parlata” che riscatta il tutto. Ugo Cornia, poi, ha una visione epicurea della morte: è qualcosa che resta esterna alla vita. “Sei vivo, è normale; sei morto: è normale”. Sono cose che capitano “a due persone diverse”. Ma non si genera indifferenza, bensì un modo di partecipare alla vita che ha il suo senso in se stessa: “poi tutte le cose subiscono le loro accelerazioni. Tutte le cose partono a razzo verso il loro destino”. Ma si resta indifferenti.

Cornia è molto serio nel descrivere con umorismo certi passaggi emotivi: le emozioni sono come un “sifonamento a partire dal mio ombelico, come un pezzo d’anima… che viene aspirata fuori di mia pancia e va…”. Perché la vita è un continuo smantellare, universale smantellamento di cose che lasciano un buco e dentro il buco non c’è niente. Se non tutto quello che ciascuno di noi sa di averci messo dentro. E il bello è che piano piano le cose saltano fuori. Con la ruspa del pensiero e quella della lingua, del racconto.

Cornia è legato ad una scrittura che vive in una dimensione di oralità, così come teorizzato e praticato anche da altri autori quali Gianni Celati o Ermanno Cavazzoni, “narratori di pianura”. Lo stile narrativo di Cornia sa unire un atteggiamento descrittivo, distaccato, come scrivesse degli appunti su un block notes ad un orizzonte emotivo energico ed autentico. Gesti e posture scritturali scabre, sintetiche illuminate da immagini ampie e profonde. Nessuna retorica, ma tanti tagli, ferite, slogature, slittamenti sintattici che danno alla scrittura un ritmo quasi rap attenuato da luminosi momenti lirici. Davvero un linguaggio notevole per invenzione e puntiglio lessicale, come già aveva mostrato nei suoi libri precedenti (“La felicità a oltranza”, “Le storie di mia zia”, “Il trasloco”, “Animali”, “Sulle tristezze e i ragionamenti”, per citare quelli che mi son piaciuti).

Può sempre apparire un po’ strampalato, come può esserlo passare una sera al bar con un amico a raccontarsi delle vicende familiari, ma la scrittura e i raccontare di Cornia hanno un alto tasso consolatorio perché sanno essere divertenti e sorprendenti, senza retorica: solo tanta umanità.

Stefano Vitale

CONDIVIDI