I monologhi della vagina
(Marco Tropea Editore)

E’ nata come un’opera teatrale, “I monologhi della vagina”; e tale doveva restare. Parola declamata e parola scritta, infatti, hanno una ben diversa valenza, tanto che la pièce d’avanguardia di Eve Ensler è riuscita a raccogliere negli Stati Uniti un ampio consenso almeno nel  mondo delle post-femministe non ancora paghe dei traguardi raggiunti. Ma questi monologhi, che hanno come unico protagonista narrante l’organo anatomicamente e storicamente più silenzioso della donna, una volta trasferiti sulla carta non solo perdono senso e vigore; sfiorano addirittura il patetismo e poco ci manca se non cadono nel ridicolo.

Peccato, perché l’intenzione di fondo era buona: conoscere il proprio corpo, smettere di ignorarne o discriminarne alcune parti, abbattere i tabù che rendono il loro nome perfino impronunziabile non può che far bene alla crescita armoniosa del Sé, ed era ora che ciò avvenisse anche sul fronte femminile. Da qui a rendere la vagina un oggetto di culto, però, ancora ce ne passa e la signora Ensler travalica il limite, rischiando così di vanificare l’impegno dei milioni di donne che ancora si battono perché il riconoscimento del “centro” del loro Essere si sposti sempre più su: chessò, magari sino ad arrivare dalle parti del cervello. E, da questo punto di vista, dà il colpo di grazia anche l’avvento del “Club della vulva”, oggi presieduto da Jane Hirschman, che nel libo indica una certa signora Harriet Lerner (sarà parente del nostro Gad?) come l’antesignana e l’eroina d’un vero e proprio “movimento di liberazione genitale.”

Ma torniamo alla pubblicazione in sé. Sarebbe omertoso non dire che questi brevi monologhi danno alla vagina un’immaginifica voce che – ogni portatrice di tale meraviglia sarebbe disposta a giurarlo – se fosse invece reale suonerebbe ben più “nature” e meno retorica, di certo piena d’accenti di rabbia e di revanscismo verso i torti subiti, ma quantomeno con minori pretese di fare poesia. Poesia enfatica, ridondante, eccessiva, a volte un po’ volgare, molto più spesso soltanto stupida. E proprio qui sta il paradosso: “I monologhi della vagina” è un libro che, alla fin fine, induce le donne stesse (quelle che pensano con la testa) a dire “Beh, se la vagina è così imbecille, meglio che la mia continui a tacere!”

Ci informa poi, l’autrice del libro, che nei corsi tenuti da Betty Dodson al “Laboratorio della vagina”
si supera ogni problema di frigidità imparando, in sedute prevalentemente di gruppo, a “localizzare la clitoride, masturbare, amare la propria vagina”. Sarà: mai mi permetterei di confutare aprioristicamente un metodo nel quale, specchietto alla mano e tutte assieme appassionatamente divaricate, si prende reciproca visione del “grande mistero”: i metodi americani – si sa – magari non funzionano, ma entusiasmano sempre. Mi si consenta però di obiettare timidamente, all’europea: le più grandi mazzate mai inferte alla frigidità, almeno dalle nostre parti, le ha sempre date un amante esperto e tenero, tanto paziente quanto poco egoista. Merce di reperibilità rara, si sa, ma non converrebbe almeno provarci con più tenacia, prima di sperimentare un pubblico orgasmo sotto scolastica dettatura e pure a pagamento?

Ma vediamo di non essere troppo disfattiste e diciamo anche che qualche buona informazione, questo libro, la dà. Ci erudisce, ad esempio, sul fatto che la clitoride è l’unico organo del corpo umano esclusivamente preposto al piacere e che, con le sue 8000 fibre nervose, addirittura umilia il pene che ne possiede appena la metà. Perla altresì di un tetro diciannovesimo secolo in cui le ragazze dedite alla masturbazione venivano considerate casi clinici e “curate” con la cucitura delle grandi labbra se non con l’amputazione o con la cauterizzazione della clitoride. Pratiche orrende di cui si sente parlare  ufficialmente in America sino al 1948, quando fu praticata  l’ultima clitoridectomia curativa della masturbazione su una bambina di cinque anni.

Resta un fatto: per sapere che – ad oggi – sono da 80 a 100 milioni le giovani donne che hanno subito una mutilazione dei genitali non occorre di certo il libro della Ensler. Né, peraltro, lo scopo che si prefigge vuole essere informativo. Cosa intendono dunque comunicarci questi “bassi” monologhi? Ecco, appunto: non si sa. Il sospetto è che, almeno nella versione su carta stampata, il trucco che copre un vuoto tanto enfatico quanto desolante, stia tutto in copertina: vale a dire nel titolo pseudo-stuzzichevole che invoglia (è più pietoso non indagare chi) all’acquisto del tomo. In quanto a ciò che sta sotto la copertina, forse la sua misera ragion d’essere possiamo trovarla nel capitolo intitolato “Riabilitare la fica”, composto di 11 righe scarse all’interno delle quali non la parola, ma il grido “fica!” compare otto volte.

Costa, “I monologhi della vagina”, 8 Euro e 26 cent. E ci vuole davvero poca fantasia per spenderli meglio.

A/6

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