“Il Bene Morale” di Maria Grazia Calandrone
(Crocetti Editore, Milano, 2017)

I testi che compongo il libro sono stati scritti dal 2010 al 2016 e rappresentano un punto di approdo importante nella produzione di questa poetessa ormai affermata. E’ come se in questi testi l’autrice abbia deciso di fare il punto, di mettere un punto e stabilire con chiarezza un punto di vista poetico sulla realtà. E lo fa con voce ferma, sicura, riconoscibile.

Nella motivazione al Premio Cetonaverde Poesia (2018) troviamo scritto: “Un atteggiamento di complice dolcezza (“guardando i fiori come fossimo fiori”) irradia nel testo un senso di sospensione e eternità. L’attenta osservazione dei meccanismi vegetali (per esempio “una capacità variabile / di sopportare tagli”), rende possibile una scrittura partecipata, una parola-albero che accende le “macchine da fiore”. E permette al linguaggio di creare “formazioni audaci”, anche se con pacatezza. MGC dimostra grande abilità nel passare dal verso breve alla prosa, dalla canzone all’ipermetro, e tuttavia non trattiene una magmatica virulenza del dettato. È poetessa notturna, che non tralascia i minimi movimenti muscolari e tocca i più disparati temi civili, dal disastro nucleare di Fukushima alla Shoah, dalle tragedie migratorie del Mediterraneo al Vajont. Senza dimenticare la scena del ritrovamento del cadavere di Marilyn Monroe. Spesso ambientata a Roma, dove ‘autrice vive e lavora, la poesia di questa raccolta non disdegna crimini ed eccessi, perché in fondo, come leggiamo in questa pagine, “la scrittura nacque per tenere i conti di sale e olive“: Esplicita è la “tendenza a stare / nella lacerazione”, nel sentimento del dolore; a farsi interprete di “un magnetismo imperdonabile” e di “una collettiva dedizione“. Così la poesia sanguina, “come sanguina una pietra”. Se infatti “il canto è innocente”, “gli oggetti sono più innocenti del canto“. Anche per questo le pagine si popolano di animali (persino quelli non ancora nominati) e si offrono al lettore come “un ottuso atto di fiducia nella bellezza” (Alberto Pellegatta)

Poetessa civile e lirica; poetessa capace di trasformare la cronaca in letteratura, capace di alternare registri intimi ad altri di natura narrativa, scrittrice a volte stringata e tagliente altre volte barocca tanto che certe sue poesie ricordano un retablo tanto è attenta all’architettura e ai colori dei testi; poetessa che a volte sembra istintiva nell’inseguimento di un demone della scrittura che guida la sua penna (o le sue dita) altre volte meditativa, riservata; poetessa che non ha paura della gioia (e che ci ricorda spesso Mariangela Gualtieri) ma neppure di cantare il male e il suo orrore. Poetessa civile, dicevamo, che ha il coraggio, e certo è un rischio, di “dire la sua” nel senso che la sua poesia non si limita all’indignazione, alla denuncia, ma va oltre: indica il “bene morale”, ricerca una soluzione che è etica, certamente, ma anche “antropologica” per così dire. E’ l’uomo che deve cambiare, cambiare dentro, cambiare nel profondo.

Il libro è introdotto da una bella poesia che è come un manifesto: “un semplice esercizio di libertà” dove non teme di dire: “guarda, il mondo è perfetto,/non avremmo saputo fare di meglio/ guarda le cose/ con dolcezza/ e con dolcezza tu verrai guardato/ dalle cose”. E’ come se prepararsi a guardare in faccia il male presupponga comunque una speranza, una fiducia in se stessi. La prima sezione è “Alberi” e lo stile dominante è legato ad una prosa poetica che a me ha ricordato Francis Ponge. Qui Maria Grazia Calandrone si abbandona a delle descrizione del mondo e delle cose e lo fa appunto con precisione, ma con dolcezza, con la certezza che nelle cose c’è qualcosa di più che un semplice oggetto perché “quest’arancia contiene una rivelazione”. E così ci canta dello stupore dinanzi alla notte, al fiorire dell’infanzia, alle stagioni, alla scoperta del corpo. Lo stile narrativo è spesso sincopato, teatrale, segnato da sbalzi lirici carichi di colori e di immagini.

La sezione “Vittime” è un viaggio, come detto, nel male. “un poeta è profondamente coinvolto con le cose del mondo” scrive MGC che affronta con coraggio il dolore della Shoah, la tragedia della Tyssen, l’esplosione di Fukushima , del disastro antico ma ancora vivo del Vajont consapevole che “etica della specie non evolve. L’esperienza del disastro/non incide sui futuri comportamenti umani, questa/l’evidenza…”. Il tono è dolente, ma fermo, altre volte è sanguigno, combattivo, mai banale. Colpisce la chiarezza, la sincerità: la responsabilità del Male non è metafisica è il frutto della noncuranza, della distrazione, del profitto: “accampare la scusa della fatalità. Questi sono fenomeni di estraneità”; “i fatti sono che i fatti vennero ignorati”. La memoria del disastro non è contemplativa, ma un incitamento all’azione morale. Poi, come in un’apparizione, ecco il poemetto “Marilyn non esiste” dedicato alla sfortuna attrice, vittima “della tua bellezza” che resta dentro questa sezione come un fiore bianco in mezzo al fango.

La poesia comunque non si arrende: “In un sistema di amore” MGC fa un salto mortale. Il bene morale non è un’idea astratta, ma una prassi concreta, praticabile che mette al centro dell’azione il capovolgimento dei valori dominanti e così “poniamo il caso della gratitudine” ci dice che “Amore porta in dono Amore/Amore/porta nudità/trasparenza e umiltà di Amore. Nient’altro.”. In questo testo c’è come una fiducia nella liturgia della parola che salva nel suo tracimare di immagini, nel suo sconfinare oltre le righe del testo stesso, nel suo indicare una via d’uscita etica. Perché c’è “un sì che salva ogni creatura”. In questa poesia emerge la religiosità laica dell’amore, della compassione disperata che si appalla al Bene possibile. Devo dire che poi la poesia “Monologo del padre della dea” (bellissima poesia che riprende un atroce fatto di cronaca accaduto in India) mi ha ricordato nell’incedere, nel lessico (“la stortura fetale dei suoi arti/carichi /all’eccesso, l’encefalo/non finito dell’altro/figlio, questa giaculatoria di carne/che suscita pena/” ) e nel tono la scrittura di Jolanda Insana. E lo stesso in “Lumen quam maximun maxime invisibile” in cui il fiorire della lingua esplode in salti, incisi, toni oracolari, ma meticolosamente costruiti.

Le ultime poesie che chiudono la sezione (“Anatomia della lingua” , “Il bacio davanti alla città”, “tutta la infinitudine del canto” già nei titoli indicano una sorta di riposo, di abbandono dopo la terribile traversata del dolore e della denuncia. “leggerissimo è il solo nell’esercizio della sua caduta,/leggerissimo il richiamo. Terra/magenta. Un magnetismo/imperdonabile. Vieni, diceva. Leggerissimo io rogo”… ; “se sorridiamo, è perché siamo irti/della inesorabile felicità/dei bambini, che sono/solamente natura” e la poetessa invoca “tutto il canto e la gioia delle ose di essere cose,/tutta la infinitudine del canto” perché il compito del poeta non è solo di brandire la spada o di innalzare preghiere o di indicare una via d’uscita morale, è anche quella intrinseca del canto puro. Ed è lo splendore della bellezza che prende il sopravvento “adesso credo necessario un ottuso atto di fiducia nella bellezza. Agire come non fossimo mai stati. Come non fossimo mai stai traditi. Come se non avessimo visto i nostri cari morire. Agire come se fosse la prima volta”. In questa rifondazione morale occorre mostrare “la bellezza di una fine che non scavalca e non trascende se stessa. Carne fatta serena come pietra”. In questa sezione il tono cambia, si fa più lirico, in una ricerca anche esistenziale “Non siamo soli, siamo/provvisori “ ma MGC non può rinunciare a far sì che la sua scrittura navighi nel magma dei fatti, che parlano da soli e li si fa ventriloqua della parte nascosta della realtà che lei così illumina poeticamente con scariche elettriche che innervano il testo di luce. Si veda qui il testo “Requiem per L.S.” terribile quanto autentico canto del dolore e della pietà.

Nella sezione “Roma”, MGC dedica poi pagine molto sentite alla sua città e lo fa con un stile barocco, ma carico di affetto e fatto di immagini sentite “il giorno/si capovolge come uno scarabeo/d’oro. Sfolgora il metallo delle gru”…”in un’aria da fine del mondo colo il tuorlo del sole”… oppure ci regale dei pezzi di bravura in “Orazione agli oggetti” in cui la poesia si fa intarsio e labirinto. Questo sguardo si prolunga nella sezione “questi corpi leggeri come presagi” dove la poetessa canta dei piccoli gesti quotidiani di resistenza necessari al bene morale, dove si lascia andare al gioco felice degli haiku, ma sempre senza dimenticare chi resta ai margini, chi resta indietro (come accade nella poesia “I fiori che lei porta”) oppure tornando sul tema dell’infanzia, spazio di innocenza e di apertura al mondo (come in “mentre il fiore d’argento del tuo nome”. Ma anche senza mai lasciar venir meno quel suo gusto della scrittura come accade in “Il mondo si manifesta spontaneamente in selve di metafore”, testo in cui MGC da sfoggio della sua abilità e bravura e dove riafferma “Di niente/che mi abbia versata sula terra/io mi pento, solo dell’ignoranza del cuore”. Il gusto della scrittura, dicevamo, che però è anche misurata fiducia nella parola: “originariamente la parola/aiutò una delle diverse specie preumane a formare piccole/società e a orientarsi nel mondo”:/fu un gesto di compassione che agiva sulla biologia/fissando nella laringe di una specie due bianche pliche vocali/ originariamente la parola/fu un gesto morale della biologia”. E’ come se MGC individuasse la possibilità e la necessità di una trasformazione antropologica. La parola è mediazione, è forma che impedisce la violenza, che la organizza, che la supera in un “commosso desiderio di vivere” oltre i crimini oltre il “sollevarsi la scheggia d’osso”, nella speranza che qualcosa cambi anche se “saremo/le uniche creature/affette da un disturbo/di specie: eliminare i simili/ a causa di astrazioni, contravvenire alla nostra origine” che è o dovrebbe essere “amore” quale “struggente desiderio di non finire/esalato/da corpi riversi/nella dolce imperfezione del tempo”. E la funzione della poesia è centrale: “la poesia non è che questo/rimbalzare del suono tra angoli bianchi/di crateri preistorici – un vuoto calcinato avvitato al fondo/dell’orecchio umano/come pelle con osso”. Il canto ci salva, ma un canto che è morale, che Bene desiderato, esercizio di libertà ritrovata.

Stefano Vitale

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Note sull’Autrice
Maria Grazia Calandrone (Milano, 1964, vive a Roma): poetessa, drammaturga, performer, organizzatrice culturale, autrice e conduttrice di programmi culturali per Radio 3, critica letteraria per il quotidiano “Il Manifesto”, cura la rubrica di inediti “Cantiere Poesia” per il mensile internazionale “Poesia”, collabora con il quadrimestrale di cinema “Rifrazioni” e con la rivista di arte e psicoanalisi “Il corpo” e codirige la collana di poesia “i domani” per Aragno Editore. Tiene laboratori di poesia nelle scuole e nelle carceri. Libri: Pietra di paragone (Tracce, 1998 – edizione-premio Nuove Scrittrici 1997), La scimmia randagia(Crocetti, 2003 – premio Pasolini Opera Prima), Come per mezzo di una briglia ardente (Atelier, 2005), La macchina responsabile (Crocetti, 2007), Sulla bocca di tutti (Crocetti, 2010 – premio Napoli), Atto di vita nascente (LietoColle, 2010), L’infinito mélo, pseudoromanzo con Vivavox, cd di sue letture dei propri testi (luca sossella, 2011) e La vita chiara (transeuropa, 2011); è in Nuovi poeti italiani 6 (Einaudi, 2012).
Ha composto, con Michele Caccamo, Dalla sua bocca. Riscritture da undici appunti inediti di Alda Merini (Zona, 2013) e, con Amarji, Rosa dell’Animale (At-Takwin, Damasco, 2014 e Zona, 2014 – prefazione di Adonis).
La sua poesia è tradotta in: arabo, ceco, francese, giapponese, greco, inglese, iraniano, olandese, portoghese, romeno, russo, serbo, spagnolo (Spagna, Argentina, Cile, Ecuador, Messico, Venezuela), svedese, tedesco e turco.

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