“La combinazione”, di Santi Pullarà
Prefazione di Alessandro Fo, postilla di Maria Rosa Tabellini. (Edizioni Marcianum Press – Venezia, 2016, pp. 384, euro 19)

 UN MERAVIGLIOSO AFFRESCO

Colpisce, nel cominciare a leggere il romanzo di Pullarà, la scritta di rito, che ci assicura che è un’opera di fantasia, e che non vi è alcun riferimento a persone esistite o a fatti realmente accaduti. Colpisce perché La combinazione è, certo, un’opera di fiction, ma in molti punti sembra quasi superare la realtà, e nella realtà è ancorata, attraverso la descrizione minuziosa del funzionamento di una cosca mafiosa siciliana nello spazio di tre generazioni. L’affresco che ne deriva, di questo mondo che ci sembra di conoscere grazie a libri, film, cronache giudiziarie, è sontuoso perché lo studio del soggetto è avvenuto ‘dall’interno’. Se la scrittura deve essere stata dolorosa, la lettura si rivela avvincente, e sempre sul filo di un’emozione fortissima.

Questo mondo parallelo ci stupisce per la profonda, ma anche subdola fascinazione che sprigiona, e alla quale non possono resistere né Gregorio Cortese, uno dei protagonisti del romanzo, né suo figlio Vincenzo, per Alessandro Fo una sorta di alter ego dell’autore. La fascinazione nasce dal ‘sistema di valori’ che la Mafia sembra incarnare, e che ruota intorno a termini come “giustizia”, “onore”, “rispetto”, che riemergono fra le pagine del romanzo. Su questo sfondo si muovono personaggi di varia estrazione, perché la cosca riesce a raccogliere persone che hanno studiato al fianco di altre provenienti dal mondo contadino, come il boss dei boss Bennardo Terrasi.

In quasi tutti è riscontrabile una sorta di ‘sicilianità’: come un discendere direttamente dagli dei, e vivere in un paradiso che offre innumerevoli primizie. Sicilianità che se non altro è letteraria, perché i personaggi di Pullarà non possono non far pensare a quelli di Verga, e il dialogo fra il capitano Volpati e Pietrino “lu prufissuri” rimanda, per intensità e ricchezza espressiva, a quello fra Don Fabrizio e Chevalley nel Gattopardo. In entrambi i casi si tratta di un dialogo fra due mondi distanti, e per molti versi inconciliabili. In tutto questo le donne restano ai margini del quadro, come scrive nella postilla Maria Rosa Tabellini. Ignare – è il caso di Rossana prima e di Marina poi – o consapevoli che potrebbero perdere il proprio uomo all’improvviso, come donna Grazia. Eppure il romanzo si chiude su una figura femminile, che riesce a far nascere una speranza nel cuore di Vincenzo.

A questo mondo mafioso si oppone lo Stato, nella figura, fra gli altri, del già citato capitano Volpati: è uno Stato che reagisce, che dichiara guerra alla Mafia, ma purtroppo lo fa a fasi alterne. Al tempo stesso Pullarà descrive la malleabilità della classe politica, la sua inaffidabilità: anche qui la fiction ci rimanda a un’amara realtà di magistrati eroi, di stallieri, di attentati. Incredibile, in questo senso, che Tano Sparacane diventi collaboratore di giustizia non per scelta consapevole, ma per salvare la propria vita e per vendicarsi, con le sue rivelazioni, sulla cosca rivale. E che Nino Calì, uno dei personaggi più belli e dolorosamente complessi del romanzo, avvii, in carcere, una collaborazione con la giustizia, salvo poi ritrattare la propria confessione e togliersi la vita, dopo essere stato ripudiato dalla moglie in diretta televisiva sui tg nazionali. Esperienze che mettono in discussione il ‘sistema di valori’ proposto dalla Mafia, e ne mostrano il carattere contorto, paradossalmente fragile.

Basti guardare, nel romanzo, ai rapporti fra padri e figli: da una parte Commodo, che finisce per denunciare il proprio padre, Bennardo; dall’altra Vincenzo, che come il padre Gregorio avrebbe ogni possibilità di sottrarsi al reclutamento (la “combinazione” del titolo), ma ne è risucchiato, e a niente valgono le parole di Gregorio, proferite ormai nel parlatorio di un carcere. Figli quindi che non ascoltano i padri, o, peggio, li consegnano alla giustizia, anche qui spinti non da un sentimento civico, ma piuttosto da una cronica mancanza di fiducia e di affetto, perché Commodo è una nullità, e quindi Bennardo gli preferisce il suo coetaneo Vincenzo.

La prigione è un ambiente che appare presto nel romanzo. Dapprima a Palermo, con ogni sorta di comodità. Poi i mafiosi vengono spediti in carceri fuori dall’isola, e le regole cambiano, tutto si complica. Dietro le sbarre della prigione questo mondo dorato della Mafia crolla come un castello di carte, e riporta capi potentissimi alla loro condizione di uomini: “Dirimpetto scorse zio Bennardo dietro il cancello. Era invecchiato, curvo sulla schiena: il collo rugoso si sforzava di tenersi dritto. Senza gli occhiali scuri, con l’occhio violato bene in evidenza, aveva cambiato aspetto. Stava con una coperta buttata sulle spalle, in testa uno zuccotto di lana. Spogliato del suo potere, della protervia dei violenti, era tornato ad essere un uomo, un semplice e vulnerabile vecchio” (p. 370). Una prigione, dunque, che rappresenta la fine di un mondo, ma anche l’inizio di qualcos’altro per Vincenzo: di un percorso, della riscoperta di sé. Di una speranza.

La combinazione ha il respiro del romanzo storico, ed è un’opera rigorosa, potente. Lo stesso potremmo dire del racconto “Annalù”, posteriore e sempre di Pullarà, contenuto nella bella silloge “A volte mi ritrovo sopra un colle”. Racconti da un carcere (Marcianum Press 2015). La scrittura di Pullarà conquista il lettore per la sua grande ricchezza espressiva, per lo stile cristallino, per l’epicità dei suoi personaggi. Ed è una scrittura letteraria, che viene da lontano: in qualche modo salvifica. Poco fa parlavamo di un percorso: è un percorso incredibile quello che ha portato l’autore alla redazione di questo romanzo. Incredibile perché maturato in prigione. Ma leggendo il libro, seppur per ampia parte autobiografico, questo dettaglio non si avverte, e veniamo travolti dalla forza della narrazione. Meravigliosa grandezza della letteratura. E della bellezza tout court. Pullarà ci ha fatto un bellissimo regalo, dalla cella di una prigione.

Riprendendo le parole del Boccaccio, al suo romanzo vorremmo dire: va’, fatti leggere da un numero sempre più cospicuo di lettori, e porta alto il nome dell’autore, aspettando che l’autore stesso possa accompagnare la sua opera, finalmente libero.

Federico Lenzi

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