LA CRUNA DEL PENSIERO

(La Cruna: Salvatore Contessini, La Vita Felice, Milano, 2018)

La cruna” è un viaggio dentro se stessi. Ma non immaginatevi le solite contorsioni pseudo esistenziali. Qui il viaggio è certamente un “rovistare”, cercare nella “memoria assottigliata”, è un guardare verso “accadimenti inusuali” o “coincidenze oracolari”, presagi dunque, messaggi che devono essere passati al setaccio, attraversare la cruna del pensiero, l’artiglio che agguanta l’essenziale e strappa via l’inutile. Perché qui il viaggio della parola, della poesia è un gesto alto e coraggioso del pensiero che osa e sfida, al tempo stesso, la realtà attraverso collegamenti inconsci, senza paura, cercando il grado zero delle cose stesse, tentando una sintesi tra l’astrazione e la materia viva di cui siamo fatti.

Lo sforzo di questa poesia è dare un ordine all’indeterminato dell’esperienza senza rinunciare alla mobilità del pensiero e della poesia. Ambizioso il nostro autore, ma deciso ad andare sino in fondo. Così il poeta si misura sin da subito con il “creatore” immerso nella “potenza del silenzio”, coi “regressi” onirici che ci appartengono, con l’incessante interrogarsi dell’uomo dinnanzi al proprio destino. Il meccanismo poetico è quello di cercare di bloccare il fluire dei pensieri in una sorta di “stato della mente” più che di soffermarsi su un oggetto esterno. La poesia penetra la mente stessa, si fa meditazione, “vuoto che mi preme il petto/spinge sul plesso dell’assenza/diviene volo di ombre a terra”. Davvero c’è, come dicevo, un senso di viaggio, di mobilità interiore: “In rotta! Verso l’ignoto gravitale/dove ricentro il mio sistema” che, ricordando il Palomar di Italo Calvino sa di essere al centro di un gioco di specchi necessario: “L’osservatore osserva ciò che verrà osservato:/la coesistenza dell’istante, nella funzione d’onda/la massa di pensieri retroattivi/precipitati nel quantico improvviso”.

Ci troviamo in “uno spazio bianco nuvolare” e ci stringe e costringe il desiderio “all’equilibrio/l’acquisto compensasse/ciò ch’è perduto”. E ritornerà spesso nei testi questo sogno/bisogno di compensazione che non certo un semplice rito “umano”, ma una componente essenziale della vita in sé. Questo interesse per una lettura dall’interno dei meccanismi della vita la ritroviamo prepotente nella sezione seguente “Campo morfico”. Questo è il campo della coscienza che incide sulla creazione mentale della realtà, una forma di presenza spirituale, non trascendente, una forza invisibile che non coincide con gli elementi del sistema, ma che esprime il sistema stessa. C’è qualcosa nelle cose che produce energia, qualcosa che è più della somma delle parti, ma che sta dentro le parti stesse. Si tratta di “ un’entità da meditare a fondo” ed il poeta non si sottrae e non nasconde il suo sgomento dinnanzi all’indeterminato di “molti mondi”, non cela la sua ossessione di aver sbagliato porta e cerca una via d’uscita nell’acquisizione di uno sguardo freddo, che de-realizzi il movimento dissipatore dell’esistenza. E’ come se la poesia cercasse di ottenere il potere di creare una nuova fisica statica, frutto dello sguardo di Medusa che annienta la realtà fissandola. Così il poeta s’incanta al pensiero della vita che si lascia trasportare anche in un “campo alieno”; si strania nella “luce che fila nel pulviscolo dell’onda… Irripetibile varianza cosparge in grigio/la sintesi che approda al bianco e nero”. C’è un andare e venire tra sogno e realtà , apparenza e verità e qui, in questa sezione, tra occulto e razionalità, uno sdoppiamento delle identità nella consapevolezza classica (nel senso dei “Classici”) che la metamorfosi è il cuore del mondo, dell’anima mundi, appunto. Non c’è però mai esoterismo gratuito in questi versi: sempre ritorna il pensiero (poetico) a ristabilire l’ordine: “La lingua dei poeti traduce il tiglio/il turno della ghianda fattasi qurcia./Una sequenza d’orme sui sentieri:/e metamorfosi si compie”.

La terza sezione è “Recursioni”, altro termine che collega il campo scientifico a quello quotidiano della coscienza e che rinvia all’idea di ricorsività e complessità. Qui il tono però si fa più intimo, anche più dolente e melanconico: “Eccolo il tempo del rifiato/con gli anni che si murano/oltre le contrazioni di memoria”. In un’altra poesia troviamo: “…tutto ritorna/come se fosse un ciclo, /tutto si assesta a irripetibile passaggio” e questo tema ritorna più volte, ricorsivamente: “niente dura niente, lo so/ tutto ritorna come ciclo,/anche la fine.” Ma è l’accadere di un evento che attira come calamita il verso poetico: ”L’evento determina in sequenza/accadimenti provati di memoria/eventi che toccano la vita/in salti temporali non per tutti”. Il ciclo e l’evento, l’interrogarsi sui destini circolari e sull’originalità inconclusa dell’attimo in una contorsione poetica e filosofica (di risonanza anche nietzschiana come indica l’incipit “Ecce homo…a ore” ) è uno dei poli della poesia di Contessini, che s’incanta dinnanzi al classico tonfo di una “lieve foglia” il cui “…cadere inaspettato/sospende il tempo ora che osservo/”. E non consola la memoria fatta di bolle e ombre che “sfumano compatte”.

La sezione “L’artiglio” sta al centro della raccolta che, va notato, presenta delle poesie in cui è sempre indicato l’anno di composizione. E’ come se l’autore avesse bisogno di marcare i passaggi di tempo del suo viaggio poetico. Questa sezione potrebbe essere un libro a sé, articolato in sezioni: La Grazia , La forza, Il segno. Ma che hanno sottotraccia un filo a mio modo di vedere preciso: quello di una poesia notturna, saturnina, giocata sul filo del sottile passaggio tra sonno e veglia, tra coscienza e incoscienza, tra razionalità e immaginazione. Una poesia di confini, ma “eroica” a suo modo, fatta di strenua ricerca di forme di resilienza, di desiderio di pace e sospensione.

Nella parte intitolata “La Grazia” dominano i colori della memoria, dei ricordi e la poesia è ricca di immagini naturali che sempre vengono filtrati dall’occhio del poeta, presente in quel momento all’evento mirato. Il poeta è un osservatore “senza vista” e le cose sopravvengono ora in sogno ora in carne ed ossa in un gioco in cui, come detto, la realtà si scompagina. Il mare e la notte sono i personaggi dominanti di questo paesaggio “dove niente accade è il respiro,/il sapere della finitudine, chiaro/il disfarsi della cenere cremata”.

Ne “La Forza” il gesto poetico si fa duro e si allarga lo sguardo ad altri mondi: “Un’energia assolata colma di luce/ attratta da materia gravitale/che si abbandona a un sistema/come collasso di galassia”. Ma la riflessione sul trascorrere del tempo fa da inevitabile controcanto: “Invecchio con forza di rigore/e fragili illusioni di criostallo/con raggi di luna che rivela/cosa riserva la pioggia che disseta”. Perché il “flusso del regresso che non accetta fine” ritorna sulla scena ed il poeta non si nasconde e dice: “Ma il tradimento è questo:/ l’accanimento della condizione/l’aspirazione trattenuta dalla sorte/la condizione perdurata in tempo”.

Quando la poesia si fa meno “oggettiva” emerge così un lirismo epico capace di figure inattese, di salti improvvisi cui la lingua resta sempre chiara e nitida, ma la sua costruzione si carica di metafore complesse in cui la poesia insegue, come rilevato, il flusso della mente.

Ne “Il segno” c’è come un arretrare, un fermarsi dinnanzi ad un terreno dove neppure gli angeli oserebbero mettere piede (come direbbe Gregory Bateson, teorico della complessità attento all’uso della metafora come strumento di conoscenza e spigazione del mondo). Stiamo parlando del “sacro”, ma non in senso confessionale, ma cosmicamente (e esistenzialmente) religioso. Una relegiosità fatta di bellezza universale, di rispetto per il gioco astrale della vita insondabile, una religiosotà laica che fa dire al poeta “è una regione ignota priva di orientamento!” di cui l’uomo fa parte “come osservante” che partecipa all’evento, che lo condiziona, “custode della chiave del tacere”. E’ ancora l’idea di un confronto sbilanciato con il flusso della vita a prendere spazio: “Ignara vita che ti sposi all’ombra/frani con spigolo demonio/in direzione dell’abisso scelto!” Siamo quindi come cartomanti, in bilico tra devozione e tradimento, che devono giocare le proprie carte “disposto di tarocchi” e accettare il confronto corpo a corpo con l’apparenza e il mutamento (ancora Nietzsche?).

Il libro si chiude con un “Epilogo” dal titolo emblematico “Elaborazione dati” che vale la pena di leggere in toto perché racchiude quasi sinotticamente tutti i temi della sua poesia, della raccolta:

Non sono più uno di voi
perché non lo sono mai stato,
non sono più quello che sono
perché mai riuscito.
Tutti abbiamo la cruna stretta
e il passaggio improponibile di cima:
nesuno valuta il paradosso materiale
come flusso di quantità indulgenti
e interstizi vuoti di sostanza:
si guarda al fulvo, si pensa la crineria.

Se l’esitenza pensiamo in ologramma
possono i sogni esprimere materia?
E’ l’interrogativo che galleggia
prima che sonno rotoli dal cosmo
e la coscienza tacitata trovi l’artiglio.

Stefano Vitale

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Note sull’Autore
…..Salvatore Contessini (Roma 1953). Collabora da oltre dieci anni con case editrici e ha ideato numerose iniziative e progetti editoriali.
Suoi testi sono inseriti in diverse antologie e riviste e ha ricevuto importanti riconoscimenti a Premi.
…..Pubblicazioni: Il sole sotterraneo della luce nera (2003); Domestico servizio (2007); Criptogrammi   tetralogia di un alfabeto rivelato (2008); A guardia del riposo (2011); Una tempesta di parole – suggerimenti accolti (2011). Dialoghi con l’altro mondo (La Vita Felice 2013) – Segnalazione a Premio Poesia Lorenzo Montano 28 ed. (2014); finalista a Premio Internazionale di Poesia e Narrativa “Percorsi Letterari dalle Cinqueterre al Golfo dei Poeti” 2014; finalista Premio Int.le di Narrativa e Poesia Città di Caserta 2015; La cruna (La Vita Felice 2018).
…..Curatele per volumi antologici: con Diana Battaggia Fotoscritture – Istantanee di Erico Menczer – immagine e poesia (2005); Scritture urbane – Appunti fotografici di Gianfilippo Biazzo, Immagine e Poesia su Roma (2007); Arbor Poetica – Poesie su immagini di Stefano De Francisci (2011); Novecento non più – verso il Realismo Terminale (2016).

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