L’INDIFFERENZA NATURALE
Edizioni Marcos y Marcos – Milano, 2018

 

Libro complesso diviso in 11 parti, che in realtà è costruito in maniera circolare. I vari capitoli, le sezioni ritornano su se stesse in una spirale che modifica il paesaggio poetico, come in una grande variazione sonoro-poetica. Il libro è come le barene, quei terreni di forma tabulare e incerta delle lagune che periodicamente sono sommerse dalle maree e che quindi riemergono in forma diversa. La barena poi, nell’etimo, pare derivi dal veto “baro” che indica un cespuglio o un ciuffo d’era. E qui le metafore si moltiplicano. La poesia è quel cespuglio, quel ciuffo d’erba, punto d’osservazione fragile, ma che sta dentro la cosa che si osserva; la poesia registra gli eventi, vi assiste e ne fa parte come una forma naturale anch’essa.

Il libro di Testa ha questa vocazione: descrivere il mondo naturale e quello delle lagune venete in particolare. Ma lo fa con un meccanismo interessante. Non si tratta di mettersi da punto di vista delle emozioni dell’osservatore, ma dal punto di vista del respiro reale delle cose che, siam pure osservate, fanno parte del quadro della natura. Solo così si comprende il senso dell’indifferenza naturale che sta nel titolo.

Guarda la vita che anonima fermenta
Il ritmo uguale dei giorni senza meta:

da qui ti parlo, da questa indifferenza
che nel torpore consuma le cose:

le senti in aria, le gemme già esplose,
come chiaro e tremendo il verde incomba?

lo sguardo sbarrato, la bocca aperta,
l’incuria mi ha preso alla sua lenza. (pag. 17)

Certo il rifermento più evidente è Leopardi (ovviamente lontano nello stile, nel lessico, nel tono) ma la questione non è strettamente leopardiana. Testa vuole porgere al lettore la sua riflessione sulla non riducibilità della natura all’umano, ma al tempo stesso immerge l’uomo nella natura perché ne fa ovviamente parte. Testa non rinuncia allo sguardo umano, ma lo scopo è liberare le cose viste dalle sovrastrutture “la mente rumina le cose/ le afferma nella sottrazione”. Programma che è anche linguistico: la sua scrittura è sempre secca, sontuosa, ma diretta, precisa anche se barocca talvolta. Il paesaggio lagunare è statico, stagnante, lunare e la poesia si immerge in questa atmosfera ferma. Invece è mossa e sonante la parola. Testa fa largo uno delle rime, cerca il canto e musicalità dei termini come se alla immobilità dei soggetti possa corrispondere comunque una mobilità del testi. Il che rende la lettura, che certo non è facile, più fruibile.

O erano poi ailanti
quelle foglie in fuga
sotto i colpi ustionanti
in una gelida congiura
di un pomeriggio così lento
a consumarsi, a sfarsi,
erano quindi ailanti
o un ostinato errore
e piante senza nome
li avevano avvinti
e resti amanti? (pag. 24)

Occorre anche lasciarsi andare ai sortilegi visivi e sonori di questa poesia per apprezzarla. E la cosa è interessante e originale. Questa ricerca poetica trova un suo ulteriore spazio nell’uso della tecnica dell’Haiku. Non stupisce: esso è tipico di una poesia orientale della natura. E l’atteggiamento di Testa è vagamente simile: una poesia che vuole essere essenziale, fatta di versi brevi. Lui non scrive Haiku tradizionali, ma poesia in forma di haiku come avviene in “Campi d’acqua” e qui di nuovo c’è come un andare e venire dalla mente, dal pensiero alla visione delle cose mettendo la mente nella posizione di svuotarsi da idee preconcette, da emozioni inutili e retoriche per cogliere l’emozione pura che emerge dal contatto con la cose reale.

L’orizzonte intravisto
sui campi d’acqua
inonda la tua mente

una tazza di latte
il sole appeso
sui pioppi nella nebbia

solo macchie negli occhi
sui campi arsi
i radicchi decomposti

i container immobili
tra i pioppi neri
ansanti animali. (pag. 53)

C’è un che di ascetico in questi versi che affascinano, che provocano un effetto di straniamento metafisico. La sezione centrale “Gloria e i gelsi” introducono però un evento nuovo: “noi, saremo presto invasi dalle foglie,/tu, crescerai paziente nell’aspetto dei giorni”. Il poeta torna ad una dimensione “terrena” e fa corrispondere natura e umanità, il crescere della vita è il frutto di uno scambio e le persone si mescolano con la natura, divengono natura.

E non ti chiamo per nome
ma ti penso come a una cosa buona
e intensa e luminosa e viva
che una sera su un argine s’è accesa (pag. 62)

Questa tensione rimane centrale sino alla sezione “Un giorno tra i viventi” dove torniamo al clima della “natura morta”, della descrizione fredda ma coinvolgente del farsi e disfarsi della natura per poi virare di nuovo in “Bancali” verso una metaforizzazione dell’esperienza umana in chiave naturale.

Se tutto è putredine, i granchi morti tra le alghe
sulle secche screziate dell’ultimo sole,

i petali sfatti della buganvillea sul selciato
come domande che cerchiano la testa;

se tutto è fermi, o nell’ora stagnante del declino
un lancione gira in tondo su se stesso,

anche la distesa piatta del tirreno è laguna
una tavola estiva imbandita di sale;

e mentre il ferry stira le pieghe sull’onda
in apnea i tuoi pensieri si calano a fondo,

e tra i ciottoli rotondi, a misura di tempo
scalpellano con il corpo una natura morta con torso. (pag. 89)

La conclusione del libro è emblematica: Testa raggiunge il suo scopo, quello di condurci in un luogo immobile, sospeso, metafisico che a me fa pensare, in prosa, alla scrittura di Gianni Celati (e penso a “Verso la foce”) e in poesia a certi passaggi di Sereni ed anche alla pittura di Hopper:

l’impermanente, il filo che si perde,
l’ansia, la bava che cola dalla bocca,
l’inapparente, l’acqua sulle foglie,
la trafittura che più non ci tocca;
era questo, e non è più nominabile,
iridescente, il manto d’apparenza:
la ghirlanda stesa, sul cuore immobile,
immobilmente spende dell’assenza. (pag. 117)

Stefano Vitale

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Note sull’Autore
Italo Testa (Castell’Arquato, 1972)  vive a Milano. Ha pubblicato per la poesia La divisione della gioia (Transeuropa, 2010, Premi Tirinnanzi, Città di Ustica, Finalista Carducci), Luce d’ailanto (in Decimo quaderno di poesia italiana, Marcos y Marcos, 2010), Non ero io (gammm.org, 2010), Canti ostili (Lietocolle, 2007), Biometrie (Manni, 2005, Premio San Giuliano Terme, Finalista Sandro Penna) Gli aspri inganni (Lietocolle, 2004, Finalista Premio Montano).
Ha ricevuto i premi Eugenio Montale e Dario Bellezza per la raccolta inedita. E’ co-direttore della rivista di poesia “L’Ulisse”.

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